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Cambiare il mondo

La sinistra è nata, prefiggendosi obiettivi formalmente impossibili, per migliorare le condizioni di vita umane, a dispetto di ogni contrarietà reale o apparentemente insuperabile.

A partire dai movimenti operai del XIX secolo per arrivare a quelli degli anni ’30 del Novecento, le condizioni avverse non hanno spento la speranza di conquistare e assicurare uguaglianza, libertà e democrazia.

Al netto delle responsabilità sul passato più o meno recente dei vari esponenti di primo piano e di ognuno di noi, occorre ripartire dal sentimento di giustizia sociale che spinge, chi ancora si definisce di sinistra, a pensare e ad agire per migliorare il mondo.

Va salvaguardato il diritto di critica, ma va altrettanto tenuto in considerazione quello dell’autocritica, cioè occorre accettare e comprendere le ragioni di chi dopo aver fatto delle scelte le riconsidera alla luce degli eventi e ne vede i limiti proponendosi nell’azione attuale di superarli.

Se questi fossero i presupposti appare allora chiaro che la discussione su chi debba fare il leader non solo diventerebbe fuorviante, ma rappresenterebbe l’impossibilità di poter giungere a un’idea di futuro su cui mobilitare le persone. Più che raccoglierle intorno ad un’idea di “stato della necessità”, quasi sempre rappresentato dal dover scegliere il “meno peggio”, occorre responsabilizzare le persone che vivono sulla propria pelle le iniquità del sistema, un presente fosco che fa pensare al futuro con angoscia. Riprendere il filo del discorso storico dell’organizzare e rappresentare da sé il conflitto, sapere che la via d’uscita non è individuale ma può ottenere concretezza solo con l’unire le proprie forze a quelle di altri che vivono una condizione simile alla nostra e credono in un mondo migliore. Lasciare spazio all’inventiva perché possa compiersi una rivoluzione “umanista”, una rivoluzione che abbia al proprio centro il genere umano con i suoi bisogni e le sue aspirazioni, ma che al contempo educhi ad affrontare e a superare le contraddizioni insite in ognuno di noi.

Sconfiggere il fatalismo, cominciando a disarticolare il messaggio sul successo da raggiungere a tutti i costi inoculato quotidianamente dall’ideologia neoliberista in oltre trent’anni, dicendo come sta la realtà delle cose, parlando un linguaggio di verità. Cioè: chi ha raggiunto il successo economico, accumulando enormi ricchezze, lo ha fatto nella maggioranza dei casi seguendo logiche predatorie, facendo ricorso agli istinti più biechi della natura umana come quello dell’indifferenza verso la condizione degli altri. Lo ha fatto rubando, saccheggiando i beni collettivi e corrompendo il potere politico, un potere mosso solo dalla competizione al proprio interno per accaparrarsi piccoli o grandi vantaggi.

Se la sinistra non inizierà nuovamente a raccontare la verità, al di là di ogni relativismo o pensiero magico, non avrà futuro e non sarà una nuova sconfitta elettorale a decretarlo, ma sarà il permanere del sentimento di fine verso cui sempre più donne e uomini si stanno dirigendo perché il riaffermarsi delle idee e delle formazioni della destra nazionalista muove dall’idea che non valga la pena compiere nessuno per “invertire la rotta” e costruire un altro futuro.

Siamo in grado di fermare questa deriva? Siamo capaci di ripensarci fino a mettere in gioco le nostre sicurezze? Di certo il dibattito che in molti casi si è prodotto verte più su logiche personalistiche ed autoreferenziali.

Rimane da chiedersi, senza consumare ulteriori scontri intestini, se la sinistra o ciò che ancora vuole o può definirsi tale, abbia ancora tempo per rispondere alla necessità storica di “cambiare il mondo”, o piuttosto non sia ormai “fuori tempo massimo”. Il tempo in cui i destini personali di questo o quel “leader”, di questo o quel “dirigente” – lo dico con rispetto per le biografie di ognuno – alimentano la percezione di sempre più cittadini che destra o sinistra siano le facce di una stessa medaglia, una sfera a sé stante sorda e disinteressata verso i bisogni e le aspettative della gente. Oppure come ha affermato il leader socialdemocratico austriaco Kern “in realtà siamo noi la gente. Noi apparteniamo a questa gente, e queste persone appartengono a noi”.

Da dove iniziare? Che fare? Forse abbiamo già iniziato, forse siamo già in cammino, il compito è sicuramente difficile, ma, d’altra parte, è mai stato facile? Semplificarlo o non considerarlo continuando a dare l’impressione di rispondere più ai destini personali che non a quelli collettivi, non può che renderlo più difficile per non dire impossibile.

Se però guardiamo ai movimenti che hanno prodotto un avanzamento delle condizioni di vita dell’individuo e quindi della vicenda sociale, possiamo notare che come nel famoso proverbio orientale solo lo stolto ha osservato il dito che indicava la luna.

Eugenio Pari

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Radici comuni

Stefano Fassina (responsabile lavoro del Pd) si è dovuto allontanare dal corteo dei lavoratori Alcoa scortato dalla polizia. Da settimane questi uomini si stanno mobilitando

Stefano Fassina (responsabile economia e lavoro Pd) contestato dai lavoratori Alcoa – Roma, 10/09/2012

contro la chiusura dello stabilimento.

Alcuni esultano per questa “fuga” e solidarizzano, occorrerebbe però riflettere su cosa sia accaduto e su quanto accadrà ancora andando avanti di questo passo. La prima considerazione è che quei lavoratori non sono più disponibili a fare distinzioni fra “peggio” e “meno peggio” e, tantomeno, sono disponibili ad accettare attestati di vicinanza dalla politica, richiedono atti concreti, interventi per poter continuare a vivere del proprio lavoro.

C’è una disperazione profonda nel Paese e questa disperazione sta montando in una rabbia palese verso la politica, in quanto in ballo c’è la sopravvivenza.

L’informazione quasi tutta schierata con le compatibilità finanziarie e con il governo Monti – Napolitano, c’è da scommetterci, domani ospiterà l’intervento di qualche solone che stigmatizzerà i lavoratori sardi e le dichiarazioni dei rappresentanti dei partiti che solidarizzeranno con l’esponente del Pd, e ridurranno a battute le folcloristiche uscite di altri politici presenti come Diliberto. Dopodomani nulla rimarrà se non la disperazione e la rabbia.

Certo, Fassina – le cui posizioni spesso sono state dissonanti rispetto al resto del suo partito – cosa poteva aspettarsi? Chi semina vento raccoglie tempesta, si potrebbe dire. Eppure, secondo me, non c’è nulla da esultare, né c’è qualcosa di cui compiacersi. Questi episodi non sono certo il sintomo di una rivoluzione che avanza, quanto è accaduto non è certamente il prodromo delle magnifiche e progressive sorti. Quando non si vuole, perché non si può più, fare distinzioni la storia ci ha insegnato che quasi mai si sono aperte fasi di progresso e democrazia, quasi sempre, invece, si sono instaurate situazioni ancora più autoritarie e antipopolari.

Il punto è che la politica quando non apertamente al servizio del potere finanziario, lo stesso potere che ha prodotto questi livelli di insoddisfazione, alienazione e deprivazione, risulta essere solo un teatrino dove emerge con chiarezza che gli attori non conoscono i problemi e parlano d’altro. A sinistra ancora, invece, si crede che l’alleanza per il governo possa essere una prospettiva efficacie, un’alleanza le cui condizioni sono note: perseguire l’agenda di “rigore” proposta dal governo Monti e accettata dal Pd.

La sinistra non si pone il problema della depoliticizzazione della politica, strologa ancora su alleanze facendo finta che la mercificazione e l’intreccio tra finanza e politica si possa sciogliere con le primarie e con un buon risultato del candidato della sinistra. Finché non si partirà dalla considerazione che a governare, in realtà è la classe dirigente, e non la classe politica che agisce come paravento, la rabbia di chi sta vedendo crollare le proprie condizioni di vita monterà.

Occorre un’alternativa, ma quale? Chi la farà? David Harvey ha sostenuto: “ci troviamo dunque in presenza di un duplice ostacolo: la mancanza di una visione alternativa impedisce la formazione di un movimento di opposizione, e l’assenza di un tale movimento preclude la formulazione di un’alternativa. Come si può dunque superare questa situazione di impasse? Il rapporto tra la visione di cosa fare e perché, e la formazione di un movimento politico in grado di farlo, ha assunto carattere circolare. Se si vuole sperare di realizzare un rinnovamento, questi elementi dovranno rinforzarsi a vicenda; in caso contrario, la potenziale opposizione resterà per sempre bloccata in un circolo vizioso che vanificherà ogni prospettiva di cambiamento costruttivo, lasciandoci vulnerabili dalle future crisi del capitalismo, che si perpetueranno con risultati sempre più micidiali”.

A sinistra ancora si dibatte sulla via “entrista”, leggevo che un vecchio dirigente del PRC sostiene ancora l’importanza fondamentale per i comunisti di entrare nei “parlamenti borghesi”, d’altra parte lo diceva anche Lenin, personalmente credo che nella testa dei dirigenti non ci sia Lenin quanto, invece, un tatticismo politicante. Trovo che l’ingresso nel parlamento per la sinistra sia un fatto importante, ma comunque subordinato a un tema fondamentale: identificare le radici comuni dei problemi per unificare le battaglie dei lavoratori, battaglie per la sopravvivenza, con quelle dei giovani, dei precari, dei disoccupati, dei migranti, una battaglia politica per costruire il futuro piuttosto che per entrare in parlamento.

Questa è la posta in gioco, ma non basta l’analisi, occorre anche la mobilitazione, praticare un modello alternativo. Se pensassimo che i dirigenti della sinistra, quelli che vogliono fare le primarie, quelli che si appendono ai simboli, possono minimamente provare a dare rappresentanza e praticare questa strategia sbaglieremmo. Provare a costruire l’alternativa “da sé”, dai territori è l’unica via possibile. Rispetto per la natura, egualitarismo nei rapporti sociali, bene comune, amministrazione democratica e non governata dal denaro, processi lavorativi organizzati dai lavoratori, vita quotidiana intesa come scoperta di nuovi rapporti sociali e non come momento consumistico, “concezioni mentali che pongono l’enfasi sulla realizzazione di sé nel servire gli altri”, possono, anzi dovrebbero, costituire il vocabolario minimo di un qualsiasi soggetto politico che si proponga la trasformazione e il superamento dello stato di cose presente. Possono costituire il manifesto per l’alternativa, un’alternativa che non può attivarsi discendendo da qualche leader nazionale, ma che può essere agita nello spazio e nel tempo in cui ci troviamo ad agire. Proviamoci!

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Analisi di un manifesto liberista

http://keynesblog.com/2012/08/08/fermare-il-delirio-analisi-di-un-manifesto-liberista/

“Fermare il declino” è il titolo del manifesto di quello che si candida ad essere un nuovo partito liberale-liberista-libertarian, promosso da alcuni liberisti noti al grande pubblico come Oscar Giannino e Michele Boldrin. Al manifesto hanno aderito anche diversi esponenti del partito di Fini e della fondazione di Luca Cordero di Montezemolo.

Analizzeremo qui, punto per punto, le proposte avanzate nel documento.

1) Ridurre l’ammontare del debito pubblico: è possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse. E’ stato già fatto negli ultimi 20 anni. Dopo la cessione a Fiat dell’Alfa Romeo (anni 80), nel decennio seguente l’Italia ha realizzato un’enorme dismissione di partecipazioni statali, tra cui:

  1. Alimentari: Sme, Gs, Autogrill, Cirio Bertolli De Rica, Pavesi
  2. Siderurgia, alluminio, vetro: Italsider, Acciarieri di Terni, Dalmine, Acciaierie e Ferriere di Piombino, Csc, Alumix, Cementir, Siv
  3. Chimica: Montefibre, Enichem Augusta, Inca International, Alcantara
  4. Meccanica ed elettromeccanica: Nuovo Pignone, Italimpianti, Elsag Bailey Process Automation, Savio Macchine Tessili, Esaote Biomedica, VitroselEnia, Dea, Alenia Marconi Communication
  5. Costruzioni: Società Italiana per Condotte d’Acqua
  6. TLC: Telecom Italia
  7. Editoria e pubblicità: Seat Pagine Gialle, Editrice Il Giorno, Nuova Same
  8. Banche e assicurazioni: BNL, INA, IMI, ecc.
  9. Trasporti: Società Autostrade

Negli anni 2000, inoltre, il governo ha messo sul mercato ingenti quantità di immobili di proprietà dello stato. Questo non ha fatto “scendere rapidamente” il debito pubblico, visto anche che molte di queste società sono state vendute a prezzi bassi a causa della crisi degli inizi degli anni ’90.

Il risultato netto di queste privatizzazioni è che oggi le imprese italiane che hanno una qualche rilevanza internazionale sono solo le due principali aziende ancora controllate dallo stato: Eni ed Enel. L’esatto opposto di quello che i promotori dell’appello sostengono riguardo la presunta efficienza del privato e la irriformabile inefficienza del pubblico.

2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.

Al di là degli ammiccamenti populisti (“i costi della casta politico-burocratica”; chissà perché non i costi della casta degli economisti che sbagliano le previsioni) il punto centrale è “Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione”. Ma la nostra spesa sanitaria non è affatto eccessiva, anzi è sotto la media OCSE. Addirittura è minore della sola spesa pubblica pro-capite negli Stati Uniti, assicurando però una copertura maggiore, ed è inferiore a quella di paesi come il Regno Unito, il Canada, la Francia, la Germania.

Spesa sanitaria procapite (pubblica e privata); fonte OCSE 2007, elaborazione Sole24Ore

Gli estensori dell’appello forse dovrebbero essere più chiari: quanti infermieri e medici occorre licenziare? Quanti insegnanti perderanno il loro posto di lavoro? E che dire della spesa per gli altissimi interessi che paghiamo sul debito pubblico? Perché non se ne fa alcun cenno?

Riguardo i sussidi alle imprese, rimandiamo a quanto già detto in un precedente articolo.

3) Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l’evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.

Tutti vogliamo meno tasse. Il problema è fare in modo che il maggiore reddito disponibile non finisca in risparmio. Per ora quel che succede è che lo Stato preleva dalle tasche degli italiani troppo e lo destina in quantità sempre crescenti a pagare gli interessi ai rentier (sia italiani che stranieri) detentori di titoli di stato. Forse sarebbe il caso di analizzare come risolvere questo problema, dopodiché abbassare le tasse sarà facile senza compromettere i servizi.

4) Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d’ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.

La concorrenza nei trasporti ferroviari c’è da alcuni mesi: il risultato è che le tariffe standard sono sostanzialmente le stesse tra operatore pubblico e privato, mentre le FS, pressate dalla concorrenza, sono indotte a ridurre i servizi meno remunerativi (treni notte, trasporto locale). L’energia è già liberalizzata. Per la verità, se si guarda questo grafico, si nota come le tariffe di mercati liberalizzati da più tempo siano cresciute più delle nostre e soprattutto più di quelle francesi, dove la liberalizzazione è molto indietro e il principale operatore è una società controllata dallo stato (ma è largamente indipendente dal petrolio).

Variazioni dei prezzi dell’elettricità nei principali paesi europei
(percentuali sull’anno precedente) – Autority energia ed Eurostat

Quanto alle privatizzazioni, di cui si è già detto, aggiungiamo che questo è senz’altro il momento meno indicato a causa della svalutazione delle nostre imprese, che già sta favorendo importanti acquisizioni estere.

5) Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.

Dal 2003 l’Italia ha diminuito le protezioni dai licenziamenti (cioè ha aumentato la flessibilità) più di ogni altro paese OCSE. Il risultato è che l’occupazione non è aumentata, l’incertezza è diventata la condizione standard del lavoratore, i figli guadagnano meno dei padri. Ovviamente non si è proceduto ad alcuna compensazione in termini di welfare: difficile sostenere contemporaneamente che occorre diminuire la spesa pubblica mentre si propongono misure che la farebbero aumentare a dismisura. A meno che tali costi non siano a carico di imprese e lavoratori, ovvero si trasformino in un aumento dei contributi (quindi dell’imposizione). Ma non si era detto al punto 3) di diminuire la tassazione su lavoro e imprese?

Da questo punto in poi procederemo più velocemente perché si tratta di ovvietà o di ripetizioni dei punti precedenti.

6) Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse.

Nulla da dire.

7) Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l’efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l’indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.

Un sistema carcerario umanizzato richiede più spesa, ma non possiamo farla perché il punto 2) dice che dobbiamo ridurla. Stranamente però, il manifesto “liberale” non dice nulla circa la depenalizzazione dei reati “fascistissimi” che non sono percepiti più come tali: consumo di droghe, violazioni del copyright, ingiuria, ecc. Questo farebbe risparmiare tempo e denaro e farebbe funzionare più speditamente la giustizia, molto più che la “netta distinzione dei percorsi”.

8) Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.

“Eliminare il dualismo occupazionale” richiederebbe dare ai giovani le stesse garanzie dei padri. Ma questo è l’opposto di quanto affermato in precedenza. L’alternativa è fare il contrario, ovvero togliere garanzie ai lavoratori a tempo indeterminato, come si è iniziato a fare con la riforma dell’art.18. Ma come questo aiuterebbe i giovani è difficile immaginarlo. Riguardo gli “strumenti di assicurazione contro la disoccupazione” si è già detto. “Facilitare la creazione di nuove imprese”: è stato già fatto. Ora si può aprire un’impresa con un solo euro. Trovare un cliente che si fidi di una società senza capitali è altro discorso. Peraltro il problema del nostro paese è l’esatto opposto: ci sono troppe aziende e troppo piccole per realizzare quelle necessarie economie di scala che permettano l’aumento della produttività.

9) Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Va abolito il valore legale del titolo di studio.

Ma come, non si era detto al punto 2) che bisogna intervenire anche sull’istruzione per ridurre le spese? Riguardo all’abolizione del valore legale del titolo di studio, gli unici che se ne avvantaggerebbero sono le scuole e le università private, come accade negli Stati Uniti.

10) Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l’obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa “questione meridionale” va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell’ultimo mezzo secolo.

Il federalismo porta ad aumentare l’inefficienza moltiplicando i centri di spesa e di decisione. Non a caso infatti nella spending review si è puntato molto sugli acquisti centralizzati. Si guardi alle Regioni che già oggi sono più autonome, come la Val d’Aosta e la Sicilia: non esattamente un modello in termini di efficienza. Certo, il manifesto parla di “pareggio di bilancio”, ma dare alle Regioni una più ampia autonomia in termini di entrate significa una cosa semplice: più tasse. Darla in termini di spesa significa più spesa, magari in prebende agli amici degli amici, come ci ricordano sempre gli stessi firmatari del manifesto. Il pareggio di bilancio si fa anche tassando al 100% i redditi privati e spendendo il 100% degli introiti: gli estensori dell’appello vogliono una repubblica federale socialista?

La strada è semmai opposta, a partire dall’abolizione delle province (tutte).

In conclusione, il manifesto “Fermare il declino” potrebbe tradursi in “accelerare la caduta” o “ripetere gli stessi errori”. I suoi estensori appaiono in definitiva animati da una sorta di visione “delirante” della crisi, in quanto staccata dalla realtà dei fatti e spesso autocontraddittoria. Ma, al di là della buona fede di costoro, il ridimensionamento del settore pubblico ha ben altri e più smaliziati sponsor.

Il gioco di parole “Fermare il declino”/”Fermare il delirio” è del nostro lettore Paolo Maiellaro

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BCE, EURO, SCENARI: appunti

di CHRISTIAN MARAZZI

06 / 08 / 2012

1. Il 2 agosto, la Banca Centrale Europea (BCE), malgrado le roboanti esternazioni del suo presidente Mario Draghi sulla difesa ad oltranza dell’euro di pochi giorni prima, ha in parte “deciso di non decidere”, almeno fino a metà settembre, quando la Corte costituzionale di Karlsruhe emetterà la sentenza sulla costituzione del Meccanismo di Sede della Banca Centrale EuropeaStabilità Europeo (EMS), che si sostituirà all’attuale Fondo Salva-Stati, quest’ultimo dotato di 100 miliardi di euro, una cifra irrisoria per poter intervenire efficacemente contro gli assalti ai debiti sovrani dei paesi cosiddetti del Sud (ce ne vorrebbero 300 solo per salvare la Spagna). Questo significa che nelle prossime settimane, in mancanza di una autorità veramente in grado di “fare qualunque cosa per preservare l’euro”, i mercati saranno probabilmente soggetti a forti oscillazioni determinate dal “calcolo delle probabilità” sulla fuoriuscita o meno dall’euro di Spagna e Italia. La questione di fondo è: quanta sovranità i paesi del Sud sono di nuovo pronti a concedere per “tirare avanti” con i loro debiti crescenti?

Prima della riunione del board della BCE i paesi in sofferenza avevano chiesto che l’istituto di Francoforte si mettesse ad acquistare direttamente e in modo illimitato i titoli pubblici spagnoli e italiani in modo da favorire una diminuzione dei tassi ed evitare che il loro accesso al mercato fosse precluso. Spagna e Italia non hanno solo un problema di liquidità, ma anche di solvibilità: l’intervento della BCE non dovrebbe essere solo quello di calmierare i mercati  facendo scendere a livelli sostenibili i tassi di interesse, ma anche quello di sostituirsi eventualmente agli investitori che non vogliono più sottoscrivere questi stessi titoli. Il che comporta un radicale cambiamento della natura della politica monetaria della BCE. In sé, non si tratta di un fatto nuovo. Già nell’autunno dell’anno scorso la BCE aveva acquistato direttamente sul mercato oltre 200 miliardi di euro di titoli dei paesi in difficoltà. All’inizio di quest’anno aveva poi iniettato nel sistema bancario europeo oltre 1.000 miliardi di euro che sono stati usati soprattutto nei paesi mediterranei per acquistare obbligazioni dei loro Paesi. Pure, in seguito, seppure non sia stato ufficialmente proclamato, gli interventi della BCE sono proseguiti soprattutto attraverso cospicui finanziamenti delle banche spagnole e italiane. Col risultato di una esplosione del bilancio della BCE, che sta diventando il principale detentore di titoli statali dei Paesi in difficoltà o di obbligazioni in cui sono stati cartolarizzati mutui ipotecari e altri crediti delle banche.

Ma l’appello al cambiamento della natura degli interventi della BCE – da straordinari a ordinari – rappresenta una violazione dei suoi statuti, ciò che provoca, come si è visto in questi giorni, l’opposizione della Bundesbank. Come maggiore azionista della UE, per la Germania il salvataggio dell’Euro nella sua forma attuale diventa sempre più proibitivo, al punto che l’agenzia di rating Moody’s ha espresso un giudizio negativo sulle prospettive economiche della Germania. Il salvataggio dell’euro a colpi di interventi disordinati e a costi crescenti appare sempre più problematico. La prospettiva di una spaccatura dell’euro comincia infatti ad essere esplicitamente evocata da molte personalità tedesche. Essa appare come la soluzione più “ragionevole” ad una crisi che sta distruggendo non solo l’economia della zona euro, ma soprattutto la credibilità dell’ideale europeo. Come si dice in Germania, oggi è meglio un grande dolore con una fine certa, che un dolore senza fine.

2. É alla luce di questo scenario (la spaccatura dell’euro) che va interpretato quanto emerso il 2 agosto a Francoforte. E’ vero, come scrive il Financial Times (“Zen and the art of central banking”, 4 agosto), che sia Draghi che Bernanke sono ormai entrambi impegnati nell’arte Zen della nientitudine: “Strictly speaking, the Federal Reserve and the European Central Bank did nothing. But their respective leaders, Ben Bernanke and Mario Draghi, showed how doing nothing is far from being inactive”. Siamo, insomma, di fronte alle tipiche virtù della performatività del linguaggio, il “fare cose con le parole”. Fare cosa? “The real message is that the peripheral economies will not be given money for nothing. The pressure for meaningful structural reform is to remain intense, and any short-term bailout will be conditional and supervised by external agencies” (“Italy and Spain coy on rescue fund move”, FT, 3 agosto). Ecco la novità: la BCE è disposta ad agire solo se prima i paesi che chiedono un intervento di salvataggio accettano di sottostare a ulteriori condizioni, aggiuntive rispetto a quelle già concordate con la Commissione europea. Le parole della BCE, comunque, hanno disorientato i mercati, tanto che, dopo la reazione catastrofista dei mercati del giorno seguente, c’è voluta una spiegazione del Financial Times per ristabilire, in modo altrettanto esagerato, la fiducia degli stessi mercati. Insomma, da un atto linguistico all’altro. L’incertezza regna sovrana.

Ma procediamo con ordine: prima di tutto, con le “decisioni” della BCE di Draghi siamo ancora lontani da quel cambiamento della politica monetaria auspicato da molti prima del 2 agosto, ossia la trasformazione della BCE in una vera e propria banca centrale che, intervenendo direttamente sui mercati con l’acquisto di obbligazioni pubbliche (come fa la Fed o la banca centrale giapponese, ecc.) si preoccupa non solo di combattere l’inflazione (ancora l’unica vera priorità della BCE), ma anche di regolare in senso macro-economico le variabili fondamentali della crescita economica (investimenti e occupazione, in primo luogo). É vero che la BCE, oltre ad effettuare operazioni sul mercato secondario di “importo adeguato”, potrebbe non sterilizzare gli acquisti di titoli, lasciando in tal modo aperta la possibilità di un quantitative easing mirato, ossia la creazione di liquidità a mezzo di interventi sul mercato dei titoli statali. Ma qui siamo ancora nell’ordine dei possibili. É stato invece deciso che la BCE interverrà solo dopo che sia stato concordato un programma di assistenza tra il Paese che chiede aiuto e il FondoSalva-Stati/Salva-Spread. E qui, apriti cielo! “Questa subordinazione ha almeno due inconvenienti. Primo, la richiesta di aiuti all’Efsf è un’ammissione di impotenza. Ciò ha ovvi costi politici, ma anche economici, perché rivela che lo stesso Paese ritiene di non riuscire a farcela con le proprie forze. L’esperienza (europea e internazionale) insegna che, quando un Paese chiede prestiti a organismi sovranazionali, l’accesso ai mercati gli rimane poi precluso a lungo. Secondo, la richiesta di aiuto è formulata prima di sapere quali condizioni saranno imposte per ricevere assistenza. L’incertezza non è di poco conto, perché l’intervento dei fondi europei deve essere approvato dall’Eurogruppo. Le condizioni imposte sono quindi il frutto di un negoziato politico e non solo tecnico. Un negoziato intergovernativo, condotto in posizione di estrema debolezza contrattuale, potrebbe costringere il Paese a subire condizioni fortemente pregiudizievoli dell’interesse generale dei propri cittadini” (Guido Tabellini, “La BCE cerca scudi politici”, Il Sole 24 Ore, 4 agosto). Perché, allora, questa clausola della “sorveglianza speciale”, oltretutto aggiuntiva a quelle già decise (e approvate dai Parlamenti)? Se lo chiede addirittura Eugenio Scalfari: “Ho grandissima stima ed anche affettuosa amicizia per Mario Draghi ma non mi impedisce di porgli la domanda: perché l’acquisto di titoli a breve in Spagna e in Italia dev’essere autorizzato?” (La Repubblica, 5 agosto). Secondo Tabellini, “la vera ragione di questa pistola puntata alla tempia è che la BCE ha bisogno di una copertura politica. Senza l’accordo e la sorveglianza dei governi europei, non vi sarebbe una maggioranza abbastanza ampia nel Consiglio della BCE per approvare gli acquisti di titoli di Stato sul mercato secondario. Prendiamone atto, nella consapevolezza che i governi delle banche centrali europee sono tutt’altro che indipendenti dal potere politico”. E questa sarebbe la “vittoria” di Mario Draghi contro Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank “isolato” a causa della sua testardaggine? Sembra di sognare! Di fatto, ha vinto l’ordoliberismo tedesco, ha vinto cioè la politica del rigore e della disciplina politico-statale funzionale al rafforzamento dell’economia di mercato. “Se, come probabile, saremo costretti a chiedere lo scudo ‘anti-spread’, la campagna elettorale sarà un inutile esercizio retorico: la politica economica italiana dei prossimi anni verrà comunque decisa a Francoforte”. “Le varie road map elettorali dei partiti rischiano di scomparire prima ancora di essere imboccate… Il ‘che fare’ sarà l’agenda dell’Europa per salvare l’euro e l’Italia è il test più importante. Le alleanze politiche dovrebbero seguire: pro o contro l’euro è la prima linea di demarcazione. Una comoda terza via non esiste, fermo restando che si può essere euro-ottimisti ma non euro-stupidi, ed euro-scettici ma non populisti all’ultimo stadio” (Guido Gentili, “I compiti a casa, strada obbligata”, Il Sole 24 Ore, 4 agosto). Goodbye Mr. Socialism.

3. Siamo ormai in un “nuovo feudalesimo” basato sullo “Stato di eccezione” di Karl Schmitt, come scrive Guido Rossi, “che comporta la rigida soggezione economica della moltitudine ad alcuni potenti, siano essi finanzieri, tecnici o burocrati, poco importa” (Il Sole 24 Ore, 5 agosto)? Sembrerebbe di sì, con la (ovvia) differenza che nel feudalesimo criticato da Montesquieu il comando gerarchico era basato sulla confusione tra ricchezza terriera e autorità, mentre oggi la ricchezza finanziaria rimanda al comando sul comune, al grado di autorità che i governi riescono ad esercitare sulla moltitudine attiva, produttiva di cooperazione, legame sociale, sapere diffuso. Privatizzazione dei beni comuni, smantellamento del Welfare State, dismissione del patrimonio pubblico, costrizione al debito (in Italia, negli ultimi mesi, il debito privato delle famiglie pare sia aumentato del 33%), sono le forme del comando neo-feudale sulla moltitudine attiva, sul comune. Da soli, i mercati finanziari non sono in grado di portare a compimento questo programma di feudalizzazione del comune. Per questo c’è bisogno delle istituzioni statali, del sistema dei partiti, delle modifiche della costituzione (vedi, ad esempio, il pareggio di bilancio o le varie spending reviews). La questione della rappresentanza si pone a questo livello, e a questo livello deve porsi la lotta di classe “oltre la rappresentanza”.

Questo significa “lottare contro l’euro”, e a nulla serve l’illusione (social-democratica) che, salvando l’euro, si salva la possibilità di aprire spazi di resistenza sovra-nazionali. Questo euro sta di fatto de-europeizzando l’Europa, la sta frammentando, balcanizzando, riproponendo concretamente un sovranismo nazional-bancario destinato a restringere sempre di più gli spazi di socializzazione-europeizzazione delle lotte sociali.

I dati sulla riduzione, a partire dal 2007, dei prestiti bancari cross-border di Germania e Francia sono a questo proposito significatvi: una riduzione dei prestiti alle banche dei paesi periferici e semi-periferici pari a oltre il 25%. Si tratta di una vera e propria “financial fragmentation and nationalization”, conseguenza della paura che una spaccatura dell’Euro porti all’introduzione dei controlli sui movimenti di capitale e all’aumento della pressione per erogare crediti a partire dai depositi interni ai paesi deboli. Ne consegue che al Nord le banche possono far crediti a costi ridotti, mentre al Sud si assiste alla drastica riduzione della capacità creditizia (vedi “German banks sound retreat. Net lending to weaker eurozone nations falls. French groups also cut cross-border exposure”, FT, 30 luglio).

Non c’è quindi spazio per velleità sovraniste, di ritorno alla sovranità nazionale per rompere la camicia di forza della moneta unica. Di fatto, il sovranismo bancario è già in atto e non ci sembra che stia contribuendo a migliorare la situazione. Una situazione, oltretutto, in cui la frammentazione è concretamente all’opera all’interno degli stessi Stati nazionali, come sta accadendo in Spagna, ma anche in Italia, con la crisi della Catalonia, di Valencia, ecc. (“Europe’s Brutual Game Of Dominos”, BloombergBusinessweek, 5 agosto). E, soprattutto, in una fase in cui “The stream of migrants is the most eye-catching part of a larger trend – people from recession-hit countries in the southern eurozone moving northwards to seek work”  (Gerrit Wiesmann, “Greek swap sun and austerity for jobs in rainy Germany”, FT, 2 agosto). La questione dei migranti torna ad essere fondamentale nella definizione degli spazi di lotta.

C’è solo spazio per la costruzione di una moneta (del) comune che sappia dare espressione materiale alla lotta di classe trans-nazionale. Una lotta che parta da precise e concrete “soggettività migranti”, da forme di riappropriazione del comune, del sapere (“Maybe it is easier to be European if you’re well educated”, dice un emigrato greco), che su queste basi sappia ricomporre un “sapere monetario condiviso”, in cui la moneta sia veicolo di ricomposizione di senso, di autonomia sociale, non certo di esclusiva appropriazione di lavoro e di vita altrui.

4. La tenuta sociale, interna ai vari paesi della zona euro, è il problema centrale dei prossimi mesi. La moneta unica, con le riforme economiche che comporta, non può reggere se cresce un movimento di rivolta contro il sistema dei partiti chiamato ad implementare i Memorandum della troika. Di questo sono perfettamente consapevoli anche i tedeschi. Hans-Werner Sinn e Friedrich Sell prongono sulle colonne del Financial Times la loro soluzione a questo problema politico-sociale: “The idea is to allow countries leaving the euro to adopt their own currency temporarily with an option to return later” (“Our opt-in opt-out solution to the eurozone crisis”, FT, 1 agosto). Sinn è l’economista tedesco più influente, colui che da tempo critica (ferocemente) i paesi periferici per il loro lassismo, sostenendo l’insostenibilità economica per la Germania dell’attuale sistema monetario europeo. L’idea di permettere ai paesi del Sud di uscire “temporaneamente” dall’euro per riconquistare la loro competitività (via svalutazione della loro moneta) e, soprattutto, il loro consenso politico-sociale interno, la dice lunga su quel che i tedeschi hanno in mente, e da tempo: la spaccatura dell’eurozona, né più né meno. Esiste già un accordo (European Exchange Rate Mechanism) che permette ai paesi in attesa di entrare nell’euro, come la Danimarca, la Lettonia e la Lituania, di “esercitarsi” per un paio di anni (infatti, l’ERM II da loro proposto ai paesi deboli già nell’euro dovrebbe essere una specie di “training space”) prima di entrare a far parte dell’eurozona. Insomma, quel che Sinn e Sell propongono è una spaccatura dell’euro in due aree monetarie (se poi la Grecia, la Spagna o l’Italia ritorneranno nell’euro, dipenderà dalla loro capacità di sfruttare la leva della svalutazione entro un margine di +/- 15%). Gli esempi storici di uno scenario del genere non mancano: la separazione dal dollaro del D-Mark nel 1969, l’uscita della sterlina dallo SME all’inizio degli anni ’90, l’Argentina e la rottura della parità col dollaro nel 2002.

É, a suo modo, un’opzione sovranista (Jacques Sapir è ancora più radicale, ma la direzione sembra la stessa) ma declinata su due aree monetarie. Si noti che anche Michel Aglietta, che sostiene l’opzione federalista, non vede affatto male l’uscita della Grecia dall’euro (Zone Euro. Eclatement ou fédération, Michalon: Parigi, 2012). Chi, come noi, parte dalle lotte, dai movimenti, dalle soggettività, non può sottrarsi dall’esprimersi politicamente su questi scenari. Da una parte, è evidente che l’Eruopa monetaria sta sgretolandosi a causa delle sue contraddizioni interne (monetarie e istituzionali). Personalmente continuo a credere che la spaccatura dell’euro sia l’esito più probabile. Non lo auspico, semplicemente mi sembra che sia “nelle cose”. Vedremo. Dall’altra, il passaggio dalla moneta unica attuale alla moneta (del) comune è l’orizzonte dei movimenti sociali, che sono apolidi (per definizione storica) e che quindi devono sottrarsi a qualsiasi ripiegamento sovranista. La moneta (del) comune sarà l’esito di questa tensione. É un processo materiale, costitutivo, aperto.

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