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Cambiare il mondo

La sinistra è nata, prefiggendosi obiettivi formalmente impossibili, per migliorare le condizioni di vita umane, a dispetto di ogni contrarietà reale o apparentemente insuperabile.

A partire dai movimenti operai del XIX secolo per arrivare a quelli degli anni ’30 del Novecento, le condizioni avverse non hanno spento la speranza di conquistare e assicurare uguaglianza, libertà e democrazia.

Al netto delle responsabilità sul passato più o meno recente dei vari esponenti di primo piano e di ognuno di noi, occorre ripartire dal sentimento di giustizia sociale che spinge, chi ancora si definisce di sinistra, a pensare e ad agire per migliorare il mondo.

Va salvaguardato il diritto di critica, ma va altrettanto tenuto in considerazione quello dell’autocritica, cioè occorre accettare e comprendere le ragioni di chi dopo aver fatto delle scelte le riconsidera alla luce degli eventi e ne vede i limiti proponendosi nell’azione attuale di superarli.

Se questi fossero i presupposti appare allora chiaro che la discussione su chi debba fare il leader non solo diventerebbe fuorviante, ma rappresenterebbe l’impossibilità di poter giungere a un’idea di futuro su cui mobilitare le persone. Più che raccoglierle intorno ad un’idea di “stato della necessità”, quasi sempre rappresentato dal dover scegliere il “meno peggio”, occorre responsabilizzare le persone che vivono sulla propria pelle le iniquità del sistema, un presente fosco che fa pensare al futuro con angoscia. Riprendere il filo del discorso storico dell’organizzare e rappresentare da sé il conflitto, sapere che la via d’uscita non è individuale ma può ottenere concretezza solo con l’unire le proprie forze a quelle di altri che vivono una condizione simile alla nostra e credono in un mondo migliore. Lasciare spazio all’inventiva perché possa compiersi una rivoluzione “umanista”, una rivoluzione che abbia al proprio centro il genere umano con i suoi bisogni e le sue aspirazioni, ma che al contempo educhi ad affrontare e a superare le contraddizioni insite in ognuno di noi.

Sconfiggere il fatalismo, cominciando a disarticolare il messaggio sul successo da raggiungere a tutti i costi inoculato quotidianamente dall’ideologia neoliberista in oltre trent’anni, dicendo come sta la realtà delle cose, parlando un linguaggio di verità. Cioè: chi ha raggiunto il successo economico, accumulando enormi ricchezze, lo ha fatto nella maggioranza dei casi seguendo logiche predatorie, facendo ricorso agli istinti più biechi della natura umana come quello dell’indifferenza verso la condizione degli altri. Lo ha fatto rubando, saccheggiando i beni collettivi e corrompendo il potere politico, un potere mosso solo dalla competizione al proprio interno per accaparrarsi piccoli o grandi vantaggi.

Se la sinistra non inizierà nuovamente a raccontare la verità, al di là di ogni relativismo o pensiero magico, non avrà futuro e non sarà una nuova sconfitta elettorale a decretarlo, ma sarà il permanere del sentimento di fine verso cui sempre più donne e uomini si stanno dirigendo perché il riaffermarsi delle idee e delle formazioni della destra nazionalista muove dall’idea che non valga la pena compiere nessuno per “invertire la rotta” e costruire un altro futuro.

Siamo in grado di fermare questa deriva? Siamo capaci di ripensarci fino a mettere in gioco le nostre sicurezze? Di certo il dibattito che in molti casi si è prodotto verte più su logiche personalistiche ed autoreferenziali.

Rimane da chiedersi, senza consumare ulteriori scontri intestini, se la sinistra o ciò che ancora vuole o può definirsi tale, abbia ancora tempo per rispondere alla necessità storica di “cambiare il mondo”, o piuttosto non sia ormai “fuori tempo massimo”. Il tempo in cui i destini personali di questo o quel “leader”, di questo o quel “dirigente” – lo dico con rispetto per le biografie di ognuno – alimentano la percezione di sempre più cittadini che destra o sinistra siano le facce di una stessa medaglia, una sfera a sé stante sorda e disinteressata verso i bisogni e le aspettative della gente. Oppure come ha affermato il leader socialdemocratico austriaco Kern “in realtà siamo noi la gente. Noi apparteniamo a questa gente, e queste persone appartengono a noi”.

Da dove iniziare? Che fare? Forse abbiamo già iniziato, forse siamo già in cammino, il compito è sicuramente difficile, ma, d’altra parte, è mai stato facile? Semplificarlo o non considerarlo continuando a dare l’impressione di rispondere più ai destini personali che non a quelli collettivi, non può che renderlo più difficile per non dire impossibile.

Se però guardiamo ai movimenti che hanno prodotto un avanzamento delle condizioni di vita dell’individuo e quindi della vicenda sociale, possiamo notare che come nel famoso proverbio orientale solo lo stolto ha osservato il dito che indicava la luna.

Eugenio Pari

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Neofascisti e destra di governo a braccetto con nostalgia

http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/neofascisti/neofascisti/neofascisti.html

Esce “Bande nere”, un libro in cui Berizzi racconta chi sono, come vivono
e chi protegge i nuovi “balilla”. Un’inchiesta tra partiti, stadi, scuole e centri sociali

cuore-nero

cuore nero Milano

C’è il ministro della difesa La Russa che posa con un “camerata” di una famiglia mafiosa siciliana, i Crisafulli, narcotraffico e spaccio di droga a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano. C’è il suo collega di partito e di governo, il ministro per le politiche europee Ronchi, con uno dei fondatori del circolo nazifascista Cuore nero: quelli del brindisi all’Olocausto.
Lui si chiama Roberto Jonghi Lavarini e presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Sostiene le “destre germaniche”, il partito boero sudafricano pro-apartheid – il simbolo è una svastica a tre braccia sormontata da un’aquila – e rivendica con orgoglio l’appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet. In un’altra foto compare a fianco del sindaco di Milano, Letizia Moratti. Poi ci sono gli stretti rapporti del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, con l’ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead. Ruoli istituzionali, incarichi, poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all’odio razziale.
Fascisti del terzo millennio
Almeno 150 mila giovani italiani sotto i 30 anni vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler. Un’area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale. Cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte Sociale Nazionale) – sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. I primi cinque raccolgono l’1,8 per cento di voti (tra i 450 e i 480 mila consensi). Ma a parte le formazioni politiche, l’onda “nera” – in fermento e in neofascistiespansione – si allunga attraverso un paio di centinaia di circoli e associazioni, dilaga nelle scuole, trae linfa vitale negli stadi. Sessantatre sigle di gruppi ultrà (su 85) sono di estrema destra: in pratica il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il “culto” della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violente premeditate. La firma: croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del Terzo Reich, inni al Duce e a Hitler. Sono state 330 le aggressioni da parte di militanti neofascisti tra 2005 e 2008. Concentrate soprattutto in tre aree del paese: il Veneto (Verona, Vicenza, Padova), la Lombardia (Milano, Varese) e il Lazio (Roma, Viterbo). Sono i vecchi-nuovi “laboratori” dell’estremismo nero. Con Roma – anche qui – capitale.
Dalle scuole ai centri sociali
Dai centri sociali di destra alle occupazioni a scopo abitativo (Osa) e non conformi (Onc). Dalle aule dei licei a quelle delle università. Dai “campi d’azione” di Forza Nuova ai raid squadristi delle bande da stadio che si allenano al culto della violenza. La galassia del neofascismo si compone di più strati: e anche di distanze evidenti. L’esperimento più originale è quello di CasaPound a Roma, il primo centro sociale italiano di destra. Da lì nasce Blocco studentesco, il gruppo sceso in piazza contro la riforma della scuola. Una tartaruga come simbolo, i militanti si battono contro l'”affitto usura” e il caro vita. Il leader è Gianlcuca Iannone, anima del gruppo ZetaZeroAlfa: musica alternativa, concerti dove i militanti si divertono a prendersi a cinghiate. A Milano c’è Cuore Nero. Il circolo neofascista fondato da Roberto Jonghi Lavarini e dal capo ultrà interista Alessandro Todisco, già leader italiano degli Hammerskin, una setta violenta nata dal Ku Klux Klan che si batte in tutto il mondo per la supremazia della razza bianca. Dopo l’attentato incendiario subito l’11 aprile del 2007, i nazifascisti di Cuore nero ringraziano in un comunicato ufficiale tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà e sostegno: tra gli altri, “in particolare”, la “coraggiosa” onorevole Mariastella Gelmini, all’epoca coordinatrice lombarda di Forza Italia e attuale ministro dell’Istruzione.
Saluti romani, pistole e ‘ndrine
La famiglia calabrese dei Di Giovine e quella siciliana dei Crisafulli, la destra in doppiopetto di An e quella estremista di Cuore nero. A Quarto Oggiaro, hinterland milanese, la ricerca del consenso politico incrocia sentieri scivolosi. A fare da cerniera tra le onorate famiglie – che gestiscono il mercato della droga -, le teste rasate e il Palazzo è sempre lui, il “Barone nero” Jonghi Lavarini. Quello fotografato con il ministro Ronchi e il sindaco Moratti. Quello che presenta a Ignazio La Russa Ciccio Crisafulli, erede del boss mafioso Biagio “Dentino” Crisafulli, in carcere dal ’98 per traffico internazionale di droga. Camerata dichiarato, il rampollo Crisafulli frequenta Cuore nero così come il cugino James. A lui sarebbe stata dedicata la maglietta “Quarto Oggiaro stile di vita”, prodotta dalla linea di abbigliamento da stadio “Calci&Pugni” di Alessandro Todisco. L’avvocato Adriano Bazzoni è braccio destro di La Russa. C’è anche lui in una foto con Lavarini e con Salvatore Di Giovine, detto “zio Salva”, della cosca calabrese Di Giovine. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, prima delle ultime elezioni politiche.
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