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Caso antenne su Palas: la posizione di Federconsumatori Rimini

Nessuna violazione dei limiti di legge, ma un occasione per migliorare il regolamento comunale

 

Riguardo la vicenda del posizionamento di nuove antenne telefoniche sul Palacongressi, Federconsumatori Rimini, essendo da tempo e tra i pochi soggetti in Provincia interessati al tema dell’elttrosmog e della salute dei cittadini rispetto a questa forma di inquinamento, ha già effettuato una perizia a cura del proprio consulente tecnico e massimo esperto in materia, Prof. Fausto Bersani Greggio. Confermiamo che allo stato attuale non esistono elementi tali da poer impugnare l’impianto esistente (WIND + VODAFONE), ma eventuali ulteriori osservazioni si potranno fare solo disponendo dei dati della futura antenna TIM. Infatti gli impianti WIND e VODAFONE rispettano limiti, valore di attenzione ed obiettivi di qualità sanciti dal DPCM 8/7/2003.

Si precisa che i possibili successivi interventi sono due:

1. integrazione delle simulazioni attraverso la conoscenza dei parametri radioelettrici di eventuali future antenne previste nell’area in oggetto al fine di verificare il rispetto della normativa vigente;

2. monitoraggio strumentale (eventualmente anche in continuo nell’arco delle 24 ore) nei punti ritenuti maggiormente critici.

Oggi siamo in presenza di una normativa nazionale che non ci piace, perché è stata modificata a tutela degli operatori, innalzando i limiti precedentemente consentiti, a discapito della salute delle persone.

Questo significa che il rispetto della normativa non esclude automaticamente che non ci siano ripercussioni sulla salute dei cittadini.

I comuni che in questi anni hanno pensato a criteri sanitari più restrittivi, purché non generalizzati (a tal proposito si consulti l’ampia giurisprudenza esistente in materia), si sono dati un regolamento (v. L.Q. n.36/2001) che oggi non è adottato dal Comune di Rimini. Nell’ipotesi che l’amministrazione comunale riminese voglia dotarsi in futuro di un regolamento più restrittivo di quello attuale, Federconsumatori Rimini sarà senza dubbio disponibile a fornire il proprio contributo come ha già fatto in molti altri casi legati a vari tipi di inquinamento elettromagnetico. In ogni caso l’iter di valutazione delle attuali istallazioni non potrà essere regolato da un eventuale futuro regolamento non potendo questo avere efficacia retroattiva. Ad oggi la situazione più critica riguardante il Comune di Rimini risulta essere il colle di Covignano, che invece non rispetta i limiti di legge previsti e si attende da anni che venga adottato il plert1 (Piano Provinciale di Localizzazione dell’Emittenza Radio e Televisiva).

Ulteriormente segnaliamo alla cittadinanza che il Comune di Montescudo (altra zona sensibile) non solo ha provveduto ad adottare il piano ma ha anche elaborato un regolamento restrittivo per tutelare i propri cittadini. Auspichiamo che anche Rimini possa fare altrettanto.

  1. http://www.ambiente.provincia.rimini.it/view.asp?categoria=ele&idsezione=30
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Forlì, il sindaco Balzani rompe col Pd

Forlì, il sindaco Balzani rompe col Pd: “Votiamo contro la fusione Hera-Acegas”

Lo sfogo del primo cittadino su Facebook contro la multiutility che diventerà ancor più “privata” con la prevista mega-operazione finanziaria: “Il voto simbolico di una città di provincia non cambierà le cose ma servirà ad attrarre l’attenzione su un tema politico di cui la tv non parla”. E arriva il plauso del Movimento 5 Stelle di Ravenna

di Davide Turrini | Forlì | 6ottobre 2012

Roberto Balzani, Sindaco di Forlì

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/06/forli-sindaco-balzani-rompe-col-pd-%E2%80%9Cvotiamo-contro-fusione-hera-acegas%E2%80%9D/374615/

Il re è nudo. E ci voleva un apostata come Roberto Balzani per mostrarlo. Ieri pomeriggio il sindaco di Forlì ha rilasciato un messaggio duro e sconfortato nella sua bacheca di Facebook, proprio sulla discussa fusione Hera- Acegas che i comuni dell’Emilia Romagna stanno approvando ad uno ad uno, non senza strascichi polemici all’interno delle varie maggioranze di centrosinistra.

“Di fuori c’è il lato grottesco – attacca Balzani nel post – Fiorito, i diamanti, le vacanze al mare, le case, ecc… Ma, visto da dentro, com’è l’autunno della Repubblica? E’ freddo, nonostante i 27° di oggi. E’ freddo, perché fanno venire i brividi le lotte per aggredire le spoglie dello stato da parte dei poteri meglio organizzati”

Poi il refrain che ha caratterizzato un sindaco spesso non allineato alla linea di partito: “Noi a Forlì siamo soggetti a pressioni incredibili – manager, politici, funzionari, ecc. – semplicemente perché NON siamo d’accordo con la fusione fra Hera e Acegas”.

Sembra uno sfogo di un normale cittadino e invece sono le parole in libertà di un professore universitario di storia, tradizione repubblicana, che nel dicembre del 2008 alla primarie del Pd supera di poche decine di voti la candidata ufficiale e tenta più volte, da primo cittadino eletto, di rivoluzionare la città a partire proprio dal rapporto con Hera. Fin dal 2009, infatti, l’amministrazione Balzani si mette per traverso rispetto alla ristrutturazione della governance di Hera: a fronte della richiesta della multiutility di cedere le reti del gas e dell’acqua in cambio di una nuova emissione di azioni, dà risposta negativa. Successivamente nel 2011 dichiara che il Comune si costituirà parte civile contro Hera per i danni alla salute provocati dagli inceneritori.

Ma è sulla fusione Hera-Acegas, operazione che permetterà un oggettivo reinserimento dei privati nella grande multiutility ignorando la scelta referendaria del giugno 2011, che Balzani ha preso una posizione netta da parecchio tempo, sintetizzata nella seconda parte del post su Facebook: “Perché dobbiamo raccontarci la favola della “governance” pubblica collettiva? La governance è esercitata, nelle spa (soprattutto se quotate), da chi ha pacchetti azionari pesanti. Gli altri guardano. Punto. E’ la realtà. E allora perché prendersela con chi vuol dire questa semplice verità, dimostrando che “il re è nudo”?”

“Le cose non cambieranno per il simbolico voto contrario di una città di provincia – conclude Balzani – Tutto andrà secondo i programmi. Forse, però, ciò servirà ad attrarre l’attenzione su un tema squisitamente POLITICO, di cui nessuno parla in tv”.

Parole pesanti che trovano subito commentatori pronti a ringraziare il sindaco per la sua coerenza e coraggio: “I sindaci emiliano-romagnoli dovrebbero comportarsi tutti come lei”, scrive Marisa Toffanin e ancora “amo chi ha il coraggio delle proprie idee senza peli sulla lingua”, commenta Libertà Piazza. Infine l’assist del consigliere comunale 5 Stelle di Ravenna, Pietro Vandini: “Complimenti da un Consigliere Comunale del Movimento 5 Stelle”.  E se son rose, diceva un antico adagio, fioriranno.

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Una chiaccherata con il sindaco di Forlì Roberto Balzani

Pubblico di seguito un brano dell’intervista che ebbi occasione di fare al Prof. Roberto Balzani (sindaco di Forlì) sul tema dell’acqua pubblica e sui servizi pubblici locali. Feci questa intervista per inserirla nella mia tesi di laurea intitolata “Servizi pubblici locali, tra capitalismo e democrazia”. L’intervista si svolse il 14/03/2010 e insieme al sottoscritto partecipò il Prof. Nicola Giannelli (Docente di analisi delle politiche pubbliche dell’Università di Urbino).

Eugenio Pari

(…)

“Il vero problema dei servizi comunali nei confronti delle multiutility è l’assimmetria informativa, dal punto di vista della resa dei conti e a volte degli stessi investimenti che si fanno. Non riusciamo ad entrare nel merito oltre ad un certo punto e dall’altra parte i controlli che sono controlli formali e non sostanziali.”

È un problema che riguarda gran parte dei comuni d’Italia…

Questo è il tema perchè non abbiamo risorse per una gestione diretta, allo stesso tempo si dice che la gestione deve essere esterna tu devi avere solo il compito di programmazione, indirizzo e controllo ma fare le gare fatte bene è difficilissimo è una delle chiavi di volta del servizio e noi anche in questo caso non abbiamo risorse interne, cioè dobbiamo riferirci a persone esterne, diciamo a professionisti esterni

E’ difficlissimo perché il contratto di servizio è fondamentale ed è difficilissimo strutturarlo in maniera tale da avere il coltello dalla parte del manico…

Esattamente poi è difficilissimo trovare professionisti che non sono pagati dalle società di gestione, quindi persone intellettualmente oneste, perchè in realtà è un sistema oligopolistico quello delle società di gestione che è così ben organizzato fra virgolette domina anche il mercato delle professioni, quindi trovare persone in grado di fare buoni contratti,per il pubblico,  fatti per bene, vuol dire avere a che fare con persone che non sono numerose, noi ce ne rendiamo conto, questo vale nel campo degli ingegneri, nel campo dei giuristi, nel campo dei tecnici, quindi è difficile accedere anche pagandoli profumatamente.

Questo è un dramma perché riguarda anche i servizi di ingegneria, io ho visto con l’alta velocità Torino – Lione, prima che i sindaci scendessero sul campo di battaglia sembrava che quel tracciato fosse l’unico possibile al mondo e tutti gli ingegneri del Piemonte eran disposti a giurare su questo, tre anni dopo si è scoperto che quella soluzione li era vecchia, era obsoleta e adesso il presidente del comitato dice che la nuova soluzione non ha più nulla a che vedere con quella vecchia, ed è un architetto… evidentemente era già una soluzione che si voleva far passar così come fosse… quindi questo riguarda tutti i settori…

tutti i settori dell’intervento pubblico….

Cioè questo riguarda le acque…

Acque, rifiuti, smaltimento, ecc. poi ci sono segmenti in cui abbiamo qualche struttura più robusta ma non internalizzata ai comuni, penso a questa Unica per il patrimonio delle reti, Romagna acque per l’acquedotto che è una società integralmente pubblica che avrebbero un potenziale da questo punto di vista anche di costruzione di una tecnostruttura fedele interna, ma è un lavoro sul quale dobbiamo ancora completamente investire perché in realtà l’abitudine culturale a pensarsi come soggetto pubblico che ha questa funzione specifica non è, diciamo, dominante.

Ma i comuni hanno mai pensato di mettersi in rete e costruire un soggetto unico che abbia delle capacità contrattuali, tecniche?

È quello che stiamo cercando di fare, noi disperatamente siccome so che non lo posso fare dentro al comune non abbiamo i soldi per fare queste cose e  anche un comune come Forlì, che ha circa 800 dipendenti, che tu dici caspita quanti ne hai… ma se tu togli il sociale gli insegnanti alla fine rimangono… e poi queste cose qui non è che le puoi fare casualmente è un mestiere complicato, duro, quindi quello che con il Dott. Foschi stiamo cercando di fare è vedere quali delle nostre società partecipate può avere la capacità economica da un lato e il potenziale di acquisizione di queste capacità tecniche proprio per riuscire a concentrarle li, perchè questa è una cosa di cui abbiam bisogno perché altrimenti noi siamo in balia totalmente delle società che gestiscono

Nella delibera del 14.09 (ndr delibera del Consiglio comunale di Forlì) emerge lo scheletro di una nuova gestione, soprattutto perché emerge di non cedere quote di partecipazione, mentre mi pare che uno dichiarati ad esempio dal comune di Rimini e di Modena è cominciare a vendere le quote. Questo signor sindaco che cosa vuole dire?

Io se devo vendere qualcosa vendo le azioni di Hera, non vendo gli assets patrimoniali, cioè vendo le azioni perché li non conto. Il sistema di Hera è una società pubblica teoricamente, ma assolutamente privata realmente, in cui diciamo, c’è una perfetta realizzazione del capitalismo manageriale chandleriano. Nel senso che il management è autoreferenziale e con la scusa che la società è quotata in Borsa, cosa che secondo me è stata esiziale per il destino di Hera, Hera a partecipazione pubblica non doveva essere quotata in Borsa, doveva rimanere una società anche privata ma non quotata, dal momento in cui è stata quotata è chiaro che il cosiddetto riferimento al mercato e all’ipotetico investitore privato che compra le azioni è diventato il punto di riferimento di questo management autoreferenziale che dice “noi dobbiamo rispondere al mercato”, “alla quotazione di Borsa” e questo è il motivo per cui fanno praticamente quello che vogliono…

Cioè la scusa attraverso la quale loro si sentono autonomi…

Assolutamente autonomi, per cui il loro orientamento è l’orientamento verso il risultato finanziario risultato finanziario puro, nei confronti dei soci pubblici che hanno il 60% dicono però noi siamo anche i vostri interlocutori, con voi noi non possiamo avere un rapporto fra socio privato e amministrazione pubblica perché voi siete dentro di noi, voi avete delle quote azionarie quindi, in qualche modo, dobbiamo trovare un accordo più fluido, diciamo, dovete darci una mano perché più profitti facciamo più dividendi stacchiamo…

Non è che tra i colleghi suoi ce ne sono molti che, appunto, privilegiano il margine finanziario rispetto alla qualità del servizio? Perché altrimenti non si spiegherebbe il comportamento del management…

Certo, secondo me infatti, questo è un autentico patto col diavolo, cioè è un meccanismo diabolico perché significa in realtà che si fa una scelta, diciamo che i comuni vengono portati a fare una scelta che è privilegiare il rendimento finanziario, quindi una finanziarizzazione del servizio pubblico che diventa immateriale, viene smaterializzato, quindi spariscono le reti che sono un elemento materiale, quello che ha fatto il sindaco di Modena piuttosto che quello di Ravenna, l’ha trasformata in carta, e ha l’ha reso finanziario. Questa operazione secondo me è contraria a quella che è la libertà municipale, e soprattutto a quella che è la funzione dei comuni, perché oggi i comuni fondamentalmente nel momento che hanno minori trasferimenti dallo stato nel quadro finanziario delle entrate su che cosa possono agire per riuscire ad avere risorse o per riuscire ad aiutare i cittadini? Chiaramente avendo una forte capacità contrattuale nel confronti del gestore dei servizi pubblici quella è la grande partita con cui io posso dare anche dei vantaggi competitivi al mio territorio, se sono capace, avere, nono so, il gas a prezzi più bassi, la corrente a prezzi più bassi, un domani le linee di fibra ottica…

Quindi paradossalmente l’essere comproprietari per una piccola cifra è un handicap, perchè tu sei legato a quel fornitore di servizi che, anzi ti dice, ma tu sei uno dei miei proprietari quindi non mi puoi strozzare con un contratto che mi ponga delle condizioni troppo stringenti, quindi è lui che è tutelato invece del comune, il comune non ha vantaggi perché in realtà non ha un vero potere sulla governance e per di più è legato esclusivamente, quindi uno potrebbe star fuori e contrattare…

Esatto, infatti, questa è la mia idea, quella che in una cosa di questo genere e da una cosa di questo genere è meglio che un comune scinda le funzioni in maniera esplicita, porti a casa il valore che aveva incamerato dentro quel valore del bene materiale che era la vecchia municipalizzata se lo riporta a casa, purtroppo non è più quello, nel caso nostro le municipalizzate del gas che erano state inserite, tutto il nostro parco di società pubbliche

Quante ne avete inserite in Hera voi?

Ah, tantissime. Abbiamo inserito il gas, senza reti per fortuna, e poi l’igene urbana, l’inceneritore e l’idrico…

Non avete messo cimiteri (nota: Rimini esternalizzò i servizi cimiteriali ad Hera nel 2002 per poi rincamerarli nel 2006 e quindi cederli nuovamente ad una società partecipata a capitale pubblico denominata Anthea)…

No… pubblica illuminazione, tieni presente che Hera poi ha fatto un’operazione al suo interno che è stata ancora più devastante, nel senso che ha isolato in una SRL, separandola dalla Holding, i gioielli di famiglia, Herambiente, cioè inceneritori e centrali di produzione di energia elettrica…

Quelle dipendono direttamente da Hera Holding...

Dipendono direttamente da Hera holding e ha cercato di fare entrare, per dotarsi di denaro fresco, dei fondi di investimento vendendo delle quote della SRL, della holding in cui sono gli impianti…

Direttamente sul mercato?

Sul mercato.

Quindi non sono più di Hera queste….

No, il 25% di Ambiente arancione, quindi in realtà io avendo delle azioni della holding ho della carta, perché gli impianti stanno diventando in parte di altri, ecco perché io voglio uscire il prima possibile, perché quando quelli la si sono venduti la quota di maggioranza della SRL Ambiente che controlla gli impianti qual’è il valore di Hera in quanto tale? I contratti di servizio fondamentalmente.

Qui c’è però una tara culturale italiana, perché il modello a cui fai riferimento è il modello anglosassone, cioè il pubblico stabilisce quali sono i suoi obiettivi e mette in piedi un sistema di controllo, il privato, in un regime competitivo, fa il servizio, viene controllato, se funziona male si da a un altro e così via. Invece in Italia l’idea è: noi non leviamo i piedi da nessuna parte, quindi teniamo i piedi in tutte le staffe, quindi vogliamo essere comproprietari del servizio, metterci il cappello del controllore poi si leva il cappello del controllore, mi metto il cappello da azionista, qui poi il livello della governance è più complicato del normale perché ci sono le Hera locali e quella centrale e così via… l’idea è quella di tenere sempre i piedi in tutte le staffe, cosa che si credeva avesse un vantaggio, non so se ce l’ha per la classe politica a questo punto, cioè di riuscire a piazzare poi persone nei vari livelli…

Non è così quantitativamente significativo, diciamo piuttosto che è comodo, nel senso che è chiaro che mettere in piedi un sistema di programmazione e di controllo è faticoso, è costoso anche in termini umani, intellettuali, perché significa che tu devi cominciare a domandarti qual’è l’interesse pubblico anche farti delle domande che avevano risposte chiarissime per i liberali del tempo di Einaudi per esempio, quelli dicevano: ci sono dei monopoli naturali, quelli è bene che non siano mai privatizzati. I monopoli naturali devono essere pubblici dal punto di vista delle reti, degli impianti ed eventualmente posso appaltarne la gestione, ma non posso privatizzare il monopolio naturale perché significa che io vado a creare comunque una distorsione del mercato. Quelle erano cose che nella legge della municipalizzazione di Giolitti del 1903 erano le basi, che oggi apparirebbero di estrema sinistra, se tu le leggi diresti ma queste le ha scritte un pauroso bolscevico, le ha scritte uno dei padri del liberalismo. Sono i cardini del pensiero liberale.

Siccome non sono in grado di garantire una concorrenza di mercato allora do questa cosa in gestione al pubblico, poi creo le condizioni del mercato…

C’è stato anche un grande equivoco sul termine privatizzazione e liberalizzazione. Allora, anche questo è il punto, la liberalizzazione nella testa dei cittadini significa avere più gestori che ti offrono un bene quindi poter scegliere l’operatore. Nel caso di questi servizi pubblici la liberalizzazione è semplicemente la gara. La liberalizzazione si esaurisce li, perché nel momento che io scelgo uno fra i quattro cinque gli consegno un monopolio provvisorio, pro tempore…

Perfino la gara è una finta liberalizzazione perché normalmente i concorrenti si mettono d’accordo fra di loro, vedi il caso del trasporto pubblico, che ancora non l’abbiamo toccato...

Esatto, quindi l’idea di liberalizzazione in questo segmento è limitata a quella finestra…

Gli economisti parlano di “mercato per” invece di “mercato nel” per cui hai la gara per per cui lo spazio del mercato si esaurisce.

Quello che stanno facendo molte comunità senza rendersene conto è una svendita di patrimonio pubblico, senza porsi delle domande sul lungo periodo dell’esito di questo processo, che vuol dire sostanzialmente una funzione che il comune avrà sarà molto meno di regolazione, sarà un soggetto prigioniero di privati che ti diranno loro quando e come costruire lungo le strade, perché se io sono proprietario della rete e che la mia rete passa dentro tutta la città… provate a pensare cosa questo significhi e io posso andare a spaccare il selciato tutti i giorni perché è un mio diritto, cioè ti sei messo in casa una sorta di soggetto parallelo che è il padrone della città, cioè il padrone del sottosuolo.

Secondo questa interpretazione qui, il fatto dell’italianità, Mercatali diceva noi abbiamo costruito Hera però siamo sicuri che ci possa essere un controllo perché comunque siamo noi, mettiamo un limite a possibili invasioni dall’esterno. Quando si va a gara è importante fissare alcuni paletti sicché il gestore può essere anche francese, però i contorni sono chiari, per il rispetto di alcuni semplici elementi o no?

Questo era l’obiettivo, ma non è mai stato così, non c’è stata mai nessuna riunione a cui ho partecipato come azionista in cui si sia riusciti ad entrare nel merito, nessuna informazione preventiva che ti consentisse come azionista di decidere, non c’è stato mai niente di tutto questo, per cui questa è una clamorosa finzione politica che da semplicemente la sensazione di essere padroni di una cosa di cui in realtà non sei padrone.

L’illusione: ci facciamo la nostra azienda, la famosa battuta di Fassino “abbiamo una banca”…

Certamente un po’ di sottogoverno Hera lo farà, questo è evidente, se c’è da impiegare qualcuno, immagino che i più grossi azionisti alzano il telefono e se è comunque quello l’obiettivo… va bene, però non parliamo d’altro, non parliamo per favore di servizio perché quello proprio zero…

E non si può dire che non si sapesse, perché la prima grande azienda costituita in questo settore è Acea del Comune di Roma, io facendo un po’ di rassegna in letteratura ho trovato che già il sindaco Rutelli dette incarico a tre economisti della Sapienza per vedere se il rapporto tra Comune e Acea potesse essere un rapporto pari a pari, e la pubblicazione che i colleghi misero su una rivista scientifica fu: il comune ha una tale asimmetria informativa che non è in grado di sapere, controllare quello che fa l’azienda, quindi o si costruisce una tecnostruttura in grado di indagare realmente, di contrastare le informazioni distorte che inevitabilmente ci fornisce Acea oppure è chiaro che dovremmo rinunciare ad avere un rapporto contrattuale con l’azienda e si trattava di un rapporto uno a uno e voi siete più numerosi… Ecco quali sono stati, se ci sono stati, casi in cui vi siete trovati a scontrarvi con Hera su singoli aspetti concreti, materiali oppure non ci sono stati…

Diciamo che noi qui sul territorio sono numerosi, quasi tutti, sulla pubblica illuminazione noi cerchiamo di fare un cambiamento tecnologico per usare lampade sap oppure quelle led costringendoli a rispettare il loro contratto che prevede anche una quota per la manutenzione straordinaria, il cambio tecnologico che non hanno mai applicato e siamo in un contenzioso perché li il contratto era stato fatto male all’origine ecc. ecc. e facciamo fatica. Sulla parte dell’igiene urbana abbiamo la parte della raccolta differenziata porta a porta c’è stata una lotta selvaggia per farla partire, loro erano contrari perché è chiaro che dietro questo ci sta per me anche il tema dell’inceneritore che è dentro la città, quindi dentro lo spazio urbano, l’inceneritore più dentro la città in Emilia Romagna ce l’ho io, un inceneritore da 120mila tonnellate più un altro privato che brucia rifiuti ospedalieri speciali da 40mila tonnellate che è attaccato…

Comitati di cittadini….

Beh ce ne sono, forse adesso un po’ meno, perché l’operazione del porta a porta che ha come obiettivo quello di differenziare molto di più che cercare di dare meno mangime all’inceneritore li fa stare per il momento un po’ più tranquilli ma l’obiettivo mio, chiaramente, è quello di fare i conti con l’inceneritore…

Loro non vogliono fare il porta a porta perché gli costa di più?

No, loro… il loro è un meccanismo produttivistico loro hanno sei inceneritori che debbono dargli da mangiare, siccome il tal quale lo buttano la dentro e quello che viene fuori chi se ne frega e brucerebbero qualsiasi cosa è questo il punto. Qual’è il dramma, il dramma è che cosa viene fuori sappiamo è un oggetto di un dibattito molto acceso fra gli specialisti, i medici, ecc. ecc. io, invece, mi vorrei riappropriare della “risorsa rifiuto” per la quota indifferenziata, perché li il vero problema non è la parte che si differenzia: vetro, lattine, carta perché quella è già a posto, il vero problema è il residuo indifferenziato dove c’è dentro anche l’organico perché separando quello e poi soprattutto sull’indifferenziato facendo altre separazioni si può ottenere una materia prima seconda, come viene chiamata dai tecnici, che può costruire delle materie semi plastiche delle cose che possono essere utilizzate, per esempio, anche al posto dell’asfalto, possono essere utilizzate in una serie infinita di attività e su quello mi piacerebbe costruire imprese anche private, dare lavoro ad un nuovo settore. Quando si parla di “economia verde” alla fine dovremo dire qualcosa di serio, questo è uno di quelli. Senza contare che conferire questi rifiuti, questa materia prima diciamo, costa meno che portarla all’incenerimento e quantitativamente il residuo che tu alla fine incenerisci si abbassa. Quindi tu ricicli di più non soltanto in un senso i materiali tradizionali, puoi riciclare anche questa parte qui, parte organica puoi metterla nel compostaggio e quindi anche la produrre energia elettrica , c’è anche quella possibilità, per me Hera dovrebbe fare solo questo. Dovrebbe cioè smantellare progressivamente gli inceneritori o trasformarli in centrali di altro genere per esempio a gas, però è chiaro che non gli conviene.

Ecco, Hera non ha nessuna convenienza a fare questo cammino…

Adesso ti spiego perché. Non c’è nessun’altra industria nella quale la materia prima tu non la paghi ma ti viene pagata e poi produci dell’energia elettrica che ti viene pagata, se tu provi a mettere insieme queste due cose capisci perché Hera non lo vuole fare. Perché è chiaro che se io la trasformo in una centrale a gas, il gas lo devo pagare. Invece io li pago a loro, la loro materia prima la pago.

Loro guadagnano due volte, magari hanno anche degli incentivi perché l’energia elettrica da termovalorizzatore viene considerata…

Hanno il Cip 4. Quindi questo ti da’ l’idea del business, ecco perchè loro farebbero a tappeto inceneritori da qui a Piacenza ogni 10 km potendolo e brucerebbero tutto che viene in Italia, quello sarebbe il loro obiettivo…

E voi siete legati da contratti

Tieni conto che la regione sotto questo profilo, sul tema dello smaltimento ha separato le gare future, noi vogliamo fare una gara sulla raccolta e lo possiamo fare, ma sullo smaltimento, per quello che riguarda l’incenerimento siamo per legge regionale legati a Hera, perché quelli che hanno già gli impianti devono continuare ad averli. Quindi è stata un forzatura…

Questo perché Hera è potente…

Perché è potente, perché ognuno di questi bestioni costa 100 milioni di euro e quindi evidentemente c’è l’ammortamento cioè loro hanno fatto valere questo tipo di ragionamento…

Ci siamo consegnati agli inceneritori in pratica…

Esattamente.

E questo riguarda anche… Hera come dire gestisce anche i rifiuti… perché stiamo parlando dei rifiuti urbani in questo caso però mi sa che i 2/3 sono rifiuti non urbani, speciali, aziendali, ecc. loro gestiscono anche tutta quella filiera li…

Tutta quella parte li, anche quella industriale.

Quindi gestiscono tutto, insomma, non  ci sono altri operatori…

Ma… il settore che da più margine, se tu guardi i bilanci di Hera, è il settore dei rifiuti, quello è il vero business, lo smaltimento, non la raccolta, perché sul gas hai ormai soltanto il differenziale fra il costo che tu importi e quello di erogazione e quindi hai li una margine che, tutto sommato, è finito per legge, come dire gli scostamenti sono veramente minimi, riesci a ripagarti… l’acqua non ne parliamo perché anche sull’acqua non c’è un margine altissimo, il vero grasso è sullo smaltimento dei rifiuti.

Anche sul gas ci guadagnano…

Si però non sono grandi guadagni, qui invece ci sono delle oscillazioni che possono essere del 10, 20 del 25% cioè puoi avere dei margini pazzeschi, dei margini da prima rivoluzione industriale.

La soluzione sarebbe avere più operatori, ma è una soluzione impraticabile perché legislativamente, contrattualmente non è possibile svincolarsi da loro…

No, qui c’è l’unica… diciamo, tu devi pian pianino cercare di arrivare, secondo me in processi molto lunghi, a una forma di differenziazione talmente pesante a costringere loro a pensare a una sorta di riconversione degli impianti.

Lavorando sulla raccolta…

Lavorando sulla raccolta, perché io l’unica arma che ho è la pubblica opinione che l’ha raccolta, se io riesco a costruire un distretto del riciclo in cui apro anche delle fabbriche è chiaro che il vantaggio per i cittadini diventa.

E se ci fosse un legislazione che gli impone un riciclo, una soglia di riciclo maggiore rispetto alla legge Ronchi, perché sulla legge Ronchi immagino che loro siano già a posto…

Ma loro dicono formalmente, trovano tutti i modi per aggirarla. Noi siamo al 50% della raccolta. Sul 50 che te hai differenziato il 70% loro lo ributtano la dentro.

Non riciclano quasi niente…

Quasi niente. Perché loro dicono che se nel cestino della carta tu butti il cartone della pizza sporco quello, loro dicono, è sporco quindi lo buttano dentro

Ecco quello invece potrebbe andare nell’organico...

Ah beh dopo si…

Bisognerebbe fare una campagna culturale ai cittadini, io come cittadino alle volte mi chiedo: questo dove lo devo mettere?

Tutto questo tu lo puoi fare solo se arrivi alla tariffa puntuale, e cioè solo se tu riesci a legare un vantaggio diretto al tuo comportamento virtuoso. Oggi la tariffa dei rifiuti è legata a una media fra la superficie e le persone che abitano l’appartamento e non al consumo. Tu lo devi per forza, nel tempo legare al consumo.

Secondo me, una grossa opera culturale andrebbe fatta a partire dalle scuole… Cioè c’è una tara culturale nostra, per cui va bene incentivare con l’euro in più o l’euro in meno però se tu cominci dalle scuole e insegni alle persone che cosa vuol dire l’organico… Io vedo sto trasferendomi da Firenze a Pesaro, a Pesaro i cassonetti dell’organico sono molto più piccoli dell’indifferenziato, ma l’organico è molto di più di tutto il resto, io che a Firenze faccio l’organico vedo che produco molto più organico che ogni altra cosa, quindi il cassonetto dell’organico dovrebbe esser più grande. È una cosa complessa culturalmente, concettualmente la differenziata, oltre che con gli incentivi lo si fa con l’informazione, con le scuole…

Si, si, ma che questo sia un grande processo culturale è fuori discussione, però oggi come oggi tu hai degli strumenti che sono questi, strumenti che chiamiamoli pure di informazione di una opinione pubblica, dall’altra parte hai strumenti di tipo legislativo e economico che sono di una cogenza e di una capacità di intervento immediato qui e ora, che sono spaventosi per cui anche sotto questo profilo c’è l’asimmetria…

Se l’operatore non ha lui stesso l’interesse a valorizzare i rifiuti, è chiaro che non si fa…

Come parte pubblica facciamo una riflessione: proviamo a dare un indirizzo di correzione a questo tipo di impostazione della società, se siamo il 60%… altrimenti che cosa stiamo a fare noi come proprietà.

E che dicono i colleghi?

I colleghi dicono: sai, il management dice che hanno già speso 600 milioni negli inceneritori bisogna prima ammortizzare quelli. Se ci mettiamo su questo piano saremo tutti morti di tumore.

Il pubblico assume su di se i problemi del privato, cioè dicendo: siccome abbiamo investito… come se fossero soldi pubblici, invece sono soldi del gestore. Quindi hanno fatto un capolavoro, perché io sindaco mi preoccupo dell’investimento del gestore invece del servizio che mi viene dato, perché la considerano una cosa loro…

E’ in parte cosa… è illusorio, però è illusorio fino a un certo punto perché hai la quota di partecipazione che è effettivamente un bene immobilizzato li dentro.

C’è un ritorno, il discorso è che si investe sul ritorno…

Il discorso è che si investe sul ritorno, però è clamorosamente sbagliato secondo me, perché poi tu espropri di fatto… la politica chi la fa? Questo è il punto. Cioè se il pubblico deve fare la politica, cioè un organismo che risponde alla cittadinanza, in questo caso tu hai espropriato il pubblico di quella che è la sua funzione cioè il disegnare una politica pubblica nei confronti della tua generazione e di quella successiva, quindi tu hai che la fanno loro per te e tu essendo azionista ti sei privatizzato il cervello. Questo è il punto. Ma è un errore, io che ho una formazione essenzialmente liberale secondo me questa è proprio distorsiva del vero liberalismo anche di quello classico, cioé lo spazio del mercato, lo spazio del pubblico, lo spazio dell’individuo, cioè devono essere tutte cose in cui c’è un elemento di responsabilità, loro sono totalmente irresponsabili. Quando loro fanno gli investimenti dicono: ma a noi ce l’hanno detto gli azionisti, gli azionisti sono pubblici? Il pubblico ha deciso, noi siamo lo strumento del pubblico. Questo è quello che ti dicono: noi abbiamo fatto quello che ci avete detto voi, voi ci avete detto di fare gli inceneritori, perché ve la prendete, qual’è questo problema adesso dell’inceneritore che fa male? L’avete scelto voi, è una politica pubblica, noi siamo stati solo il vostro braccio secolare capito?

Non hanno tutti i torti, perché trovano nell’altra parte….Da un lato questa degli inceneritori è funzionale alla politica industriale dell’azienda perché io ottengo una cifra di redistribuzione degli utili….Ma c’è una tara industrialista cioè l’idea delle partecipazioni statali, che oggi si chiamano partecipazioni comunali…

Si, capitalismo municipale.

Capitalismo municipale… quindi questa sarebbe una tara della classe dirigente o è una ricaduta della restrizione delle risorse per cui i comuni annaspano e si attaccano alla canna del gas…

Secondo me tutte e due, cioè c’è sicuramente una distorsione industrialista di questa idea che il comune, il municipio possa avere una forza economica anche quando non è in grado di gestirla, succede spessissimo in realtà, il nostro tema delle partecipate è il tema di una sorta di una grande illusione di potere di controllo o programmazione che non c’è, dove c’è la negoziazione verbale cioè l’esibizione verbale di un disegno a cui non corrisponde un’azione sostanziale, quindi c’è una retorica del potere municipale che sicuramente si incarna anche in una certa classe dirigente in questa illusione industrialista.

E qui è particolarmente antica…

Perché aveva avuto anche delle buone ragioni, nel senso che la stagione delle municipalizzate e cioè i primi 15 anni del secolo e poi la seconda fase fra gli anni ’50 e la metà degli anni ’60 ha dato vita effettivamente a delle imprese che erano a scala territoriale compatibile con la capacità di controllo e di gestione del personale politico e anche tecnico che era reperibile in loco, quindi c’era una sorta di equilibrio, quando la scala dell’organizzazione dei servizi a rete ha divelto questo rapporto con il municipio, inevitabilmente, per ragioni tecnologiche, di servizi, di mercato non c’è più stata relazione tra il livello della politica pubblica, del governo della politica pubblica e quello della gestione. È stata questa sorta di divaricazione di dimensione territoriale, perché tu avevi una dimensione territoriale amministrativa che è quella del 1861, ce l’hai ancora adesso salvo rare, Rimini è andata per conto suo… non è andata in meglio è andata a frantumarsi ulteriormente e i servizi che invece erano sempre più compattati per scale territoriali più ampie. Quando queste due cose non parlano tutto ti è saltato tra le mani, con in più l’illusione che essendo diventato più grande sei diventato più potente, più importante, mentre in realtà hai perso… Poi, voglio dire, non è mica una male la dimensione più ampia quando c’è un cambiamento tecnologico, dopo però devi avere una dimensione politico amministrativa equivalente, se tu non ce la fai a farla quel livello li, hai perso il controllo di quel pezzo.

Infatti Andreatta diceva che questa cosa non andava lasciata ai comuni, ma doveva avere dimensione regionale, ricordo quando era ministro del tesoro disse state attenti perché qui non si può industrializzare e al tempo stesso pensare che i comuni gestiscano l’industrializzazione, forse si può immaginare una dimensione regionale dentro la quale…

Dal mio punto di vista non è che sia legato a queste cose in assoluto. Per me se la scala è una scala di servizio regionale, sub regionale, in due o tre ambiti va benissimo, purché il soggetto pubblico che ha questa sorta di titolarità del monopolio naturale, chiamiamolo così, sia in grado di fare appunto la programmazione e il controllo e poi che ne risponda al cittadino, perché non può essere che decide lui e il cittadino viene a fare un mazzo così a me se il servizio non va bene, perché anche questo bisogna dirlo, cioè se il problema dei rifiuti se lo prende la regione e sono affari loro sono libero. Però dopo il cittadino deve avere una persona fisica con cui se il cassonetto ha dei problemi o se qualcuno non passa a raccogliere il pattume si deve arrabbiare con quello li altrimenti c’è qualcosa che non funziona. Invece siamo noi che ci prendiamo tutto… la gente comune è convinta che sia tu il titolare di questa decisione finale

E Sono ancora convinti che si tratti della vecchia municipalizzata

Certo…

Infatti è quello che dico rispetto alla ripubblicizzazione dell’acqua, il problema non è ripubblicizzare la gestione, il problema sono i sistemi di controllo, chi risponde a chi. Io posso anche ripubblicizzare, ma quando sono di fronte a questi processi di industrializzazione, che tanto riguardano anche il settore idrico, allora il problema rimane quello tra cittadino e gestione, non l’hai risolto con la partecipazione e basta, in un’intervista Rodotà dice che bisogna ripubblicizzare il pubblico, bisgona cambiare il concetto di pubblico considerando alcuni beni, come l’acqua, come beni comuni).

Tanto è vero che noi abbiamo una società che è Romagna Acque, è quella che ha fatto l’acquedotto, e noi stiamo ragionando, siccome la gestione ce l’ha Hera di ritrasferire una gestione in house, noi abbiamo una struttura tale…

Non siete solo voi…

No ci sono tutti i comuni della Romagna tra il Bidente e il Marecchia sostanzialmente avremmo una possibilità, se passa il referendum, di farci una gestione in house e quindi ripubblicizzare… però qui la struttura ci sarebbe come dimensione per poterla eventualmente fare…

L’affidamento in house però per sentenza della Corte europea prevede che tu abbia su questa azienda lo stesso controllo che hai sui tuoi uffici, è difficile dimostrare che 20, 100 comuni ciascuno di questi ha sull’azienda la stessa…  devi dare a ciascun socio lo stesso diritto di veto che ha un grande… E Nella delibera del consiglio comunale su Hera parlate di patti parasociali, di patti di sindacato

Dentro Hera i patti sono essenzialmente di primo livello, secondo livello fatti per eleggere il consiglio di amministrazione, quindi hanno una funzione puramente rappresentativa…

E e parliamo di una cosa esistente…

No, no esistente, che è quella che viene utilizzata, quindi ci sono prima patti all’interno della  Romagna di un certo tipo per stabilire chi a rotazione chi tocca questo a chi tocca quest’altro, per stabilire l’organigramma, ma non sono patti che hanno una funzione di decisione politica, non è che dicano decidiamo quali sono i patti parasociali con cui la politica di Hera si decide con quale maggioranza per la parte pubblica e questo sarebbe interessante e questo non l’abbiamo.

Questo è tutto affidato al codice civile e basta…

Si, poi ci sono questi su Romagna Acque che hanno più o meno lo stesso, poi anche sui trasporti.

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Fusione AcegasAps – Hera – Cosa c’è dietro?

13 / 9 / 2012

Con una accellerazione giocata nei mesi estivi si va verso la fusione di Acegas Aps (multiutility di gestione dei servizi triestino-padovana) con Hera (multiutility emiliana).

L’operazione rappresenta un’indicazione di carattere nazionale tanto è vero che vi parteciperà anche la Cassa Depositi e prestiti. Dalla fusione dovrebbe nascerà una multiutility che sarà prima per quanto riguarda il business dei rifiuti non a caso legato all’incenerimento, seconda dopo A2a per acqua erogata, ventesima come impresa italiana con 8500 dipendenti.

Il processo con cui ci si è avviati alla fusione va nel senso esattamente opposto dell’indicazione referendaria dell’anno scorso.

Nella forma l’operazione viaggia al di fuori di qualsiasi partecipazione: le migliaia di cittadini che pagano con le loro bollette, sempre più care i servizi erogati, non hanno voce in capitolo e le informazioni parziali sull’operazione passano attraverso articoli di giornale e note stampa.

Nella sostanza si avalla la logica del primato degli interessi finanziari e del mercato riproducendo la stessa logica gestionale che peraltro ha portato le due società ad avere il loro “bel” debito accumulato dai rispettivi consigli di amministrazione, stipendiati con cifre a sei zero.

La fusione Acegas Aps è in linea con tutto quello che in un quadro generale si sta compiendo sui servizi. Ma allora iniziamo a porci una prima domanda: perché i Governi che si sono succeduti alla guida del Paese (Berlusconi prima, Monti poi) hanno remato (e continuano, in maniera così spudorata, a remare) contro lo straordinario risultato referendario del 12 e 13 giugno 2011, quando 27 milioni di nostri concittadini si pronunciarono in maniera chiara e inequivocabile sulla ripubblicizzazione del servizio i.i. e la fuoriuscita dell’acqua dal mercato e dalle logiche di profitto, sulla cancellazione in tariffa della remunerazione del capitale investito dal gestore…?

Alla domanda potremmo brutalmente rispondere così: nell’era della crisi capitalistica globale quella dei beni comuni rappresenta l’ultima frontiera dell’accumulazione capitalistica.

Fino a che la finanziarizzazione dell’economia ha giocato un ruolo determinante nell’assicurare quei margini di profitto che, nelle società a capitalismo maturo, la produzione materiale di merci non era in grado più di garantire, i beni comuni (i servizi pubblici locali, in primis) hanno avuto, per così dire, vita relativamente tranquilla (così si spiega l’elevato numero di società c.d. in house presenti sul territorio nazionale). Ma con l’entrata in crisi di quest’ultimo meccanismo, abbiamo assistito, da parte di governi e poteri forti, a un surplus di attenzione, tramutatasi presto in “accelerante ossessione” verso ipotesi di privatizzazione della gestione dell’acqua e dei servizi pubblici locali. Ergo, se anche le componenti biologiche della vita sono sottoposte a un processo di mercificazione che le riduce a variabili dipendenti della profittabilità del capitale, non ci sono più limiti ai processi di accumulazione che vengono, così, posti al riparo dalle onnipresenti fluttuazioni del mercato e dei cicli economici.

Questa strategia è alla base degli sciagurati provvedimenti normativi che si sono succeduti con ritmo incalzante ed anche all’accelerata operazione di fusione-incorporazione della nordestina ACEGAS-APS nell’emiliana HERA.

Una operazione che, inutile dirlo, se si pone in rotta di collisione con l’esito referendario, risulta poi perfettamente coerente con l’assunto dominante: “mercati” dettano la linea politica ai Governi esattamente come i consigli di amministrazione (delle due società) decidono al posto dei Consigli comunali (chiamati poi a ratificare quelle scelte).

La mobilitazione che si è intrapresa nelle regioni coinvolte nell’operazione ha perciò un lavoro ampio che guarda alla qualità dei servizi, alle scelte di fondo dello sviluppo territoriale e che tocca ed attraversa profondamente il tema della democrazia. Non a caso uno dei primi slogan utilizzato è stato: noi paghiamo voi decidete.

Il problema, dunque, risiede da un lato sulla necessità di delineare una strategia che, grazie al contributo delle tante soggettività diffuse sul territorio, arrivi a bloccare questo disegno di fusione e, dall’altro, di prefigurare un reale disegno di ripubblicizzazione di tutti i servizi locali sulla ipotesi della azienda speciale.

Alessandro Punzo

Comitato Provinciale Due Sì per l’acqua bene comune

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Elettromagnetismo, un problema sottovalutato

Il Plert e le cabine Enel

elettrosmog

elettrosmog

Pubblicata oggi indagine di ARPA sul rispetto della norma di legge per quanto concerne l’inquinamento elettromagnetico  nei pressi dei siti sensibili http://www.nqnews.it/news/136013/Antenne_dei_cellulariNessun_allarme__l_Arpa___Valori_nella_norma_.html e http://www.corriereromagna.it/rimini/2012-05-18/l%E2%80%99indagine-di-arpa-inquinamento-elettromagnetico-al-sicuro-scuole-nidi-e-ospizi-i-
E’ certamente una buona notizia, ma che riaccende in noi l’esigenza di  fare presente almeno due situazioni di irregolarità che denunciamo da anni:
1-Il Comune di Rimini non ha provveduto ad adottare il PLERT (Piano di localizzazione delle emittenti radio televisive) approvato dalla Provincia nel 2008, che richiede determinate azioni per la zona sensibile del colle di Covignano. Il Comune di Montescudo, altra zona sensibile del nostro territorio, è invece intervento avvalendosi della nostra collaborazione grazie all’intervento del  prof. Fausto Bersani.
2-I rischi di inquinamento elettromagnetico  riguardano anche le vecchie cabine di trasformazione dell’Enel, ubicate all’interno della abitazioni. il caso eclatante riguarda  una cabina posta al pian terreno di una abitazione di via Paci a Rimini, dove sono stati registrati valori ben superiori ai parametri di legge. Il caso fu oggetto di interrogazione al consiglio comunale grazie alla sensibilità del  consigliere Eugenio Pari e di discussione in consiglio nel 2008. Purtroppo non si trovarono nel bilancio comunale i fondi (poche migliaia di euro) per spostare la cabina e salvaguardare la salute dei residenti. Ma quanti sono in Provincia di Rimini casi analoghi?

Articolo pubblicato su: http://www.federconsumatoririmini.it/News-3/elettromagnetismo-un-problema-sottovalutato-333.html#.T7ZGkYSNYvY.facebook

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Una cascata di cemento

Data di pubblicazione: 31.07.2009

http://www.eddyburg.it/article/articleview/13585/0/164/

Autore: Biondani, Paolo

 

Consumo di suolo e devastazione del territorio in un ampio servizio de

sommersi dal cemento

sommersi dal cemento

L’Espresso, anno LV n. 31, in edicola dal 31 luglio 2009. E un’intervista a E.Salzano

Il governo Berlusconi ha promesso di battere la crisi rilanciando il business del mattone. In realtà dietro ai piani dell’esecutivo, a cominciare da quello sulla casa, non c’è altro che un nuovo sacco edilizio. Regione per regione ecco la mappa della nuova speculazione

Più cemento per tutti. Con il cosiddetto piano casa, e con altri interventi ispirati alla stessa ideologia della deregulation edilizia, il governo Berlusconi promette di battere la crisi rilanciando il business del mattone. Ma la ripresa resta dubbia. La crisi e il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie compromettono le capacità di investimento dei privati. A guadagnarci sicuramente saranno pochi grandi speculatori. Mentre per la maggioranza dei cittadini il nuovo boom dei cantieri rischia di produrre danni a lungo termine molto più gravi dei benefici apparenti e immediati. Un colpo di grazia per il già moribondo territorio italiano. Un’ipoteca pesante sul futuro del turismo, dell’agricoltura di qualità e della nuova economia verde. A lanciare l’allarme,insieme a tutte le più importanti associazioni per la difesa dell’ambiente e del paesaggio, sono autorevoli studi tecnicoscientifici e perfino gli asettici rapporti dell’Istituto nazionale di statistica. A differenza dei politici, gli esperti concordano che gran parte delle regioni hanno già raggiunto un livello di «saturazione edilizia ». Una nuova ondata di cemento «in un Paese come l’Italia, in cui il territorio è da sempre molto sfruttato», avverte l’Istat, «non può essere considerata in nessun caso un fenomeno sostenibile». Ma il peggio è che il piano casa è come una scommessa al buio: l’Italia è l’unico Stato occidentale dove già ora l’edilizia è fuori controllo, perché mancano perfino le misurazioni di quanti boschi, prati e campi vengono ricoperti ogni giorno dalla crosta inquinante del cemento e dell’asfalto.

Assalto al territorio

Dagli anni Novanta i comuni italiani stanno autorizzando nuove costruzioni a ritmi vertiginosi: oltre 261 milioni di metri cubi ogni 12 mesi. Nel giro di tre lustri, dal 1991 al 2006, ai fabbricati già esistenti si sono aggiunti altri 3 miliardi e 139 milioni di metri cubi di capannoni industriali e lottizzazioni residenziali.

È come se ciascun italiano, neonati compresi, si fosse costruito 55 scatole di cemento di un metro per lato. Il record negativo è del Nordest, con oltre un miliardo di metri cubi, pari a una media di 98 scatoloni di cemento per ogni abitante. Il risultato, secondo l’Istat, è «impressionante ». Al Nord l’intera fascia pedemontana è diventata un’interminabile distesa di cemento e asfalto «quasi senza soluzioni di continuità»: città e paesi si sono fusi formando «una delle più vaste conurbazioni europee». Una megalopoli di fatto, cresciuta senza regole e senza alcuna pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al Centro «stanno ormai saldandosi Roma e Napoli». E nel Mezzogiorno «l’urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere». L’escalation edilizia, come certifica sempre l’Istat, non ha alcuna giustificazione demografica. Tra il 1991 e i 2001, date degli ultimi censimenti, la popolazione italiana è lievitata solo del 4 per mille, immigrati compresi, mentre «le località edificate sono cresciute del 15 per cento».

Nonostante questo, dal 2001 al 2008 il consumo di territorio è aumentato ancora: in media del 7,8 per cento, con punte tra il 12 e il 15 in Basilicata, Puglia e Marche e un record del 17,8 in Molise. Fino agli anni ’80 la Liguria era la regione più cementificata. Negli ultimi sette anni le capitali del mattone, come quantità assolute, sono diventate Lazio, Puglia e Veneto. Solo quest’ultima regione ha perso altri 100 chilometri quadrati di campagne. A colpi di condoni Le statistiche dell’Istat segnalano un rapporto diretto tra i nuovi fabbricati e le sanatorie dei vecchi abusi, varate sia dal primo che dal secondo governo Berlusconi. Nonostante i proclami di regolarizzazione che accompagnavano ogni condono, l’edilizia selvaggia ha continuato ad arricchire i furbi: nel 2008 l’Agenzia per il territorio ha scoperto, solo grazie alle foto aeree, oltre un milione e mezzo di immobili totalmente sconosciuti al catasto, cioè non registrati neppure come abusivi. Uno scandalo concentrato al Sud. Al Nord invece la legge Tremonti del ’94, che detassava gli utili per farli reinvestire in nuovi macchinari aziendali, in realtà ha fatto esplodere la costruzione e l’ampliamento dei capannoni industriali e commerciali: oltre 156 milioni di metri cubi all’anno.

Dietro la cementificazione del territorio c’è anche un’altra ingiustizia fiscale. Damiano Di Simine, responsabile di Legambiente in Lombardia, spiega che «l’assurdità del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio »: «Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformati in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni». Nei paesi europei più avanzati succede il contrario: apposite “tasse di scopo” puniscono chi consuma territorio. Mentre in Italia, come segnala l’Istat, la pressione edilizia è tanto forte da scaricare i cittadini perfino «in aree inidonee per il rischio sismico o idrogeologico ». E tra migliaia di enti inutili, non esiste neppure un ufficio pubblico che misuri l’avanzata del cemento. La distruzione del verde L’unico studio di livello scientifico è stato pubblicato all’inizio di luglio da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano, dell’Istituto nazionale di urbanistica e di Legambiente. L’Istat infatti può quantificare, scontando i ritardi delle burocrazie locali, solo i «permessi di costruire», cioè le licenze legali. Alle statistiche ufficiali, dunque, sfuggono tutti gli abusi edilizi, oltre alle chilometriche colate di asfalto, dalle strade ai parcheggi, che accompagnano e spesso precedono le nuove costruzioni.

Mettendo a confronto foto aree e mappe della stessa scala, disponibili solo in tre regioni e in poche altre province, i ricercatori di questo “Osservatorio nazionale sui consumi di suolo” hanno scoperto che in Lombardia, tra il 1999 e il 2005, sono spariti 26.728 ettari di terreni agricoli. È come se in sei anni fossero nate dal nulla cinque nuove città come Brescia. La media quotidiana è spaventosa: ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia e altri 8 in Emilia, dove tra il 1976 e il 2003 (ultimo aggiornamento geografico) è come se Bologna si fosse moltiplicata per 14. Lo studio smentisce anche il luogo comune che vede nel cemento l’effetto dello sviluppo produttivo. In Friuli, tra il 1980 e il 2000, è scomparso meno di un ettaro al giorno. Mentre il Piemonte ha perso più di 68 chilometri quadrati di campagne nel decennio 1991-2001, quando il suolo urbanizzato è aumentato dell’8,7 per cento, mentre la popolazione è scesa dell’1,4. Gli urbanisti del Politecnico ammoniscono che questo modello di sfruttamento (l’Istat lo chiama «consumismo del territorio») ha ricadute pesantissime sulla vita delle famiglie. «Il fenomeno delle seconde e terze case è legato anche alla fuga dalle città sempre più invivibili», riassume il professor Arturo Lanzani: «Ma la scarsissima qualità dei nuovi progetti finisce per spostare il traffico e lo smog verso nuovi spazi congestionati ». Paolo Pileri, il docente che dirige l’Osservatorio, fa notare che «in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera i governi cambiano le leggi urbanistiche per limitare fino ad azzerare i consumi di suolo. Mentre in Italia non abbiamo neppure dati attendibili». Anzi, il governo punta tutto su un nuovo boom edilizio.

Le pagelle al piano casa

Per il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio, la riforma berlusconiana «è peggio di un condono, perché abolisce le regole anche per il futuro: permessi e controlli diventano inutili, ora basta la parola del progettista». «Bocciatura piena » anche da Legambiente, che ha fatto l’esame delle singole leggi (o progetti) regionali di attuazione: «promosse» solo Toscana, Puglia e provincia di Bolzano, che oltre a salvare parchi e centri storici, impongono rigorose migliorie ecologiche e risparmi energetici. A meritare i voti peggiori sono i piani casa delle regioni più cementificate: in Veneto la legge Galan concede aumenti di volume perfino ai capannoni più orribili, in Sicilia la giunta progetta «bonus edilizi fino al 90 per cento acquistabili dai vicini». E in Lombardia spunta il “lodo Cielle”: un premio del 40 per cento per l’edilizia sociale, ma con «possibile vendita a operatori privati». «Rimandate con debiti» tutte le altre regioni, mentre in Val d’Aosta è pronto il «piano camere»: più cubatura anche per gli alberghi. Il bilancio nazionale è «un puzzle urbanistico con regole diverse in ogni regione». E se in generale le giunte di sinistra resistono al Far West edilizio, la Campania fa eccezione. Vezio De Lucia, urbanista di Italia Nostra, e Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania, sono i primi firmatari di un appello che descrive il piano casa varato dalla giunta Bassolino come «un nuovo sacco edilizio»: «Il solo annuncio della liberalizzazione delle nuove residenze nelle aree dismesse, senza neppure il limite che le fabbriche interessate siano davvero già chiuse, ha fatto triplicare in pochi giorni il valore dei capannoni». Il consigliere regionale della sinistra Gerardo Rosania, che da sindaco di Eboli fece demolire 437 villette abusive, lancia una mobilitazione antimafia: «Ci si dimentica che qui siamo in Campania. Chi può fare incetta di industrie abbandonate pagando subito è solo la camorra». (30 luglio 2009)

Una vergogna solo italiana

di Paolo Biondini

‘I paesi civili frenano il cemento, qui il governo lo incentiva’: colloquio con Edoardo Salzano

Edoardo Salzano è uno dei più autorevoli urbanisti italiani. Il suo sito Eddyburg.it sta diventando il primo forum di informazione e discussione democratica sullo sviluppo edilizio, l’ambiente e il paesaggio.

Che ne pensa del piano casa?

“È un’iniziativa vergognosa, che avrà effetti devastanti. È’ l’ennesima conferma che la cementificazione è una scelta politica: si favorisce uno sviluppo basato solo sull’appropriazione privata della rendita fondiaria. L’ideologia della bolla immobiliare ha fatto danni in tutto il mondo, ma l’Italia è l’unico Paese che continua a incentivarla. Ci stiamo allontanando sempre di più dall’Europa”.
Come si costruisce nei paesi più civili?

“Per capirlo basta sorvolare l’Europa in aereo. In paesi come Austria, Germania, Olanda e Francia c’è una pianificazione rigorosa che segna un taglio netto tra città e campagna. In Italia c’è una marmellata edilizia, chiamata ‘sprawl’, spalmata su quasi tutto il territorio. La grande differenza è che nei paesi avanzati si cerca da tempo di controllare e limitare la cementificazione”.

Qualche buon esempio?

“La Germania ha programmato dal ’98 una direttiva rigorosa per ridurre entro il 2020 il consumo di suolo, facendolo scendere da 120 a meno di 30 ettari al giorno. E ci sta riuscendo. Nel Regno Unito fin dal ’99 l’obiettivo è di realizzare almeno il 60 per cento della nuova edilizia abitativa in aree già urbanizzate. Perfino negli Usa, dove le estensioni sono gigantesche, alcuni Stati come l’Oregon hanno imposto confini invalicabili allo sviluppo delle città. In Italia il problema è totalmente ignorato. Cresce solo quella che Tonino Cederna chiamava la crosta di cemento e asfalto”.

Molti cittadini si mobilitano con associazioni, comitati e raccolte di firme. Il vero problema è che la lotta alla speculazione edilizia non trova un’adeguata rappresentanza politica?

“Purtroppo non è solo il centrodestra, ma anche una parte del centrosinistra a teorizzare la cosiddetta urbanistica contrattata, le grandi opere in deroga a tutto e magari gli accordi sottobanco con i furbetti del quartierino e gli immobiliaristi d’avventura. C’è un pensiero unico che va combattuto con una svolta culturale: il suolo libero è una risorsa scarsa che va conservata. E per farlo serve una pianificazione più seria e più vasta di quella comunale”. (30 luglio 2009)

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La politica e i poteri forti a Rimini

Esiste un disagio profondo al quale la classe politica che da più di dieci anni

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

sta governando Rimini non è più in grado di dare risposta e soluzione. Esiste un profondo e giustificato senso di delusione nei confronti di una Amministrazione che non ha saputo fare altro che cedere alle pressioni dei poteri forti riminesi, quei poteri legati a quella rendita immobiliare che ha sottratto spazi sempre più grandi alla qualità della vita dei riminesi, quella rendita che ha determinato una impennata dei costi degli immobili, quella rendita che ha tolto occasioni di miglioramento della propria condizione di vita a molti, troppi, cittadini. La debolezza della politica nei confronti del blocco di potere riminese non è una caratteristica solo dell’amministrazione Melucci – Ravaioli, di cui Stefano Vitali rappresenta un asse portante, ma è la caratteristica di una opposizione, di cui Marco Lombardi è stato alfiere, che su queste questioni si è sempre accomodata al tavolo della trattativa riducendo il proprio ruolo all’ottenimento di posti, come per esempio la vice presidenza della Fiera. Per questo ritengo che l’elemento più caratteristico della politica locale sia un consociativismo che ha mortificato le aspettative di cambiamento dei cittadini, che ha soffocato ipotesi di progresso e sviluppo locale, facendo perdere sempre maggiori quote di benessere alla nostra città. La responsabilità, quindi, non può essere imputata solo al centrosinistra riminese ma anche a quella che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto essere l’opposizione. Se Vitali e Lombardi non sono le due facce della stessa medaglia, credo, ci manchi davvero poco. Pensiamo alle reazioni di entusiasmo bipartisan sui progetti di finanza del lungomare, manifestate peraltro per il Pdl proprio da Lombardi; o al minuetto che si è fatto per tanti mesi sulla vicenda stadio; pensiamo infine a quella che la scorsa estate ebbi modo di definire come “corrispondenza di amorosi sensi” fra Maurizio Melucci e Formigoni sulla contrattazione edilizia in favore dei grandi costruttori, già in uso da diversi anni a Milano e che si vorrebbe incentivare con ancora maggior decisione a Rimini, una pratica dove il soggetto pubblico perde qualsiasi funzione a garanzia della collettività e dove la città, intesa come merce di scambio e non come bene collettivo, diventa terreno di conquista volto a soddisfare gli appetiti edilizi. Questi fatti non sono del passato, ma una pratica del presente e, ahimé, rischiano di esserlo per il futuro. Sicché Rimini oggi si trova davanti ad un paradosso, cioè: un piccolo gruppo di consiglieri di centrosinistra eletti nelle fila della maggioranza, di cui mi onoro di fare parte, si trovano per coerenza rispetto al programma di mandato a fare quella opposizione vera, non solo sui temi legati all’urbanistica come troppo semplicemente si vorrebbe far passare, ma rispetto a quelle politiche su cui il centrosinistra si attarda in accordicchi con il centrodestra. Una battaglia ideale ma assai concreta vista la posta in gioco, che probabilmente vedrà sconfitto o strumentalizzato chi dicendo questo non ha fatto altro che dire la verità, interpretando quello che tanti cittadini riminesi, elettori, militanti del Pd e della sinistra pensano da tempo. Se il centrosinistra oggi si trova di fronte al rischio più che concreto di perdere diversi comuni oltre che la provincia non è certo per capacità della destra, ma per propria, unica e indiscutibile responsabilità di essersi comportato né più né meno come avrebbe potuto comportarsi una amministrazione di destra, partendo dal tema più importante: lo strapotere di pochi a danno degli interessi collettivi. Ora, di fronte a queste responsabilità storiche che hanno visto perdere funzioni di salvaguardia degli interessi collettivi proprie delle amministrazioni, non basta appellarsi all’amor di patria o al fatto che stanno arrivando i barbari quando bellamente il sindaco Ravaioli ha sostenuto per esempio le norme del pacchetto sicurezza ideato dalla parte più becera del centrodestra, non basta invocare la scelta di campo, occorrerebbe una profonda revisione delle pratiche e un reale cambiamento della compagine governativa cominciando dal mandare a casa coloro che principalmente hanno avuto responsabilità come il vicesindaco Maurizio Melucci. Sappiamo, però, che questa soluzione non può essere che il primo tentativo di dare risposte alla volontà che la società riminese da tempo manifesta di tornare a discutere, confrontarsi sul futuro, sulla qualità del vivere, sulla propria identità e cultura. Sono saliti in molti da destra e da sinistra sul carro vincente che Melucci si è trovato a trainare, visto che tutti si sono più o meno accomodati dalla parte dei vincenti qualcuno per coerenza e per passione, ha invece deciso di stare dalla parte del torto. Vitali vincerà, nonostante la feroce battaglia all’interno del Pd, ma a perdere sarà la nostra città che ancora una volta vedrà vincere il consociativismo che la sta spegnendo.

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Piano casa, siglato l’accordo tra Regioni e Governo

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/12947/0/356/

 Invitiamo a leggere il testo dell’accordo e l’eddytoriale 121, qui a fianco. Resterete anche voi stupiti, o scandalizzati, dal commento di Errani. L’Unità online, 1 aprile 2009
Qui il testo dell’accordo, e qui il commento di eddyburg

Via libera questa mattina dal governo e dalla conferenza delle regioni al cosiddetto “piano casa”. Nel piano saranno sbloccate le procedure per ampliamenti degli immobili, che però saranno possibili «entro il limite del 20% della volumetria esistente», per immobili che non superino i 1.000 metri cubi e fino a un massimo di incremento di 200 metri cubi. Il tutto secondo le norme regionali, che potranno escludere aree «con particolare riferimento ai beni culturali» e aree «di pregio ambientale e paesaggistico». E’ quanto si legge nell’intesa raggiunta tra governo e regioni.
Il limite di ampliamento sale al 35% nel caso di demolizioni, «con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica e secondo criteri di sostenibilità ambientale». Le regioni, prevede l’intesa, «si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente» agli obiettivi dell’accordo stesso. La validità delle leggi regionali non sarà superiore a 18 mesi. Mentre «entro dieci giorni dalla sottoscrizione dell’accordo il governo emanerà un decreto-legge i cui contenuti saranno concordati con le regioni e il sistema delle autonomie».
L’obiettivo, si legge, è quello «di semplificare alcune norme di competenza esclusiva dello Stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia» e «introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi», sempre «in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale».
Il governo e le regioni, infine, «ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza dei cantieri».
«Si tratta di un risultato molto importante al quale abbiamo lavorato intensamente – ha commentato il ministro Raffaele Fitto – abbiamo raggiunto un’intesa condivisa dall’intero governo».
Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre alla soddisfazione, ha sottolineato che l’intesa «è un risultato importante per noi e per il Paese, confermiamo pienamente l’impostazione di quando avevamo detto che il decreto era inaccettabile». Con gli accordi raggiunti oggi «non ci sono scelte che possono compromettere il sistema di governo e la tenuta urbanistica del territorio. Ora però bisogna occuparsi della vera emergenza che è quella di trovare risorse per le famiglie in difficoltà che non riescono a pagare l’affitto, abbiamo 550 milioni di euro, bisogna trovare altre risorse pubbliche e private». Soddisfazione è stata espressa da Errani anche perché nella bozza dell’accordo «non c’è più la vendibilità del 20% e non c’è più il cambiamento della destinazione d’uso».
Errani ha poi sottolineato che i lavori del piano casa saranno svolti nel rispetto delle norme sulla sicurezza e con lavoro regolare e forme di rendicontazione che mettano in chiaro tutti i lavori che verranno fatti. Le Regioni avranno 90 giorni di tempo per emanare, ciascuna, le norme per consentire l’attuazione del piano casa. In extremis si è raggiunto l’accordo per il varo di un tavolo che metta a punto uno studio di fattibilità per verificare quali misure adottare per l’edilizia pubblica. Dall’accordo, infatti, sono sparite «le risorse aggiuntive» che lo Stato avrebbe dovuto apportare, seppure in quantità non determinata.
Al termine del consiglio dei ministri anche Berlusconi ha commentato l’intesa: «Sono soddisfatto per l’accordo raggiunto, un’altra intesa importante dopo quella sugli ammortizzatori sociali. Ringrazio le Regioni per la collaborazione istituzionale, ora ci avviamo a studiare l’altro grande piano per la casa. E’ intenzione dell’esecutivo – ha spiegato Berlusconi – dare il via alla costruzione di ‘new town’ in ogni capoluogo di provincia per mettere a disposizione nuove case, in particolare per i giovani».

Il testo del «piano casa»
(da l’Unità online, 1 aprile 2009)

Ecco il testo dell’accordo sul piano casa siglato la notte scorsa al tavolo tecnico dal governo e dalla conferenza delle regioni, recepito questa mattina dalla conferenza unificata a Palazzo Chigi.

«Rilevata l’esigenza, da parte del governo, delle regioni e degli enti locali di individuare misure che contrastino la crisi economica in materie di legislazione concorrente con le regioni, quale quella relativa al governo del territorio;

visto l’accordo delle regioni e degli enti locali in ordine alle esigenze di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell’attività edilizia favorendo altresì lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente nonché prevedendo forme di semplificazione dei relativi adempimenti secondo modalità utili ad esplicare effetti in tempi brevi nell’ambito della garanzia del governo del territorio;

rilevata l’esigenza di predisporre misure legislative coordinate tra stato e regioni nell’ambito delle rispettive competenze;

governo, regioni ed enti locali convengono la seguente intesa:

per favorire iniziative volte al rilancio dell’economia, rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie e per introdurre incisive misure di semplificazione procedurali dell’attività edilizia, lo stato, le regioni e le autonomie locali definiscono il seguente accordo.

Le regioni si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente ai seguenti obiettivi:

a) regolamentare interventi – che possono realizzarsi attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni – al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bifamiliari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica;

b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l’autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento;

c) introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi di cui alla leggera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale. Tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta.

 

Una mia lettera sul tema pubblicata dal Corriere di Rimini del 31 marzo 2009

 LETTERA APERTA SUL PIANO CASA

di Eugenio Pari, consigliere comunale Rimini

Con il Piano casa il Paese si sta preparando a diventare un cantiere al di fuori da qualsiasi idea di pianificazione, il che significa ancora una volta tutelare gli interessi della rendita a discapito dei cittadini.
Aumentare indiscriminatamente del 20% gli immobili esistenti e addirittura fino al 35% nel caso di demolizione e ricostruzione, significherebbe rendere ancora più invivibili le nostre città. Invece occorre sostenere una politica di accesso al diritto all’abitazione per quelle classi che vivono ancora più difficoltà a causa della pesantissima crisi che sta attraversando l’Italia.
Seicentomila famiglie sono escluse dal mercato della casa, sostenere che aumentando le costruzioni si aumenta anche la possibilità di reperire abitazioni per queste famiglie è una falsità del tutto priva di logica e di attinenza con i fatti. O sostenere come ha fatto il Presidente nazionale dei
costruttori che gli alloggi di edilizia popolare dovrebbero durare al massimo 20 anni esprime chiaramente che il problema per la destra non è che i comuni e i cittadini sono in ginocchio a causa dell’economia di rapina, il problema è che gli alloggi popolari sono costruiti con criteri troppo generosi. Dunque le persone sono merci e, come tali, vanno trattate. Di fatto il futuro delle città viene affidato agli speculatori e se si pensa che gli immobili industriali in disuso, posti generalmente nelle periferie delle città, potranno, grazie a queste disposizioni legislative, trasformarsi in condomini determinerà ancora di più la chiusura di impianti produttivi in
favore della rendita immobiliare. Guardiamo per esempio a cosa è successo a Rimini: la Ghigi poco tempo fa ha chiuso lo stabilimento in attivo e produttivo con l’obiettivo o prima o dopo di compiere una operazione edilizia su quell’area, quanti saranno gli imprenditori che faranno la stessa cosa visti i tempi di “vacche magre” nel comparto manifatturiero? Oggi alla Ghigi si potrà finalmente compiere l’operazione urbanistica che la proprietà aveva in mente quando decise di chiudere.
Ma c’è di peggio, la possibilità di cambio di destinazione d’uso varrà anche per il commercio. È stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione e la debolezza delle amministrazioni locali a disseminare il territorio di centri commerciali, oggi che sono in crisi per i protagonisti dell’economia della rendita sarà meglio riconvertirli in alloggi. Una città vivibile non nasce da
queste logiche, così si crea paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base delle volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.
Quello che molte amministrazioni, anche a guida Pd, hanno sempre praticato, cioè la mercificazione del territorio e la contrattazione degli interventi urbanistici, trova oggi, dopo anni di teorizzazione in strumenti come per esempio i project financing, una conferma dal punto di vista normativo.
Sostenere quello che sostiene il candidato presidente Vitali, cioè che il problema sia quello dello snellimento delle procedure, è lo stesso punto di partenza da cui è partito il governo nel partorire questo obbrobrio legislativo e conduce alle stesse conclusioni. Le procedure aggravate e complesse in urbanistica, che peraltro hanno già ricevuto negli anni notevoli snellimenti in favore dei costruttori, sono a garanzia del territorio. Il territorio dove, garantendo comunque i diritti del privato, deve comunque essere considerato un bene collettivo per tutelare le persone in carne ed ossa dai rischi idrogeologici per esempio e per fornire alle persone condizioni migliori del vivere, partendo da norme che arginino il fenomeno della rendita immobiliare. Solo chi non ha chiaro questo può pensare che i temi del governo del territorio e dell’urbanistica quest’ultima intesa come sua componente, possano essere risolti con snellimenti e magari maggior flessibilità delle norme e delle procedure, la qual cosa, peraltro, non è segnata in alcun articolo della L.r. 20/2000, almeno non in quella vigente.

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No all’inceneritore di Raibano. Si alle tecnologie che separano i rifiuti

Pubblico volentieri l’ultimo comunicato del Comitato anti inceneritore di Raibano.

inceneritore-raibano

Inceneritore di Raibano

Caro amico antiinceneritorista stiamo cercando di sensibilizzare i politici in tutti i modi proponendo loro metodi di gestione dei rifiuti più efficienti. Leggi per favore il comunicato stampa che t’invio
Il nuovo piano d’Ambito approvato da ATO Rimini per ristrutturare il servizio di gestione dei rifiuti mediante l’impiego di cassonetti per la raccolta del rifiuto indifferenziato, dotati di una calotta con chiave elettronica per l’accesso, oltre ad essere costoso è inadeguato per garantire il raggiungimento degli obiettivi qualitativi di raccolta differenziata previsti per legge, con costi contenuti per la collettività.
Innanzitutto la spesa per l’installazione della calotta incluso il costo delle chiavi elettroniche (che sono 50 per un cassonetto da 1700 litri e costano 16€ l’una) è di circa 2000 € per cassonetto. Se moltiplichiamo questa cifra per i 3400 cassonetti presenti sul territorio della Provincia di Rimini otteniamo una spesa di 6.800.000 €.
Nel caso i 3400 cassonetti siano noleggiati, tra il costo del noleggio per cinque anni e le spese di gestione calcolate per i restanti tre anni del contratto stipulato tra i comuni ed Hera, la spesa è di 5.450.000 €.
Ma siccome il rifiuto differenziato raccolto mediante i cassonetti stradali presenta un alto grado di impurità, a questa spesa va aggiunto il costo della successiva selezione in Akron (l’impianto di selezione del secco esistente accanto all’inceneritore) pagato dai Comuni 115€/ton. E siccome Akron non è in grado di selezionare al meglio i rifiuti perché l’impianto è vecchio, a questo costo va aggiunto quello della discarica o dell’inceneritore. Per entrambe le soluzioni Hera fa pagare ai comuni 115E/ton.
In realtà la selezione con impianti dotati di moderni lettori ottici oggi costa 80€/ton e produrrebbe sicuramente molto meno scarto da avviare in discarica e quindi spese inferiori per i Comuni. Va sottolineato inoltre che i Consorzi che ritirano i materiali per avviarli al riciclo pagano ai Comuni dei corrispettivi differenti a seconda del grado di impurità presenti nei materiali consegnati. Quindi più alto è il grado di impurità minore è l’importo del corrispettivo pagato.
Se, con i tempi che corrono, i Sindaci della nostra Provincia avessero il coraggio di cambiare rotta scegliendo il metodo di raccolta “porta a porta” quella cifra spesa per noleggiare i cassonetti servirebbe per creare posti di lavoro e a non sperperare inutilmente danaro in una forma di organizzazione della raccolta differenziata altamente inefficiente che tra l’altro, per funzionare, ha bisogno di ripetuti passaggi per la pulizia delle piazzole dei cassonetti e di ronde dei vigili per multare i cittadini inadempienti. Come tutti già ora possono notare, i cassonetti stradali favoriscono l’abbandono dei rifiuti. L’introduzione della calotta con chiave elettronica aggrava il problema perché chi trova difficoltà ad aprire il cassonetto dell’indifferenziata o lascia il proprio sacchetto per terra contribuendo al degrado urbano o, peggio, lo butta nei cassonetti della carta, della plastica o dell’umido evitando in questo modo di pagare per il rifiuto conferito. Di conseguenza non sarà possibile contabilizzare il rifiuto secco prodotto e successivamente passare da tassa a tariffa. Al contrario con il metodo porta a porta unito al passaggio da tassa a tariffa si otterrebbe facilmente la collaborazione del cittadino, e si avrebbero delle rese qualitative dei materiali da avviare al riciclo decisamente superiori. Così si eviterebbero gli sprechi di danaro dovuti alla successiva selezione in Akron (che selezionerebbe solo il rifiuto indifferenziato) e dall’altro i corrispettivi pagati da Consorzi ai Comuni sarebbero più alti. In conclusione il processo di raccolta differenziata della nostra Provincia è costoso perché inefficiente e alla fine fa il gioco del Gestore che, non dimentichiamolo, ha interesse ad incenerire.
Margherita Bologna

Comunicato del 16 marzo 2009

Cari antiinceneritoristi le mail inviate non hanno ancora raggiunto il loro scopo anche perchè su 900 e passa iscritti solo 150 le hanno spedite. Scusandomi con chi le ha già inviate CHIEDO a tutti quelli che non l’hanno ancora fatto di accogliere il mio appello inviando la mail che allego qui sotto. E’ una partita dura perchè ci sono degli interessi economici di mezzo. L’unione fa la forza, dice il proverbio. E allora mettetecela tutta!

AL Presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani
All’assessore all’Ambiente della Regione Emilia-Romagna Lino Zanichelli
All’Assessore alle Politiche per la Salute della Regione Emilia-Romagna Giovanni Bissoni
Al Presidente della Provincia di Rimini Ferdinando Fabbri
AL candidato Presidente della Provincia Stefano Vitali
All’assessore all’Ambiente della Provincia di Rimini Cesarino Romani
Ai Sindaci dei comuni della Provincia di Rimini
Ai candidati Sindaci Massimo Pironi, Stefano Giannini, Marco Tamanti
Agli assessori all’ambiente dei Comuni della Provincia di Rimini

Oggetto: Costruzione nuova linea inceneritore di Raibano in Provincia di Rimini

Grazie al lavoro informativo svolto da ” Riccione per l’energia pulita” le tecnologie di separazione a freddo (trattamento meccanico–biologico) che selezionano ogni tipologia di rifiuto sia per recuperare materia che per produrre energia, senza ricorrere alla combustione, non sono più una conoscenza riservata ad una cerchia ristretta di addetti ai lavori ma la loro efficacia può essere testimoniata dagli amministratori della Provincia di Rimini, della Regione Emilia Romagna e dai cittadini più attenti al problema della gestione dei rifiuti. Poiché in occasione di due viaggi organizzati da Margherita Bologna, rappresentante il comitato, gli amministratori dei comuni di Rimini, Riccione, Coriano e Misano hanno potuto constatare il fatto che queste tecnologie sono già operative da tempo sul territorio nazionale, al fine di ottemperare alle disposizioni contenute nel Decreto Ambientale n. 152/2006 e in particolare agli art. 179 e 181, e alle prescrizioni del precedente Decreto Ronchi, (vigente al tempo della adozione del Piano dei Rifiuti della Provincia di Rimini), che stabiliscono una gerarchia nel trattamento dei rifiuti, anteponendo il recupero di materia all’incenerimento con produzione di energia

CHIEDO ALLE AUTORITA’ IN INDIRIZZO

1) di prendere atto che in una gestione integrata dei rifiuti, per legge, l’incenerimento è previsto come ultima soluzione dopo il recupero di materia.
2) che le moderne tecnologie permettono di ottenere energia dalla frazione organica dei rifiuti senza emissioni nocive nell’ambiente.

PERTANTO CHIEDO
alla Provincia di Rimini di ordinare la sospensione dei lavori di costruzione dell’inceneritore e di riconsiderare alcuni obiettivi non adeguatamente previsti dall’attuale Piano dei Rifiuti proponendo come azioni prioritarie alla costruzione della nuova linea dell’inceneritore:
a) la ristrutturazione tecnologica dell’esistente impianto di separazione del rifiuto secco (AKRON) al fine di migliorarne l’efficienza e di predisporlo per la separazione del rifiuto indifferenziato altrimenti destinato all’inceneritore o alla discarica.
b) il potenziamento della raccolta differenziata tramite l’estensione della raccolta di rifiuti “porta a porta”, con l’obiettivo di superare la quota del 65% nei prossimi 2 anni;
c) La costruzione di un impianto di separazione dei rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade attualmente destinati alla discarica o all’incenerimento, in luogo da destinarsi.
d) La costruzione di un impianto di produzione di energia mediante digestione anaerobica dei rifiuti organici, che insieme agli altri rende superflua la costruzione dell’inceneritore.
So che il costo dell’inceneritore ammonta a circa 75 milioni di € e che questa cifra è più che sufficiente sia per costruire due nuovi impianti con relative opere murarie sia per ristrutturare l’impianto di separazione del rifiuto secco denominato AKRON.
In qualità di elettore alle prossime elezioni amministrative avrò modo di fare la mia scelta sulla base della risposta data alla presente richiesta dalle Amministrazioni in indirizzo.

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Nota sull’affidamento del Psc di Rimini a Campos Venuti

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Eugenio Pari e Giuseppe Campos Venuti

Le qualità professionali e la conoscenza del nostro territorio di Tecnicoop sono fuori discussione. Il nome di Campos Venuti potrebbe essere una garanzia per rifondare le politiche di governo del territorio a Rimini, infatti nonostante la non più giovane età le sue idee di sviluppo e le modalità di pianificazione sono assolutamente all’avanguardia non solo in Italia ma anche in Europa. D’altra parte il fatto che il Prof. Campos Venuti sia stato docente di pianificazione nell’università di Berkeley segna precisamente il profilo internazionale del noto urbanista. Le sue qualità e capacità sono indiscutibili.
Tutto questo però non basta perché occorrono chiari e precisi indirizzi
politici se è vero che, come recita l’adagio popolare, “si lega sempre il
cavallo dove decide il padrone”. Occorre un chiaro e decisivo indirizzo
politico per segnare una svolta alla politica delle varianti e alla
contrattazione privato – pubblica a tutto svantaggio del secondo sugli usi del territorio. Spero di sbagliare ma non vorrei che a causa di project financing e Piano strategico ci si ritrovasse con uno strumento di pianificazione, regolazione e sviluppo del territorio all’avanguardia ma solo sulla carta e quindi impossibilitato nello sprigionare le proprie traiettorie di sviluppo sostenibile arginando la rendita immobiliare che, non solo a Rimini, sta prendendo il sopravvento sui cittadini.
Rimane irrisolta la contraddizione tra funzioni di governo del territorio
previste dalla legge e in capo al PSC e una contrattazione spiccia che consuma irrimediabilmente il territorio senza produrre alcuna ricchezza in termini di occupazione e investimenti duraturi prevista invece dai project che trovano il loro caposaldo ideologico nel misterioso e fumoso Piano strategico.

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