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La “lotta” dei “comuni rossi” al monopolio

Di Eugenio Pari

Si potrebbe affermare che, in Italia, la lotta dei comuni contro il monopolio della gestione della cosa pubblica da parte dello Stato e quella contro il monopolio dei servizi urbani avevano il medesimo obiettivo: dare una pronta ed efficace risposta alle esigenze della collettività cittadina. Era evidente che la questione delle municipalizzate, al pari di quella dell’autonomia locale, non era legata esclusivamente all’esistenza di un regime democratico, né all’affermazione di quei partiti, come il socialista ed il cattolico, che più di altri avevano difeso il ruolo dei municipi e promosso l’attività economica nel primo ‘900, ma alle scelte delle classi dirigenti riguardo all’assetto politico –istituzionale del Paese.

Le questioni poste in questi termini non permettono di far notare apprezzabili differenze teoriche fra i principi che ispirarono la condotta amministrativa dei comunisti dopo il periodo fascista con quella dei socialisti prima del fascismo, al punto tale che non pare azzardato affermare che si potrebbe parlare di politica del governo municipale esercitata dal movimento operaio.

Certo, grande parte degli sforzi del Pci furono volti a garantire, come si è detto, una “classe” imprenditoriale le cui origini erano sicuramente rintracciabili nel proletariato e il contesto politico sociale era differente. Forti, comunque, sono le analogie se pensiamo ad esempio al fatto che la prima legge sui servizi pubblici fin dal 1903 e porta il nome di Giolitti e che grande impulso alle partecipazioni dello Stato nell’economia fu esercitata dalla DC con Luigi Granellini ed Ezio Vanoni, mi pare di poter affermare che sia nel primo che nel secondo caso oltre a dare una risposta a spinte e necessità sociali ed economiche nelle rispettive epoche, i governi centrali, nell’uno come nell’altro caso, si servirono di queste iniziative per contenere l’ascesa sullo scenario politico nazionale del Partito socialista prima e del Partito comunista dopo.

D’altra parte di fronte alla mancanza o alla non del tutto adeguata risposta ai problemi emergenti del proletariato urbano, si addossavano sugli enti locali molte spese di spettanza statale i comuni si trovarono a dover fornire servizi che nell’epoca repubblicana, se pensiamo ai contenuti dell’art. 3 e al principio della funzione sociale dell’impresa sancito dall’art. 41, contribuirono a dare diretta applicazione del dettato costituzionale.

Gli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale ponevano diversi e stringenti problemi come il rinvenimento degli alimenti e delle abitazioni. Per i comunisti il comune aveva il compito di intervenire direttamente per la più celere ripresa dei diversi servizi pubblici urbani, reclamando per tale necessità di intervento una maggiore autonomia della sfera locale amministrativa “(…) i comuni devono poter far da sé, devono poter provvedere autonomamente alla loro amministrazione, ai bisogni delle proprie popolazioni, fino al punto che lo stato debba entrare per la parte che gli spetta e che deve essere di stretto interesse nazionale” (1).

Il PCI dunque puntava la propria attenzione sul difficile e dispendioso compito della ricostruzione che il comune avrebbe dovuto affrontare combinando tale opera con la difesa delle classi meno abbienti.

Con questi obiettivi secondo Luca Baldissara “si richiama così (…) l’esperienza delle amministrazioni socialiste pre fasciste, cui si salda quella delle giunte cielleniste, nel generico perseguimento del ‘bene comune’” (2) Particolarmente ci si concentrava sul fatto che il potenziamento dei servizi pubblici locali raffigurava la lotta amministrativa come “un primo passo della democrazia che deve significare autogoverno del popolo”.

Si commetterebbe un errore di superficialità se si pensasse che questi principi programmatici espressi dal PCI alle elezioni per il Comune di Bologna del 1946 venissero considerati patrimonio esclusivo del PCI. Infatti i programmi elettorali del PCI, del PSI e della DC per quella tornata elettorale erano accomunati da una serie di provvedimenti ritenuti da tutte e tre le forze politiche indispensabili per fronteggiare la realtà bolognese dell’epoca, fra questi elementi c’era la municipalizzazione e perfezionamento dei servizi pubblici locali.

Sotto la guida delle sinistre si cercò di “allargare l’ambito tradizionale dei compiti del comune, tentava di inserirsi , come soggetto autonomo di diritto, nella vita della società nazionale, come organismo dirigente ed ispiratore della vita locale” (3).

I comuni, quindi, vanno visti non soltanto come enti autonomi, ma anche con compiti che vanno oltre le funzioni tradizionali del comune italiano “(…) ogni qualvolta nella vita della nostra città intervengano fatti che vanno al di là della situazione normale, della vita di mercato, e minacciano di incidere la vita di imprenditori, la vita di masse umane, noi come consiglio comunale di Bologna, abbiamo il diritto di intervenire” (4).

Gli amministratori alla guida di Bologna secondo Luca Baldissara, che ha condotto uno studio molto importante su questa esperienza “si richiamavano” esplicitamente all’esperienza del “socialismo municipale” arricchita dal richiamo alla Costituzione “e pretendono di ampliare sulla scorta di tali posizioni la sfera degli argomenti e dei temi sottoposti all’attenzione del consiglio comunale”, si rivendicava la possibilità di discutere non solo delle questioni prettamente amministrative ma su tutto quello che riguardava la cittadinanza “senza limitarsi alle questioni locali ed anzi nella convinzione che i problemi di natura generale investivano direttamente la comunità e l’organizzazione della vita cittadina”, questo principio, attualmente, invece, non è affatto considerato dai consigli comunali anche a maggioranza di centro sinistra, venne sostenuto all’atto dell’insediamento a Sindaco di Giuseppe Dozza nel 1947, dove egli affermò “tutto quello che interessa la cittadinanza o che minaccia di avere conseguenze su di essa, può e deve interessare il comune” (5).

Il primato è quello della politica piuttosto anziché degli apparati tecnico burocratici come invece pare essere privilegiato oggigiorno. Sono convinto che per destreggiarsi fra i problemi sempre più complessi che si presentano quotidianamente ad un amministratore sia indispensabile possedere le minime competenze per poter contestualizzare e quindi discutere per affrontare il problema specifico, però oggi la scelta su importanti questioni appare troppo subordinata ad aspetti tecnici e l’apporto del politico il più delle volte serve a mediare, o meglio, a far passare decisioni molto importanti per la vita dei cittadini senza che vi sia stata la necessaria mediazione e il fondamentale contributo attraverso la partecipazione dei cittadini stessi.

Secondo la mia esperienza il politico è chiamato ad effettuare una mediazione che troppe volte purtroppo si riduce alla promozione di un personale politico in incarichi e nella composizione di complesse architetture politiche all’interno dei consigli di amministrazione delle partecipate, quando, addirittura, non si creano consigli di amministrazione apposta senza che in questa selezione si tenga sufficientemente conto delle necessarie competenze del personale promosso.

Occorre, d’altra parte ribadire che la promozione delle sole competenze tecniche rischia di comportare un problema di affermazione della burocrazia e di sostegno della tecnocrazia nelle arene democratiche deliberative.

Credo che insieme alle competenze sia altresì importante possedere una visione complessiva dei problemi e soprattutto cercare di comprendere per prefigurare gli esiti possibili delle scelte amministrative.

Considerare il problema da risolvere e quindi l’atto amministrativo non solo come la manifestazione di erudizione tecnico giuridica degna di un simposio normativo fine a se stesso e non alla capacità di rispondere alle esigenze concrete e circostanziate delle comunità non significa rendere un ottimo servizio ai cittadini.

Per riuscire a combinare le risposte amministrative alle esigenze delle comunità è sempre più necessario introdurre nel comportamento degli amministratori pubblici una capacità di ascolto e di democrazia partecipativa che guidano le azioni delle nuove esperienze in atto in Europa.

A sostegno di questa opinione ci si può rifare a quanto sostenne un esponente del PCI in un una seduta del Consiglio comunale di Bologna del 1950 secondo il quale in questa prospettiva il Comune doveva “intervenire con il nostro studio, con la nostra opera, per associare i nostri studi e la nostra opera a quella dell’insieme dei cittadini interessati a sollevare l’economia della nostra città, a migliorarla nell’interesse comune”.

Il compito a cui, fondamentalmente, si attengono gli amministratori e i dirigenti del Pci è sintetizzabile in una indicazione di Togliatti:

Noi vogliamo che venga lasciato ampio sviluppo della iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però affermiamo la necessità che lo stato intervenga (…) impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere di gruppi plutocratici e della speculazione (7).

Le differenze ideologiche fra socialisti e comunisti rilevate da Renato Zangheri negli anni ’50, sono più che altro evidenziabili nel modo di concepire il governo, perché è comunque forte l’affiliazione delle politiche pubbliche, in particolare sul ruolo economico dei servizi pubblici locali, che il PCI pose in essere a partire dall’ultimo Dopoguerra con quella che i socialisti attuarono nelle municipalità che si trovarono a governare nell’Italia pre-fascista.

La pratica politica nell’Italia della Valle Padana subì il forte influsso teorico di Giovanni Montemartini (1867 – 1913), in lui si può effettivamente identificare il teorico del “socialismo municipale” italiano. Il governo economico municipale che egli teorizzò si basava “sull’azione organizzata delle classi lavoratrici e in generale non abbienti promossa dalla classe politica assunta alla guida dei municipi nell’Italia liberale, in quel tempo cuore e centro indiscusso della vita politica nazionale”(8).

Montemartini influenzerà lungamente l’azione della classe politica che si poneva l’obiettivo della tutela delle classi lavoratrici e non abbienti soprattutto attraverso la teoria della municipalizzazione, teoria che si fondava “sulla teoria generale della finanza pubblica”, la quale si configura come teoria generale della marginalità produttiva (9), in questo contesto la differenza tra impresa pubblica e privata sta nell’organizzazione dei fattori produttivi e la municipalità diventa dunque “un’impresa politica, un’impresa che ha per scopo di ripartire coattivamente su tutti i membri della municipalità i costi d’alcune produzioni”78. La novità di Montemartini, ancora attuale, sta nel fatto che “l’oggetto dell’impresa” (10) analizzata è la prestazione di un ‘pubblico servigio’”, dove la “macchina comunale ha come unico bisogno [quello di] procacciarsi la forza coattiva per raggiungere il suo scopo”.

Atto costitutivo della impresa pubblica secondo Montemartini è la decisione di una parte della collettività di provvedere a determinati suoi bisogni ripartendone il costo su un’altra parte della stessa comunità. Tale atto è razionalmente fondato sulla considerazione che così facendo è possibile “più economicamente raggiungere lo scopo”, quindi la scelta tra impresa pubblica e privata è motivata da tale criterio di economicità. Le finalità municipali vengono stabilite attraverso “lotte politiche e calcoli economici” con la produzione diretta di beni e servizi.

(1) In O. Gaspari, Dalla Lega dei comuni socialisti a Legautonomie. Novant’anni di riformismo per la democrazia e lo sviluppo delle comunità locali. Ed. Legautonomie, 2007

(2) L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 nota n. 110 pag. 82

(3) A. Colombi, Il Comune al popolo! Il popolo al comune! “La Lotta” del 26 marzo 1946, in L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 pag. 82 nota n.111

(4) E. Ragionieri, Un comune socialista: Sesto Fiorentino, Editori Riuniti, 1976 in L. Baldissara, ibidem, pag. 174

(5) Atti Consiglio comunale di Bologna, 5 gennaio 1951, in L. Baldissara, ibidem pag. 111

(6) Atti consiglio comunale di Bologna sed. 20 ottobre 1947, in L. Baldissara, ibidem

(7) P. Togliatti, Ceto medio e Emilia Rossa, Editori Riuniti, Roma, pag. 30

(8) G. Sapelli, in Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e “governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 34

(9) A. Da Empoli, in G. Sapelli, ibidem, pag. 48

(10) G. Montemartini, La municipalizzazione nei pubblici servigi, in G. Sapelli, Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 50

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Il ruolo del sindacato nel “modello emiliano”

Di Eugenio Pari

La costruzione di un robusto sistema di welfare locale nell’Emilia rossa, non è piovuto dal cielo, né è stato un “regalo” del governo locale. Nella sua costituzione fondamentale è stato il ruolo del sindacato ed, in particolare della CGIL.

Ora vorrei soffermarmi sulla trasformazione che intervenne all’interno della organizzazione sindacale negli anni dell’apogeo del “modello emiliano”. All’interno del movimento sindacale italiano e regionale contemporaneamente alla costruzione del “modello emiliano” si accresce una forte carica conflittuale e contestatrice, rivolta non solo verso il “padronato” ma anche verso la propria parte cioè l’organizzazione politica e sindacale.

Un intervento di Fernando Di Giulio, dirigente del PCI, riportato da Baldissara e Pepe, è abbastanza paradigmatico dell’atteggiamento del Partito nel valutare la situazione del periodo. Ad una conferenza degli operai del PCI l’esponente comunista sosterrà:

A Bologna noi abbiamo sempre avuto grande forza nella classe operaia, credo che abbiamo 40 mila operai iscritti, una grande forza, ma non possiamo prescindere dal fatto che questa forza è cambiata nell’ultimo mese e mezzo; perché ha compiuto delle esperienze che non aveva compiuto prima, e che quindi quegli uomini anche se sono gli stessi, fisicamente parlando, sono diversi politicamente parlando, da quelli che erano due o tre mesi fa.1

Il conflitto del Secondo biennio rosso, la stagione di lotte sindacali che si sviluppa nel nostro Paese sul finire degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, permea anche gli operai comunisti.

Fra i giovani operai si diffuse l’opinione che vedeva il sindacato utile solo nei momenti di conflitto, mentre era “nata la convinzione che se dovessero unirsi al sindacato entrerebbero in una specie di macchina burocratica nella quale la loro influenza sulle decisioni da prendere non conterebbe quasi nulla”2, da studi e analisi del sindacato da parte dei lavoratori emerse una valutazione strumentale e distaccata del sindacato. Questa disaffezione si può spigare così:

La socializzazione – ha scritto Franco De Felice – induce un processo di politicizzazione che ha forme e caratteri profondamente diversi da quelli su cui era costruita la militanza nei grandi partiti di massa”: una generazione da poco entrata nel mondo del lavoro disertava un sindacato che si dimostrava troppo aderente a quei modelli, decretandone l’inadeguatezza ai tempi nuovi; il pieno accesso ai consumi di massa, a cui venivano affidate delle funzioni sociali primarie (socializzazione, riconoscimento, distinzione), ero il vero tratto peculiare di quella fascia d’età. (…) il lavoro appariva esclusivamente nei suoi tratti di costrizione. Difficile immaginare, (…), l’esistenza di margini per la partecipazione sindacale: il “secondo biennio rosso” contribuì radicalmente il quadro.3

Il sindacato, in particolare la FIOM, prese atto di questa realtà e procedette verso uno “svecchiamento” della propria organizzazione, favorendo tra il 1968 e il 1970 un ricambio generazionale non solo dei quadri, ma della strategia. Questo passaggio implicò una serie di effetti politici, primo fra tutti il rifiuto di applicare decisioni prese da altre parti, le lotte dovevano aderire a piattaforme decise nei luoghi di lavoro per poter assumere una maggiore coerenza alle condizioni concrete di lavoro. Inoltre:

Il giovane lavoratore (…) usa un linguaggio diverso, parla di democrazia sindacale, di unificazione sindacale, di superamento delle correnti ideologiche – di una riforma sindacale, di autonomia e pone come condizione pregiudiziale il superamento dell’unità di azione per far sì che il Sindacato possa essere accolto nell’azienda, suo luogo naturale, ed essere partecipe a tutte le decisioni programmatiche di produzione, normative, di prevenzione infortunistica e di nocività.4

Il sindacato nel tentativo di comprendere queste posizioni non frenò né contrastò questa ondata, anzi, cercò di assorbirla trasformandosi e portando ad una sintesi unitaria le diverse tendenze culturali e politiche da cui provenivano queste posizioni.

Prese vita un sindacato che non organizza solo la protesta, ma nell’ottica di aprire un conflitto e di vincerlo sostenne lo studio e l’inchiesta favorendo l’incontro tra lavoratori e studenti che nel proprio nel “Secondo biennio rosso” vedranno una saldatura delle rispettive rivendicazioni. Si infittirono i rapporti tra società e classe lavoratrice, “travasando reciprocamente tensioni politiche e aspirazioni sociali”5. Si avviò una stagione in cui la base per aprire le lotte sindacali era l’avvio di una mobilitazione sociale, occorreva quindi capacità di intervento e conoscenza dei processi produttivi da un lato, dall’altra corrispondenza ai bisogni e alle sensibilità di tutti i lavoratori.

L’azione del sindacato in Emilia fu, in questi anni, un’azione pienamente immersa nel sociale, aspetto che “spinse i giovani attivisti comunisti a individuare nel sindacato un luogo più adatto rispetto al partito, per spendere le proprie energie e il proprio impegno (…)”6, è in questa fase che coloro che diverranno importanti dirigenti come Claudio Sabattini, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini entreranno nelle file del sindacato che riceve

(…) dirigenti che si sono formati nell’impegno e nel rigore della vita di un partito di massa, come quello comunista, senza però essere stati esposti al logoramento delle relazioni parlamentari, della vita amministrativa, dei rapporti burocratici o interpartitici; così come eredita forze formatesi nella ricca esperienza associativa del movimento cattolico, ma non nel politicking del partito di maggioranza.7

Per comprendere quale fosse la dialettica interna al PCI e la valutazione sul corso politico del partito in Emilia-Romagna, in particolare a Bologna, cito nuovamente Baldissara e Pepe quando nel loro testo dedicato alla figura e al ruolo di Claudio Sabattini, riportano un colloquio intrattenuto con Franceso Garibaldo nel 2009:

Eravamo tutti dentro il PCI: Claudio (Sabattini) era responsabile della cultura, io ero appena arrivato, non avevo incarichi particolari ma ero stato responsabile nazionale della FGCI, c’era stata una fase in cui ero nella Commissione culturale con la Rossanda, insomma non è che eravamo degli sconosciuti dentro al PCI. Ovviamente per noi la dimensione politica c’è sempre stata, (…), però era prevalente la dimensione culturale. Dopo di che le cose incominciarono a intrecciarsi, perché succede che Claudio, che era in una fase in cui era stato in qualche modo messo su un binario morto, su un binario laterale, aveva delle posizioni politiche di contestazione rispetto al fatto che a Bologna c’era un evidente prevalere della linea di destra, e quindi a quel punto lui fu spedito al sindacato, che non era considerata una promozione.8

L’impronta riformista, incentrata sull’ente locale erogatore di servizi in deficit spending, sulla base di un’impostazione keynesiana che pervadeva il governo locale del PCI in Emilia-Romagna, contenne il conflitto operaio. L’erogazione di questi servizi serviva a sopperire ad una realtà salariale che per gli operaio della regione rimaneva più bassa rispetto agli operai di Torino o Milano del 10-12%. Il contenimento del costo del lavoro, era alla base dell’assunto del PCI, avrebbe permesso economie di scala

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Francesco Garibaldo

che avrebbero portato a nuovi investimenti e quindi a nuova occupazione. Paolo Inghilesi dirigente della FIOM ed esponente del Manifesto, nel 1970 interverrà su questo argomento tracciando un bilancio dei conflitti che si protraevano da diversi mesi. Nel suo intervento giunse a una conclusione riflettendo sulla netta trasformazione “dalla tradizionale lotta per gli aumenti salariali o per migliori condizioni di lavoro (…) alla contestazione di ogni aspetto dello sfruttamento padronale” fatto che conduceva al fallimento “dell’illusione riformista per cui gli effetti negativi siano trattabili come cosa separata dal processo produttivo che li determina”9. La pax sociale dove ogni interesse veniva considerato e contrappesato dal PCI, trovando soluzioni possibili attraverso l’accordo di tutte le componenti, dall’intervento di Inghilesi pare non essere più sufficiente. Infatti il “Sessantanove operaio” aveva portato a maturazione la consapevolezza che occorresse confronto non solo su una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, ma anche una critica sul modo in cui essa veniva prodotta. Una critica che non intendeva portare acqua al mulino delle tesi extraparlamentari sul “rifiuto del sindacato”, ma, piuttosto tendeva a considerare il sindacato quale vero motore – cosciente – per quelle riforme che per il Paese significavano una vera e propria rivoluzione.

Questa impostazione trovò un’eco nelle posizioni di Sabattini il quale promosse una “offensiva” sulla base dei risultati raggiunti dal recente rinnovo contrattuale, che vedeva nella realtà produttiva regionale, frammentata e diffusa, un terreno su cui sviluppare questo orientamento. Nell’ottica di una lotta fondata sulle riforme, gli interlocutori divennero gli enti locali e il governo regionale, laddove il sindacato si connesse con il tema delle “riforme”, questione strategica per i comunisti in particolare in Emilia-Romagna.

Il tipo di esperienza del movimento sindacale e di classe, investe proprio nella nostra regione, per i contenuti e le forme di lotta, per la strategia di riforma sulla quale tende a innestarsi, l’insieme del movimento politico, delle organizzazioni democratiche, delle istituzioni rappresentative in ispegie gli enti locali e la costituenda Regione. Diviene cioè possibile e concreto che si venga instaurando (…) un rapporto diverso tra movimento sindacale e dei lavoratori e le istituzioni politiche (…) anche perché i contenuti di lotta e gli obiettivi più generali e le forme di gestione si collocano proprio in quelle esperienze di auotogoverno delle masse lavoratrici, di cui l’Ente Regione non può che essere strumento propulsore.10

Nei primi anni ’70 il sindacato si fece quindi portatore di una “battaglia per le riforme” senza però trovare uno sbocco positivo nel governo centrale. Troverà invece un interlocutore nelle amministrazioni locali dando vita ad esperienze feconde. Nella provincia di Bologna la Camera del lavoro arrivò a siglare nel 1973 un Protocollo di intesa nel quale gli enti locali si impegnavano a promuovere “importanti miglioramenti delle condizioni di vita degli operai fuori dalla fabbrica”, ovvero: fasce orarie gratuite per il trasporto pubblico di lavoratori e studenti; unità locali dei servizi sanitari e sociali, potenziamento della medicina preventiva del lavoro; oneri aggiuntivi alle imprese indirizzati alla realizzazione degli asili nido; mense comunali laddove non erano presenti quelle aziendali; equo canone, proprietà indivisa della casa, edilizia popolare; corretta pianificazione del commercio per evitare speculazioni sui prezzi.

Arrivammo persino anche alle bollette: luce, gas, l’acqua, telefono… all’autoriduzione delle bollette gestita dal sindacato. (…) Siccome non accettavamo che il governo aumentasse le tariffe dell’energia elettrica, ci facemmo l’autoriduzione: i lavoratori pagavano, venivano alla Camera del lavoro, facevamo i conti, cosa dovevamo pagare e pagavamo quello. Inizialmente un casino, da birichini, poi alla fine… la bevvero: vertenza legali, poi vinte le vertenze legali e diventò una cosa abbastanza consolidata. (…) Le vertenze erano contro i padroni perché aiutassero il comune di Bologna a sostenere i servizi sociali e a metterli in particolare a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori.11

Gli enti locali giocarono un ruolo di mediazione stemperando le ruvidità dello scontro sociale, ma questo ruolo giocoforza venne meno nel periodo 1974 – 1975 “quando la stretta finanziaria fece sentire il suo morso sui bilanci delle amministrazioni periferiche, al restringersi delle possibilità di movimento da parte del settore industriale si sopperì in parte con il dinamismo della spesa pubblica locale”12.

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Sabattini e Rinaldini

Lo spettro della crisi tanto agitato negli anni precedenti, si trasformò in questo periodo in realtà, gli imprenditori colsero l’occasione della sospensione della convertibilità del dollaro (fine del sistema di Bretton Woods) e la crisi petrolifera per giungere a ciò che stava loro più a cuore: stabilizzazione dei rapporti all’interno delle fabbriche. Come conseguenza proliferò lo strumento della cassa integrazione, mentre il sindacato rimase sempre più fermo nella critica all’agitazione dello stato di crisi.

Emerse, in questo contesto, una critica del sindacato, espressa dalla FIOM, alla “politica delle alleanze” su cui invece il PCI basava il suo impianto ideologico nella regione.

Una delle cose più contestate dalla parte del sindacato era la politica delle alleanze, perché voleva dire che a questa politica tu dovevi sacrificare l’interesse degli operai. Tieni anche presente come era strutturato il partito: il partito aveva per gli operai le sezioni nelle fabbriche, le sezioni di strada dove gli operai a volte c’erano ma spesso no, perché avevano le sezioni di fabbrica, e avevano quindi gli artigiani, i commercianti, i professionisti.13

Sul tema del rapporto con gli enti locali intervenne anche Luciano Lama, svolgendo un’autocritica rispetto alla linea delle riforme perseguita in quegli anni dal sindacato e ridefinendo le basi politiche della CGIL, puntualizzò che:

mentre in condizioni sempre più difficili, anche nel 1973, i lavoratori riescono a concludere vittoriosamente le loro lotte contrattuali nella società senza schieramenti più vasti e senza un sostanziale mutamento dei rapporti di forza, in realtà non si passa. E il sistema utilizza a piene mani l’inflazione e la svalutazione monetaria per recuperare i profitti e le capacità di esportazione a danno della domanda interna, dell’occupazione e dello stesso sviluppo produttivo generale. Abbiamo ancora una volta la dimostrazione che non basta cambiare il rapporto dalla fabbrica alla società se non investiamo contemporaneamente le strutture statali, le Regioni, gli Enti locali e quindi le forze politiche, se vogliamo cambiare veramente le cose. Il contesto politico decide, anche di noi e del risultato ultimo delle nostre lotte, così come le nostre lotte influiscono sul contesto politico14.

L’organizzazione metalmeccanica sostenne una lotta di tutti i salariati contro il padronato, il partito viceversa affondava il proprio consenso sulla ricerca di un’alleanza fra i salariati e il lavoro autonomo.

Il cardine della forza del sindacato metalmeccanico nuovo era uno strumento, quello dei Consigli di fabbrica, che proprio a Bologna aveva assunto un significato peculiare. Da una parte fu il segno della conquista dell’autonomia da parte del sindacato, che non si sostituì al partito nella sua opera di dialogo con la società, ma tentò di aprire spazi nuovi, organizzando forme di espressione democratica per l’operaio in quanto tale, nel suo stesso luogo d’impiego. Dall’altra la rappresentanza del mondo del lavoro costituì un formidabile strumento, potenzialmente complementare rispetto alle forme di decentramento e di rappresentanza sperimentate dall’amministrazione bolognese, ma portatore di una serie di questioni non facilmente risolvibili e che andavano a toccare delicatissimi nodi presenti in seno al partito e al sindacato.

Si trattava di una questione che trovò il suo precipitato nel convegno sulle piccole imprese, e che si può riassumere in un invito (…) in occasione di un direttivo della FIOM: “la nostra iniziativa nei confronti delle piccole e medie imprese tocca il problema delle alleanze. Questo problema assumerà un ruolo decisivo nel prossimo futuro. Definire in che modo noi crediamo di essere forza egemone”. (…). Era lo stesso Sabattini a sentirsi in dovere di chiarire la questione, precisando che “il lavoro sulle piccole fabbriche non vuole distruggere i piccoli proprietari ma vuole costruire una alternativa al tipo di sviluppo finora messo in atto”. Era proprio il differente modello economico e sociale da promuovere a costituire il nodo del problema15.

La battaglia per il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei lavoratori verrà portata anche all’interno delle piccole e medie aziende, gran parte delle quali gravitavano “nell’orbita politica del PCI, [ciò] poneva, di fatto, in discussione le fondamenta stesse del rapporto sindacato-partito in Emilia-Romagna.”16 In queste realtà peculiari del tessuto industriale e produttivo regionale, fino ad allora

(…) era generalmente il partito e non l’azienda a porsi il come controparte, in realtà come mediatore, delle istanze sindacali. Spesso le divergenze verificatesi nel corso della negoziazione venivano ricomposte nella segreteria del partito, in Via Barberia, spianando la strada alla firma dell’accordo. Il nodo cruciale, al centro di questo scontro, era una delle questioni dirimenti nel dibattito sindacale di quegli anni: l’autonomia del sindacato dal partito.17

All’interno della FIOM non mancheranno certo gli argomenti per non “tirare troppo la corda” nei confronti delle piccole aziende, soprattutto perché, nella riconferma della politica delle alleanze, il timore era quello di non fornire pretesti alle piccole imprese per allearsi con i grandi gruppi industriali. Al riguardo sono nitide le parole di Sabattini espresse nel 1976:

Noi siamo contro la politica degli sconti, siamo per un’unificazione complessiva dei lavoratori, siamo per un’unità complessiva di classe, sia per ciò che riguarda la piccola impresa che la grande, sia ovviamente per i lavoratori che vivono nella piccola impresa come nella grande. Ma detto questo noi (…) siamo per puntare su una linea di politica economica, finanziaria, di ricerca scientifica, tale che permetta alla piccola impresa di potersi sviluppare non utilizzando necessariamente il supersfruttamento operaio, il peggioramento delle condizioni economiche della classe operaia (…). Ed è contemporaneamente problema di alleanze sociali, cioè di costruzione di un progetto che tenga conto di questi ceti non facendo loro degli sconti (…). La nostra linea è unità di classe e contemporaneamente sistema di alleanze; occorre perciò avere degli strumenti decisivi a questa linea e quindi non solo allora i consigli di fabbrica ma anche, e soprattutto in questa logica, i consigli di zona, e non solo consigli di zona, ma aggregazioni dirette da parte del sindacato, coinvolgimento di strati sociali apparentemente diversi18.

È in quanto ho cercato di riportare, a mio parere, il motivo per cui il Sindacato, in particolare la CGIL, è tuttora, nel contesto delle organizzazioni che hanno composto il movimento operaio che, come abbiamo visto, hanno edificato il “modello emiliano”, pur con tutte le difficoltà è il nucleo più vitale, maggiormente legato alle contraddizioni sociali e agli strati popolari.

1 Intervento conclusivo del compagno Di Giulio all’Assemblea provinciale degli operai comunisti. Autostazione – 10 novembre 1969. In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 126

2 A. De Bernardi, Il sessantotto. Una questione storica aperta, in A. Varni (a cura di), il mondo giovanile in Italia tra Ottocento e Novecento, il Mulino, Bologna, 1998, pagg. 206-207, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.128

33 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.130

4 Analisi aziendali. Azienda: SABIEM S.p.a – Bologna, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 132

5 L. Segreto, Storia d’Italia e storia dell’industria, in Storia d’Italia. Annali, vol. 15 Einaudi, Torino, 1999, pag. 71, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 133

6 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 134

7 A. Pizzorno, Sull’azione poltiica dei sindacati e la “militanza” come risorsa, in I soggetti del pluralismo. Classi Partiti Sindacati, il Mulino, Bologna, 1980, pag. 187 in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 135

8 Colloquio di Baldissara con Francesco Garibaldo, 21 dicembre 2009, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 136

9 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 148

10 C. Sabattini, Emilia: la spinta parte dalle fabbriche, pag. 38, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 151

11 In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 211

12 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 212

13 Intervista a A. Naldi, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.219

14 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 527

15L. Baldissara e A. Pepe, , Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 220

16 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem , pag. 318

17 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 318

18 Intervento di Claudio Sabattini al seminario per il gruppo dirigente, Unità sindacale e alleanze sociali, Milano, settembre 1976, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010 , pag.319

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Note a margine sul movimento cooperativo

Di Eugenio Pari

Il tema del movimento cooperativo merita una riflessione particolare, così come quello del ruolo del sindacato nel sistema del “modello emiliano”. Per prima cosa occorre definire cosa sia una cooperativa: la cooperativa è un’impresa particolare con un doppio fine: fare profitti e, dall’altro, perseguire obiettivi sociali.

I due obiettivi si tengono insieme: senza profitti non può esserci il perseguimento di una funzione sociale in quanto la cooperativa fallirebbe. D’altro canto senza una funzione sociale verrebbe a meno l’elemento distintivo della cooperativa che a quel punto sarebbe né più né meno come una qualsiasi altra azienda.

Abbiamo visto in precedenza quale importanza abbia avuto il movimento cooperativo nella costruzione e nel successo del “modello emiliano”.

Anderlini ne parla come di un elemento istituente, mentre i brani di Zangheri che abbiamo riportato collocano il movimento cooperativo quale componente caratteristica del “socialismo municipale” prima e quindi del sistema di governo che da esso andò promanandosi in Emilia-Romagna dal secondo dopoguerra. Tra l’altro, la funzione di difesa delle classi subalterne dalle congiunture economiche, dalle rappresaglie padronali, la nuova organizzazione del lavoro e dei rapporti di lavoro che abbiamo collocato nel capitolo sul riformismo, non vale solo per l’epoca pre fascista, è un ruolo che il movimento cooperativo emiliano-romagnolo ha giocato anche nel secondo dopoguerra, quando operai comunisti e sindacalizzati venivano fatti oggetto di licenziamenti. Le cooperative sono, universalmente, state fondate dalle persone per resistere alle “pressioni provenienti da spietate forze di mercato (…). Gli abitanti delle città e quelli delle campagne crearono le cooperative per poter utilizzare le risorse, finanziarie e umane, che individualmente non potevano accumulare”.1

Le citazioni di Turci, più nel dettaglio, ripercorrono il rapporto fra movimento cooperativo e PCI, quale partito egemone nel movimento operaio italiano e regionale.

La cooperazione all’interno del sistema economico capitalistico costituì con i propri caratteri d’innovazione un elemento implicitamente conflittuale per l’azione a difesa del lavoro, soprattutto in quanto il lavoro cessava di essere una merce. Nel 1946, ad un convegno in Emilia sulla cooperazione Togliatti sosterrà che “in realtà, in regime capitalista, la cooperazione non si sottrae alla legge del profitto, (…)”2. Anche se peculiare, l’attività delle cooperative rimane di stampo capitalistico. Le cooperative non venivano considerate da Togliatti e dal PCI come strumento di lotta al capitale, ma individuava in esse “un ruolo strategico (…) come strumento per la partecipazione da protagonista delle masse alla ricostruzione del Paese e alla realizzazione di un nuovo modello di società (…)”3.

Negli anni ’70 il movimento cooperativo subì una trasformazione. Prese infatti avvio un processo di disinfrancamento dal movimento operaio, il mondo della cooperazione legato alla Lega procedette verso una maggiore autonomia dal ruolo egemone ricoperto dal Partito. Questo processò determinò la frattura di quel nesso apparentemente inscindibile tra impresa economica e movimento sociale. Nel sistema cooperativo assunse rilevanza centrale la parola d’ordine “impresa”. Si attenuarono, fin quasi dissolvendosi, i valori fondanti, così i bilanci divennero la priorità rispetto al socio e al rapporto mutualistico.

Svaniscono anche “gli argini dentro ai quali il movimento cooperativo poteva crescere mantenendo una sua identità di impresa particolare”4 all’interno di un sistema ad economia di mercato.

Nel 1988 Lars Marcus, Presidente ICA, l’organizzazione internazionale di rappresentanza del sistema cooperativo, dichiarò:

esistono prove chiare a conferma del fatto che le cooperative sono state influenzate negativamente dal rapido boom delle economie di mercato capitaliste. In molti paesi, il carattere originale e unico delle cooperative è stato eroso dalle forme dominanti della vita economica, come per esempio le società per azioni. 5

Il tema della fascinazione dell’economia di mercato esercitata sul mondo della cooperazione è, dunque, ben noto da tempo e, come si vede, non è caratteristico solo del nostro Paese e dell’Emilia- Romagna.

Le cooperative di costruzione, di consumo e di servizi in particolare, assumono dimensioni di veri e propri colossi economici, per ciò che riguarda la vita interna questo passaggio si traduce nell’ampliamento della divaricazione fra management e soci. Mano a mano che le cooperative aumentano le proprie dimensioni la distanza fra vertice e base sociale sembra farsi incolmabile. A tal proposito pochi anni fa Lanfranco Turci ha dichiarato:

Questi elementi si sono accentuati nel corso degli anni e (…) sono anche uno dei fattori che spiega l’indebolimento della tradizione ideale del movimento cooperativo.6

Le conseguenze che discendono dai processi al centro della ristrutturazione e dello sviluppo del movimento cooperativo, fanno si che la distinzione fra imprese cooperative e le altre imprese capitalistiche sia sempre più labile, per non dire, in alcuni casi, inesistente.

La rotta liberista sempre più maggioritaria all’interno del movimento cooperativo produrrà una rottura anche con il movimento sindacale. In particolare l’avvicinamento della Lega delle cooperative alle posizioni di Confindustria in occasione del referendum sulla scala mobile, avvicinamento sostenuto in precedenza dalla CNA, porta come risultato la costruzione di un fronte unico contro le posizioni sostenute dalla CGIL isolandola di fatto, in quanto c’era già divisione con gli altri sindacati.

Occorre distinguere però l’operato delle grandi cooperative da quello delle piccole dove in molti casi il rapporto mutualistico, di fiducia e circolazione di idee e informazioni tra base e vertice era e rimane ancora vivo. Essi rappresentano gli elementi fondamentali per la sopravvivenza stessa di queste cooperative.

La “degenerazione”7 ovvero “la deviazione dagli scopi sociali” di queste grandi cooperative, può aver determinato un fattore che ha reso meno guardinghi i vertici delle imprese cooperative nei confronti delle tentazioni del mercato”8, portando a fatti poi sfociati nella cronaca giudiziaria. Questo processo secondo Lanfranco Turci è avvenuto perché:

in qualche modo si dice che il mercato è fatto così, se dobbiamo portare a casa il lavoro dobbiamo stare alle “regole del mercato”. Allora è un bel dilemma. Mi ricordo di qualche dirigente cooperativo che aveva detto in passato “mi domando se devo fare la figura del cretino andando a casa senza lavoro e quindi senza poter garantire la continuità ai miei soci o invece fare la figura dell’eroe portando il lavoro, ma sapendo quello che alle spalle ho dovuto combinare”.9

Fra gli elementi della “degenerazione” Webb, uno dei primi studiosi del sistema cooperativo, includeva anche ciò che “può portare le cooperative alla perdita delle loro caratteristiche democratiche fino a diventare simili o uguali alle imprese degli azionisti”10. C’è da dire che nelle SpA gli azionisti possono decidere i loro management, mentre i soci in questi grandi conglomerati cooperativi, conglomerati perché queste cooperative hanno dato vita a loro volta ad altre società, senza alcun rapporto con il vertice non sempre hanno la possibilità di agire sulla composizione della struttura del vertice. Questa affermazione trova un chiarimento nel fatto che:

Nelle cooperative classiche, più grandi, fino a pochi anni fa la grande maggioranza era composta da soci. C’è stato successivamente un processo di societarizzazione, cioè non è avvenuta una crescita del blocco centrale della cooperativa pura, ma di tante società satelliti collegate. Si tratta di lavoratori dipendenti e non di lavoratori soci. Storicamente, la grande maggioranza erano soci.11

Il vertice, senza criteri sanciti di turn over, diventa molto spesso ad una sorta di nomenklatura inamovibile e immodificabile. Nei casi, sempre più frequenti, di fusione fra cooperative il vertice viene a sua volta costituito per stratificazione, laddove la fusione da’ vita molto spesso a una moltiplicazione di posizione apicali. La sommatoria dei vertici delle cooperative che si sono fuse appare un elemento irrazionale e rappresenta una delle cause di situazioni critiche come quella in cui versa Coop Alleanza 3.0.

La “societarizzazione”di cui parla Turci e la “degenerazione” così come definita da Webb, hanno portato negli ultimi tempi a situazioni di conflitto fra i lavoratori delle cooperative impegnati nella logistica trasporti e le grandi cooperative stesse dando vita a vertenze molto complicate e accese.

Altro aspetto del discorso sulla cooperazione è quello che riguarda le cooperative sociali come appaltatrici di servizi non più eseguiti dagli enti locali. La riduzione dei trasferimenti ai governi locali è stata fra le cause principali che hanno portato al ricorso al cosiddetto “terzo settore” nella gestione di servizi sociali ed educativi. Se apparentemente questo ricorso può sembrare positivo, in realtà esso produce effetti che vanno considerati molto attentamente come ricorda Turci in una intervista del 2015:

Questo è un problema delicatissimo perché da un lato, è naturale che le cooperative sociali, che organizzano lavoratori che cercano occupazione, si candidino a gestire servizi sociali, che siano scuole materne, asili nido o case di riposo. È anche vero però che facendo forza sull’idea delle cooperative sociali, del terzo settore, si dà una spinta, si cerca di legittimare la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questo è un gioco micidiale. Non sto dicendo che la responsabilità è in capo alle cooperative sociali perché, al di là del caso di Roma, le cooperative sociali in generale, sia come dimensioni che come modo di funzionamento, sono ancora vicine alla forma più classica È chiaro tuttavia che se un Comune, invece di aprire una scuola materna regolare assumendo le insegnanti per dodici mesi all’anno con la tredicesima, con tutti i diritti al riposo e alle ferie, la affida alla cooperativa sociale che fa dei contratti a termine e quindi paga solo i mesi effettivamente lavorati (non tutti i contratti sono così ma in molti casi sono così) è evidente che alla fine il risultato è che hai un servizio meno qualificato. Se la gente la tratti male e non la paghi bene, lavora peggio. Hai quindi servizi meno qualificati e hai lavoratori più sfruttati perché alla fine quelle insegnanti della cooperativa sociale, sono più sfruttate, mentre quelle del servizio pubblico hanno condizioni più dignitose. È un bel conflitto questo. Il motore non è nelle cooperative sociali, è nella politica di attacco al welfare, nel liberismo economico. Questo lo sappiamo bene, ha a che fare con politiche macro economiche con dimensioni ampie, europee. È la ricaduta di un processo molecolare. Quando si trova la motivazione ideale, come il terzo settore, si nobilitano anche politiche che in realtà sono di degrado del welfare. Non per responsabilità degli operatori ma per le scelte che stanno a monte. Tornando al filo del nostro ragionamento, insisterei per provare a lanciare l’idea che si apra un dibattito pubblico senza sotterfugi, senza tatticismi, senza paura di disturbare il manovratore, sullo Stato e le prospettive della cooperazione. Una sinistra che non abbia più vicino, non dico di fianco,ma vicino, un mondo cooperativo, un mondo mutualistico, è una sinistra più povera.12

Abbiamo visto ciò che Lars Marcus affermò nel 1988, quale presidente dell’organizzazione internazionale delle cooperative animò un importante dibattito a livello mondiale sul ruolo della cooperazione favorendo una lunga e significativa ricerca che si protrasse per diverso tempo ed incentrata sulla comprensione delle aspettative, delle idee dei cooperatori nel mondo. Dall’India agli esquimesi, passando per l’Europa e arrivando all’Africa, alla luce del fallimento del socialismo reale e del sempre maggior allineamento alle logiche del mercato, il tentativo di questo sforzo fu di una nuova identificazione dei valori delle cooperative. La tendenza interna al movimento cooperativo di privilegiare “il successo economico a breve termine” fu visto con un certo sospetto da importanti dirigenti internazionali come Laidlow13; così come pur considerando importante il perseguimento della redditività questa non doveva essere “fine a se stessa”.

Il tema del mutualismo, “del self-help volontario e reciproco, dell’emancipazione economica – sostenendo che erano ampiamente influenzati dai valori come l’onestà, l’attenzione verso gli altri, il pluralismo (approccio democratico) e la capacità costruttiva (fede nella via cooperativa)”14, sono i temi su cui all’interno del movimento cooperativo stesso si sta cercando da tempo di ribadire la funzione sociale delle cooperative forse passata in second’ordine rispetto alla funzione economica.

La questione della ridefinizione di un tessuto sociale ormai sfrangiato, del capitale sociale di cui l’Emilia-Romagna era, seppure oggi molto consumato, rimane ancora ricca è un tema su cui la cooperazione può e deve cercare di giocare un proprio ruolo tentando di ripristinare uno spirito comunitario e di mettere in relazioni spezzoni e individualità sociali troppo spesso lasciate a se stesse in una condizione di isolamento nella quale l’unica elaborazione sono teorie basate sul rancore e la paura.

1 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 169

2 P. Togliatti, intervento al convegno dei cooperatori comunisti del 26-28 ottobre 1946, pag.108. da “i comunisti e la cooperazione” storia documentaria.1945-1980 editore De Donato, in S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

3 S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

4 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

5 . Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag .175

6 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

7 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 24

8 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

9 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

10 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 25

11 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 86

12 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 88

13 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 175

14 Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag.178

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Le politiche locali quali strumenti di democrazia progressiva

Di Eugenio Pari

Il riferimento dei comunisti nel governo dell’Emilia-Romagna fu l’esperienza del socialismo municipale, sebbene fra queste due esperienze sussistessero diversità.

È bene comprendere da quali presupposti si partì per la definizione delle politiche pubbliche in Emilia-Romagna e in particolare quale funzione si tentò di dare alle aziende pubbliche nella lunga esperienza di governo.

Nell’azione il peso maggiore era dato agli interventi in grado di valorizzare le esperienze che potessero fornire servizi reali ad un tessuto economico ed imprenditoriale formato da piccole e piccolissime imprese il più delle volte artigianali che costituivano e tuttora costituiscono il nerbo dell’economia regionale, questi servizi negli anni rappresenteranno il fiore all’occhiello del modello emiliano.

D’altra parte era presente l’idea di considerare gli imprenditori di queste piccole fabbriche in un certo senso come lavoratori subordinati.

In un quadro di alleanza tra braccianti, operai e piccola borghesia, un’alleanza tra città e campagna, si tendeva a raggiungere un doppio risultato dal punto di vista economico: quello del contrasto delle grandi concentrazioni monopolistiche e quello di sostenere una crescita economica in un contesto dove la disoccupazione arrivava a punte che superavano il 60% come per esempio nelle aree più depresse della provincia ferrarese.

Il PCI attraverso la politica delle alleanze perseguita ed applicata in Emilia-Romagna riuscì a caratterizzarsi in forma assolutamente originale nello scenario dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, “maturando una cultura di governo tale da giustificare la propria candidatura a partito di governo del Paese”.1

I servizi pubblici locali facevano parte di una piattaforma di lotta generale locale per nuove fonti di lavoro e per l’espansione industriale. L’obiettivo era anche quello di raggiungere un controllo democratico “nell’ambito di una diversa politica tariffaria basata sull’accentramento dei reali costi di produzione (…); revisione e controllo democratico dei Comuni sui contratti di fornitura ai privati; (…) sviluppo e potenziamento delle aziende municipalizzate per la distribuzione dell’energia con la revisione dei pubblici contratti”.2

Le politiche realizzate negli anni ’60 in Emilia Romagna rappresentavano il tentativo di realizzare dal basso e dalla periferia le condizioni di un welfare state non solo assistenziale, ma di grande intervento del pubblico nell’economia e nella produzione.

Questa alleanza antimonopolistica viene spiegata da Fausto Anderlini individuando l’esistenza nella formazione regionale delle forze produttive progressive, storicamente date, su cui grava l’ipoteca monopolistico – finanziaria in stretto connubio con lo Stato – apparato centralizzato tendente invece a squilibrare le potenzialità espansive.3

Di fronte a questo scenario la necessità era quella di procedere ad una razionalizzazione che avrebbe marginalizzato il capitale finanziario e i ceti improduttivi. Avviare una razionalizzazione capitalistica che attraverso una politica dei prezzi potesse portare vantaggio alla grande massa di coloro che richiedevano servizi per uso domestico, ma anche a vantaggio dell’artigianato e dei piccoli e medi imprenditori. Soprattutto però ci si concentrava per impegnare le industrie di stato come l’Eni a realizzare i propri fini istituzionali, ossia per l’intensificazione della ricerca e dello sfruttamento del metano e per la rottura dei cartelli monopolistici.

Nel 1959 era già presente una proposta di costituire, seppure a livello regionale, un Ente per l’energia, “le vie per l’industrializzazione passano dunque attraverso profondi mutamenti di indirizzo della politica governativa, attraverso una battaglia antimonopolistica”.4

Oltre i servizi pubblici locali ci sono i servizi socio-educativi quali elementi fondanti del “modello emiliano”, questi due cardini della politica dei comunisti e delle sinistre vengono “da lontano”, e sono rintracciabili nelle prime esperienze di governo locale dei socialisti nella regione.

Esiste una tradizione, quindi, dove “i risultati odierni sono il frutto di un’evoluzione storica lunga e affondano le radici in un passato fatto di tradizioni municipali, associazionismo, lotte sindacali e più in generale politiche per la protezione sociale”5.

La gestione nazionale di servizi come la sanità, ha in verità diverse critiche, ma l’istituzione del principio costituzionale dell’universalità di tale servizio ha permesso comunque un livello minimo del servizio declinato in modi assai diversi quante sono le diversità economiche del panorama regionale italiano. Nelle pieghe delle deleghe alle gestioni locali, non solo sui servizi sanitari, ma anche sulla casa e più in generale sui servizi afferenti al welfare, possiamo senz’altro affermare che l’Emilia-Romagna ha raggiunto nel corso degli anni importanti eccellenze divenute addirittura modello per altre regioni. Infatti come scrive Matteo Troilo: “il ‘modello emiliano’ sembrava riconoscere proprio nel welfare locale una delle sue caratteristiche più forti e identificative. Il welfare locale aveva infatti trovato un terreno molto fertile nella presenza di un benessere diffuso e di una società con poche divisioni. A partire dagli anni 70 la situazione sociale complessiva della regione è però iniziata a cambiare, se nell’economia la regione ha conservato i suoi tratti peculiari questo non si è verificato nella politica e nella società. Con il tempo è calata la partecipazione politica e quelle caratteristiche virtuose che caratteristiche virtuose che caratterizzavano la regione, come bassi livelli di criminalità e forti meccanismi di integrazione sociale, sono andati scomparendo. Sono cambiati i modi di fare famiglia e la regione ha mostrato nel tempo una forte tendenza verso l’instabilità coniugale, il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione (Barbagli – Pisati – Santoro, 2001, pag. 21).6

Senza le tradizioni socio-culturali della regione c’è da credere che il sistema del welfare locale non avrebbe avuto lo stesso successo. Il conflitto sociale, come elemento propulsivo di cambiamento attraverso le rivendicazioni, e il sistema di concezioni ideali e la cultura della classe politica al potere nella regione come elemento in grado di tradurre in scelte di governo i contenuti delle istanze. D’altra parte, lo abbiamo visto, lo sviluppo delle politiche di welfare locale e anche dei servizi pubblici era, per i socialisti prima e per i comunisti poi, una condizione di differenziazione politica rispetto al potere centrale, un elemento anche di conflitto politico che si traduceva in pratica di governo. Si sosteneva la propria alternativa dimostrando, laddove chiamati a governare, le proprie capacità di gestione del potere in senso popolare e alternativo rispetto al potere centrale. In questo senso, credo, si possa leggere la formula di “partito di lotta e di governo”.

In questo contesto non è da sottovalutare affatto la spinta che le rivendicazioni, nonché i conflitti, sindacali estesi e con un certa preminenza da una lato erano in grado di esprimere ad una classe politica disponibile ad interpretare e dare risposta a queste rivendicazioni.

Alla base dello sviluppo del welfare locale in Emilia-Romagna c’è un combinato disposto tra conflitto e accoglimento dello stesso attraverso una declinazione in azioni di governo “anche in questo caso la regione emiliana ha avuto uno sviluppo particolare in quanto la possibilità di dare risposta alle esigenze della popolazione in fatto di servizi locali ha consentito spesso di “alzare la posta” nelle rivendicazioni, arrivando a risultati di eccellenza non toccati in altri territori. Le amministrazioni lavorarono per la modernizzazione dello spazio urbano dotando le città di servizi importanti, e finirono per dare un peso effettivo ai problemi dei cittadini. La regione dominava ad esempio la ribalta nazionale delle municipalizzate con l’assunzione diretta dei servizi pubblici. Il sostegno alle piccole e medie imprese attraverso servizi efficienti, una lungimirante politica delle infrastrutture, il potenziamento di un sistema educativo funzionale al mondo del lavoro, servirono a porre il welfare in primo piano nelle politiche municipali. Un ruolo importante in tal senso lo giocarono anche i movimenti femministi ben radicati nella regione e che portarono il mondo politico locale a un’attenzione particolare per quei servizi, come gli asili nido, fondamentali per le pari opportunità (Addabbo et al. 2011).7″

Come vedremo anche gli aspetti di pianificazione territoriale segneranno uno degli elementi per l’affermazione ed il successo del modello emiliano di welfare un quadro virtuoso, “l’urbanizzazione e la struttura demografica sono altre tematiche che hanno condizionato lo sviluppo dei welfare locali e che anche in Emilia Romagna hanno portato a risultati particolari”. Già prima dell’Unità d’Italia il territorio regionale aveva un alto livello di un’urbanizzazione incentrata su centri di un certo rilievo e non su grandi città. Caso raro per l’Italia dell’epoca il livello di popolazione aumentava a partire dal 1861 grazie al basso livello di emigrazione “con il risultato di arrivare negli anni Sessanta e Settanta a livelli di natalità molto alti rispetto ad altre regioni. Di fronte ad una popolazione con molti figli gli amministratori locali dovettero rispondere fattivamente alla necessità di dare servizi all’infanzia e ai genitori. La transizione demografica, con la diminuzione della natalità, si è compiuta più tardi rispetto al livello nazionale ma è diventata più rapida rispetto al resto del paese. Oggi la popolazione regionale è più vecchia rispetto alla media nazionale e ciò ha contribuito a impostare, in un quadro virtuoso, le politiche sociali verso i servizi agli anziani (Del Panta 1997)”.8

Infine l’ultima componente dei welfare regionali è quello del tessuto sociale, inteso “come l’insieme di soggetti estranei sia al settore pubblico che a quello più propriamente privato, in grado di proporre soluzioni importanti a problemi reali. Gli enti senza scopo di lucro affondano le radici nella cultura di questa regione già a partire dal Medioevo, fase storica che vede la costituzione di enti sia laici che religiosi con finalità di assistenza e carità. Nei secoli a seguire vedono la luce, in una prospettiva di difesa delle categorie economiche più deboli, i monti di pietà, e successivamente, per offrire una maggiore tutela delle fasce meno forti a fronte del brusco passaggio da un’economia essenzialmente agricola a una prevalentemente industriale, le società di mutuo soccorso, le banche popolari, le casse di risparmio e quelle rurali. Sia prima che dopo l’Unità i territori che oggi costituiscono la regione Emilia Romagna presentavano numeri alti nel cosiddetto “terzo settore”, segno di una realtà che, già prima dell’esistenza del welfare state, aveva un importante rapporto tra il sistema produttivo e la protezione sociale dei lavoratori e più in generale dei cittadini. Questa eredità è fondamentale ancor più oggi, in una fase, come quella attuale, nella quale è visibile il graduale ritiro dell’intervento pubblico a favore del ‘terzo settore’”.9

Ma il modello ha subito delle profonde modificazioni, modifiche sorte parallelamente alle riforme degli assetti organizzativi dei governi locali insorte all’inizio degli anni ’90, allorquando vennero inseriti dispositivi di gestione, ispirati a schemi manageriali delle imprese private, “orientati a migliorare il grado di efficienza e di efficacia dell’amministrazione. È negli anni Novanta soprattutto che si afferma l’idea delle pubbliche amministrazioni come luoghi di efficienza in quanto governati da principi valutati più efficaci nel ridurre gli sprechi. L’impiego di modelli manageriali è stato introdotto per venire incontro all’esigenza di creare spazi di autonomia della dirigenza rispetto alla politica, oltre che per favorire una mentalità e una cultura amministrativa differenti da quelli sino ad allora praticati [Battistelli 1998]”.10

Questo cambiamento non è stato univoco, anche la cosiddetta società civile ha subito modificazioni: una crescente disaffezione verso l’impegno nella militanza politica già avviata negli anni ’80, la militanza politica, vista come elemento di impegno civile, cala, in particolare tra le fasce sociali più giovani, e l’impegno sociale si trasferisce dalla politica a forme di volontariato nelle associazioni tra cui il “terzo settore”. Come scrive sempre Troilo “fu in questo periodo che si consolidò quel vasto mondo che va sotto il nome di “terzo settore” e che si è espresso in fenomeni come il volontariato organizzato, la cooperazione sociale e l’associazionismo. Queste realtà hanno mostrato una forte crescita quantitativa, una maggiore strutturazione e un crescente livello di professionalità, oltre che un riconoscimento formale da parte dello stato e dell’opinione pubblica. La crescita del ‘terzo settore’ era iniziata nel corso degli anni Settanta, si era sviluppata nel decennio successivo e arrivò a una fase di ulteriore radicamento e maturazione tra gli anni Novanta e il Duemila.11

A indurre questo cambiamento vi sono elementi strutturali come la della crisi della spesa pubblica e della conseguente diminuzione dell’intervento statale nel settore del welfare, rotta che ha permesso la concretizzazione di un nuovo ruolo per gli enti non-profit, chiamati non di rado ad una funzione sostitutiva, quanto meno di supplenza del soggetto pubblico nella produzione dei servizi nonché nella privatizzazione di alcuni di questi come nel caso delle aziende municipalizzate.

Così “il ‘terzo settore’ nelle sue varie componenti si presenta quindi attualmente come uno degli attori che a livello locale partecipa maggiormente alla creazione del sistema di welfare. La legislazione più recente non solo ha fornito alle organizzazioni non-profit un riconoscimento formale, ma le ha sottoposte a criteri più stringenti e selettivi nella concessione dei finanziamenti. Ciò ha fatto sì che buona parte delle organizzazioni di “terzo settore” abbiano iniziato in questi ultimi anni ad agire in ambiti sempre più tecnici. [D’Acunto e Musella 1995; Bova 2009].12

A un elemento però va prestata grandissima attenzione: il progressivo disimpegno nella gestione diretta dei servizi da parte dei soggetti pubblici, non è equivalso ad una riduzione della richiesta dei servizi stessi. Complici fattori sociologici come quello del progressivo invecchiamento della popolazione “si è così venuto a creare una sorta di paradosso: è lievitata la richiesta di quantità e qualità di servizi alle persone ma si è fatta strada la difficoltà di mantenerne gli elevati costi. La sfida del futuro per Bologna sarà quella di conservare gli alti standard elevati che hanno caratterizzato il welfare cittadino, ben inserito nel modello regionale, aumentando la collaborazione con le istituzioni non-profit e con gli enti privati”13.

Quando parliamo di sviluppo delle politiche di welfare locale nei comuni della nostra regione non possiamo non considerare il ruolo fondamentale avuto dalle organizzazioni sindacali, con particolare riguardo alla CGIL. La CGIL dell’ l’Emilia-Romagna ha avuto la funzione non solo sindacale, quelle che riguardano il compito dell’istituzione sociale, ma è stata portatrice di una autonoma attitudine politica. Dati questi presupposti la conflittualità diviene un’ ‘utile’ contraddizione sociale: nel senso che il carattere strutturale del conflitto presente nella società contemporanea spinge inevitabilmente alla sua regolamentazione o alla sua deflagrazione e, di conseguenza, per un verso accelera il cambiamento sociale e per l’altro conduce all’affermazione o alla negazione del principio democratico” 14.

Risultati immagini per manifestazioni operaie a bologna anni 70

Una manifestazione operaia a Bologna negli anni ’70

Secondo Marzia Maccaferri i temi alla base della politica di inclusione e avanzamento portata avanti dalla CGIL, sono tre: conflittualità, trasformazione economico-sociale e cittadinanza. Temi che determinano la politica della CGIL negli anni della costruzione del “modello emiliano”, dove la posta in gioco, usando un’espressione coniata da Claudio Sabattini, era quella di “spostare in avanti la soglia dei diritti”.

Il progresso materiale e il generale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori erano al centro dell’azione del sindacato e dei partiti della sinistra in Italia come in regione. Una visione materiale richiedeva che anche la classe operaia approdasse al godimento dei frutti della società dei consumi aumentando il proprio benessere materiale. Il benessere materiale però, secondo la visione della CGIL in Emilia-Romagna, era una faccia della medaglia, l’altra non poteva che essere il benessere sociale. Nel discorso sindacale bolognese e regionale prende forma la questione dei “consumi sociali” i quali “nel quadro più ampio della creazione di un sistema di vantaggi collettivi; ambivano (…) a presentarsi come una proposta di incidere oltre il singolo individuo o nucleo familiare o segmento industriale, ma anzi in senso ampio e globale sull’intera società. A fronte di una concezione che ‘tecnocraticamente’ pretendeva l’apoliticità della pianificazione dello spazio pubblico, affermare il ruolo primario delle lotte per la casa e il diritto al trasporto pubblico efficiente mettendo al centro il conflitto (…)”15.

Il tema della casa, dei servizi, della tutela alla salute, dei nuovi bisogni sociali come la presenza di un asilo nido o scuola materna sostenuti dal sindacato ha portato a ridefinire il concetto e lo status di cittadinanza, erano i contenuti di una nuova richiesta di progresso sociale basata su elementi concreti e non astratti. Elementi che entravano nelle rivendicazioni degli operai in sede di rivendicazione, per esempio tra i volantini del Consiglio di fabbrica di un’azienda metalmeccanica si leggeva “cosa vogliamo: un asilo che non abbia tutte le carenze riscontrate attualmente e cioè più verde, più attrezzature, personale, etc. etc. Ma soprattutto vogliamo un asilo di quartiere aperto a tutti i bambini e alle loro esperienze diverse (…). La nostra proposta immediata è quella di far uscire dalla fabbrica il nido – nelle immediate vicinanze (…). Le imprese dovranno farsi carico di questi costi e di altri costi relativi ad importanti servizi sociali che interessano i lavoratori.16

La fabbrica non solo era luogo di lavoro, sede circoscritta di un avanzamento o meno salariale o delle condizioni generali di lavoro, la fabbrica era al centro dello spostamento in avanti della soglia dei diritti di tutta la comunità. Un’azione rivendicatrice nella fabbrica non solo andava a vantaggio dei lavoratori ma di tutta la cittadinanza, il conflitto sindacale diventava strumento per la progressione delle condizioni di vita della collettività.

Negli anni settanta, proprio quando il “modello emiliano” raggiunge il proprio apogeo questa azione di rivendicazione non avviene da un fronte unico composto da organizzazione sindacale e partito da un lato, padronato dall’altro. In questi anni gli enti locali, stragrande maggioranza dei quali guidati dalle sinistre a trazione PCI, teorizzano e praticano la propria “terzietà”. In questo quadro, quindi, il sindacato non solo diventa motore anche di un’azione politica saldando “nuovi bisogni socio-politici ad antiche rivendicazioni tradunioniste (…)” ma si trasforma “in una sorta di ‘centro d’intervento’ per i diritti dei cittadini, da quello allo studio a quelli dei consumatori, al diritto alla casa, (…)”17

1 N. Bellini, Il socialismo in una regione sola. Il Pci e il governo dell’industria in Emilia Romagna, Il Mulino, n.5, 1989

2 G. Fanti, intervento alla I Conferenza regionale del Pci, Bologna giugno 1959, in I Comunisti in Emilia Romagna, Documenti e Materiali, a cura di Pier Paolo D’Attorre, 1981

3 F. Anderlini, Terra rossa. Comunismo ideale, socialdemocrazia reale. Il Pci in Emilia Romagna, Istituto Gramsci Emilia Romagna, 1990

4 G. Fanti, intervento alla I Conferenza regionale del Pci, Bologna giugno 1959, in I Comunisti in Emilia Romagna, Documenti e Materiali, a cura di Pier Paolo D’Attorre, 1981

5 M. Troilo, La Regione Emilia-Romagna e il welfare state dagli anni 70 a oggi, in Bologna futuro, a cura di C. De Maria, Clueb, Bologna, 2012, pag. 92

6 M. Troilo, La Regione Emilia-Romagna e il welfare state dagli anni 70 a oggi, in Bologna futuro, a cura di C. De Maria, Clueb, Bologna, 201, pag. 94

7 M. Troilo, Bologna e il Welfare locale, appunti per una storia, https://ladigacivile.eu/

8 M. Troilo, ibidem

9 M. Troilo, ibidem

10 M. Troilo, ibidem

11 M. Troilo, ibidem

12 M. Troilo, ibidem

13 M. Troilo, ibidem

14 M. Maccaferri, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacati a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1974), Ediesse, Roma, 2010, pag. 351

15 M. Maccaferri, ibidem, pag.403

16 Documento del Comitato Esecutivo Unitario sulla iniziativa per le lotte sociali, in M. Maccaferri, ibidem, pag. 385

17 M. Maccaferri, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacati a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1974), Ediesse, Roma, 2010, pag. 381

 

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Riformismo: il “filo rosso” nella storia della sinistra in Emilia-Romagna

Di Eugenio Pari

Il PCI si ricollega alla trazione dei “municipi rossi” passati alla storia, tra fine Ottocento e inizi Novecento, per essere dei centri sovversivi, ma anche per la concretezza della loro azione politica.

Abbiamo visto che tipo di rilevanza il collegamento con questa esperienza abbia avuto nello sviluppo dell’azione di governo dei comunisti riportando l’intervento su Ceti medi ed Emilia Rossa di Togliatti.

Fra gli elementi sostanziali del “socialismo municipale”, o “padano” come altri studiosi lo definiscono, vi è sicuramente il movimento cooperativo. Il movimento cooperativo nella regione trae le sue origini dalla creazione di cooperative di lavoro sorte negli anni ’80 dell’Ottocento. Le esigenze a cui esse principalmente rispondevano erano quelle di ridurre la disoccupazione e attraverso il proprio attivismo, grazie anche al fatto che contestualmente le amministrazioni locali erano guidate dai socialisti, ottennero l’affidamento di opere pubbliche tali da garantire l’impiego di mano d’opera che, a sua volta, attraverso meccanismi di rotazione, permetteva a un maggior numero di persone di lavorare.

La costituzione in cooperativa, oltre che avere ricadute in termini solidaristici, permetteva ai soci lavoratori di non sottostare al ricatto del padronato e di ottenere sostanziali miglioramenti sotto il punto di vista delle condizioni lavorative sia del trattamento economico. Questa organizzazione del proletariato cittadino e delle campagne permetterà una risposta non collerica e tantomeno rassegnata alla logorante mancanza di lavoro. Nella regione non si vedranno fenomeni di ribellismo fini a sé stessi, ciò al tempo stesso contribuirà al fatto che fra i milioni di contadini che in quegli anni emigravano dall’Italia solo in misura ristrettissima fossero quelli di provenienza emiliano-romagnola.

La creazione di cooperative fosse di per sé la soluzione per l’assorbimento di grandi sacche di disoccupazione, ma contribuirà “a creare un clima, una mentalità, una speranza. La rassegnazione non prevale”1, ecco spiegate le distinzioni fra il proletariato emiliano-romagnolo e quello, in particolare, delle regioni del Mezzogiorno, su cui, come abbiamo visto in precedenza, Togliatti si soffermerà in maniera molto chiara nel suo discorso di Reggio Emilia del 1946.

L’altro elemento caratterizzante del socialismo emiliano tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 fu la costituzione delle leghe sindacali, le quali ebbero una funzione di collocamento della mano d’opera e di sottrazione della stessa dalle discriminazioni e rappresaglie del padronato.

Il primo successo del socialismo nella regione si ebbe con la vittoria alle elezioni amministrative per il comune di Imola nel 1889, Imola è infatti considerata la “culla” del socialismo municipale. Significativa inoltre fu l’esperienza che fra il 1899 e il 1905 si sviluppò a Reggio Emilia, qui l’amministrazione socialista investì senza “avarizia” nelle scuole, procurando testi gratuiti per i bambini, aprendo corsi serali per gli adulti e favorendo “ricreatori educativi per i bambini. Le scuole aumenteranno continuamente prima di tutto in campagna, crescerà il numero degli insegnanti che vedranno accresciuto il proprio stipendio, manovra che i comuni potevano fare in quanto l’educazione elementare era ancora di loro esclusiva competenza, l’obiettivo delle amministrazioni era chiaro “perché – come recitava la relazione al bilancio del 1902 – l’istruzione distrugge la miseria2.

Tutto ciò concorrerà a costruire nella memoria collettiva, grazie anche alla grande tradizione comunale italiana, laddove il Comune secondo l’insegnamento mazziniano era “unità primordiale”, un’idea di “società libera dai vincoli centralistici statali, fondata su una federazione di Comuni autonomi. Continuarono a pensare a questo futuro di federalismo e di autogoverno delle comunità locali anarchici e socialisti di varia tendenza, riformisti e intransigenti. Ma non viene a mancare, pure in una visione tendenzialmente federalista, il senso dell’appartenenza a una formazione unitaria. Sono anzi i socialisti, con i repubblicani e i cattolici democratici, ad immettere nella vita della nazione ceti popolari che ne erano rimasti esclusi, stimolando e favorendo l’alfabetizzazione, la frequenza scolastica e l’impegno elettorale”3.

Abbiamo visto in precedenza la critica che Togliatti mosse ai “riformisti” colpevoli a suo avviso di essere caduti in un “pericoloso particolarismo” che non permetteva loro di considerare la “prospettiva e [del]l’interesse generale del movimento”, Zangheri tornando sull’argomento del riformismo in Emilia-Romagna, nel 2004 ebbe modo di sostenere che “l’opera dei socialisti nei Comuni e nel parlamento è rivolta a risolvere i problemi immediati dei ceti più bisognosi e, al tempo stesso, ad affrontare grandi questioni locali, come le finalità dell’istruzione (…), l’uguale dignità dei cittadini, il diritto al lavoro. Tutta l’attività dei socialisti è consacrata a compiti minuti, quotidiani e, contemporaneamente, alla rivendicazione di obiettivi di emancipazione e d

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Renato Zangheri

i trasformazione. È un errore, compiuto frequentemente, ritenere che la divisione fra riformisti e massimalisti, che turberà il socialismo nei primi decenni del Novecento, fino a minarne la forza, sia avvenuta sulla linea di una differenza negli obiettivi finali. In Emilia-Romagna i riformisti, che organizzano in alcune province la maggioranza dei lavoratori, sono tenaci difensori dei loro interessi sindacali – orari, salari, occupazione – ma non cessano di richiamare i fini generali: la collettivizzazione della terra, una società libera dallo sfruttamento, l’uguaglianza fra gli esseri umani, allo stesso modo dei massimalisti”4.

Da questo brano alcune considerazioni che mi sento sommessamente di esprimere, pur non avendo i “galloni” dello storico: tra le righe di Zangheri mi sembra di notare una critica alle affermazioni che quasi cinquant’anni prima fece Togliatti varando la linea del PCI in Emilia-Romagna proprio in relazione alla politica “particolaristica” dei riformisti. Ora, probabilmente la discussione potrebbe risultare di “lana caprina”, ma a me pare importante in quanto credo che caratterizzi non ex post tutto il corso dei comunisti emiliano-romagnoli dalle origini della “Emilia rossa”. Non credo che il riformismo sia stato il carattere distintivo, strumentale magari, di una stagione, la radice ideologica di una sinistra disancorata dall’ideologia comunista andava alla ricerca di idee fondanti; no, in Emilia-Romagna i comunisti erano riformisti per davvero e lo sono stati fin da subito la conquista del potere locale.

Alla costituzione del socialismo municipale contribuirono anche leggi nazionali come quella, per esempio sulle municipalizzazioni a firma di Giolitti e data un presupposto normativo che, secondo Baldissara, fornisce l’occasione per il socialismo “di intervenire in settori fondamentali della vita delle masse lavoratrici, e dunque di poter garantire la fruizione dei servizi di base delle masse lavoratrici in base a criteri di maggiore equità. Si tentò quindi la via della ‘municipalizzazione del pane’, cioè della gestione di forni comunali capaci di fornire questo alimento primario a prezzi minori rispetto agli esercenti privati. Si procedette inoltre all’assunzione a spese dei comuni dei servizi in rete (trasporti, acqua e gas), in modo da favorirne l’accesso ai ceti subalterni, ma anche di procedere alla modernizzazione (estensione dei collegamenti e dell’illuminazione, miglioramento delle condizioni igieniche) dei centri amministrati”5.

Occorre anche ricordare anche che all’inizio del Novecento si assistette all’allontanamento del clero dagli istituti di assistenza, alla gestione arbitrale delle opere religiose sopravvenne quella dei cosiddetti municipi “rossi” come nel caso dell’allontanamento delle suore dall’orfanotrofio a Cesena nel 1903 e a Rimini nel 1906. Ma la rimozione di personale del clero avvenne negli ospedali avvenne anche a Imola e Ravenna e a “Forlì la laicizzazione si spingeva oltre l’espulsione del personale ecclesiastico, sino al reimpiego delle risorse finanziarie già impegnate dall’amministrazione clericale per il miglioramento delle prestazioni assistenziali”6.

Il fascismo si abbatté sulle conquiste del movimento operaio della nostra regione con un accanimento maggiore rispetto alle altre regioni del Paese, la violenza squadrista si concentrò, come rileva Patrizia Dogliani, soprattutto sui braccianti infatti “dell’ottantina di uccisi nel Bolognese tra il 1920 e il 1943 (a riprova che la violenza si istituzionalizzò ma non venne meno dopo il 1925) più della metà delle vittime erano braccianti” 7.

Buona parte della spina dorsale della gerarchia nel regime fascista, almeno fino all’inizio degli anni ’40, proveniva dalla nostra regione, eppure possiamo dire che lungo il ventennio sopravvisse una resistenza al regime fino a diventare via via più larga abbracciando masse di contadini che costituirono il nerbo della lotta di liberazione in Emilia-Romagna “coinvolgendo famiglie intere, interi paesi nella lotta armata, nel sostegno alle formazioni partigiane, (…). Il sacrificio dei sette fratelli Cervi, contadini del reggiano, fucilati dai nazisti, non è un evento unico, ma si inquadra in un’epopea che ha visto per la prima volta le popolazioni delle campagne battersi concordemente per chiari obiettivi nazionali e sociali”8.

Alla testa del movimento di Liberazione in Emilia-Romagna si collocò il PCI che, a differenza degli altri partiti antifascisti, così come nel resto d’Italia, riuscì a mantenere una organizzazione clandestina la quale aumentò costantemente durante la Resistenza. La lotta di Liberazione indicò la questione del socialismo nella vita regionale questa volta riproposta dai comunisti che assunsero all’indomani del 1945 una posizione predominante nel fronte delle sinistre. Una certa impostazione dogmatica, allora imperante nello schieramento comunista internazionale e il mito dell’URSS, di fatto determinano la cosiddetta “doppiezza” che in un primo tempo non permise ai comunisti, né ai socialisti di “uscire dalle loro vecchie basi sociali e ideali (Zangheri, 2004)”. Il PCI svolse quindi, nei fatti, una funzione socialdemocratica e lo fece fin da subito rilanciando quelli che, dopo la lunga fase del Ventennio, erano e torneranno ad essere i centri nevralgici della vicenda regionale, centri che Zangheri individuerà nelle cooperative, nei Comuni, nelle associazioni di mestiere, ricreative, mutualistiche e di solidarietà che per più di un secolo hanno caratterizzato l’Emilia-Romagna.

Uno dei capisaldi del corso socialdemocratico dei comunisti emiliano-romagnoli, recuperato peraltro nell’alveo della tradizione socialista, fu la municipalizzazione che traeva origine anche da motivazioni ideologiche rintracciabili nell’introduzione del concetto marxiano del materialismo storico e della lettura delle dinamiche degli enti locali conseguente alla dialettica fra le classi. Un passo del Corso pratico sugli enti locali del PCI del 1951 è paradigmatico in questo senso per i comunisti ‘la storia dei Comuni ci insegna che il governo comunale è stato sempre oggetto di contesa fra le classi in lotta [quindi] la classe che detiene il potere politico dello Stato influisce sull’ordinamento comunale in modo conforme ai suoi interessi i quali in certi periodi consentono od addirittura richiedono una maggior democratizzazione dei Comuni, mentre in altri periodi ne esigono la restrizione od il radicale soffocamento’”.9

Luca Baldissara da’, di questo passo, la seguente lettura

gli spazi d’azione dei comuni vengono dunque disegnati dalla classe borghese a seconda delle convenienze tattiche e degli equilibri interni a questa classe, alternando momenti ‘in cui lo stato borghese allarga questa autonomia, altri in cui la restringe o addirittura la sopprime come fece il fascismo’. Solo con la conquista dei comuni da parte del movimento operaio si avvierebbe dunque il processo di democratizzazione delle amministrazioni comunali, poiché la concezione politica del socialismo concepisce i comuni come le prime sedi nelle quali il popolo esercita il suo potere, e quindi se democrazia è partecipazione di tutto il popolo alla vita pubblica, i comuni sono la prima istanza della democrazia. 10

Il comune e, quindi, le funzioni che esso gestiva, fra le quali, come noto, i servizi pubblici, non andava considerato come “un mero organo burocratico, ma come un ‘ente dotato di poteri e di autonomia, chiamato ad esplicare una serie numerosa e varia di proprie funzioni’, nel cui esercizio si deve dimostrare un ente capace di compiere veri e propri atti di potere, un efficace strumento della lotta di classe e il centro di sistemi di alleanze politiche’: ‘ in sostanza il Comune deve sapere tradurre in termini comunali le grandi lotte politiche’”.11

Dozza diviene, insieme a Fortunati (senatore e membro dell’esecutivo della Lega dei comuni democratici) possono essere definiti i rappresentanti di un’amministrazione che si eleva al ruolo di testimonianza concreta per la realizzazione un nuovo tipo di intervento municipale, per la costruzione di una nuova cultura politico – amministrativa in grado di fornire risposte adeguate alle nuove esigenze delle città allora in espansione e “dei ceti che in esse si trovano a vivere in condizioni maggiormente disagiate spingendo altre amministrazioni locali governate da maggioranze di sinistra ad emulare quanto messo in opera nel capoluogo emiliano”.12

Gli orientamenti “democratici” espressi si concretizzavano attraverso una politica di spesa e anche di entrata, in entrambi i casi originando un effetto di incremento dei redditi attraverso l’applicazione in chiave locale del moltiplicatore keynesiano in un circolo contrassegnato da spese per investimenti, servizi locali e consumi a diretto vantaggio delle “fasce deboli”.

Gli amministratori locali erano dunque decisi ad utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per realizzare indirizzi generali di finanza locale e politica tributaria, in questo senso il Bilancio era la sintesi di una politica volta ad aumentare le entrate: “attraverso la giusta scelta delle fonti di reperimento, l’equa discriminazione dei redditi, il costante affinamento degli organi di accertamento.”.13

Le politiche di bilancio non erano quindi un solo compito tecnico di rendicontazione economica e finanziaria, un esercizio di abilità contabile e di dimostrazione di efficienza ragionieristica. Lo capiamo dalle parole dell’Assessore ai tributi dell’Amministrazione Dozza, Paolo Fortunati, che Baldissara riporta nel suo saggio all’interno della Storia dell’Emilia-Romagna. Fortunati spiega quali siano gli obiettivi di un’amministrazione:

noi pensiamo che le amministrazioni locali non debbano soltanto risolvere un problema contabile, pervenire cioè a un determinato gettito dei tributi. Le amministrazioni si trovano di fronte ad una più grave difficoltà: si tratta di raggiungere un determinato gettito in un determinato modo (…) con una distribuzione del carico tributario imperniata su un principio di progressività, perché altrimenti noi risolveremo soltanto gli aspetti contabili, ma non le aspirazioni secolari di una giustizia tributaria.14

Il tentativo, insomma, era quello di assicurare risorse economiche per le amministrazioni in grado di garantire al contempo lo sviluppo del territorio e l’innalzamento della tutela sociale attraverso un percorso di democrazia fiscale.

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Renzo Imbeni

Sullo stesso tema tornerà sul finire degli anni ’80, in un intervento per la Conferenza programmatica del PCI bolognese, Renzo Imbeni quando sosterrà: “il modo per capire è indicare i nuovi confini fra vecchio e nuovo, fra destra e sinistra, fra giusto e ingiusto (..). Per il fisco italiano i grandi redditi per la maggior parte non esistono, i medi sono visti solo in parte, per i piccoli la situazione è tutta sotto controllo. L’ingiustizia fiscale non provoca solo malcontento e fuga nell’arrangiamento individuale, ma è all’origine della voragine finanziaria. Il deficit pubblico non si risanerà mai con l’affannosa rincorsa a tagliare questa o quella spesa sociale, ma solo con l’equità fiscale, (…)”15.

1 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 94

2 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

3 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 95

4 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

5 L. Baldissara in Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa” in , Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 144

6 L. Baldissara ibidem, pag. 143

7 P. Dogliani, Il fascismo: dalla regione alla nazione, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 103

8 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 96

9 Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3, PCI, 1951,in Baldissara L., ibidem, pag. 123

10 L. Baldissara, ibidem, pag. 123. Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3. PCI, 1951

11 L. Baldissara, Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pagg. 59, 60, 62. PCI, 1951

12 L. Baldissara, ibidem, pag. 234

13 Atti del Consiglio comunale di Bologna, 14 dicembre 1953 in L. Baldissara, ibidem, pag. 245

14 L. Baldissara, Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa”, in Storia dell’Emilia-Romagna, Vol. 2, Editori Laterza, Bari, 2004, pag. 150

15 R. Imbeni, Bologna Futura. Conferenza di programmatica dei comunisti bolognesi, Franco Angeli, Milano, 1989, pag. 450

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La concezione materialistica della storia

Di Eugenio Pari

Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che svolgono un’attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici. In ogni singolo caso l’osservazione empirica deve mostrare empiricamente e senza alcuna mistificazione e speculazione il legame fra l’organizzazione sociale e politica e la produzione. L’organizzazione sociale e lo Stato risultano costantemente dal processo della vita di individui determinati; ma di questi individui, non quali possono apparire nella rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono realmente, cioè come operano e producono materialmente, e dunque agiscono fra limiti, presupposti e condizioni materiali determinate e indipendenti dal loro arbitrio. La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione, della metafisica, ecc. di un popolo. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti, così come sono condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono fino alle loro formazioni più estese. La coscienza non può mai essere qualche cosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico. Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano insieme con questa realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente, nel secondo modo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza. Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne scosta per un solo istante. I suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo isolati e fissati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate. Non appena viene rappresentato questo processo di vita attivo, la storia cessa di essere una raccolta di fatti morti, come negli empiristi che sono anch’essi astratti, o un’azione immaginaria di soggetti immaginari, come negli idealisti. Là dove cessa la speculazione, nella vita reale, comincia dunque la scienza reale e positiva, la rappresentazione dell’attività pratica, del processo pratico di sviluppo degli uomini. Cadono le frasi sulla coscienza e al loro posto deve subentrare il sapere reale. Con la rappresentazione della realtà la filosofia autonoma perde i suoi mezzi d’esistenza. Al suo posto può tutt’al più subentrare una sintesi dei risultati più generali che è possibile astrarre dall’esame dello sviluppo storico degli uomini. Di per sé, separate dalla storia reale, queste astrazioni non hanno assolutamente valore. Esse possono servire soltanto a facilitare l’ordinamento del materiale storico; a indicare la successione dei suoi singoli strati. Ma non danno affatto, come la filosofia, una ricetta o uno schema sui quali si possano ritagliare e sistemare le epoche storiche. La difficoltà comincia, al contrario, quando ci si dà allo studio e all’ordinamento del materiale, sia di un’epoca passata che del presente, a esporlo realmente. Il superamento di queste difficoltà è condizionato da presupposti che non possono affatto essere enunciati in questa sede, ma che risultano soltanto dallo studio del processo reale della vita e dell’azione degli individui di ciascuna epoca. Qui prenderemo alcune di queste astrazioni di cui ci serviamo nei confronti dell’ideologia e le illustreremo con esempi storici.

L’ideologia tedesca, K. Marx – F. Engels, 1846

La trasformazione della società capitalistica attraverso lo sviluppo delle contraddizioni interne al meccanismo del sistema richiede secondo Marx l’intervento di un fattore soggettivo (un soggetto sociale che operi attivamente per quella trasformazione).

All’interno dei rapporti di produzione capitalistici questo soggetto è la classe dei lavoratori salariati che deve organizzarsi “a parte”, in partito inteso come soggetto autonomo sul terreno della politica intesa come lotta generale – su tutti gli aspetti della vita sociale – per la trasformazione dei rapporti di forza complessivi tra le classi sociali in lotta.

Per fare la storia gli uomini devono essere messi nelle condizioni di farla. Tali condizioni sono:

  1. potersi riprodurre da un punto di vista materiale, ovvero realizzare i propri bisogni vitali attraverso il ricambio con la natura: mangiare, vestirsi, abitare. Da qui la concezione materialistica della storia;
  2. tali bisogni vengono soddisfatti socialmente. Per riprodurre le proprie condizioni di vita gli uomini devono necessariamente entrare in relazione tra di loro e ciò avviene attraverso la divisione del lavoro. L’insieme di tali relazioni o rapporti di produzione viene a determinare un modo di produzione;
  3. il modo in cui gli uomini entrano in relazioni economiche muta storicamente e le ragioni di questo mutamento sono da rintracciare nello sviluppo delle contraddizioni interne ai meccanismi di funzionamento del modo di produzione stesso;
  4. le relazioni economiche caratterizzano il modo di produzione non sono stabilite tra individui, ma tra classi sociali, che non sono date in base al reddito o alla ideologia o ai comportamenti sociali, ma si formano in base alla posizione che occupano all’interno del sistema di divisione del lavoro vigente nel modo di produzione.

Una classe è sempre in sé anche se non è sempre per sé, questa frase significa che l’esistenza di una classe è un elemento oggettivo, si appartiene ad essa in base alla posizione assunta nella divisione del lavoro, ciò avviene indipendentemente dall’avere o meno coscienza di questa appartenenza, e di trarre da questo la consapevolezza della necessità del perseguire i propri interessi, perseguendo quelli generali di classe.

Rapporto struttura/sovrastruttura

La storia viene spiegata a partire dalle opinioni che società ed attori di fanno di sé, quindi, per esempio viene detto che le crociate siano state fatte per corrispondere ad un sentimento religioso; che la Rivoluzione francese sia avvenuta per rispondere ad aspirazioni di libertà; che la liberazione degli schiavi sia alla base della Guerra civile americana.

In realtà questi avvenimenti storici hanno profonde radici economiche che si collocano all’interno di un contesto di importanti trasformazioni del modo di produzione e dei rapporti sociali allora vigenti.

Per comprendere le cause dei fenomeni storici bisogna andare oltre i fenomeni stessi, fenomeni che sono la mera rappresentazione della realtà.

Si deve penetrare nella struttura più interna e meno visibile della società, quindi scavare fino a riportare alla luce lo scheletro che sostiene il resto dell’organismo sociale e gli permette di funzionare. Tale struttura è l’insieme di rapporti di produzione organizzati secondo un modo storicamente definito. Su queste basi si sviluppa il resto dell’organismo sociale che viene definito sovrastruttura, che, a sua volta si articola in diversi livelli:

– rapporti giuridici;

– rapporti politici;

– ideologie;

– espressioni artistico-culturali;

– Stato.

Fra questi livelli il più importante è lo Stato.

Il rapporto struttura/sovrastruttura è dialettico, ovvero la sovrastruttura interviene nella struttura modificandola. L’intervento dello Stato è sempre orientato alla conservazione dei rapporti di produzione dominanti secondo gli interessi complessivi della classe dominante in un preciso momento storico. Lo Stato rappresenta gli interessi della classe dominante sulla base di rapporti di forza esistenti in una particolare situazione ed in una determinata fase di sviluppo del modo di produzione.

Formazione economico-sociale storicamente determinata: Usa, Giappone, Germania sono tutti paesi capitalisti, ognuno di loro però presenta delle peculiarità, ognuno di loro ha incorporato in modo specifico le leggi capitalistiche.

Analisi di fase: è l’analisi della particolare fase attraversata da modo di produzione.

Si distingue in

Fase storica: quella che si basa sul lungo periodo;

Fase politica: quella sul medio periodo.

A queste due fasi occorre collegare un’analisi tattica e una strategica, ambedue questi tipi di analisi devono fondare sull’analisi concreta della situazione concreta, ossia l’analisi dei nessi esistenti in un certo momento storico tra i vari livelli di realtà (economia, stato, politica, partiti, cultura e rappresentazioni della coscienza).

K. Marx, Prefazione e introduzione a “Per la critica dell’economia politica”

K. Marx, L’ideologia tedesca

K. Marx, La concezione materialistica della storia

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L’urbanistica riformista

Di EUGENIO PARI

Nel tentativo di riportare, seppure per sommi capi, quanto di importante e positivo ci sia stato nell’esperienza di governo della sinistra, del Pci, in Emilia-Romagna non si può tralasciare senz’altro la stagione dell’urbanistica riformista che ha visto in Giuseppe Campos Venuti il proprio rappresentante principale.
In Emilia Romagna negli anni Sessanta e Settanta si sperimentarono i cosiddetti ‘piani riformisti’. Tema fondante di questi piani era il contenimento della rendita urbana. Nei Comuni il contenimento della rendita avveniva tramite la riduzione delle previsioni private dei piani regolatori comunali. Lo strumento utilizzato per comprimere la rendita fu il piano delle aree per l’edilizia economica e popolare – il Peep – introdotto dalla legge del 1962. Nell’aprile del 1962, il ministro Sullo era riuscito a fare approvare dal Parlamento un’anticipazione della sua riforma che riguardava l’acquisizione delle aree per l’edilizia economica e popolare prevedendone l’esproprio a prezzi più bassi di quelli di mercato.
Essenzialmente alla base dell’urbanistica riformista ci sono tre caratteri distintivi1:
1. Lotta alla rendita urbana ed edilizia, alla speculazione, perché sottrae risorse agli investimenti produttivi deprimendo al tempo stesso lo sviluppo economico del paese;
2. La città pubblica è una risposta prioritaria alla domanda di servizi collettivi che esplode a seguito della massiccia crescita della città trasformata dall’immigrazione dalle campagne;
3. I Comuni vogliono governare le trasformazioni fisiche e funzionali delle città e del suolo urbano, sia quello pubblico che quello privato con strumenti, piani e leggi appositamente elaborati.
Il reperimento di aree a costi più contenuti permetteva ai comuni di immaginare e pianificare strumenti con obiettivi di regolazione economica e per l’innalzamento della qualità di vita nelle città “(…) Il primo principio era quello di usare il Peep per anticipare la riforma urbanistica, sottraendo aree alla rendita urbana, mentre il secondo chiedeva di usare il Peep, quale elemento determinante dello sviluppo urbano”2.
Nel 1970, vennero istituite le Regioni a statuto ordinario, e ad esse si trasferirono le funzioni relative al governo del territorio ed alla pianificazione.
È a partire da quegli anni che, da parte dei Comuni dell’Emilia-Romagna, si sviluppa una intensa attività di pianificazione urbanistica. La legge urbanistica nazionale vigente, che costituisce ancora oggi il riferimento per tutta l’attività di pianificazione urbana e territoriale è del 1942. L’attività pianificatoria coinvolge una parte considerevole del territorio regionale e rappresenta una base concreta di sperimentazione e innovazione, “ un vero e proprio laboratorio di elaborazione, di proposta e di verifica”3.
Un laboratorio in crescita che fornisce indicazioni di straordinaria importanza all’iniziativa e alle leggi non solo a livello regionale, ma anche, e soprattutto, a quello nazionale.
Sono, infatti, i piani delle città emiliane degli anni ’60 che affrontano il sistema insediativo in termini di struttura e di funzionalità dello spazio pubblico, di rapporto tra spazio pubblico e attività urbane, in termini di standard urbanistici e di concorso dell’intervento privato nella costruzione del sistema urbano, e sono appunto questi piani che rappresentano la provocazione determinante.
Nel 1967 per i tipi di Einaudi esce “Amministrare l’urbanistica” di Giuseppe Campos Venuti, che racconta le esperienze “sul campo”, come assessore all’urbanistica del Comune di Bologna fra il 1960 ed il 1966, e come progettista di numerosi piani. In alcuni capitoli viene sviluppato il tema della rendita fondiaria urbana ed il ruolo assunto dal regime immobiliare4.
Campos Venuti ne parlerà in una intervista del 2007 sostenendo che

la strategia era tutto sommato semplice. Allora era possibile che il comune acquisisse i terreni agricoli che si volevano urbanizzare espropriandoli ad un prezzo di mercato non troppo superiore a quello agricolo originario; oppure proponendo un esproprio soggetto a compenso consensuale leggermente maggiorato, per fare presto ed evitare lunghi contenziosi, metodo pragmatico che poi diventò legge. Il comune poteva realizzare la politica urbanistica del nuovo piano, a vantaggio di tutti i cittadini che finalmente avevano a disposizione i servizi pubblici prima mancanti, ma anche di tutti gli utilizzatori, che costruivano abitazioni, uffici, fabbriche su terreni ben urbanizzati, ottenuti a prezzi non speculativi. Questa politica si spiega facilmente con un esempio emblematico: durante gli anni Sessanta e Settanta, quindi nel corso di vent’anni, 2.000 ettari di terreni (per capirsi 20 milioni di metri quadrati, pari al 15% del territorio comunale) passarono materialmente dalla condizione agricola a quella urbana. Di questi: 1.700 ettari, cioè l’85 per cento, passarono per le mani del comune con il meccanismo antispeculativo che ho ricordato quindi il controllo della trasformazione urbanistica fu in larghissima misura sottoposto alle scelte dell’amministrazione. Gran parte dei suoli, quelli degli uffici, delle fabbriche e delle abitazioni non riservate all’edilizia economica e popolare, tornavano in seguito ai privati a prezzi non speculativi mentre restavano al comune e ad altri enti pubblici le aree dei servizi e del verde, in misura enorme rispetto al passato, e quelle delle abitazioni popolari ed economiche.5

Non c’è dubbio che anche il Piano per l’edilizia popolare, varato a Bologna tra anni Sessanta e Settanta, volesse rappresentare, oltre che una classica misura anticongiunturale dell’ente locale e un esplicito sistema di riequilibrio territoriale, demografico e sociale della città e delle funzioni urbane, anche un forte, anzi il più forte esempio di “pubblicizzazione” di un consumo primario e di per sé strettamente privato.
È il rilancio e il riorientamento di un settore, quello edilizio che, dal 1963 al 1965, conosce un importante calo di attività pari al 67% sulle nuove costruzioni, mentre i prezzi in lire al metro quadro delle abitazioni cittadine rimangono comunque alti. Non a caso, è lo stesso Dozza, lo si è già ricordato, a parlare della necessità di “imporre scelte di investimenti tali da convertire settori produttivi di beni di consumo durevoli in fonti di moderni beni strumentali e di investimento (…). Questa appunto è condizione perché si affermi una diversa struttura dei consumi”6.
Il bene durevole qui in questione è chiaramente la casa, che, per tradizione, poteva divenire una legittima allocazione di risorse in capo al pubblico ricoprendo una funzione marcatamente assistenziale, ovvero “per difendere i cittadini più deboli dalle intemperie sociali (necessità di un alloggio o necessità di un lavoro)”. Agli occhi della giunta bolognese essa veniva invece a rappresentare “una condizione di completa integrazione sociale con la comunità(…) un servizio sociale e un consumo pubblico (…). Significa che la casa, come la cultura, come la salute, rappresenta, più che un diritto dell’individuo, una necessità collettiva per tutta la società”7. Significava inoltre un esplicito intervento di orientamento dei bilanci familiari in direzione di un fondamentale consumo reso maggiormente accessibile in tempi di progressiva redistribuzione dei redditi. I risultati complessivi di questa scelta sono ben noti: mentre a Roma, tra il 1963 e il 1968, solo il 7,4% dei vani costruiti erano opera di piani di edilizia popolare e a Milano complessivamente toccavano appena il 15%, nello stesso periodo la percentuale realizzata a Bologna arrivò al 34,7% del totale costruito116.

La stagione del riformismo urbanistico matura nei piani attraverso lo sviluppo di nuovi metodi e strumenti di pianificazione. Il punto di partenza è rappresentato dal riconoscimento del peso della rendita fondiaria su ogni scelta urbanistica. Si può senz’altro dire che i piani innovativi hanno anticipato le leggi riformiste. Come ha sostenuto Campos Venuti “(…) l’urbanistica riformista è molto semplicemente quella che riconosce il mercato e le sue esigenze, ma ad esso impone però regole di comportamento che, senza soffocare, anzi stimolando l’iniziativa imprenditoriale, sono necessarie a difendere e garantire gli interessi generali della comunità urbana e nazionale”.
Il tema della proprietà immobiliare “ fu dunque la prima trasformazione innovativa che caratterizza il passaggio dalla generica urbanistica moderna ad una più impegnata urbanistica riformista(…)” all’interno di una cornice normativa che nel corso degli anni ’60 e ’70 e di una prassi pianificatoria che venivano sicuramente implementate dal contributo culturale dell’urbanistica riformista. a Bologna e a Reggio Emilia, a Modena e negli altri comuni che “ praticarono la politica riformista finchè questa fu possibile, si realizzarono città a misura d’uomo e fu la città bella a imporsi “8. Anche se, come ha notato Piccinini

l’urbanistica riformista non è però riuscita sempre a contrastare con efficacia il sistema immobiliare (…). L’auspicato ‘modello regolativo’ non ha funzionato, perché: a) si è sostanzialmente sottovalutato il progressivo impoverimento delle fonti di finanziamento degli enti locali e il meccanismo, per certi versi perverso, degli oneri di urbanizzazione; b) si è sopravvalutato il metodo della concertazione/negoziazione: non si è cioè mai data attenzione al tema della fiscalità locale, o almeno non lo si è fatto fino a quando tale questione non è stata sollevata, maldestramente con altri fini, da determinate forze politiche nazionali.117.

L’urbanistica riformista e le stagioni dei piani che sono stati prodotti ha messo in luce il paradosso che, nella regione più pianificata d’Italia, seppure in modi più composti si è accentuato il consumo di suolo urbano e la dispersione insediativa, realizzando uno scarto notevole tra le enunciazioni e l’attuazione.
L’urbanistica, nonostante quello che se ne dicesse e nonostante le non poche perplessità (per usare un eufemismo) di alcuni settori del Partito comunista, non equivaleva al “mettere un mattone sopra l’altro”, rappresentò in quegli anni un altro strumento di lotta politica per il cambiamento, uso il termine lotta perché gli interessi su cui andava ad intervenire e che giocoforza doveva anche contrastare erano fortissimi, basti pensare alla fine ingloriosa che il democristiano Fiorentino Sullo dovette subire contrastato prima di tutto all’interno del suo partito non appena, nel primo governo di centrosinistra, tentò di mettere una mano regolatrice ai fortissimi interessi speculativi che si andavano sempre più sviluppando nel Paese. Campos Venuti ne parlò in questi termini, spiegando la funzione anticiclica, progressiva e riformista dell’urbanistica e della linea adottata dal Pci “ci battevamo per mantenere le industrie a Bologna che se ne stavano allontanando proprio a causa dei valori di mercato già raggiunti dalle aree industriali. Il comune fece allora una scelta coraggiosa: espropriò i terreni agricoli in periferia e li trasformò in aree industriali attrezzate da vendere a basso costo, facendo un’efficace concorrenza ai prezzi speculativi del mercato”. Ciò permise la nascita di decine di nuove industrie che “sorsero (…) in città negli anni Sessanta e Settanta, mentre dalle grandi città italiane già fuggivano nelle cinture intercomunali, o più lontano; così evitammo a Bologna un troppo rapido decentramento industriale”. Il sistema verteva sull’acquisto di aree a costi accessibili essendo il loro valore non troppo distante da quello delle aree agricole tale da aprire la strada ad una politica “che poi risultò decisiva per maturare nella città una nuova condizione sociale e conquistare anche il consenso dell’opinione pubblica: la diffusione capillare dei servizi. Cominciando dalla scuola; ci eravamo accorti, infatti, che fuori dal centro storico nel Comune di Bologna c’era una sola scuola media, il che per un’amministrazione di sinistra era una lacuna certamente grave. I lavoratori che abitavano in periferia avevano a disposizione soltanto le scuole elementari e ciò rifletteva una concezione della classe operaia di tipo retrogrado e non certo emancipatrice”. L’acquisizione di aree i a costi accessibili consentì di “diffondere le scuole di ogni ordine e grado in tutto il territorio comunale così il primo intervento pubblico che si operava in un nuovo quartiere, era quello di realizzare i servizi scolastici”. Successivamente all’implemento di dotazioni scolastiche venne l’attuazione di tutti gli altri servizi. Diffusione dei servizi, collocazione non più periferica dei quartieri popolari “fu il segno che meglio fece capire ai cittadini bolognesi la novità dell’urbanistica riformista”. La politica dell’urbanistica riformista era quindi composta dalla salvaguardia del centro storico, delle aree ambientalmente rilevanti come la collina, dal decentramento dei servizi terziari e dal mantenimento dei servizi industriali a comporre “una strategia che investiva complessivamente tutta la città, (…) [che] andava a beneficio dell’intera città e di tutti i cittadini. Così il nuovo piano regolatore generale che venne adottato nel 1970 ebbe il consenso dell’opinione pubblica e della comunità”. Aggiunse Campos, riportando le differenze con l’oggi che “il sistema immobiliare è radicalmente cambiato perché durante l’iniziale crescita delle città era possibile applicare la scelta riformista bolognese espropriando a prezzi relativamente bassi le aree di espansione. Oggi invece prevale il problema di vaste aree che è necessario riqualificare nelle città esistente e il costo degli espropri, cresciuto a dismisura, è diventato impraticabile per governare la trasformazione”9.
L’urbanistica, la pianificazione del territorio, le politiche edilizie e le varie declinazioni della rendita immobiliare negli anni presi in oggetto dovevano emergere nel dibattito sociale e politico perché dalle soluzioni progressive ai problemi che ponevano si potevano neutralizzare questi congegni del capitale per attuare la lotta di classe.

 

  1. Intervento di F. Tomasetti al convegno Gli anni ’60 e il futuro: Urbanistica riformista, Rimini, febbraio 2018
  2. G. Campos Venuti, Amministrare l’urbanistica oggi, pag. 33, INU Edizioni, Roma 2012
  3. Rapporto sullo stato della pianificazione urbanistica in Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna 1999, a cura di Regione Emilia-Romagna Assessorato al Territorio programmazione e Ambiente, Province dell’Emilia-Romagna, INU Emilia-Romagna, pag.24. in M. Piccinini, Le stagioni dell’urbanistica riformista in Emilia-Romagna, Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, n. 6, giugno 2013, ISSN 2036 1602
  4. G. Campos Venuti, ibidem.
  5. G. Campos Venuti, Quando il Comune di Bologna scelse l’urbanistica riformista,Bologna, 4 aprile 2007 Intervista di Paola Furlan
  6. ACCBo, relazione del sindacodi presentazione al bilancio comunale preventivo per il 1965, seduta del 23 giugno 1965, p.1216 in R. Parisini, La città e i consumi. Consumi e trasformazioni urbane a Bologna tra anni ’50 e ’70, tesi, pag. 100
  7. P. Ginsborg, Storia d’Italia…, cit., p.401 in R. Parisini, La città e i consumi. Consumi e trasformazioni urbane a Bologna tra anni ’50 e ’70, tesi, pag. 100
  8. G. Campos Venuti, L’urbanistica riformista. Antologia di scritti, lezioni e piani, a cura di F.Oliva, Etaslibri in M. Piccinini, Le stagioni dell’urbanistica riformista in Emilia-Romagna, Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura, n. 6, giugno 2013, ISSN 2036 1602
  9. G. Campos Venuti, Quando il Comune di Bologna scelse l’urbanistica riformista,Bologna, 4 aprile 2007 Intervista di Paola Furlan
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Il regionalismo differenziato

Di Eugenio Pari

Con la riforma del Titolo V della Costituzione, l’art. 116 ha previsto per le Regioni la possibilità di introdurre “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117”. La distinzione tra materie concorrenti Stato/Regione e di esclusiva competenza statale viene riportata nello schema sottostante.

 

 

Materie concorrenti ex art. 117 c. 3 Costituzione
Materie di potestà legislativa esclusiva statale
ex art. 117 c. 2 Costituzione
– rapporti internazionali e con l’Unione europea delle regioni;
– commercio con l’estero;
– tutela e sicurezza del lavoro;
– istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale;
– professioni;
– ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
– tutela della salute;
– alimentazione;
– ordinamento sportivo;
– protezione civile;
– governo del territorio;
– porti e aeroporti civili;
– grandi reti di trasporto e di navigazione;
– ordinamento della comunicazione;
– produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
– previdenza complementare e integrativa;
– coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
– valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali;
– casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
– enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con l’Unione europea; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea;
b) immigrazione;
c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose;
d) difesa e Forze armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi;
e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile
dello Stato; armonizzazione dei bilanci pubblici; perequazione delle risorse finanziarie;
f) organi dello Stato e relative leggi elettorali; referendum statali; elezione del Parlamento europeo;
g) ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali;
h) ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale;
i) cittadinanza, stato civile e anagrafi;
l) giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;
m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale;
n) norme generali sull’istruzione;
o) previdenza sociale;
p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane;
q) dogane, protezione dei confini nazionali e profilassi internazionale;
r) pesi, misure e determinazione del tempo; coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale; opere dell’ingegno;
s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Lo stesso art. 116 della Costituzione prevede la possibilità per le Regioni di indire un referendum consultivo sulla questione, possibilità utilizzata da Veneto e Lombardia, mentre l’Emilia-Romagna ha promosso un iter istituzionale deliberativo dei propri organi legislativi (Consiglio e Giunta).
L’iniziativa sul regionalismo differenziato, come stabilito dal 3 comma dell’art. 116 della Costituzione, spetta alle regioni che, a loro volta, avviano una procedura negoziale con il Governo, coinvolgendo con ruolo vincolante gli Eni locali.
Il Governo è tenuto a presentare alle Camere il disegno di legge che recepisce l’intesa sottoscritta con la regione, la legge è approvata con la maggioranza assoluta di ciascuna Camera.
I precedenti tentativi di portare a compimento ulteriori condizioni di autonomia promossi da Toscana (2003), Lombardia (2006/2007), Veneto (2006/2007) e Piemonte (2008) è mai giunto a compimento.
Le materie su cui l’Emilia-Romagna ha incentrato la proposta di autonomia differenziata sono1:
tutela e sicurezza del lavoro, istruzione tecnica e professionale;
internazionalizzazione delle imprese, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione;
territorio e rigenerazione urbana, ambiente e infrastrutture;
tutela della salute;
competenze complementari e accessorie riferite alla governance istituzionale e al coordinamento della finanza pubblica.
Per ciò che riguarda la Lombardia, come detto, a differenza dell’Emilia-Romagna ha promosso un referendum consultivo che ha avuto luogo il 22 ottobre 2017, l’esito della consultazione referendaria, alla quale hanno partecipato circa il 38% degli aventi diritto, è stata la seguente: il SI ha conseguito il 95,3%, i NO il 4% circa le schede bianche sono state pari al 0,8% circa.
Le materie da mettere a principio della trattativa con il Governo sono riunite nelle seguenti 6 aree principali, che tendono a ricomprendere tutti gli ambiti materiali di cui all’articolo 116.

Infine, per ciò che riguarda il Veneto anche qui il 22 ottobre si è svolto il referendum, riportando il seguente risultato: i partecipanti sono stati il 57,2% degli aventi diritto, i SI sono stati pari al 98,1%, i No hanno riportato l’1,9%, le schede bianche sono state lo 0,2% mentre quelle nulle sono state pari al 0,3%.
Di fatto le materie che la proposta che la Regione Veneto ha avanzato in materia di autonomia sono le stesse della Lombardia.
Vi sono elementi di differenziazione metodologica fra le proposte delle tre regioni, ma nello specifico delle materie oggetto di confronto con il Governo “Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto avranno autonomia legislativa e organizzativa (e corrispondenti stabili risorse finanziarie) in materia di politiche attive del lavoro. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare l’azione pubblica in tale ambito”1.
Per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna in tale competenza la Regione che ha assunto le competenze dei Centri per l’impiego con un’organizzazione a rete dei servizi, garantirà “politiche attive e passive del lavoro, fondato sulla cooperazione tra le istituzioni territoriali e sulla collaborazione di soggetti pubblici e privati”2.
In materia di istruzione Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto avranno competenza sulla programmazione dell’offerta di istruzione regionale. Le tre regioni, per ciò che concerne la programmazione definita in autonomia, provvederanno, attraverso un Piano pluriennale adottato d’intesa con l’Ufficio scolastico regionale, a definire la dotazione dell’organico e ad attribuirlo alle singole scuole sottostando ai seguenti vincoli: salvaguardia dell’assetto statale dei percorsi di istruzione e rispetto delle relative dotazioni organiche.
Nel rispetto del vincolo della copertura delle spese, introdotto in Costituzione con l’introduzione dell’art. 81 il quale, come noto, prevede che “ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”. Ferma restando la potestà legislativa esclusiva in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e la potestà legislativa per la determinazione dei princìpi fondamentali in materia di tutela della salute da parte dello Stato, l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto, in materia di salute propongono3:
Una maggiore autonomia finalizzata a rimuovere specifici vincoli di spesa in materia di personale stabiliti dalla normativa statale;
Una maggiore autonomia in materia di accesso alle scuole di specializzazione, ivi incluse: a) la programmazione delle borse di studio per i medici specializzandi; b) l’integrazione operativa dei medici specializzandi con il sistema aziendale. Una peculiarità della Lombardia: l’autonomia si estende alla determinazione del numero dei posti dei corsi di formazione per i medici di medicina generale;
Possibilità di stipulare, per i medici, contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro”;
Spetta alle regioni definire le modalità per inserire i medici titolari del contratto di “specializzazione lavoro” nell’attività delle strutture del SSN, fermo restando che il contratto non dà diritto all’accesso ai ruoli nel SSN né all’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato;
Possibilità di stipulare accordi con le Università del rispettivo territorio: a) per l’integrazione operativa dei medici specializzandi con il sistema aziendale (Emilia-Romagna e Veneto); b) per rendere possibile l’accesso dei medici titolari del contratto di “specializzazione lavoro” alle scuole di specializzazione58 (Emilia-Romagna e Veneto); c) per l’avvio di percorsi orientati alla stipula dei contratti a tempo determinato di “specializzazione lavoro” (Lombardia);
Una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di rimunerazione e di compartecipazione, limitatamente agli assistiti residenti nella regione;
Una maggiore autonomia nella definizione del sistema di governance delle aziende e degli enti del SSN;
Possibilità di sottoporre all’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) valutazioni tecnico-scientifiche relative all’equivalenza terapeutica tra diversi farmaci;
Competenza a programmare gli interventi sul patrimonio edilizio e tecnologico del SSN in un quadro pluriennale certo e adeguato di risorse;
Una maggiore autonomia legislativa, amministrativa e organizzativa in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi. Il Veneto avrà anche: una maggiore autonomia in materia di gestione del personale del SSN, inclusa la regolamentazione dell’attività libero-professionale e la facoltà, in sede di contrattazione integrativa collettiva, di prevedere, per i dipendenti del SSN, incentivi e misure di sostegno, anche avvalendosi di risorse aggiuntive regionali, da destinare prioritariamente al personale dipendente in servizio presso sedi montane disagiate.
In tema di distribuzione ed erogazione dei farmaci, l’Emilia-Romagna avrà: competenza a definire, sotto profili qualitativi e quantitativi, le forme di distribuzione diretta dei farmaci per la cura dei pazienti soggetti a controlli ricorrenti. Competenza a garantire che le Aziende sanitarie eroghino direttamente i medicinali per i pazienti in assistenza domiciliare, residenziale e semiresidenziale e ad adottare direttive che impongono alla struttura pubblica di fornire direttamente i farmaci ai pazienti nel periodo immediatamente successivo al ricovero ospedaliero o alla visita specialistica ambulatoriale. L’obiettivo è quello di garantire la continuità assistenziale.
In materia di tutela ambientale, nel rispetto dei principi costituzionali di “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” e di “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, le tre regioni padane propongono gli interventi4 riportati nellaseguente tabella:

Proposte delle tre regioni (Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto) in materia di tutela ambientale riguardo al regionalismo differenziato
In materia di difesa del suolo, tutela delle acque dall’inquinamento e gestione delle risorse idriche
Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi di difesa del suolo e della costa regionali e programmazione triennale degli interventi finalizzati all’attuazione delle misure previste dal Piano di tutela delle acque.

In materia di gestione dei rifiuti
Emilia-Romagna e il Veneto l’ individuazione degli ambiti territoriali ottimali – ATO – per la gestione integrata dei rifiuti urbani
Veneto: indirizzi agli ATO per l’ottimizzazione della raccolta differenziata dei rifiuti e per l’omogeneizzazione dei costi di servizio
Veneto: in conformità ai criteri generali stabiliti a livello statale, individuazione delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti in ragione delle caratteristiche del territorio
Emilia-Romagna e Lombardia: sottoscrizione di accordi con altre regioni per consentire l’ingresso, nel proprio territorio, di rifiuti derivanti dal trattamento di rifiuti urbani non differenziati prodotti nell’altra regione, al fine di smaltirli negli impianti situati nel territorio della regione ad autonomia differenziata. La regione ricevente si riserva la possibilità di fissare un’addizionale progressiva e proporzionata ai quantitativi
Emilia-Romagna: sottoscrizione, con enti pubblici, imprese, soggetti pubblici o privati e associazioni di categoria, di accordi di programma che abbiano ad oggetto la gestione, anche sperimentale, di attività e impianti finalizzati a trattare, ai fini di una loro valorizzazione, rifiuti e acque reflue

In materia di bonifica dei siti inquinati
Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi finalizzati alla bonifica dei siti contaminati di interesse regionale, nonché alla rimozione dell’amianto
Lombardia e Veneto: attraverso accordi con il Governo, gestione dei finanziamenti statali destinati alla bonifica dei siti di interesse nazionale (SIN) presenti nel territorio regionale. Nell’ambito della procedura di bonifica dei SIN sono tassativamente enumerate le funzioni che la regione può svolgere (controllo, vigilanza, sanzione, individuazione del responsabile della contaminazione, elaborazione dei piani di intervento), mentre viene espressamente escluso che la regione possa individuare i SIN
In materia di tutela dell’aria e di riduzione delle emissioni in atmosfera
Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi finalizzati all’attuazione delle misure previste dai Piani di risanamento della qualità dell’aria
In materia di prevenzione e ripristino ambientale

Lombardia e Veneto: funzioni amministrative di prevenzione e ripristino ambientale (esclusi i siti di interesse nazionale e fatti salvi gli obblighi dell’operatore). La regione ha comunque l’obbligo di comunicare le misure di prevenzione e ripristino ambientale al Ministro dell’ambiente. È previsto il potere sostitutivo ministeriale in caso di inerzia della regione

In materia di aree protette

Emilia-Romagna: programmazione triennale degli interventi finalizzati alla conservazione e valorizzazione delle aree protette regionali e dei siti della rete Natura 2000
Lombardia: codecisione, d’intesa con gli enti gestori delle aree protette, per l’adozione di determinazioni relative ai prelievi faunistici e agli abbattimenti selettivi necessari a ricomporre squilibri ecologici nelle aree protette regionali
Rapporti internazionali e con l’Unione europea (1)
Tipologia di atto/procedure
Modalità di coninvolgimento regionale
Regioni
Atti dell’UE
Rafforzamento della partecipazione regionale alla formazione – per la Lombardia anche all’attuazione e all’esecuzione – nelle materie oggetto di autonomia differenziata
Emilia-Romagna
Lombardia
Veneto
Accordi internazionali
Rafforzamento della partecipazione regionale all’attuazione e all’esecuzione, specie nelle materie oggetto di autonomia differenziata
Lombardia
Accordi con gli Stati confinanti che hanno immediata ricaduta sul territorio regionale
Partecipazione alla preparazione, sviluppando forme di consultazione tese a valorizzare le relazioni, anche internazionali, che possono concorrere allo sviluppo dei rapporti della società regionale e delle rappresentanze economiche e sociali, negli ambiti e nei limiti dell’autonomia differenziata. Le forme di consultazione sono disciplinate da intesa tra la regione e lo Stato
Lombardia
Relazioni transfrontaliere e cooperazione transfrontaliera delle collettività e autorità territoriali
Impegno del Governo e della regione per la loro intensificazione

Emilia-Romagna
Veneto
Strategia della Commissione europea di cui alla risoluzione del Parlamento europeo del 16 gennaio 2018 in ordine al rafforzamento e allo sviluppo delle strategie macroregionali (SMR) e dei programmi di azione che fanno parte
della Strategia Obiettivo 2014-2020
Cfr. la scheda “La politica regionale dell’UE e le strategie macroregionali”
Impegno del Governo a favorire la Strategia.
Per l’Emilia-Romagna: impegno del Governo a sostenere l’azione della regione nella politica europea delle SMR, anche supportando il ruolo svolto dalla regione quale autorità capofila nello sviluppo della regione EUSAIR (Strategia dell’UE per la Regione adriatico- ionica)
Emilia-Romagna
Veneto
Protocolli aggiuntivi alla Convenzione quadro europea sulla cooperazione transfrontaliera delle collettività e autorità territoriali, stipulata nell’ambito del Consiglio d’Europa a Madrid il 21 maggio 1980 e ratificata dalla legge n. 948 del 1984
Presentazione di un disegno di legge di autorizzazione alla ratifica, per consentire alla regione di operare più incisivamente nell’ambito della cooperazione transfrontaliera

 

1 Servizio studi Senato – Ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, Il regionalismo differenziato e gli accordi preliminari con le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, maggio 2018 – n. 16, pag. 19

2 Servizio studi Senato – Ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, ibidem, pag. 22

 

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I problemi sociali ed economici in Emilia – Romagna

Di Eugenio Pari

Le sinistre hanno storicamente determinato le condizioni sociali ed economiche perché la nostra Regione potesse creare la crescita economica e produttiva che l’ha inserita e tuttora ancora la inseriscono a pieno titolo fra le aree più sviluppate d’Europa. Ma, dopo decenni di governo pressoché incontrastato e all’insegna dell’innovazione di fatica  vedere risposte a domande centrali quali: cosa ne è dei distretti industriali[1]? Come si sono organizzati per resistere alla sfida dell’economia globalizzata? Come muta la composizione sociale del lavoro operaio? Qual è il ruolo dell’immigrazione: sostituzione di settori abbandonati dagli italiani o di competizione? Quali sono le risposte di fronte alla progressiva fine dell’alleanza fra piccoli imprenditori e lavoratori dipendenti; “formula” del successo economico della regione? Rispetto a quest’ultima domanda è opportuno recuperare un pensiero di Walter Vitali: “[è] un dato di fatto che si sia prodotta una frattura tra lavoro autonomo e dipendente che – (…) – costituisce una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le scelte elettorali degli italiani”.

Vitali in un altro scritto individua quattro questioni a cui dare risposta per mantenere alti livelli di coesione sociale, questioni strettamente legate alle dinamiche socio economiche in corso in regione. La prima: “la coesione sociale oggi è minacciata fortemente in modo particolare dal fatto che, essendo l’Emilia – Romagna la regione con il più alto tasso di popolazione immigrata residente richiamata dai suoi livelli di sviluppo  economico, questo determina un conflitto con la popolazione autoctona, soprattutto con le fasce di reddito medio – basse e basse, sull’accesso ai servizi”[2];a tal proposito quanto sostiene Vitali in merito al conflitto immigrati – popolazione autoctona anticipa di qualche anno i fatti di Gorino, dove la popolazione ha inscenato una protesta, con tanto di posti di blocco per impedire l’arrivo nel comune del ferrarese di un gruppo di cittadini immigrati richiedenti asilo.

Il secondo aspetto che riporta Vitali nel suo intervento all’interno del libro a cura di Carlo De Maria, riguarda la questione del welfare territoriale: “ora siamo di fronte a politiche non contingenti, ma di lungo periodo, da parte dei governi che tendono a smantellare esattamente questo tipo di assetto e tendono a introdurre elementi, attraverso tagli drastici s tutto il sistema di servizi, i quali vanificano la possibilità non già di sviluppare o di ulteriormente rafforzare l’attuale standard dei servizi, ma semplicemente di mantenerlo”[3].

Il terzo aspetto sui cui si sofferma l’ex Sindaco di Bologna Vitali riguarda la “crisi economica e sociale in atto” sostenendo che “(…) anche l’Emilia – Romagna è imemersa in pieno nella tempesta. Stiamo perdendo decine di migliaia di posti di lavoro, non solo a tempo indeterminato, ma anche a tempo determinato, con i contratti che non si rinnovano più, in modo particolare quelli delle giovani generazioni e delle donne”[4], è vero che la nostra Regione complessivamente ha tenuto dal punto di vista occupazionale e produttivo soprattutto grazie al fatto che è una regione fortemente orientata all’export e che nel corso del tempo ha saputo mantenersi collegata alla “locomotiva” tedesca. I recenti segnali di indebolimento dell’economia della Germania  stanno incominciando a rallentare una ripresa abbastanza incoraggiante registrata in regione a partire dal 2014 ma, apparentemente, conclusa nel secondo semestre del 2018.

Vi è infine una critica che Vitali indirizzava all’Ente Regione riguardo al tema della pianificazione territoriale, considerando il PTR alquanto insoddisfacente in merito al ruolo dei territori e di Bologna, considerando il capoluogo la “capitale” di un territorio policentrico.

Walter Vitali una risposta, parzialmente, se la da’ quando, rivolto agli amministratori e alle classi dirigenti dell’Emilia – Romagna, sostiene che “negli ultimi decenni abbiamo vissuto di rendita, facendo esattamente il contrario di ciò che ha reso possibile quel modello; le classi dirigenti si sono autoriprodotte; e intanto il vento delle grandi sfide globali ha cominciato a battere ance il nostro territorio ponendoci davanti a problemi molto gravi”[5].

Sul tema è intervenuto diverso tempo fa in un importante articolo pubblicato su Micromega nell’aprile 2014, l’ex Presidente della regione Lanfranco Turci, sostenendo individuando i processi economici e sociali sviluppatisi negli anni precedenti alla crisi, riportandoli in questi termini: “(…) gerarchizzazione delle imprese dei distretti indotta dalla dinamica della globalizzazione, le delocalizzazioni e il ricorso crescente all’outsourcing, la crescita del terziario, i cambiamenti intervenuti nel lavoro dipendente e autonomo, la flessibilizzazione (anche per via legislativa operata dai governi del centro – sinistra) del mercato del lavoro e delle sue nuove figure di atipici” proseguendo Turci sostiene che “ il risultato di questi processi sono le diseguaglianze che crescono e la disarticolazione della società, del capitale sociale e dell’ethos collettivo ancora forte negli anni ‘80 ”[6]. I rapporti di forza partitici e sindacali, è la conclusione del ragionamento di Turci, che le sinistre (in particolare il Pci) aveva spostato a vantaggio di una garanzia di risultati economici e sociali per i lavoratori “cambiarono radicalmente”.

Lo scenario che si viene costruendo è di segno opposto rispetto al sostegno alle “politiche di welfare e agli interventi keynesiani degli enti locali (…) sia nel rapporto fra le classi sia nelle capacità di intervento del pubblico”[7]. Il sistema delle politiche sociali in quegli anni infatti è sempre più costretto all’interno delle famigerate politiche di rigore “che preparano e poi portano all’adozione dell’euro. Anche ad uno sguardo a volo d’uccello non può non colpire l’indebolimento, quando non la distruzione di identità collettive e il cambiamento radicale, la burocratizzazione, l’autoreferenzialità delle grandi nervature sociali che reggevano la società emiliana negli anni passati”.[8]

Dal punto di vista demografico in Emilia-Romagna continua il calo percentuale dei giovani sul totale della popolazione. Negli ultimi 10 anni si è ridotta di 2,5 punti percentuali nei 28 Paesi dell’Unione Europea, di quasi 3 punti in Italia (2,8 per l’esattezza) e di oltre 2 punti in Emilia-Romagna. Si tratta in valori assoluti di quasi 1,4 milioni di persone in meno in Italia, delle quali circa 59.000 nella sola Emilia-Romagna. Nell’ultimo anno tuttavia questa tendenza è meno accentuata, con ogni probabilità per effetto dei trend migratori, caratterizzati da una bassa età media: -0,2 nell’Unione Europea, 0,1 in Italia e addirittura in lieve recupero (+0,1) in Emilia-Romagna.

 

 

 

La provincia italiana con la quota più bassa di popolazione collocata nella fascia d’età fra i 15 e 34 anni d’età continua ad essere quella di Ferrara (16,5%), mentre tutte le altre realtà provinciali dell’Emilia-Romagna restano attestate tra il 18 e il 20% (vedi fig.5.3).

Alla base della riduzione della popolazione giovanile c’è prima di tutto il basso tasso di natalità, il calo costante che si registra dal 2008 ha portato, nel 2017, Emilia-Romagna alla quota di 7,4 nati per mille abitanti, dato inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Pur tuttavia in questo trend vanno considerati i flussi migratori che hanno comportato specialmente negli anni passati soprattutto per ciò che riguarda l’Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo determinante a frenare la mancanza di peso complessivo della popolazione giovanile.

Com’è noto l’età media della popolazione immigrata è invero molto inferiore a quella del luogo: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo nel 2018 risulta avere meno di 35 anni.

Grazie quindi a questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza lontana. Questo consente di prevedere che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un parziale recupero.

Negli ultimi anni, dal 2015 in poi, anche in Emilia-Romagna come – in modo più accentuato – in Italia, anche la popolazione più giovane, al di sotto dei 15 anni, torna invece a calare.

 

 

La riduzione della quota di giovani sul totale della popolazione deriva in primo luogo dal basso tasso di natalità, in calo costante dal 2008 e sceso nel 2017 in Emilia-Romagna a 7,4 nati per mille abitanti, inferiore anche a quello nazionale (7,6 per mille abitanti), con la punta più bassa ancora una volta nella provincia di Ferrara (5,9 per mille abitanti).

Tuttavia, questo andamento è bilanciato dai flussi migratori che hanno determinato soprattutto in alcuni degli anni scorsi e in particolar modo in Emilia-Romagna saldi elevati, tali da contribuire in modo decisivo a contenere la perdita di peso complessivo della popolazione giovanile.

L’età media della popolazione immigrata è infatti notoriamente molto inferiore a quella indigena: oltre la metà degli immigrati residenti nel territorio emiliano-romagnolo risulta nel 2018 avere meno di 35 anni.

In virtù di questo fenomeno la quota di popolazione con età inferiore ai 15 anni è cresciuta sensibilmente in Emilia-Romagna nel decennio 2002-2012, fino a toccare valori molto prossimi a quelli nazionali, dai quali invece era in precedenza distanziata. Tutto ciò lascia intravedere la possibilità che nei prossimi anni anche la quota di popolazione in età 15-34 anni possa avere un limitato miglioramento.

Dal 2015, come del resto in Italia, la popolazione al di sotto dei 15 anni torna a calare in Emilia-Romagna, cresce invece il valore delle migrazioni verso l’estero in particolare nella fascia d’età che va dai 18 ai 39 anni, il dato censito in regione riguarda, in valori assoluti, per il 2016 il trasferimento all’estero di 1.714 stranieri e 3.615 italiani.

Per ciò che riguarda i livelli occupazionali nel periodo 2007 – 2017 assistiamo ad un calo di oltre il 10% con una crescita dove predominante è la crescita prevalente degli inattivi con livelli consistenti dei disoccupati (+4,6%).

In Emilia-Romagna a rendere ancora più consistente il dato del calo degli occupati è il fatto che si partiva da livelli occupazionali nettamente superiori rispetto al dato nazionale, raddoppia la quota degli inattivi sulla cui entità incide, con particolare riferimento la fascia 15-24, lo  È evidente che in questa fascia d’età, e in particolare con riferimento a quella dai 15 ai 24 anni, la frequenza di percorsi formativi. Ciò nonostante, anche valutando soltanto la fascia d’età che va dai 25 ai 34 anni, certamente meno coinvolta da attività formative, le propensioni non cambiano in modo significativo.

A tutti i livelli risulta più accentuata in questa fascia la crescita della quota dei disoccupati e meno quella della quota degli inattivi, che diventa addirittura un lieve calo nella media dei 28 Stati della UE, ma resta molto significativa la crescita di entrambi i valori sia In Italia sia in Emilia-Romagna.

Per ciò che riguarda il livello di ricchezza degli emiliano-romagnoli, valutando le dichiarazioni dei redditi del periodo 2009-2017 vediamo che il reddito medio da lavoro dipendente e assimilati nel 2016 – da dichiarazioni dei redditi 2017 – è pari in Emilia-Romagna a 22.220 euro, più alto di quello medio nazionale di oltre 1.500 euro (+7,4%) e, come provato dalla schema che rapporta i redditi da lavoro dipendente, autonomo e da pensioni in Emilia-Romagna e le diversità con l’Italia.

 

 

Redditi da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e da pensione in Emilia-Romagna e differenze con Italia. Dichiarazioni dei redditi 2009-2017

 

Anno dichiara

zione

Redditi da lavoro dipendente

e assimilati

Redditi da lavoro autonomo Redditi da pensione
  Emilia-Romagna Differeza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia Emilia-Romagna Differenza con Italia
2009 20.460 +1.000 (+5,1%) 42.230 +3.340 (+8,6%) 14.340 +400 (+2,9%)
2010 20.530 +740 (+3,7%) 42.830 +2.950 (+7,4%) 15.050 +450 (+3,1%)
2011 20.600 +790 (+4,0%) 44.310 +2.990 (+7,2%) 15.390 +410 (+2,7%)
2012 20.880 +860 (+4,3%) 45.590 +3.310 (+7,8%) 15.910 +390 (+2,5%)
2013 21.310 +1.030 (+5,1%) 40.800 +4.730 (+13,1%) 16.280 +500 (+3,2%)
2014 21.770 +1.170 (+5,7%) 41.390 +5.730 (+16,1%) 16.820 +540 (+3,3%)
2015 21.810 +1.290 (+6,3%) 41.640 +6.070 (+17,1%) 17.250 +550 (+3,3%)
2016 22.150 +1.490 (+7,2%) 43.810 +5.520 (+14,4%) 17.470 +600 (+3,6%)
2017 22.220 +1.520 (+7,4%) 47.360 +5.620 (+13,5%) 17.840 +670 (+3,9%)

Fonte: Elaborazione su dati del Ministero dell’economia e delle finanze

 

Considerando il lavoro autonomo, nello stesso periodo il distacco con la media nazionale si fa ancora più netto pari al 13,5%, che in termini assoluti equivale a 5.520 euro.

Parlando di redditi è interessante riportare un passaggio “la distribuzione dei redditi netti delle famiglie emiliano-romagnole è maggiormente concentrata (quindi meno equamente distribuita) di quella che si registra nel Nord-Est, ma meno di quella complessiva nazionale”[9]

Sempre per ciò che riguarda il dato sulla povertà relativa, prendendo questo indicatore come più attendibile in quanto suscettibile di meno variazioni, “nel 2017 le famiglie residenti in Emilia-Romagna in condizioni di povertà relativa costituiscono il 4,6% del totale, meno della metà del dato medio italiano (12,3%)”[10].

Situazioni di disagio delle famiglie, riporta il lavoro dell’Ires Emilia-Romagna per la CGIL regionale, pubblicato nel 2018 sono relative “alla grave deprivazione materiale, che si registra, (…), quando sono presenti nella famiglia quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove: i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro, ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice vii) un televisore a colori viii) un telefono ix) un’automobile”[11].

In questo caso, prosegue il rapporto commissionato dalla CGIL Emilia-Romagna, l’Istat attesta che “il 6,3% delle famiglie residenti in Emilia-Romagna si trovano in condizioni di grave deprivazione, dato appena inferiore a quello rilevato per l’insieme delle regioni del Nord (6,7%) e decisamente più basso di quello dell’Italia nel suo complesso (12,1%)”.

Pur vedendo aumentati alcuni indicatori del disagio, si assiste comunque al fatto che l’Emilia-Romagna “continua a contraddistinguersi per condizioni di benessere più elevate e meno critiche di quelle medie nazionali – spinte verso il basso da quanto si registra nel Sud del Paese – e sovente anche di quelle di buona parte delle regioni del Nord Italia”[12].

In conclusione, ricorda il Rapporto Ires-CGIL Emilia-Romagna, “non si possono trascurare alcuni segnali ormai consolidatisi nel corso degli ultimi anni” come il fatto che “dietro i dati medi si trovano situazioni profondamente diversificate e dunque una distribuzione dei redditi e delle ricchezze con significative diseguaglianze, come evidenziato dall’indice di concentrazione che, per l’Emilia-Romagna rimane più critico di quello dell’Italia settentrionale e, all’interno della regione, anche da quanto si osserva a livello territoriale e per profili di famiglia. Infatti, si è sottolineato che la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie più numerose e colpisce di più le famiglie giovani. Le elaborazioni Istat mostrano chiaramente come le famiglie in condizioni di povertà aumentino al crescere del numero di figli: il 26,8% delle famiglie con tre o più figli nel 2016 risultano in condizioni di povertà assoluta. Se si considerano le sole famiglie di stranieri con figli minori, tale percentuale sale al 34,6%”[13].

 

 

 

 

Fondamentale è il ruolo del pubblico che attraverso il “sistema di imposte e benefici, riduce il rischio di povertà per gli anziani, mentre lo aumenta per le famiglie con figli minori e per i giovani senza figli. (…) Tanto che Istat evidenzia la necessità di politiche finalizzate a rafforzare la famiglia che aiutino gli individui in tutte le diverse tappe della vita e riducano le disuguaglianze per età e generazioni, prevedendo anche misure che incentivino l’autonomia dei giovani e agevolino la realizzazione dei loro progetti”[14].

La povertà economica, oltre a essere prevalentemente concentrata a livelo territoriale territorialmente, è collegata alla mancanza di lavoro o, per meglio dire, a “un numero di persone occupate per famiglia con un reddito non adeguato alle esigenze complessive della famiglia stessa. Anche se diversi studi mostrano che la probabilità di povertà, per le persone occupate, non dipende tanto da quanto si lavora ma piuttosto dal reddito da lavoro che viene percepito. Ne deriva pertanto una forte preoccupazione per i recenti andamenti di alcune caratteristiche del mercato del lavoro italiano, con un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, chiamati a lavorare più di prima per ottenere in media retribuzioni comunque proporzionalmente in calo e quindi anche sempre meno in grado di contrastare il rischio di povertà”.

Altro elemento critico riguarda l’occupazione femminile, dato tradizionalmente caratterizzato in Italia e in Emilia-Romagna da lavoro precario, tempo parziale, dove le donne sono chiamate a sostenere non solo le difficoltà delle mansioni lavorative, ma anche dai compiti che derivano dalla cura della famiglia e laddove la persona di riferimento è la lavoratrice aumenta anche il rischio di povertà per quelle famiglie.

Abbiamo sottolineato l’importanza del sistema cooperativo in Emilia-Romagna, importanza che deriva anche dal fatto che dall’inizio della crisi ad oggi ha permesso la tenuta occupazionale. Il sistema cooperativo, di cui l’Emilia-Romagna è stata culla, ha vissuto una trasformazione manageriale che ha determinato una crescita dimensionale e finanziaria delle cooperative stesse, fra le origini delle situazioni di crisi (Coop Alleanza 3.0 con una passivo superiore ai 200 milioni di euro) o addirittura liquidate (Manutencoop franata sotto un passivo di circa 790 milioni di euro e 1300 creditori), c’è tanta finanza e una crescita dimensionale insostenibile.

[1] Sistema produttivo costituito da un insieme di imprese, prevalentemente di piccole e media dimensioni, caratterizzate da una tendenza all’integrazione orizzontale e verticale e alla specializzazione produttiva, in genere concernente in un determinato territorio e legate da una comune esperienza storica, sociale, economica e culturale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/distretto-industriale_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[2] W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, pag. 117, Clueb, Bologna 2012

[3]W. Vitali, Tra “modello emiliano” e Regione Emilia – Romagna, in C. De Maria, Bologna futuro. Il modello emiliano alla sfida del XXI secolo, Clueb, Bologna 2012, pag. 117

[4]  W. Vitali, ibidem, pag. 118

[5] W. Vitali, ibidem , pag. 117

[6] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[7] L. Turci, in “C’era una volta il riformismo emiliano”,  Micromega on line 09/04/2014 http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%u2019era-una-volta-il-riformismo-emiliano

[8] L. Turci, ibidem

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 116

[10] Ibidem, pag. 122

[11]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna,, pag. 124

[12] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 126

[13] Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna N. 6 – Anno 2018, IRES Emilia-Romagna per conto della CGIL Emilia-Romagna, pag. 127

[14]Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna, ibidem, pag. 127

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L’economia regionale ai tempi della crisi

Di Eugenio Pari

Le dinamiche economiche regionali mostrano un quadro di crescita che va dal 1,5% del 2017 passando per il 1,4% del 2018, con una stima per il 2019 che dovrebbe attestarsi al 1,2%. Un andamento che permetterebbe al Pil regionale di crescere del 7,9% rispetto ai livelli più bassi registrati nel 2009. L’Emilia-Romagna cresce e cresce maggiormente rispetto ai livelli nazionali, in particolare nel 2018 è cresciuta dello 0,4% in più paragonandola al livello nazionale tenendo presente che nel 2017 lo scarto tra i due riferimenti era solo dello 0,1%.

La dinamica è trainata in particolare dall’aumento “della Manifattura, che è aumentata di ben + 3,6%, affiancata dai Servizi (+1,3%). Diversamente il settore delle Costruzioni si è mantenuto stabile. Per quanto riguarda l’Agricoltura le stime di Prometeia indicherebbero una forte contrazione, pari a -5,7%, tuttavia il Rapporto sul sistema agroalimentare dell’Emilia-Romagna relativo al 2017”[1].

Il 2018, complessivamente ha registrato un incremento del valore aggiunto totale  di circa la stessa intensità dell’anno precedente (+1,5%) cambia però l’apporto fornito dai diversi settori dell’economia nel conseguimento di tale risultato. Infatti, “l’agricoltura dovrebbe crescere con +2,6% così come le Costruzioni (+1,0%), i Servizi dovrebbero mantenere la crescita contenuta ma costante che li ha caratterizzati durante tutto il periodo della crisi economica (+1,3%) mentre a rallentare significativamente nell’anno in corso sarebbe la Manifattura (+1,7%)”[2].

 

 

 

 

 

 

A determinare tali risultati vi è stato un rallentamento della domanda interna e una frenata di quella estera, elemento quest’ultimo particolarmente importante per la storia dell’economia regionale.

In linea con le tendenze nazionali sebbene in forma più attenuata, anche a livello regionale sono sia il rallentamento registrato dalla domanda interna che da quella estera a contribuire al rallentamento del PIL, con particolare rilievo per la seconda. Le esportazioni nel 2018 hanno registrato un incremento pari al 2,4%, un risultato in netta riduzione rispetto alla tendenza del 2017 (+6,7% dati Istat), “sebbene le evidenze relative alle esportazioni nei primi due trimestri del 2018, di fonte Istat e discusse più avanti in questo capitolo, mostrano in realtà una prosecuzione nel 2018 dell’intensità della crescita delle vendite estere regionali in continuità con l’anno precedente (+4,6% e +7,2% rispettivamente)”[3].

In materia di innovazione il Rapporto Ires sull’economia regionale del 2018 scrive

 

in primo luogo, al fine di monitorare lo sforzo e la capacità innovativa complessiva della regione, comprendendo sia gli impegni privati che quelli pubblici in tale direzione, è possibile prendere in esame alcuni indicatori di input all’innovazione, solitamente misurarti come l’incidenza della spesa totale per R&S sul Pil regionale e personale addetto alla R&S delle imprese. Un primo indicatore a cui si può fare riferimento al fine di studiare il fenomeno dell’innovazione è l’incidenza della spesa totale per ricerca e sviluppo sul totale del Pil. Va tuttavia immediatamente precisato che si tratta di un indicatore di input, che come tale guarda ai cosiddetti fattori abilitanti dell’innovazione, ossia pre-condizioni che dovrebbero favorire, appunto, l’emergere di prodotti e/o processi innovativi, ma che non necessariamente si tradurranno in effettiva innovazione. Ciò premesso, deve comunque essere letto positivamente l’incremento della quota percentuale di spesa destinata alla R&S che si registra per tutti tre i livelli territoriali esaminati alla figura precedente. Si nota infatti un costante aumento del valore percentuale dell’indicatore, in particolare per l’Emilia-Romagna, che, partita alla fine degli anni Novanta su livelli inferiori a quelli medi nazionali, a partire dal 2002 ha superato il dato italiano (oltre a rimanere superiore a quello del Nord-Est).[4]

 

Il dato dell’Emilia-Romagna in materia di innovazione va sicuramente in controtendenza rispetto a quello medio nazionale, ma anche rispetto alla locomotiva del Nord-Est, questa forbice, riporta l’elaborato dell’Ires sull’economia regionale va ampliandosi.

Gli studi in materia di innovazione, in particolare i risultati degli sforzi innovativi delle impese, della Commissione europea, riportano una situazione notoriamente critica per l’Italia collocandola fra gli innovatori moderati “diversamente l’Emilia-Romagna – insieme al Piemonte e al Friuli Venezia Giulia – nel 2014 era una delle uniche regioni italiane a collocarsi nel gruppo precedente, quello degli inseguitori (c.d. “innovation followers”, poi ridefiniti come “strong innovators”), cioè quelle realtà regionali che presentano una resa innovativa uguale o superiore alla media complessiva e che dunque sono ben predisposte per poter inseguire, appunto, gli innovatori leader, costituiti essenzialmente da regioni di Danimarca, Svezia, Finlandia, Regno Unito, Irlanda e Germania. Nella rilevazione del 2016 dell’Innovation Regional Scoreboard, l’Emilia-Romagna ha perso una posizione, ed è tornata ad essere considerata, una regione con innovazione moderata, con il Piemonte e il Friuli-Venezia Giulia a rimanere le uniche due regioni italiane classificate fra gli ‘strong innovators’”[5].

In materia di investimenti esteri c’è da registrare una dinamica che dai disinvestimenti (nel 2012 avevano superato di 4 miliardi gli investimenti), a livello complessivo (il dato di riferimento è quello del 2015, unico disponibile), ha raggiunto oltre 23 miliardi di investimenti diretti esteri (IDE) sul territorio regionale, di cui oltre il 41% rientrano nel settore della Manifattura. Il secondo settore per importanza, che rappresenta il 33% in regione è l’intermediazione finanziaria mentre il terzo è l’ampia categoria “Altri servizi” che detiene una quota molto inferiore rispetto alle prime due ovvero del 12%.

Questo dato di natura macroeconomica permette:

 

di avere un’idea dei flussi in entrata e in uscita degli investimenti diretti esteri ma nulla ci dicono sulle caratteristiche delle imprese che hanno generato questi valori. Un interessante approfondimento su questo tema è stato prodotto nell’ultima edizione del rapporto di Unioncamere sull’Economia Regionale38 dove si offre un quadro dell’evoluzione delle imprese multinazionali in regione. In questo lavoro le imprese multinazionali vengono identificate come quelle che detengono (almeno) una partecipazione pari o superiore al 10% del capitale sociale di un’impresa estera (come conseguenza di un investimento diretto dall’estero o “in entrata”, chiamate IDE_In). Esistono poi naturalmente multinazionali che hanno sia un investitore straniero nella propria compagine azionaria per una quota superiore al 10% e che al contempo detengono partecipazioni superiori al 10% del capitale sociale in un’impresa estera, in tal caso vengono chiamate IDE_In&Out.[6]

 

 

 

 

 

 

 

 

Il valore economico raggiunto dalle multinazionali estere è pari a circa 42 miliardi di euro, dal punto di vista occupazionale mediamente le multinazionali contano 134 dipendenti, anche se:

 

le più grandi, che corrispondono a realtà d’impresa “multinazionalizzate” già da molto tempo, sono quelle internazionalizzate in entrambe le direzioni (232 dipendenti in media), seguite dalle IDE_Out (197 dipendenti) e, a notevole distanza da quelle in entrata (55 dipendenti). Molte di queste ultime sono affiliate di imprese estere costituite in regione prevalentemente per fini distributivi e dunque fisiologicamente con dimensioni più limitate.Quello che è di particolare interesse notare è la forte dinamica espansiva dell’attività di internazionalizzazione durante la recessione economica: nel 2009 le multinazionali erano 836, registrando quindi un’espansione numerica negli anni della crisi economica pari al 188%39. Ad espandersi maggiormente dal punto di vista numerico sono state le IDE_In&Out (+320%), seguite da quelle IDE_In (+244%) e dal quelle Out (132%). Ad accrescere durane la crisi economica non è stato solo il numero di queste imprese ma anche le loro dimensioni: sono infatti aumentati del 41% i fatturati aggregati (dell’80% per quelle IDE_In&Out) e del 13% l’occupazione (sfiora il 50% per le IDE_In, raggiungono il 40% IDE_In&Out).[7]

 

Il ruolo delle multinazionali che operano in Emilia-Romagna per l’economia regionale, coosì come il livello di internazionalizzazione è notevolmente cresciuto dopo la crisi rispetto ai periodi pre-crisi, siamo quindi di fronte “processo in forte dinamica espansiva che proseguirà molto probabilmente nel futuro”.

Il settore manifatturiero avanza, mentre quello delle costruzioni, uscito dalla crisi soltanto nel 2015 aumenta nei termini di fatturato complessivo ma riscontra ancora gravi difficoltà sul piano della produttività. Il commercio conferma la propria curvatura negativa registrata negli ultimi anni, questa tendenza potrebbe essere generata non tanto e non solo dalla curvatura negativa dei consumi “quanto piuttosto dal graduale spostamento degli acquisti dai negozi fisici a quelli virtuali tramite l’e-commerce”.

Per ciò che concerne il numero delle imprese a fine 2017 in regione se ne registravano 404.758 attive. in Emilia-Romagna il numero complessivo delle imprese è passato da poco più di 400.000 nel 1998 a quasi 432.000 nel 2008, anno in cui ha raggiunto un picco, per poi iniziare, negli anni successivi, a contrarsi in misura significativa. Per quanto tra il 2015 e il 2017 vi sia stato un rallentamento della perdita delle imprese, il è comunque proseguito, con la perdita di 5.500. Al 2018 pare essersi fermata l’emorragia e il numero complessivo delle imprese tenederebbe a stabilizzarsi. Nel grafico elaborato da Ires Emilia-Romagna la linea rossa nel grafico successivo mostra come il numero complessivo delle imprese sia cresciuto costantemente nei dieci anni compresi tra il 1998 e il 2008 mentre abbia subito una flessione successivamente. La linea blu ci indica invece il tasso di crescita delle imprese attive e ci mostra come in alcuni periodi la crescita del tessuto produttivo sia stata più accelerata, ad esempio nel 2000 e nel 2004, mentre in altri momenti il tasso di crescita si sia contratto o sia sceso persino in territorio negativo, come è accaduto per quasi tutto il periodo tra il 2008 e il 2017”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La perdita delle imprese non si è distribuita omogeneamente nei vari settori dell’economia regionale, il maggior numero di scomparse delle attività si è verificato nel settore delle costruzioni, seguito da quello dei trasporti e del magazzinaggio.

In controtendenza alcuni settori come quelli dei servizi di alloggio e ristorazione, e noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese sono quelli che hanno sperimentato incrementi maggiori. Va ricordato che,soprattutto laddove le contrazioni sono maggiormente consistenti, nel periodo precedente alla crisi le quote di imprese individuali erano molto alte (74% delle imprese delle Costruzioni e l’85% delle imprese in Agricoltura del 2007 erano Ditte Individuali), quindi la consistente chiusura di attività di piccolissime dimensioni contribuisce in misura significativa a generare il crollo della numerosità d’impresa”.

Le imprese artigiane, storicamente fondamentali per il tessuto economico emiliano-romagnolo, “sono quelle che hanno subito i maggiori contraccolpi della crisi: sul totale delle oltre 27 mila imprese perse tra il 2008 e il 2017 oltre 19 mila sono infatti artigiane. Contemporaneamente, nel corso della crisi economica, le società di capitale sono aumentate di oltre 13mila unità, a testimonianza ulteriore del fatto che la recessione ha avuto ripercussioni disomogenee sia rispetto ai settori produttivi che alla dimensione d’impresa, contribuendo così a modificare l’assetto strutturale dell’economia regionale”.

Nel complesso questo capitolo ci consegna una fotografia relativa al nel corso dell’anno 2017 la situazione economica regionale risultava essere molto positiva, essa è stata, infatti, “stimolata da diversi canali, sia interni quali investimenti e consumi delle famiglie che esteri. In particolare, collegato all’ottimo andamento del commercio mondiale, le esportazioni regionali hanno toccato il tasso di crescita massimo degli ultimi anni. Questo aspetto, unito al buon andamento degli investimenti, ha favorito una dinamica espansiva soprattutto della manifattura, a fianco della quale però sostanzialmente tutti i settori hanno avuto performance positive, se pur con intensità diversificate. I dati relativi al 2018, presentano una decelerazione delle dinamiche espansive dell’anno precedente, in linea con l’andamento internazionale e con il rallentamento del commercio mondiale”.

Luci e ombre se parliamo di occupazione e disoccupazione, il Rapporto dell’Ires sostiene infatti “in termini più generali, l’analisi della composizione della forza lavoro rispetto alla popolazione complessiva permette di avanzare alcune riflessioni:

– In primo luogo, si registra come la quota di forza lavoro sulla popolazione nel 2017 cresca sia rispetto al 2000 che al 2008 ma più per effetto di una partecipazione al mercato del lavoro dei disoccupati che per un innalzamento del numero di occupati;

– La contrazione della quota occupazionale sull’intera popolazione, passato da 53,2% del 2008 al 51,6% del 2017, rappresenta sicuramente una fragilità per il sistema di welfare pubblico in quanto segnala una flessione della base contributiva e fiscale e rileva una criticità nell’equilibrio tra le generazioni”.

Guardando il dato sulla dimensione delle imprese viene confermato il tratto caratteristico del sistema imprenditoriale dell’Emilia-Romagna, infatti quasi il 90%, che in termini occupazionali significa creazione del 29% dei posti di lavoro, sono piccole aziende fino a 5 addetti. Le imprese con oltre 100 addetti ammontano allo 0,3% del totale ma contemporaneamente danno occupazione al 31% dei lavoratori emiliano romagnoli.

Se negli ultimi cinque anni le imprese fino a 5 dipendenti sono diminuite quelle tra 10 e 49 sono aumentate del 6%. Quello a cui si è dunque assistito negli ultimi cinque anni è la crescita della dimensione d’impresa solo in parte dovuto all’aumento dimensionale delle aziende e in parte dovuto all’ingresso di società già strutturate (vedi tabella).

Per ciò che concerne il settore di attività si assiste nel 2018 alla conferma del trend che vede un calo delle aziende del comparto agricoltura, con contrazioni, seppur meno marcate del settore commercio, costruzioni e manifatturiero. Cresce “il comparto ‘altra industria’ in particolare nei settori operanti nell’ambito dell’energia, e il terziario”[8].

Il calo del commercio è rappresentato in termini di imprese, mentre l’occupazione tiene grazie alla grande distribuzione.

 

Imprese (sett. 2018) e addetti (giu. 2018) per classe dimensionale e incidenza sul totale

Classe dimensionale Impresa Addetti Quota imprese Quota addetti
Fino a 5 addetti 358.769 534.188 88,7% 29,0%
Da 6 a 9 addetti 20.865 165.892 5,2% 9,0%
Da 10 a 19 addetti 15.394 227.213 3,8% 12,3%
Da 20 a 49 addetti 6.369 213.983 1,6% 11,6%
Da 50 a 99 addetti 1.708 130.165 0,4% 7,1%
100 addetti e oltre 1.387 569.133 0,3% 30,9%
Totale 405.512 1.840.574 100,0% 100,%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MACROSETTORE

 

  Imprese Quota Variazione Addetti Quota

Variazione

Agricoltura 57.042 14% -1,7% 96.394 5,3% 6,4%
Manifatturiero 43.474 11% -0,5% 498.378 21,2% 1,7%
Altro industria 1.591 0% 1,4% 32.874 1,8% -3,7%
Costruzioni 65.739 16% -0,9% 157.323 8,6% 1,8%
Commercio 91.157 23% -1,1% 302.131 16,5% 1,2%
Alloggio-ristorazione 30.222 7% 0,6% 196.179 10,7% 6,0%
Servizio imprese 86.867 21% 1,0% 393.211 21,5% 3,0%
Servizi persone 28.363 7% 1,1% 153.419 8,4% 3,3%
Totale 404.455 100   1.829.909 100

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive (a sett. 2018) e addetti (a giugno 2018). Incidenza sul totale e variazione allo stesso periodo del 2017. MANIFATTURIERO

 

 
Imprese Quota Variazione Addetti Quota Variazione
Agroalimentare 4.839 11,1% -0,1% 67.326 13,5% -0,2%
Sistema moda 6.659 15,3% -1,1% 46.936 9,4% -0,5%
Legno, mobili 3.379 7,8% -1,7% 20.384 4,1% 0,6%
Carta, editoria 1.641 3,8% -2,4% 14.203 2,8% 0,6%
Minerali non metalliferi 1.633 3,8% 0,2% 34.538 6,9% 6,1%
Metalli 1.450 3,3% -1,4% 33.317 6,7% -2,8%
Elettricità – elettronica 10.646 24,5% 0,1% 97.090 19,5% 3,2%
Macchine e app. meccanici 4.198 9,7% -2,8% 103.157 20,7% 4,4%
Mezzi di trasporto 760 1,7% 1,7% 20.806 4,2% 2,0%
Altro manifatturiero 6.068 14,0% 1,7% 27.872 5,6% -3,6%
Totale 43.474 100,0% -0,5% 498.378 100,0% 1,7%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Per ciò che riguarda il sistema delle imprese dal punto di vista della loro tipologia si assiste alla flessione numerica delle cooperative seppure esse siano in crescita dal punto di vista degli addetti, il 14% degli occupati in Emilia-Romagna lavora infatti in una società cooperativa.

Le difficoltà delle imprese di piccola dimensione si leggono anche dalle difficoltà delle imprese artigiane, laddove il numero delle imprese diminuisce del 1% pur mantenendo inalterati i livelli occupazionali. L’artigianato, nonostante i risultati non positivi conseguiti nel 2018, rimane comunque un elemento fondamentale dell’economia regionale occupando il 17% dei lavoratori.

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE PER FORMA GIURIDICA

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Imprese individuali 228.273 56,4% 18,5% -1,2% -0,3%
Società di persone 77.147 19,1% 15,2% -2,5% -1,0%
Società di capitale 89.642 22,2% 51,2% 3,7% 3,6%
Cooperative 5.006 1,2% 13,7% -1,7% 0,6%
Consorzi e altro 4.444 1,1% 1,5% 0,4% 1,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprese Variazione addetti
Artigiane 127.456 31,5% 17,3% -1,0% 0,0%
Non artigiane 277.056 68,5% 82,7% -0,1% 3,2%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

Imprese attive nel 2018, incidenza sul totale e variazione rispetto all’anno precedente.

IMPRESE ARTIGIANE

 

  Imprese Quota imprese Quota addetti Variazione imprse Variazione addetti
Straniera 48.162 11,9% 6,0% 3,0% 4,9%
Italiana 356.350 88,1% 94,0% -0,8% 2,5%

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Registro delle imprese e Inps, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna)

 

 

 

 

 

 

Venendo al settore esportazioni a fronte dell’incremento a livello nazionale del 3,1% le performances dell’Emilia-Romagna registrano un incremento del 5,2%, in particolare, dal 2013 al 2015 hanno avuto un incremento del 5% a trimestre, “diversamente, nel corso del 2016 la dinamica di crescita ha segnato una contrazione e le esportazioni sono aumentate a ritmo decisamente inferiore rispetto a quanto avvenuto nei treni anni precedenti. Il 2017 ha fatto registrare un ulteriore balzo delle esportazioni regionali, facendo sfiorare il +10% al primo e quarto trimestre, e generando complessivamente nell’anno +6,7%. Dal punto di vista merceologico, i settori che nel 2017 hanno fatto registrare i maggiori incrementi delle proprie esportazioni sono: metalli e prodotti in metallo, ed in generale tutta l’area della meccanica, gli apparecchi elettronici ed ottici, la chimica e la moda. Dal punto di vista geografico tutte le aree hanno mostrato ottime performance ad eccezione dell’Africa. Nel corso dei primi sei mesi del 2018 è proseguita di fatto la tendenza molto positiva del 2017, i primi due trimestri dell’anno in corso assomigliano infatti al periodo precedente sia per l’intensità della crescita che per i settori che hanno contribuito a determinarla”[9].

Analizzando i dati forniti da Unioncamere Emilia-Romagna nel suo Rapporto sull’economia regionale del 2018 emerge quanto l’export dal 2008 si sia maggiormente indirizzato verso l’Asia e l’America. Le esportazioni verso l’Asia, nel decennio 2008-2018, passano da 12,7% al 14,3%  del totale, mentre per ciò che riguarda l’America, sempre nello stesso periodo, esse passano dal 11,5% al 14,2% del totale dei beni esportati dalla regione. Questo aumento, almeno per ciò che concerne gli USA, rischia di essere suscettibile di cambiamenti dovuti al rischi della potenziale guerra commerciale sui dazi tra Stati Uniti e Cina.

Le esportazioni emiliano-romagnole verso i paesi del Vecchio Continente nel 2018 hanno segnato un incremento del 5% rispetto all’anno precedente, fra i dati spicca l’aumento del 14,4% delle esportazioni verso il Regno Unito, verso Romania e Austria dove in entrambi i casi l’aumento è del 9,6%. L’export verso il maggior partner commerciale emiliano-romagnolo, la Germania, incrementano del 6,1%, in un quadro sostanzialmente positivo si colloca il risultato nei confronti della Francia (5%).

Passando alle dolenti note non si può non riportare il risultato negativo per ciò che riguarda la Russia (-1,5%) e ancora maggiore è il risultato negativo dell’export nei confronti della Turchia (-15,0%), la gravità di quest’ultimo dato è da ricondurre alla crisi valutaria che ha portato ad un’importante svalutazione della divisa nazionale.

Nell’arco del 2018 incrementano le esportazioni verso Canada del 4,3% e seppure nel 2018 si registri un calo del 5,1% rispetto all’anno precedente il dato dell’export con il Messico assume toni clamorosi se rapportato con il 2008 dove il dato aumenta del 72,9%.  Sempre nel confronto con il 2008 le performance potrebbe essere definita strepitosa per ciò che riguarda le esportazioni con la Cina dove il dato in un decennio cresce del 123%.

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per settori di attività.

Gennaio-settembre 2017 e 2018. (Valori in euro)

Merce 2017 gen-sett 2018 genn-sett

(provvisorio)

Var. %

2017 – 2018

Var. %

2008-2018

Peso % 2018 Trend Peso % 2008-2018
Agricoltura, silvicoltura e pesca 689.382.705 689.837.361 0,4 12,2 1,5 -12,1
Prodotti da estrazione minerali 10.830.341 12.481.070 15,2 -56,7 0,0 -66,1
Prodotti alimentari, bevande e tabacco 3.965.999.594 4.126.973.111 4,1 71,0 8,8 34,0
Prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori 5.025.255.055 5.223.815.302 4,0 41,2 11,2 10,6
Legno e podotti in legno carta e stampa 347.720.308 366.877.798 5,5 5,1 0,8 -17,7
Coke e prodotti petroliferi raffinati 23.149.500 34.674.660 49,8 -19,8 0,1 -37,2
Sostanze e prodotti chimici 2.491.899.136 2.542.617.601 2 34,6 5,4 5,4
Articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici 825.598.483 918.800.588 11,3 106,3 2 61,6
Articoli in gomma e materie plastiche altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi 4.607.856.141 4.511.865.029 -2,1 16,3 9,7 -8,9
Metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti* 3.397.703.645 3.659.346.080 7,7 20,8 7,8 -5,4
Computer, apparecchi elettronici e ottici * 1.156.418.482 1.287.655.715 11,3 81,1 2,8 41,9
Macchinari ed apparecchi in c.a. 12.836.558.775 13.493.202.157 5,1 14,1 28,9 -10,7
Mezzi di trasporto 5.083.757.013 5.345.098.628 5,1 25,0 11,5 -2,1
Settori riconducibili alla meccanica* 24.742.412.383 26.199.378.108 5.9 20,7 56,1 -5,4
Prodotti delle altre attività manifatturiere 1.352.926.977 1.466.260.758 8,4 19,5 3,1 -6,4
Totale attività manifatturiere 43.382.817.579 43.391.262.985 4,6 27,3 97,2 -0,3
Energia elettrica, gas, vapore e aria cond. 2.404 0 n.a. n.a. n.a. n.a.
Trattamento rifiuti e risanamento 112.772.613 103.697.953 -8,0 34,6 0,2 5,5
Prodotti, attività dei servizi di informazione e comunicazione 149.275.613 235.693.797 57,9 32,7 0,5 4,0
Prototti delle attività professionali, scientifiche e tecniche 210.918 438.244 107,8 230,5 0,0 -45,8
Prodotti delle altre attività di servizi //// //// //// //// //// ////
Provviste di bordo, merci di ritorno o respinte, varie 13.730.679 240.789.841 n.a. n.a. 1862,4
 

Totale

 

44.365.805.225 46.680.106.837 5,2 27,7 100 0,0

 

 

Esportazioni dell’Emilia-Romagna per mercati di sbocco.

Gennaio – Settembre 2017 e 2018. (Valori in euro.)

Territorio (Paese) 2017 gen-set 2018 gen-set

(provvisorio)

Var %

2017-18

Var%

2008-18

Peso %

2018

Trend peso 2008-18
Francia 4.925.360.617 5.172.883.480 5,0 30,8 11,1 2,5
Paesi Bassi 1.129.966.553 1.219.222.247 7,9 31,7 2,6 3,2
Germania 5.633.672.302 5.979.067.778 6,1 32,0 12,8 3,4
Regno Unito 2.756.147.535 3.151.890.932 14,4 56,8 6,8 22,9
Spagna 2.268.396.414 2.335.598.845 3,0 9,0 5,0 -14,6
Belgio 1.101.437.726 1.138.692.091 3,4 18,6 2,4 -7,1
Norvegia 192.342.878 212.292.653 10,4 20,3 0,5 -5,7
Svezia 586.469.096 611.914.652 4,3 42,3 1,3 11,5
Finlandia 194.694.606 211.078.838 8,4 2,5 0,5 -19,7
Austria 960.460.096 1.073.782.950 9,5 16,6 2,3 -8,7
Svizzera 913.443.816 976.588.027 6,9 -7,8 2,1 -27,8
Turchia 812.736.979 691.196.020 -15,0 13,5 1,5 -11,1
Polonia 1.430.512.592 1.480.068.440 3,5 59,0 3,2 24,6
Slovacchia 234.542.010 268.371.522 14,4 53,3 0,6 20,1
Ungheria 408.727.694 414.799.145 1,5 20,5 0,9 -5,6
Romania 715.557.357 776.663.849 8,5 26,4 1,7 -0,9
Bulgaria 210.785.378 231.844.850 10,0 6,7 0,5 -16,4
Ucraina 169.502.670 213.416.501 25,9 -28,4 0,5 -43,9
Bielorussia 38.308.886 58.682.664 53,2 -7,4 0,1 -27,5
Russia 1.090.727.007 1.074.132.070 -1,5 -29,8 2,3 -45,0
Serbia 107.742.984 121.704.748 13,0 7,4 0,3 -15,8
EUROPA 29.369.398.010 31.140.697.975 5,0 21,6 66,7 -4,8
Marocco 134.510.069 140.575.653 4,5 13,3 0,3 -32,1
Algeria 352.761.116 328.734.451 -6,8 42,4 0,7 11,5
Tunisia 155.371.024 165.726.036 6,7 15,1 0,4 -33,5
Egitto 224.548.852 227.233.846 1,2 -26,7 0,5 .42,6
Sud Africa 252.094.947 242.614.506 -3,8 1,5 0,5 -20,5
AFRICA 1.498.844.501 1.555.537.864 3,8 -3,2 3,3 -24,2
Stati Uniti 4.265.410.557 4.538.852.051 6,4 66,1 9,7 30,1
Canada 454.501.701 474.098.962 4,3 53,0 1,0 19,9
Messico 455.328.713 428.947.338 -5,8 72,9 0,9 35,5
Brasile 398.526.251 387.163.713 -2,9 25,6 0,8 -1,6
Argentina 176.482.606 167.564.182 -5,1 33,1 0,4 4,3
AMERICA 6.294.034.129 6.624.272.162 5,2 58,2 14,2 23,9
Iran 233.495.139 168.152.257 -28,0 -39,4 0,4 -52,6
Israele 263.707.769 247.525.091 -6,1 65,6 0,5 29,8
Ar. Saudita* 389.423.687 316.258.745 -18,8 -9,7 0,7 -29,3
E.A.U.** 404.895.051 363.828.089 -10,1 16,9 0,8 -34,9
India 400.922.508 431.576.526 7,6 30,9 0,9 2,6
Indonesia 154.660.830 159.341.663 3,0 80,2 0,3 41,1
Singapore 117.823.880 171.367.560 15,0 7,8 0,1 16,6
Filippine 100.233.173 113.885.644 13,6 248,9 0,2 173,3
Cina 1.307.032.445 1.401.293.556 7,2 123,0 3,0 74,7
Sud Corea 350.408.597 391.321.440 11,7 68,7 0,8 32,1
Giappone 757.129.301 833.502.314 10,1 55,3 1,8 21,7
Taiwan 151.383.341 146.853.847 -3,0 76,2 0,3 38,0
Hong Kong 531.050.931 503.505.770 -5,2 63,5 1,1 28,1
Macao 13.773.073 19.885.443 44,4 801.8 0,0 606,4
ASIA 6.572.337.875 6.663.058.395 1,4 43,6 14,3 12,5
Australia 525.293.287 586.811.346 11,7 41,2 1,3 10,6
Nuova Zelanda 80.297.242 79.937.884 -0,4 27,0 0,2 -0,5
OCEANIA 623.190.710 696.540.442 10,2 34,6 1,5 5,5
 

MONDO

 

44.366.805.225

 

46.680.106.837

 

5,2

 

27,7

   

 

Fonte: Centro studi Unioncamere Emilia-Romagna su dati Istat, in Rapporto sull’economia regionale 2018 (Unioncamere e  Regione Emilia-Romagna

*Arabia Saudita; ** Emirati Arabi Uniti

 

 

In conclusione l’economia regionale ha dimostrato si saper attuare un cambiamento riorientando le proprie esportazioni verso paesi extra UE, paesi che, come la Cina, hanno francamente subìto meno le conseguenze della crisi economica. Ma, al tempo stesso, si profilano delle nubi all’orizzonte se teniamo in considerazione le possibili conseguenze della guerra commerciale paventata dagli USA nei confronti della Cina e a repentaglio ci sono anche gli incoraggianti risultati della vendita di prodotti emiliano-romagnoli al Regno Unito a causa della Brexit.

Vi è poi da considerare che gli economisti si stanno interrogando da tempo sul rallentamento – transitorio o permanente? – del commercio mondiale. Jeffrey Frenkel lo riconduce a tre cause “in primo luogo l’estensione e la frammentazione della catena glovale del valore sarebbe ormai arrivata al livello massimo reso possibile dall’attuale paradigma tecnologico. (…) In secondo luogo, si starebbe ormai esaurendo la spinta propulsiva sugli scambi internazionali generata dall’entrata di nuovi attori nel commercio mondiale, che si è avuta soprattutto a seguito dell’integrazione delle economie ex-comuniste e della Cina nel WTO. La Cina sarebbe poi protagonista del terzo mutamento di scenario in corso: il riorientamento dell’economia cinese verso la domanda interna ed i servizi starebbe determinando un minor contributo del gigante asiatico alla crescita degli scambi internazionali, anche in considerazione fatto che il commercio mondiale possiede una elasticità sulla produzione di servizi molto più contenuta rispetto a quella che ha sulla produzione manifatturiera. Per non parlare del rallentamento della velocità di crescita del gigante asiatico, molto lontana dalle medie del 10 per cento annue raggiunte negli anni passati”[10].

Se confermato questo scenario, potrebbe avere evidenti ripercussioni per un territorio come quello dell’Emilia-Romagna che sulle esportazioni ha costruito una buona parte delle proprie fortune economiche.

[1] Ires Toscana-Prometeia Scenari Economie Locali, Ottobre 2018  In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna

[2] Ires Toscana-Prometeia ibidem

[3]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[4] In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 43

[5]Ibidem, pagg. 45-46

[6]In Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[7]Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 47

[8] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag.

[9] Osservatorio Dell’Economia e del Lavoro In Emilia-Romagna N.6 , Anno 2018, Ires – Emilia-Romagna, pag. 51

[10] Rapporto sull’economia regionale 2018, Unioncamere e Regione Emilia-Romagna, a cura del Centro studi e monitoraggio dell’economia di Unioncamere Emilia-Romagna, dicembre 2018, pag. 73

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