La “lotta” dei “comuni rossi” al monopolio

Di Eugenio Pari

Si potrebbe affermare che, in Italia, la lotta dei comuni contro il monopolio della gestione della cosa pubblica da parte dello Stato e quella contro il monopolio dei servizi urbani avevano il medesimo obiettivo: dare una pronta ed efficace risposta alle esigenze della collettività cittadina. Era evidente che la questione delle municipalizzate, al pari di quella dell’autonomia locale, non era legata esclusivamente all’esistenza di un regime democratico, né all’affermazione di quei partiti, come il socialista ed il cattolico, che più di altri avevano difeso il ruolo dei municipi e promosso l’attività economica nel primo ‘900, ma alle scelte delle classi dirigenti riguardo all’assetto politico –istituzionale del Paese.

Le questioni poste in questi termini non permettono di far notare apprezzabili differenze teoriche fra i principi che ispirarono la condotta amministrativa dei comunisti dopo il periodo fascista con quella dei socialisti prima del fascismo, al punto tale che non pare azzardato affermare che si potrebbe parlare di politica del governo municipale esercitata dal movimento operaio.

Certo, grande parte degli sforzi del Pci furono volti a garantire, come si è detto, una “classe” imprenditoriale le cui origini erano sicuramente rintracciabili nel proletariato e il contesto politico sociale era differente. Forti, comunque, sono le analogie se pensiamo ad esempio al fatto che la prima legge sui servizi pubblici fin dal 1903 e porta il nome di Giolitti e che grande impulso alle partecipazioni dello Stato nell’economia fu esercitata dalla DC con Luigi Granellini ed Ezio Vanoni, mi pare di poter affermare che sia nel primo che nel secondo caso oltre a dare una risposta a spinte e necessità sociali ed economiche nelle rispettive epoche, i governi centrali, nell’uno come nell’altro caso, si servirono di queste iniziative per contenere l’ascesa sullo scenario politico nazionale del Partito socialista prima e del Partito comunista dopo.

D’altra parte di fronte alla mancanza o alla non del tutto adeguata risposta ai problemi emergenti del proletariato urbano, si addossavano sugli enti locali molte spese di spettanza statale i comuni si trovarono a dover fornire servizi che nell’epoca repubblicana, se pensiamo ai contenuti dell’art. 3 e al principio della funzione sociale dell’impresa sancito dall’art. 41, contribuirono a dare diretta applicazione del dettato costituzionale.

Gli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale ponevano diversi e stringenti problemi come il rinvenimento degli alimenti e delle abitazioni. Per i comunisti il comune aveva il compito di intervenire direttamente per la più celere ripresa dei diversi servizi pubblici urbani, reclamando per tale necessità di intervento una maggiore autonomia della sfera locale amministrativa “(…) i comuni devono poter far da sé, devono poter provvedere autonomamente alla loro amministrazione, ai bisogni delle proprie popolazioni, fino al punto che lo stato debba entrare per la parte che gli spetta e che deve essere di stretto interesse nazionale” (1).

Il PCI dunque puntava la propria attenzione sul difficile e dispendioso compito della ricostruzione che il comune avrebbe dovuto affrontare combinando tale opera con la difesa delle classi meno abbienti.

Con questi obiettivi secondo Luca Baldissara “si richiama così (…) l’esperienza delle amministrazioni socialiste pre fasciste, cui si salda quella delle giunte cielleniste, nel generico perseguimento del ‘bene comune’” (2) Particolarmente ci si concentrava sul fatto che il potenziamento dei servizi pubblici locali raffigurava la lotta amministrativa come “un primo passo della democrazia che deve significare autogoverno del popolo”.

Si commetterebbe un errore di superficialità se si pensasse che questi principi programmatici espressi dal PCI alle elezioni per il Comune di Bologna del 1946 venissero considerati patrimonio esclusivo del PCI. Infatti i programmi elettorali del PCI, del PSI e della DC per quella tornata elettorale erano accomunati da una serie di provvedimenti ritenuti da tutte e tre le forze politiche indispensabili per fronteggiare la realtà bolognese dell’epoca, fra questi elementi c’era la municipalizzazione e perfezionamento dei servizi pubblici locali.

Sotto la guida delle sinistre si cercò di “allargare l’ambito tradizionale dei compiti del comune, tentava di inserirsi , come soggetto autonomo di diritto, nella vita della società nazionale, come organismo dirigente ed ispiratore della vita locale” (3).

I comuni, quindi, vanno visti non soltanto come enti autonomi, ma anche con compiti che vanno oltre le funzioni tradizionali del comune italiano “(…) ogni qualvolta nella vita della nostra città intervengano fatti che vanno al di là della situazione normale, della vita di mercato, e minacciano di incidere la vita di imprenditori, la vita di masse umane, noi come consiglio comunale di Bologna, abbiamo il diritto di intervenire” (4).

Gli amministratori alla guida di Bologna secondo Luca Baldissara, che ha condotto uno studio molto importante su questa esperienza “si richiamavano” esplicitamente all’esperienza del “socialismo municipale” arricchita dal richiamo alla Costituzione “e pretendono di ampliare sulla scorta di tali posizioni la sfera degli argomenti e dei temi sottoposti all’attenzione del consiglio comunale”, si rivendicava la possibilità di discutere non solo delle questioni prettamente amministrative ma su tutto quello che riguardava la cittadinanza “senza limitarsi alle questioni locali ed anzi nella convinzione che i problemi di natura generale investivano direttamente la comunità e l’organizzazione della vita cittadina”, questo principio, attualmente, invece, non è affatto considerato dai consigli comunali anche a maggioranza di centro sinistra, venne sostenuto all’atto dell’insediamento a Sindaco di Giuseppe Dozza nel 1947, dove egli affermò “tutto quello che interessa la cittadinanza o che minaccia di avere conseguenze su di essa, può e deve interessare il comune” (5).

Il primato è quello della politica piuttosto anziché degli apparati tecnico burocratici come invece pare essere privilegiato oggigiorno. Sono convinto che per destreggiarsi fra i problemi sempre più complessi che si presentano quotidianamente ad un amministratore sia indispensabile possedere le minime competenze per poter contestualizzare e quindi discutere per affrontare il problema specifico, però oggi la scelta su importanti questioni appare troppo subordinata ad aspetti tecnici e l’apporto del politico il più delle volte serve a mediare, o meglio, a far passare decisioni molto importanti per la vita dei cittadini senza che vi sia stata la necessaria mediazione e il fondamentale contributo attraverso la partecipazione dei cittadini stessi.

Secondo la mia esperienza il politico è chiamato ad effettuare una mediazione che troppe volte purtroppo si riduce alla promozione di un personale politico in incarichi e nella composizione di complesse architetture politiche all’interno dei consigli di amministrazione delle partecipate, quando, addirittura, non si creano consigli di amministrazione apposta senza che in questa selezione si tenga sufficientemente conto delle necessarie competenze del personale promosso.

Occorre, d’altra parte ribadire che la promozione delle sole competenze tecniche rischia di comportare un problema di affermazione della burocrazia e di sostegno della tecnocrazia nelle arene democratiche deliberative.

Credo che insieme alle competenze sia altresì importante possedere una visione complessiva dei problemi e soprattutto cercare di comprendere per prefigurare gli esiti possibili delle scelte amministrative.

Considerare il problema da risolvere e quindi l’atto amministrativo non solo come la manifestazione di erudizione tecnico giuridica degna di un simposio normativo fine a se stesso e non alla capacità di rispondere alle esigenze concrete e circostanziate delle comunità non significa rendere un ottimo servizio ai cittadini.

Per riuscire a combinare le risposte amministrative alle esigenze delle comunità è sempre più necessario introdurre nel comportamento degli amministratori pubblici una capacità di ascolto e di democrazia partecipativa che guidano le azioni delle nuove esperienze in atto in Europa.

A sostegno di questa opinione ci si può rifare a quanto sostenne un esponente del PCI in un una seduta del Consiglio comunale di Bologna del 1950 secondo il quale in questa prospettiva il Comune doveva “intervenire con il nostro studio, con la nostra opera, per associare i nostri studi e la nostra opera a quella dell’insieme dei cittadini interessati a sollevare l’economia della nostra città, a migliorarla nell’interesse comune”.

Il compito a cui, fondamentalmente, si attengono gli amministratori e i dirigenti del Pci è sintetizzabile in una indicazione di Togliatti:

Noi vogliamo che venga lasciato ampio sviluppo della iniziativa privata, soprattutto del piccolo e medio imprenditore. In pari tempo però affermiamo la necessità che lo stato intervenga (…) impedendo che la sana iniziativa privata venga soffocata e alla fine distrutta dal prevalere di gruppi plutocratici e della speculazione (7).

Le differenze ideologiche fra socialisti e comunisti rilevate da Renato Zangheri negli anni ’50, sono più che altro evidenziabili nel modo di concepire il governo, perché è comunque forte l’affiliazione delle politiche pubbliche, in particolare sul ruolo economico dei servizi pubblici locali, che il PCI pose in essere a partire dall’ultimo Dopoguerra con quella che i socialisti attuarono nelle municipalità che si trovarono a governare nell’Italia pre-fascista.

La pratica politica nell’Italia della Valle Padana subì il forte influsso teorico di Giovanni Montemartini (1867 – 1913), in lui si può effettivamente identificare il teorico del “socialismo municipale” italiano. Il governo economico municipale che egli teorizzò si basava “sull’azione organizzata delle classi lavoratrici e in generale non abbienti promossa dalla classe politica assunta alla guida dei municipi nell’Italia liberale, in quel tempo cuore e centro indiscusso della vita politica nazionale”(8).

Montemartini influenzerà lungamente l’azione della classe politica che si poneva l’obiettivo della tutela delle classi lavoratrici e non abbienti soprattutto attraverso la teoria della municipalizzazione, teoria che si fondava “sulla teoria generale della finanza pubblica”, la quale si configura come teoria generale della marginalità produttiva (9), in questo contesto la differenza tra impresa pubblica e privata sta nell’organizzazione dei fattori produttivi e la municipalità diventa dunque “un’impresa politica, un’impresa che ha per scopo di ripartire coattivamente su tutti i membri della municipalità i costi d’alcune produzioni”78. La novità di Montemartini, ancora attuale, sta nel fatto che “l’oggetto dell’impresa” (10) analizzata è la prestazione di un ‘pubblico servigio’”, dove la “macchina comunale ha come unico bisogno [quello di] procacciarsi la forza coattiva per raggiungere il suo scopo”.

Atto costitutivo della impresa pubblica secondo Montemartini è la decisione di una parte della collettività di provvedere a determinati suoi bisogni ripartendone il costo su un’altra parte della stessa comunità. Tale atto è razionalmente fondato sulla considerazione che così facendo è possibile “più economicamente raggiungere lo scopo”, quindi la scelta tra impresa pubblica e privata è motivata da tale criterio di economicità. Le finalità municipali vengono stabilite attraverso “lotte politiche e calcoli economici” con la produzione diretta di beni e servizi.

(1) In O. Gaspari, Dalla Lega dei comuni socialisti a Legautonomie. Novant’anni di riformismo per la democrazia e lo sviluppo delle comunità locali. Ed. Legautonomie, 2007

(2) L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 nota n. 110 pag. 82

(3) A. Colombi, Il Comune al popolo! Il popolo al comune! “La Lotta” del 26 marzo 1946, in L. Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945 – 1956), Il Mulino, 1994 pag. 82 nota n.111

(4) E. Ragionieri, Un comune socialista: Sesto Fiorentino, Editori Riuniti, 1976 in L. Baldissara, ibidem, pag. 174

(5) Atti Consiglio comunale di Bologna, 5 gennaio 1951, in L. Baldissara, ibidem pag. 111

(6) Atti consiglio comunale di Bologna sed. 20 ottobre 1947, in L. Baldissara, ibidem

(7) P. Togliatti, Ceto medio e Emilia Rossa, Editori Riuniti, Roma, pag. 30

(8) G. Sapelli, in Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e “governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 34

(9) A. Da Empoli, in G. Sapelli, ibidem, pag. 48

(10) G. Montemartini, La municipalizzazione nei pubblici servigi, in G. Sapelli, Comunità e mercato. Socialisti, cattolici e governo municipale” agli inizi del XX secolo, il Mulino, 1986, pag. 50

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