Il ruolo del sindacato nel “modello emiliano”

Di Eugenio Pari

La costruzione di un robusto sistema di welfare locale nell’Emilia rossa, non è piovuto dal cielo, né è stato un “regalo” del governo locale. Nella sua costituzione fondamentale è stato il ruolo del sindacato ed, in particolare della CGIL.

Ora vorrei soffermarmi sulla trasformazione che intervenne all’interno della organizzazione sindacale negli anni dell’apogeo del “modello emiliano”. All’interno del movimento sindacale italiano e regionale contemporaneamente alla costruzione del “modello emiliano” si accresce una forte carica conflittuale e contestatrice, rivolta non solo verso il “padronato” ma anche verso la propria parte cioè l’organizzazione politica e sindacale.

Un intervento di Fernando Di Giulio, dirigente del PCI, riportato da Baldissara e Pepe, è abbastanza paradigmatico dell’atteggiamento del Partito nel valutare la situazione del periodo. Ad una conferenza degli operai del PCI l’esponente comunista sosterrà:

A Bologna noi abbiamo sempre avuto grande forza nella classe operaia, credo che abbiamo 40 mila operai iscritti, una grande forza, ma non possiamo prescindere dal fatto che questa forza è cambiata nell’ultimo mese e mezzo; perché ha compiuto delle esperienze che non aveva compiuto prima, e che quindi quegli uomini anche se sono gli stessi, fisicamente parlando, sono diversi politicamente parlando, da quelli che erano due o tre mesi fa.1

Il conflitto del Secondo biennio rosso, la stagione di lotte sindacali che si sviluppa nel nostro Paese sul finire degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, permea anche gli operai comunisti.

Fra i giovani operai si diffuse l’opinione che vedeva il sindacato utile solo nei momenti di conflitto, mentre era “nata la convinzione che se dovessero unirsi al sindacato entrerebbero in una specie di macchina burocratica nella quale la loro influenza sulle decisioni da prendere non conterebbe quasi nulla”2, da studi e analisi del sindacato da parte dei lavoratori emerse una valutazione strumentale e distaccata del sindacato. Questa disaffezione si può spigare così:

La socializzazione – ha scritto Franco De Felice – induce un processo di politicizzazione che ha forme e caratteri profondamente diversi da quelli su cui era costruita la militanza nei grandi partiti di massa”: una generazione da poco entrata nel mondo del lavoro disertava un sindacato che si dimostrava troppo aderente a quei modelli, decretandone l’inadeguatezza ai tempi nuovi; il pieno accesso ai consumi di massa, a cui venivano affidate delle funzioni sociali primarie (socializzazione, riconoscimento, distinzione), ero il vero tratto peculiare di quella fascia d’età. (…) il lavoro appariva esclusivamente nei suoi tratti di costrizione. Difficile immaginare, (…), l’esistenza di margini per la partecipazione sindacale: il “secondo biennio rosso” contribuì radicalmente il quadro.3

Il sindacato, in particolare la FIOM, prese atto di questa realtà e procedette verso uno “svecchiamento” della propria organizzazione, favorendo tra il 1968 e il 1970 un ricambio generazionale non solo dei quadri, ma della strategia. Questo passaggio implicò una serie di effetti politici, primo fra tutti il rifiuto di applicare decisioni prese da altre parti, le lotte dovevano aderire a piattaforme decise nei luoghi di lavoro per poter assumere una maggiore coerenza alle condizioni concrete di lavoro. Inoltre:

Il giovane lavoratore (…) usa un linguaggio diverso, parla di democrazia sindacale, di unificazione sindacale, di superamento delle correnti ideologiche – di una riforma sindacale, di autonomia e pone come condizione pregiudiziale il superamento dell’unità di azione per far sì che il Sindacato possa essere accolto nell’azienda, suo luogo naturale, ed essere partecipe a tutte le decisioni programmatiche di produzione, normative, di prevenzione infortunistica e di nocività.4

Il sindacato nel tentativo di comprendere queste posizioni non frenò né contrastò questa ondata, anzi, cercò di assorbirla trasformandosi e portando ad una sintesi unitaria le diverse tendenze culturali e politiche da cui provenivano queste posizioni.

Prese vita un sindacato che non organizza solo la protesta, ma nell’ottica di aprire un conflitto e di vincerlo sostenne lo studio e l’inchiesta favorendo l’incontro tra lavoratori e studenti che nel proprio nel “Secondo biennio rosso” vedranno una saldatura delle rispettive rivendicazioni. Si infittirono i rapporti tra società e classe lavoratrice, “travasando reciprocamente tensioni politiche e aspirazioni sociali”5. Si avviò una stagione in cui la base per aprire le lotte sindacali era l’avvio di una mobilitazione sociale, occorreva quindi capacità di intervento e conoscenza dei processi produttivi da un lato, dall’altra corrispondenza ai bisogni e alle sensibilità di tutti i lavoratori.

L’azione del sindacato in Emilia fu, in questi anni, un’azione pienamente immersa nel sociale, aspetto che “spinse i giovani attivisti comunisti a individuare nel sindacato un luogo più adatto rispetto al partito, per spendere le proprie energie e il proprio impegno (…)”6, è in questa fase che coloro che diverranno importanti dirigenti come Claudio Sabattini, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini entreranno nelle file del sindacato che riceve

(…) dirigenti che si sono formati nell’impegno e nel rigore della vita di un partito di massa, come quello comunista, senza però essere stati esposti al logoramento delle relazioni parlamentari, della vita amministrativa, dei rapporti burocratici o interpartitici; così come eredita forze formatesi nella ricca esperienza associativa del movimento cattolico, ma non nel politicking del partito di maggioranza.7

Per comprendere quale fosse la dialettica interna al PCI e la valutazione sul corso politico del partito in Emilia-Romagna, in particolare a Bologna, cito nuovamente Baldissara e Pepe quando nel loro testo dedicato alla figura e al ruolo di Claudio Sabattini, riportano un colloquio intrattenuto con Franceso Garibaldo nel 2009:

Eravamo tutti dentro il PCI: Claudio (Sabattini) era responsabile della cultura, io ero appena arrivato, non avevo incarichi particolari ma ero stato responsabile nazionale della FGCI, c’era stata una fase in cui ero nella Commissione culturale con la Rossanda, insomma non è che eravamo degli sconosciuti dentro al PCI. Ovviamente per noi la dimensione politica c’è sempre stata, (…), però era prevalente la dimensione culturale. Dopo di che le cose incominciarono a intrecciarsi, perché succede che Claudio, che era in una fase in cui era stato in qualche modo messo su un binario morto, su un binario laterale, aveva delle posizioni politiche di contestazione rispetto al fatto che a Bologna c’era un evidente prevalere della linea di destra, e quindi a quel punto lui fu spedito al sindacato, che non era considerata una promozione.8

L’impronta riformista, incentrata sull’ente locale erogatore di servizi in deficit spending, sulla base di un’impostazione keynesiana che pervadeva il governo locale del PCI in Emilia-Romagna, contenne il conflitto operaio. L’erogazione di questi servizi serviva a sopperire ad una realtà salariale che per gli operaio della regione rimaneva più bassa rispetto agli operai di Torino o Milano del 10-12%. Il contenimento del costo del lavoro, era alla base dell’assunto del PCI, avrebbe permesso economie di scala

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Francesco Garibaldo

che avrebbero portato a nuovi investimenti e quindi a nuova occupazione. Paolo Inghilesi dirigente della FIOM ed esponente del Manifesto, nel 1970 interverrà su questo argomento tracciando un bilancio dei conflitti che si protraevano da diversi mesi. Nel suo intervento giunse a una conclusione riflettendo sulla netta trasformazione “dalla tradizionale lotta per gli aumenti salariali o per migliori condizioni di lavoro (…) alla contestazione di ogni aspetto dello sfruttamento padronale” fatto che conduceva al fallimento “dell’illusione riformista per cui gli effetti negativi siano trattabili come cosa separata dal processo produttivo che li determina”9. La pax sociale dove ogni interesse veniva considerato e contrappesato dal PCI, trovando soluzioni possibili attraverso l’accordo di tutte le componenti, dall’intervento di Inghilesi pare non essere più sufficiente. Infatti il “Sessantanove operaio” aveva portato a maturazione la consapevolezza che occorresse confronto non solo su una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, ma anche una critica sul modo in cui essa veniva prodotta. Una critica che non intendeva portare acqua al mulino delle tesi extraparlamentari sul “rifiuto del sindacato”, ma, piuttosto tendeva a considerare il sindacato quale vero motore – cosciente – per quelle riforme che per il Paese significavano una vera e propria rivoluzione.

Questa impostazione trovò un’eco nelle posizioni di Sabattini il quale promosse una “offensiva” sulla base dei risultati raggiunti dal recente rinnovo contrattuale, che vedeva nella realtà produttiva regionale, frammentata e diffusa, un terreno su cui sviluppare questo orientamento. Nell’ottica di una lotta fondata sulle riforme, gli interlocutori divennero gli enti locali e il governo regionale, laddove il sindacato si connesse con il tema delle “riforme”, questione strategica per i comunisti in particolare in Emilia-Romagna.

Il tipo di esperienza del movimento sindacale e di classe, investe proprio nella nostra regione, per i contenuti e le forme di lotta, per la strategia di riforma sulla quale tende a innestarsi, l’insieme del movimento politico, delle organizzazioni democratiche, delle istituzioni rappresentative in ispegie gli enti locali e la costituenda Regione. Diviene cioè possibile e concreto che si venga instaurando (…) un rapporto diverso tra movimento sindacale e dei lavoratori e le istituzioni politiche (…) anche perché i contenuti di lotta e gli obiettivi più generali e le forme di gestione si collocano proprio in quelle esperienze di auotogoverno delle masse lavoratrici, di cui l’Ente Regione non può che essere strumento propulsore.10

Nei primi anni ’70 il sindacato si fece quindi portatore di una “battaglia per le riforme” senza però trovare uno sbocco positivo nel governo centrale. Troverà invece un interlocutore nelle amministrazioni locali dando vita ad esperienze feconde. Nella provincia di Bologna la Camera del lavoro arrivò a siglare nel 1973 un Protocollo di intesa nel quale gli enti locali si impegnavano a promuovere “importanti miglioramenti delle condizioni di vita degli operai fuori dalla fabbrica”, ovvero: fasce orarie gratuite per il trasporto pubblico di lavoratori e studenti; unità locali dei servizi sanitari e sociali, potenziamento della medicina preventiva del lavoro; oneri aggiuntivi alle imprese indirizzati alla realizzazione degli asili nido; mense comunali laddove non erano presenti quelle aziendali; equo canone, proprietà indivisa della casa, edilizia popolare; corretta pianificazione del commercio per evitare speculazioni sui prezzi.

Arrivammo persino anche alle bollette: luce, gas, l’acqua, telefono… all’autoriduzione delle bollette gestita dal sindacato. (…) Siccome non accettavamo che il governo aumentasse le tariffe dell’energia elettrica, ci facemmo l’autoriduzione: i lavoratori pagavano, venivano alla Camera del lavoro, facevamo i conti, cosa dovevamo pagare e pagavamo quello. Inizialmente un casino, da birichini, poi alla fine… la bevvero: vertenza legali, poi vinte le vertenze legali e diventò una cosa abbastanza consolidata. (…) Le vertenze erano contro i padroni perché aiutassero il comune di Bologna a sostenere i servizi sociali e a metterli in particolare a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori.11

Gli enti locali giocarono un ruolo di mediazione stemperando le ruvidità dello scontro sociale, ma questo ruolo giocoforza venne meno nel periodo 1974 – 1975 “quando la stretta finanziaria fece sentire il suo morso sui bilanci delle amministrazioni periferiche, al restringersi delle possibilità di movimento da parte del settore industriale si sopperì in parte con il dinamismo della spesa pubblica locale”12.

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Sabattini e Rinaldini

Lo spettro della crisi tanto agitato negli anni precedenti, si trasformò in questo periodo in realtà, gli imprenditori colsero l’occasione della sospensione della convertibilità del dollaro (fine del sistema di Bretton Woods) e la crisi petrolifera per giungere a ciò che stava loro più a cuore: stabilizzazione dei rapporti all’interno delle fabbriche. Come conseguenza proliferò lo strumento della cassa integrazione, mentre il sindacato rimase sempre più fermo nella critica all’agitazione dello stato di crisi.

Emerse, in questo contesto, una critica del sindacato, espressa dalla FIOM, alla “politica delle alleanze” su cui invece il PCI basava il suo impianto ideologico nella regione.

Una delle cose più contestate dalla parte del sindacato era la politica delle alleanze, perché voleva dire che a questa politica tu dovevi sacrificare l’interesse degli operai. Tieni anche presente come era strutturato il partito: il partito aveva per gli operai le sezioni nelle fabbriche, le sezioni di strada dove gli operai a volte c’erano ma spesso no, perché avevano le sezioni di fabbrica, e avevano quindi gli artigiani, i commercianti, i professionisti.13

Sul tema del rapporto con gli enti locali intervenne anche Luciano Lama, svolgendo un’autocritica rispetto alla linea delle riforme perseguita in quegli anni dal sindacato e ridefinendo le basi politiche della CGIL, puntualizzò che:

mentre in condizioni sempre più difficili, anche nel 1973, i lavoratori riescono a concludere vittoriosamente le loro lotte contrattuali nella società senza schieramenti più vasti e senza un sostanziale mutamento dei rapporti di forza, in realtà non si passa. E il sistema utilizza a piene mani l’inflazione e la svalutazione monetaria per recuperare i profitti e le capacità di esportazione a danno della domanda interna, dell’occupazione e dello stesso sviluppo produttivo generale. Abbiamo ancora una volta la dimostrazione che non basta cambiare il rapporto dalla fabbrica alla società se non investiamo contemporaneamente le strutture statali, le Regioni, gli Enti locali e quindi le forze politiche, se vogliamo cambiare veramente le cose. Il contesto politico decide, anche di noi e del risultato ultimo delle nostre lotte, così come le nostre lotte influiscono sul contesto politico14.

L’organizzazione metalmeccanica sostenne una lotta di tutti i salariati contro il padronato, il partito viceversa affondava il proprio consenso sulla ricerca di un’alleanza fra i salariati e il lavoro autonomo.

Il cardine della forza del sindacato metalmeccanico nuovo era uno strumento, quello dei Consigli di fabbrica, che proprio a Bologna aveva assunto un significato peculiare. Da una parte fu il segno della conquista dell’autonomia da parte del sindacato, che non si sostituì al partito nella sua opera di dialogo con la società, ma tentò di aprire spazi nuovi, organizzando forme di espressione democratica per l’operaio in quanto tale, nel suo stesso luogo d’impiego. Dall’altra la rappresentanza del mondo del lavoro costituì un formidabile strumento, potenzialmente complementare rispetto alle forme di decentramento e di rappresentanza sperimentate dall’amministrazione bolognese, ma portatore di una serie di questioni non facilmente risolvibili e che andavano a toccare delicatissimi nodi presenti in seno al partito e al sindacato.

Si trattava di una questione che trovò il suo precipitato nel convegno sulle piccole imprese, e che si può riassumere in un invito (…) in occasione di un direttivo della FIOM: “la nostra iniziativa nei confronti delle piccole e medie imprese tocca il problema delle alleanze. Questo problema assumerà un ruolo decisivo nel prossimo futuro. Definire in che modo noi crediamo di essere forza egemone”. (…). Era lo stesso Sabattini a sentirsi in dovere di chiarire la questione, precisando che “il lavoro sulle piccole fabbriche non vuole distruggere i piccoli proprietari ma vuole costruire una alternativa al tipo di sviluppo finora messo in atto”. Era proprio il differente modello economico e sociale da promuovere a costituire il nodo del problema15.

La battaglia per il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei lavoratori verrà portata anche all’interno delle piccole e medie aziende, gran parte delle quali gravitavano “nell’orbita politica del PCI, [ciò] poneva, di fatto, in discussione le fondamenta stesse del rapporto sindacato-partito in Emilia-Romagna.”16 In queste realtà peculiari del tessuto industriale e produttivo regionale, fino ad allora

(…) era generalmente il partito e non l’azienda a porsi il come controparte, in realtà come mediatore, delle istanze sindacali. Spesso le divergenze verificatesi nel corso della negoziazione venivano ricomposte nella segreteria del partito, in Via Barberia, spianando la strada alla firma dell’accordo. Il nodo cruciale, al centro di questo scontro, era una delle questioni dirimenti nel dibattito sindacale di quegli anni: l’autonomia del sindacato dal partito.17

All’interno della FIOM non mancheranno certo gli argomenti per non “tirare troppo la corda” nei confronti delle piccole aziende, soprattutto perché, nella riconferma della politica delle alleanze, il timore era quello di non fornire pretesti alle piccole imprese per allearsi con i grandi gruppi industriali. Al riguardo sono nitide le parole di Sabattini espresse nel 1976:

Noi siamo contro la politica degli sconti, siamo per un’unificazione complessiva dei lavoratori, siamo per un’unità complessiva di classe, sia per ciò che riguarda la piccola impresa che la grande, sia ovviamente per i lavoratori che vivono nella piccola impresa come nella grande. Ma detto questo noi (…) siamo per puntare su una linea di politica economica, finanziaria, di ricerca scientifica, tale che permetta alla piccola impresa di potersi sviluppare non utilizzando necessariamente il supersfruttamento operaio, il peggioramento delle condizioni economiche della classe operaia (…). Ed è contemporaneamente problema di alleanze sociali, cioè di costruzione di un progetto che tenga conto di questi ceti non facendo loro degli sconti (…). La nostra linea è unità di classe e contemporaneamente sistema di alleanze; occorre perciò avere degli strumenti decisivi a questa linea e quindi non solo allora i consigli di fabbrica ma anche, e soprattutto in questa logica, i consigli di zona, e non solo consigli di zona, ma aggregazioni dirette da parte del sindacato, coinvolgimento di strati sociali apparentemente diversi18.

È in quanto ho cercato di riportare, a mio parere, il motivo per cui il Sindacato, in particolare la CGIL, è tuttora, nel contesto delle organizzazioni che hanno composto il movimento operaio che, come abbiamo visto, hanno edificato il “modello emiliano”, pur con tutte le difficoltà è il nucleo più vitale, maggiormente legato alle contraddizioni sociali e agli strati popolari.

1 Intervento conclusivo del compagno Di Giulio all’Assemblea provinciale degli operai comunisti. Autostazione – 10 novembre 1969. In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 126

2 A. De Bernardi, Il sessantotto. Una questione storica aperta, in A. Varni (a cura di), il mondo giovanile in Italia tra Ottocento e Novecento, il Mulino, Bologna, 1998, pagg. 206-207, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.128

33 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.130

4 Analisi aziendali. Azienda: SABIEM S.p.a – Bologna, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 132

5 L. Segreto, Storia d’Italia e storia dell’industria, in Storia d’Italia. Annali, vol. 15 Einaudi, Torino, 1999, pag. 71, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 133

6 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 134

7 A. Pizzorno, Sull’azione poltiica dei sindacati e la “militanza” come risorsa, in I soggetti del pluralismo. Classi Partiti Sindacati, il Mulino, Bologna, 1980, pag. 187 in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 135

8 Colloquio di Baldissara con Francesco Garibaldo, 21 dicembre 2009, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 136

9 L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag 148

10 C. Sabattini, Emilia: la spinta parte dalle fabbriche, pag. 38, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 151

11 In L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 211

12 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 212

13 Intervista a A. Naldi, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag.219

14 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 527

15L. Baldissara e A. Pepe, , Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010, pag. 220

16 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem , pag. 318

17 L. Baldissara e A. Pepe, ibidem, pag. 318

18 Intervento di Claudio Sabattini al seminario per il gruppo dirigente, Unità sindacale e alleanze sociali, Milano, settembre 1976, in L. Baldissara e A. Pepe, Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini, Ediesse, Roma, 2010 , pag.319

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