Note a margine sul movimento cooperativo

Di Eugenio Pari

Il tema del movimento cooperativo merita una riflessione particolare, così come quello del ruolo del sindacato nel sistema del “modello emiliano”. Per prima cosa occorre definire cosa sia una cooperativa: la cooperativa è un’impresa particolare con un doppio fine: fare profitti e, dall’altro, perseguire obiettivi sociali.

I due obiettivi si tengono insieme: senza profitti non può esserci il perseguimento di una funzione sociale in quanto la cooperativa fallirebbe. D’altro canto senza una funzione sociale verrebbe a meno l’elemento distintivo della cooperativa che a quel punto sarebbe né più né meno come una qualsiasi altra azienda.

Abbiamo visto in precedenza quale importanza abbia avuto il movimento cooperativo nella costruzione e nel successo del “modello emiliano”.

Anderlini ne parla come di un elemento istituente, mentre i brani di Zangheri che abbiamo riportato collocano il movimento cooperativo quale componente caratteristica del “socialismo municipale” prima e quindi del sistema di governo che da esso andò promanandosi in Emilia-Romagna dal secondo dopoguerra. Tra l’altro, la funzione di difesa delle classi subalterne dalle congiunture economiche, dalle rappresaglie padronali, la nuova organizzazione del lavoro e dei rapporti di lavoro che abbiamo collocato nel capitolo sul riformismo, non vale solo per l’epoca pre fascista, è un ruolo che il movimento cooperativo emiliano-romagnolo ha giocato anche nel secondo dopoguerra, quando operai comunisti e sindacalizzati venivano fatti oggetto di licenziamenti. Le cooperative sono, universalmente, state fondate dalle persone per resistere alle “pressioni provenienti da spietate forze di mercato (…). Gli abitanti delle città e quelli delle campagne crearono le cooperative per poter utilizzare le risorse, finanziarie e umane, che individualmente non potevano accumulare”.1

Le citazioni di Turci, più nel dettaglio, ripercorrono il rapporto fra movimento cooperativo e PCI, quale partito egemone nel movimento operaio italiano e regionale.

La cooperazione all’interno del sistema economico capitalistico costituì con i propri caratteri d’innovazione un elemento implicitamente conflittuale per l’azione a difesa del lavoro, soprattutto in quanto il lavoro cessava di essere una merce. Nel 1946, ad un convegno in Emilia sulla cooperazione Togliatti sosterrà che “in realtà, in regime capitalista, la cooperazione non si sottrae alla legge del profitto, (…)”2. Anche se peculiare, l’attività delle cooperative rimane di stampo capitalistico. Le cooperative non venivano considerate da Togliatti e dal PCI come strumento di lotta al capitale, ma individuava in esse “un ruolo strategico (…) come strumento per la partecipazione da protagonista delle masse alla ricostruzione del Paese e alla realizzazione di un nuovo modello di società (…)”3.

Negli anni ’70 il movimento cooperativo subì una trasformazione. Prese infatti avvio un processo di disinfrancamento dal movimento operaio, il mondo della cooperazione legato alla Lega procedette verso una maggiore autonomia dal ruolo egemone ricoperto dal Partito. Questo processò determinò la frattura di quel nesso apparentemente inscindibile tra impresa economica e movimento sociale. Nel sistema cooperativo assunse rilevanza centrale la parola d’ordine “impresa”. Si attenuarono, fin quasi dissolvendosi, i valori fondanti, così i bilanci divennero la priorità rispetto al socio e al rapporto mutualistico.

Svaniscono anche “gli argini dentro ai quali il movimento cooperativo poteva crescere mantenendo una sua identità di impresa particolare”4 all’interno di un sistema ad economia di mercato.

Nel 1988 Lars Marcus, Presidente ICA, l’organizzazione internazionale di rappresentanza del sistema cooperativo, dichiarò:

esistono prove chiare a conferma del fatto che le cooperative sono state influenzate negativamente dal rapido boom delle economie di mercato capitaliste. In molti paesi, il carattere originale e unico delle cooperative è stato eroso dalle forme dominanti della vita economica, come per esempio le società per azioni. 5

Il tema della fascinazione dell’economia di mercato esercitata sul mondo della cooperazione è, dunque, ben noto da tempo e, come si vede, non è caratteristico solo del nostro Paese e dell’Emilia- Romagna.

Le cooperative di costruzione, di consumo e di servizi in particolare, assumono dimensioni di veri e propri colossi economici, per ciò che riguarda la vita interna questo passaggio si traduce nell’ampliamento della divaricazione fra management e soci. Mano a mano che le cooperative aumentano le proprie dimensioni la distanza fra vertice e base sociale sembra farsi incolmabile. A tal proposito pochi anni fa Lanfranco Turci ha dichiarato:

Questi elementi si sono accentuati nel corso degli anni e (…) sono anche uno dei fattori che spiega l’indebolimento della tradizione ideale del movimento cooperativo.6

Le conseguenze che discendono dai processi al centro della ristrutturazione e dello sviluppo del movimento cooperativo, fanno si che la distinzione fra imprese cooperative e le altre imprese capitalistiche sia sempre più labile, per non dire, in alcuni casi, inesistente.

La rotta liberista sempre più maggioritaria all’interno del movimento cooperativo produrrà una rottura anche con il movimento sindacale. In particolare l’avvicinamento della Lega delle cooperative alle posizioni di Confindustria in occasione del referendum sulla scala mobile, avvicinamento sostenuto in precedenza dalla CNA, porta come risultato la costruzione di un fronte unico contro le posizioni sostenute dalla CGIL isolandola di fatto, in quanto c’era già divisione con gli altri sindacati.

Occorre distinguere però l’operato delle grandi cooperative da quello delle piccole dove in molti casi il rapporto mutualistico, di fiducia e circolazione di idee e informazioni tra base e vertice era e rimane ancora vivo. Essi rappresentano gli elementi fondamentali per la sopravvivenza stessa di queste cooperative.

La “degenerazione”7 ovvero “la deviazione dagli scopi sociali” di queste grandi cooperative, può aver determinato un fattore che ha reso meno guardinghi i vertici delle imprese cooperative nei confronti delle tentazioni del mercato”8, portando a fatti poi sfociati nella cronaca giudiziaria. Questo processo secondo Lanfranco Turci è avvenuto perché:

in qualche modo si dice che il mercato è fatto così, se dobbiamo portare a casa il lavoro dobbiamo stare alle “regole del mercato”. Allora è un bel dilemma. Mi ricordo di qualche dirigente cooperativo che aveva detto in passato “mi domando se devo fare la figura del cretino andando a casa senza lavoro e quindi senza poter garantire la continuità ai miei soci o invece fare la figura dell’eroe portando il lavoro, ma sapendo quello che alle spalle ho dovuto combinare”.9

Fra gli elementi della “degenerazione” Webb, uno dei primi studiosi del sistema cooperativo, includeva anche ciò che “può portare le cooperative alla perdita delle loro caratteristiche democratiche fino a diventare simili o uguali alle imprese degli azionisti”10. C’è da dire che nelle SpA gli azionisti possono decidere i loro management, mentre i soci in questi grandi conglomerati cooperativi, conglomerati perché queste cooperative hanno dato vita a loro volta ad altre società, senza alcun rapporto con il vertice non sempre hanno la possibilità di agire sulla composizione della struttura del vertice. Questa affermazione trova un chiarimento nel fatto che:

Nelle cooperative classiche, più grandi, fino a pochi anni fa la grande maggioranza era composta da soci. C’è stato successivamente un processo di societarizzazione, cioè non è avvenuta una crescita del blocco centrale della cooperativa pura, ma di tante società satelliti collegate. Si tratta di lavoratori dipendenti e non di lavoratori soci. Storicamente, la grande maggioranza erano soci.11

Il vertice, senza criteri sanciti di turn over, diventa molto spesso ad una sorta di nomenklatura inamovibile e immodificabile. Nei casi, sempre più frequenti, di fusione fra cooperative il vertice viene a sua volta costituito per stratificazione, laddove la fusione da’ vita molto spesso a una moltiplicazione di posizione apicali. La sommatoria dei vertici delle cooperative che si sono fuse appare un elemento irrazionale e rappresenta una delle cause di situazioni critiche come quella in cui versa Coop Alleanza 3.0.

La “societarizzazione”di cui parla Turci e la “degenerazione” così come definita da Webb, hanno portato negli ultimi tempi a situazioni di conflitto fra i lavoratori delle cooperative impegnati nella logistica trasporti e le grandi cooperative stesse dando vita a vertenze molto complicate e accese.

Altro aspetto del discorso sulla cooperazione è quello che riguarda le cooperative sociali come appaltatrici di servizi non più eseguiti dagli enti locali. La riduzione dei trasferimenti ai governi locali è stata fra le cause principali che hanno portato al ricorso al cosiddetto “terzo settore” nella gestione di servizi sociali ed educativi. Se apparentemente questo ricorso può sembrare positivo, in realtà esso produce effetti che vanno considerati molto attentamente come ricorda Turci in una intervista del 2015:

Questo è un problema delicatissimo perché da un lato, è naturale che le cooperative sociali, che organizzano lavoratori che cercano occupazione, si candidino a gestire servizi sociali, che siano scuole materne, asili nido o case di riposo. È anche vero però che facendo forza sull’idea delle cooperative sociali, del terzo settore, si dà una spinta, si cerca di legittimare la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Questo è un gioco micidiale. Non sto dicendo che la responsabilità è in capo alle cooperative sociali perché, al di là del caso di Roma, le cooperative sociali in generale, sia come dimensioni che come modo di funzionamento, sono ancora vicine alla forma più classica È chiaro tuttavia che se un Comune, invece di aprire una scuola materna regolare assumendo le insegnanti per dodici mesi all’anno con la tredicesima, con tutti i diritti al riposo e alle ferie, la affida alla cooperativa sociale che fa dei contratti a termine e quindi paga solo i mesi effettivamente lavorati (non tutti i contratti sono così ma in molti casi sono così) è evidente che alla fine il risultato è che hai un servizio meno qualificato. Se la gente la tratti male e non la paghi bene, lavora peggio. Hai quindi servizi meno qualificati e hai lavoratori più sfruttati perché alla fine quelle insegnanti della cooperativa sociale, sono più sfruttate, mentre quelle del servizio pubblico hanno condizioni più dignitose. È un bel conflitto questo. Il motore non è nelle cooperative sociali, è nella politica di attacco al welfare, nel liberismo economico. Questo lo sappiamo bene, ha a che fare con politiche macro economiche con dimensioni ampie, europee. È la ricaduta di un processo molecolare. Quando si trova la motivazione ideale, come il terzo settore, si nobilitano anche politiche che in realtà sono di degrado del welfare. Non per responsabilità degli operatori ma per le scelte che stanno a monte. Tornando al filo del nostro ragionamento, insisterei per provare a lanciare l’idea che si apra un dibattito pubblico senza sotterfugi, senza tatticismi, senza paura di disturbare il manovratore, sullo Stato e le prospettive della cooperazione. Una sinistra che non abbia più vicino, non dico di fianco,ma vicino, un mondo cooperativo, un mondo mutualistico, è una sinistra più povera.12

Abbiamo visto ciò che Lars Marcus affermò nel 1988, quale presidente dell’organizzazione internazionale delle cooperative animò un importante dibattito a livello mondiale sul ruolo della cooperazione favorendo una lunga e significativa ricerca che si protrasse per diverso tempo ed incentrata sulla comprensione delle aspettative, delle idee dei cooperatori nel mondo. Dall’India agli esquimesi, passando per l’Europa e arrivando all’Africa, alla luce del fallimento del socialismo reale e del sempre maggior allineamento alle logiche del mercato, il tentativo di questo sforzo fu di una nuova identificazione dei valori delle cooperative. La tendenza interna al movimento cooperativo di privilegiare “il successo economico a breve termine” fu visto con un certo sospetto da importanti dirigenti internazionali come Laidlow13; così come pur considerando importante il perseguimento della redditività questa non doveva essere “fine a se stessa”.

Il tema del mutualismo, “del self-help volontario e reciproco, dell’emancipazione economica – sostenendo che erano ampiamente influenzati dai valori come l’onestà, l’attenzione verso gli altri, il pluralismo (approccio democratico) e la capacità costruttiva (fede nella via cooperativa)”14, sono i temi su cui all’interno del movimento cooperativo stesso si sta cercando da tempo di ribadire la funzione sociale delle cooperative forse passata in second’ordine rispetto alla funzione economica.

La questione della ridefinizione di un tessuto sociale ormai sfrangiato, del capitale sociale di cui l’Emilia-Romagna era, seppure oggi molto consumato, rimane ancora ricca è un tema su cui la cooperazione può e deve cercare di giocare un proprio ruolo tentando di ripristinare uno spirito comunitario e di mettere in relazioni spezzoni e individualità sociali troppo spesso lasciate a se stesse in una condizione di isolamento nella quale l’unica elaborazione sono teorie basate sul rancore e la paura.

1 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 169

2 P. Togliatti, intervento al convegno dei cooperatori comunisti del 26-28 ottobre 1946, pag.108. da “i comunisti e la cooperazione” storia documentaria.1945-1980 editore De Donato, in S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

3 S. Caserta, La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo. Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 90

4 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

5 . Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag .175

6 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 81

7 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 24

8 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

9 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 82

10 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 25

11 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 86

12 Inchiesta, Il rapporto tra lavoro e cooperazione intervista a Lanfranco Turci, in Dossier: Dove va la Cooperazione?, Aprile-Giugno, 2015, pag. 88

13 P. Battilani e H. G. Schroter, Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag. 175

14 Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, il Mulino, Bologna, 2012, pag.178

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