Riformismo: il “filo rosso” nella storia della sinistra in Emilia-Romagna

Di Eugenio Pari

Il PCI si ricollega alla trazione dei “municipi rossi” passati alla storia, tra fine Ottocento e inizi Novecento, per essere dei centri sovversivi, ma anche per la concretezza della loro azione politica.

Abbiamo visto che tipo di rilevanza il collegamento con questa esperienza abbia avuto nello sviluppo dell’azione di governo dei comunisti riportando l’intervento su Ceti medi ed Emilia Rossa di Togliatti.

Fra gli elementi sostanziali del “socialismo municipale”, o “padano” come altri studiosi lo definiscono, vi è sicuramente il movimento cooperativo. Il movimento cooperativo nella regione trae le sue origini dalla creazione di cooperative di lavoro sorte negli anni ’80 dell’Ottocento. Le esigenze a cui esse principalmente rispondevano erano quelle di ridurre la disoccupazione e attraverso il proprio attivismo, grazie anche al fatto che contestualmente le amministrazioni locali erano guidate dai socialisti, ottennero l’affidamento di opere pubbliche tali da garantire l’impiego di mano d’opera che, a sua volta, attraverso meccanismi di rotazione, permetteva a un maggior numero di persone di lavorare.

La costituzione in cooperativa, oltre che avere ricadute in termini solidaristici, permetteva ai soci lavoratori di non sottostare al ricatto del padronato e di ottenere sostanziali miglioramenti sotto il punto di vista delle condizioni lavorative sia del trattamento economico. Questa organizzazione del proletariato cittadino e delle campagne permetterà una risposta non collerica e tantomeno rassegnata alla logorante mancanza di lavoro. Nella regione non si vedranno fenomeni di ribellismo fini a sé stessi, ciò al tempo stesso contribuirà al fatto che fra i milioni di contadini che in quegli anni emigravano dall’Italia solo in misura ristrettissima fossero quelli di provenienza emiliano-romagnola.

La creazione di cooperative fosse di per sé la soluzione per l’assorbimento di grandi sacche di disoccupazione, ma contribuirà “a creare un clima, una mentalità, una speranza. La rassegnazione non prevale”1, ecco spiegate le distinzioni fra il proletariato emiliano-romagnolo e quello, in particolare, delle regioni del Mezzogiorno, su cui, come abbiamo visto in precedenza, Togliatti si soffermerà in maniera molto chiara nel suo discorso di Reggio Emilia del 1946.

L’altro elemento caratterizzante del socialismo emiliano tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900 fu la costituzione delle leghe sindacali, le quali ebbero una funzione di collocamento della mano d’opera e di sottrazione della stessa dalle discriminazioni e rappresaglie del padronato.

Il primo successo del socialismo nella regione si ebbe con la vittoria alle elezioni amministrative per il comune di Imola nel 1889, Imola è infatti considerata la “culla” del socialismo municipale. Significativa inoltre fu l’esperienza che fra il 1899 e il 1905 si sviluppò a Reggio Emilia, qui l’amministrazione socialista investì senza “avarizia” nelle scuole, procurando testi gratuiti per i bambini, aprendo corsi serali per gli adulti e favorendo “ricreatori educativi per i bambini. Le scuole aumenteranno continuamente prima di tutto in campagna, crescerà il numero degli insegnanti che vedranno accresciuto il proprio stipendio, manovra che i comuni potevano fare in quanto l’educazione elementare era ancora di loro esclusiva competenza, l’obiettivo delle amministrazioni era chiaro “perché – come recitava la relazione al bilancio del 1902 – l’istruzione distrugge la miseria2.

Tutto ciò concorrerà a costruire nella memoria collettiva, grazie anche alla grande tradizione comunale italiana, laddove il Comune secondo l’insegnamento mazziniano era “unità primordiale”, un’idea di “società libera dai vincoli centralistici statali, fondata su una federazione di Comuni autonomi. Continuarono a pensare a questo futuro di federalismo e di autogoverno delle comunità locali anarchici e socialisti di varia tendenza, riformisti e intransigenti. Ma non viene a mancare, pure in una visione tendenzialmente federalista, il senso dell’appartenenza a una formazione unitaria. Sono anzi i socialisti, con i repubblicani e i cattolici democratici, ad immettere nella vita della nazione ceti popolari che ne erano rimasti esclusi, stimolando e favorendo l’alfabetizzazione, la frequenza scolastica e l’impegno elettorale”3.

Abbiamo visto in precedenza la critica che Togliatti mosse ai “riformisti” colpevoli a suo avviso di essere caduti in un “pericoloso particolarismo” che non permetteva loro di considerare la “prospettiva e [del]l’interesse generale del movimento”, Zangheri tornando sull’argomento del riformismo in Emilia-Romagna, nel 2004 ebbe modo di sostenere che “l’opera dei socialisti nei Comuni e nel parlamento è rivolta a risolvere i problemi immediati dei ceti più bisognosi e, al tempo stesso, ad affrontare grandi questioni locali, come le finalità dell’istruzione (…), l’uguale dignità dei cittadini, il diritto al lavoro. Tutta l’attività dei socialisti è consacrata a compiti minuti, quotidiani e, contemporaneamente, alla rivendicazione di obiettivi di emancipazione e d

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Renato Zangheri

i trasformazione. È un errore, compiuto frequentemente, ritenere che la divisione fra riformisti e massimalisti, che turberà il socialismo nei primi decenni del Novecento, fino a minarne la forza, sia avvenuta sulla linea di una differenza negli obiettivi finali. In Emilia-Romagna i riformisti, che organizzano in alcune province la maggioranza dei lavoratori, sono tenaci difensori dei loro interessi sindacali – orari, salari, occupazione – ma non cessano di richiamare i fini generali: la collettivizzazione della terra, una società libera dallo sfruttamento, l’uguaglianza fra gli esseri umani, allo stesso modo dei massimalisti”4.

Da questo brano alcune considerazioni che mi sento sommessamente di esprimere, pur non avendo i “galloni” dello storico: tra le righe di Zangheri mi sembra di notare una critica alle affermazioni che quasi cinquant’anni prima fece Togliatti varando la linea del PCI in Emilia-Romagna proprio in relazione alla politica “particolaristica” dei riformisti. Ora, probabilmente la discussione potrebbe risultare di “lana caprina”, ma a me pare importante in quanto credo che caratterizzi non ex post tutto il corso dei comunisti emiliano-romagnoli dalle origini della “Emilia rossa”. Non credo che il riformismo sia stato il carattere distintivo, strumentale magari, di una stagione, la radice ideologica di una sinistra disancorata dall’ideologia comunista andava alla ricerca di idee fondanti; no, in Emilia-Romagna i comunisti erano riformisti per davvero e lo sono stati fin da subito la conquista del potere locale.

Alla costituzione del socialismo municipale contribuirono anche leggi nazionali come quella, per esempio sulle municipalizzazioni a firma di Giolitti e data un presupposto normativo che, secondo Baldissara, fornisce l’occasione per il socialismo “di intervenire in settori fondamentali della vita delle masse lavoratrici, e dunque di poter garantire la fruizione dei servizi di base delle masse lavoratrici in base a criteri di maggiore equità. Si tentò quindi la via della ‘municipalizzazione del pane’, cioè della gestione di forni comunali capaci di fornire questo alimento primario a prezzi minori rispetto agli esercenti privati. Si procedette inoltre all’assunzione a spese dei comuni dei servizi in rete (trasporti, acqua e gas), in modo da favorirne l’accesso ai ceti subalterni, ma anche di procedere alla modernizzazione (estensione dei collegamenti e dell’illuminazione, miglioramento delle condizioni igieniche) dei centri amministrati”5.

Occorre anche ricordare anche che all’inizio del Novecento si assistette all’allontanamento del clero dagli istituti di assistenza, alla gestione arbitrale delle opere religiose sopravvenne quella dei cosiddetti municipi “rossi” come nel caso dell’allontanamento delle suore dall’orfanotrofio a Cesena nel 1903 e a Rimini nel 1906. Ma la rimozione di personale del clero avvenne negli ospedali avvenne anche a Imola e Ravenna e a “Forlì la laicizzazione si spingeva oltre l’espulsione del personale ecclesiastico, sino al reimpiego delle risorse finanziarie già impegnate dall’amministrazione clericale per il miglioramento delle prestazioni assistenziali”6.

Il fascismo si abbatté sulle conquiste del movimento operaio della nostra regione con un accanimento maggiore rispetto alle altre regioni del Paese, la violenza squadrista si concentrò, come rileva Patrizia Dogliani, soprattutto sui braccianti infatti “dell’ottantina di uccisi nel Bolognese tra il 1920 e il 1943 (a riprova che la violenza si istituzionalizzò ma non venne meno dopo il 1925) più della metà delle vittime erano braccianti” 7.

Buona parte della spina dorsale della gerarchia nel regime fascista, almeno fino all’inizio degli anni ’40, proveniva dalla nostra regione, eppure possiamo dire che lungo il ventennio sopravvisse una resistenza al regime fino a diventare via via più larga abbracciando masse di contadini che costituirono il nerbo della lotta di liberazione in Emilia-Romagna “coinvolgendo famiglie intere, interi paesi nella lotta armata, nel sostegno alle formazioni partigiane, (…). Il sacrificio dei sette fratelli Cervi, contadini del reggiano, fucilati dai nazisti, non è un evento unico, ma si inquadra in un’epopea che ha visto per la prima volta le popolazioni delle campagne battersi concordemente per chiari obiettivi nazionali e sociali”8.

Alla testa del movimento di Liberazione in Emilia-Romagna si collocò il PCI che, a differenza degli altri partiti antifascisti, così come nel resto d’Italia, riuscì a mantenere una organizzazione clandestina la quale aumentò costantemente durante la Resistenza. La lotta di Liberazione indicò la questione del socialismo nella vita regionale questa volta riproposta dai comunisti che assunsero all’indomani del 1945 una posizione predominante nel fronte delle sinistre. Una certa impostazione dogmatica, allora imperante nello schieramento comunista internazionale e il mito dell’URSS, di fatto determinano la cosiddetta “doppiezza” che in un primo tempo non permise ai comunisti, né ai socialisti di “uscire dalle loro vecchie basi sociali e ideali (Zangheri, 2004)”. Il PCI svolse quindi, nei fatti, una funzione socialdemocratica e lo fece fin da subito rilanciando quelli che, dopo la lunga fase del Ventennio, erano e torneranno ad essere i centri nevralgici della vicenda regionale, centri che Zangheri individuerà nelle cooperative, nei Comuni, nelle associazioni di mestiere, ricreative, mutualistiche e di solidarietà che per più di un secolo hanno caratterizzato l’Emilia-Romagna.

Uno dei capisaldi del corso socialdemocratico dei comunisti emiliano-romagnoli, recuperato peraltro nell’alveo della tradizione socialista, fu la municipalizzazione che traeva origine anche da motivazioni ideologiche rintracciabili nell’introduzione del concetto marxiano del materialismo storico e della lettura delle dinamiche degli enti locali conseguente alla dialettica fra le classi. Un passo del Corso pratico sugli enti locali del PCI del 1951 è paradigmatico in questo senso per i comunisti ‘la storia dei Comuni ci insegna che il governo comunale è stato sempre oggetto di contesa fra le classi in lotta [quindi] la classe che detiene il potere politico dello Stato influisce sull’ordinamento comunale in modo conforme ai suoi interessi i quali in certi periodi consentono od addirittura richiedono una maggior democratizzazione dei Comuni, mentre in altri periodi ne esigono la restrizione od il radicale soffocamento’”.9

Luca Baldissara da’, di questo passo, la seguente lettura

gli spazi d’azione dei comuni vengono dunque disegnati dalla classe borghese a seconda delle convenienze tattiche e degli equilibri interni a questa classe, alternando momenti ‘in cui lo stato borghese allarga questa autonomia, altri in cui la restringe o addirittura la sopprime come fece il fascismo’. Solo con la conquista dei comuni da parte del movimento operaio si avvierebbe dunque il processo di democratizzazione delle amministrazioni comunali, poiché la concezione politica del socialismo concepisce i comuni come le prime sedi nelle quali il popolo esercita il suo potere, e quindi se democrazia è partecipazione di tutto il popolo alla vita pubblica, i comuni sono la prima istanza della democrazia. 10

Il comune e, quindi, le funzioni che esso gestiva, fra le quali, come noto, i servizi pubblici, non andava considerato come “un mero organo burocratico, ma come un ‘ente dotato di poteri e di autonomia, chiamato ad esplicare una serie numerosa e varia di proprie funzioni’, nel cui esercizio si deve dimostrare un ente capace di compiere veri e propri atti di potere, un efficace strumento della lotta di classe e il centro di sistemi di alleanze politiche’: ‘ in sostanza il Comune deve sapere tradurre in termini comunali le grandi lotte politiche’”.11

Dozza diviene, insieme a Fortunati (senatore e membro dell’esecutivo della Lega dei comuni democratici) possono essere definiti i rappresentanti di un’amministrazione che si eleva al ruolo di testimonianza concreta per la realizzazione un nuovo tipo di intervento municipale, per la costruzione di una nuova cultura politico – amministrativa in grado di fornire risposte adeguate alle nuove esigenze delle città allora in espansione e “dei ceti che in esse si trovano a vivere in condizioni maggiormente disagiate spingendo altre amministrazioni locali governate da maggioranze di sinistra ad emulare quanto messo in opera nel capoluogo emiliano”.12

Gli orientamenti “democratici” espressi si concretizzavano attraverso una politica di spesa e anche di entrata, in entrambi i casi originando un effetto di incremento dei redditi attraverso l’applicazione in chiave locale del moltiplicatore keynesiano in un circolo contrassegnato da spese per investimenti, servizi locali e consumi a diretto vantaggio delle “fasce deboli”.

Gli amministratori locali erano dunque decisi ad utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per realizzare indirizzi generali di finanza locale e politica tributaria, in questo senso il Bilancio era la sintesi di una politica volta ad aumentare le entrate: “attraverso la giusta scelta delle fonti di reperimento, l’equa discriminazione dei redditi, il costante affinamento degli organi di accertamento.”.13

Le politiche di bilancio non erano quindi un solo compito tecnico di rendicontazione economica e finanziaria, un esercizio di abilità contabile e di dimostrazione di efficienza ragionieristica. Lo capiamo dalle parole dell’Assessore ai tributi dell’Amministrazione Dozza, Paolo Fortunati, che Baldissara riporta nel suo saggio all’interno della Storia dell’Emilia-Romagna. Fortunati spiega quali siano gli obiettivi di un’amministrazione:

noi pensiamo che le amministrazioni locali non debbano soltanto risolvere un problema contabile, pervenire cioè a un determinato gettito dei tributi. Le amministrazioni si trovano di fronte ad una più grave difficoltà: si tratta di raggiungere un determinato gettito in un determinato modo (…) con una distribuzione del carico tributario imperniata su un principio di progressività, perché altrimenti noi risolveremo soltanto gli aspetti contabili, ma non le aspirazioni secolari di una giustizia tributaria.14

Il tentativo, insomma, era quello di assicurare risorse economiche per le amministrazioni in grado di garantire al contempo lo sviluppo del territorio e l’innalzamento della tutela sociale attraverso un percorso di democrazia fiscale.

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Renzo Imbeni

Sullo stesso tema tornerà sul finire degli anni ’80, in un intervento per la Conferenza programmatica del PCI bolognese, Renzo Imbeni quando sosterrà: “il modo per capire è indicare i nuovi confini fra vecchio e nuovo, fra destra e sinistra, fra giusto e ingiusto (..). Per il fisco italiano i grandi redditi per la maggior parte non esistono, i medi sono visti solo in parte, per i piccoli la situazione è tutta sotto controllo. L’ingiustizia fiscale non provoca solo malcontento e fuga nell’arrangiamento individuale, ma è all’origine della voragine finanziaria. Il deficit pubblico non si risanerà mai con l’affannosa rincorsa a tagliare questa o quella spesa sociale, ma solo con l’equità fiscale, (…)”15.

1 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 94

2 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

3 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 95

4 R. Zangheri, ibidem, pag. 95

5 L. Baldissara in Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa” in , Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 144

6 L. Baldissara ibidem, pag. 143

7 P. Dogliani, Il fascismo: dalla regione alla nazione, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 103

8 R. Zangheri, Il socialismo e l’identità regionale, in Storia dell’Emilia – Romagna. Vol. 2 dal Seicento ad oggi, Laterza, Bari, 2004, pag. 96

9 Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3, PCI, 1951,in Baldissara L., ibidem, pag. 123

10 L. Baldissara, ibidem, pag. 123. Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pag. 3. PCI, 1951

11 L. Baldissara, Le frasi virgolettate all’interno della citazione di Baldissara sono brani tratti dallo stesso Baldissara dal Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministratori, pagg. 59, 60, 62. PCI, 1951

12 L. Baldissara, ibidem, pag. 234

13 Atti del Consiglio comunale di Bologna, 14 dicembre 1953 in L. Baldissara, ibidem, pag. 245

14 L. Baldissara, Mutamenti istituzionali e politiche sociali nella regione “rossa”, in Storia dell’Emilia-Romagna, Vol. 2, Editori Laterza, Bari, 2004, pag. 150

15 R. Imbeni, Bologna Futura. Conferenza di programmatica dei comunisti bolognesi, Franco Angeli, Milano, 1989, pag. 450

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