Intervista ad Alfonso Gianni: “Il 12 maggio ci sarò per dare senso al sentirsi insieme”

di Stefano Galieni

Alfonso Gianni, dirigente di SEL, ha aderito a livello personale alla manifestazione promossa dalla FdS. La sua partecipazione è il logico percorso di una analisi del presente in Italia confrontandosi con quanto accade nel resto d’Europa.

«La situazione europea è in movimento soprattutto a causa del dato elettorale francese. La vittoria di Hollande è possibile, alla luce di quanto emerge ma sarebbe sbagliato confrontarla in maniera semplicistica con quanto accade in Italia. In Francia c’è un sistema elettorale diverso, e una tradizione diversa. C’è stato scarso assenteismo. Le persone sono andate a votare perché la separazione fra destra e sinistra è chiara su ogni tema che si affronta, dal fiscal compact all’immigrazione, dal lavoro all’età pensionabile. C’è una demarcazione netta fra una destra sfacciatamente liberista e una sinistra che ha accenni di riformismo. Il dato francese ci indica che, guardando il distacco limitato fra Sarkozy e la destra estrema da una parte e le forze di sinistra dall’altra, la destra è numericamente maggioritaria. Per fortuna il Front National tende a smarcarsi ma il quadro complessivo non ci può far riposare sui guanciali. Buono ma non travolgente il risultato di Melénchon che io in Francia avrei sostenuto. Ma il suo contrappeso a sinistra è inferiore rispetto a quello della Le Pen a destra e questo, in caso di disfacimento di Sarkozy può portare ad una crescita della destra estrema e ad uno spostamento in senso moderato di Hollande. Ma non c’è solo la Francia, sarà interessante vedere cosa accade nei nuovi lander tedeschi in cui si vota».

E in Italia?

«I segnali che arrivano sono molto negativi. Fra poche ore avremo i dati relativi al primo trimestre del 2012 ma già sappiamo di avere una disoccupazione intorno al 10% che sale al 36% fra i giovani e che cresce fra le donne in una condizione di recessione nuda e cruda. La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio è passata e il fiscal compact sono passati senza che il Pd sia stato capace di fare alcuna opposizione. Se uno pensa poi alla figuraccia anche di immagine della votazione di ieri in Senato dove il partito più grande del centro sinistra non ha voluto difendere le pensioni lasciando che lo facesse il Pdl. La maggioranza che sostiene Monti non si è neanche accordata per una bozza di regolamento per il finanziamento pubblico ai partiti, emerge l’incapacità totale a muoversi con un po’ di intelligenza. Per questo penso che serva una sinistra senza aggettivi, capace di includere le diverse anime e le diverse opzioni programmatiche, comunisti e post comunisti, socialisti scampati al craxismo e movimenti delle battaglie ambientaliste. Un soggetto capace di pesare nelle istituzioni. Da noi ci sono tentativi di farlo ma finora senza risultato. SEL, a cui appartengo, manca di capacità inclusiva, l’esperienza della Federazione non mi pare vincente, ho guardato con interesse al nuovo soggetto proposto a Firenze ma mi pare un atto di buona volontà senza la consistenza di una proposta politica ideale. La nostra è una situazione molto arretrata».

Da cui è urgente uscire

«Si anche perché ci sono grandi potenzialità. Questa è la più grande crisi del sistema capitalistico. In Italia la situazione del 2012 rispetto all’inizio della crisi è peggiore di quella in cui si viveva nel 1935 dopo la crisi del 29 e bisogna trovare il modo per uscirne senza massacro sociale. Non dobbiamo ad esempio pensare allo sviluppo ma ad una cambiamento di modello di sviluppo in cui si capisca che se c’è una sovrapproduzioni di automobili del 35% bisogna pensare ad un sistema integrato e diverso di mobilità nelle città che tenga conto dell’ambiente e che si avvalga delle energie rinnovabili. Dobbiamo investire nell’assetto idrogeologico del Paese e nella cultura, vanno elaborate misure finanziarie e fiscali sulla base di queste prospettive e vanno selezionate proposte che possono divenire una ricetta per uscire dalla crisi. Questa è la base per produrre una ricomposizione e io non sto ragionando di formule organizzative. Non amo, per essere schietti, i modelli confederativi in cui per prendere una decisioni si debbono riunire tutte le segreterie politiche. Occorrerebbe la capacità di tenere insieme organizzazioni, movimenti e istituzioni su un programma di cose che ci mettono assieme. Io ho scelto di venire alla manifestazione del 12 maggio perché la inquadro come un granello all’interno di un progetto che va in questa direzione».

Abbiamo scelto la piazza anche quando, come in occasione dell’approvazione della modifica dell’art. 81 della costituzione, eravamo in pochi

«Accade anche perché manca una critica della politica economica e una cultura politica. In piazza quel pomeriggio eravamo pochi, molti non erano neanche informati della gravità di quanto stava accadendo, altri non sapevano di cosa parlavamo. Sembra a volte di essere tornati a periodi pre marxiani quando devi spiegare cosa è lo Stato, cosa è il bilancio pubblico e cosa è la proprietà privata. La sinistra radicale per troppi anni ha abbandonato il terreno dell’economia gettandosi unicamente nel campo dei diritti per paura di sembrare troppo economicista. La sinistra moderata ha accettato come un mantra i dogmi della politica economica dominante finendo con il posizionarsi più a destra di Tremonti”.

Tornando allo stato della sinistra in Italia, come risponderesti al militante o al simpatizzante che non comprende le ragioni per cui in tanti affermiamo gli stessi principi ma ci ritroviamo divisi?

«Molto dipende dall’autorappresentazione dei ceti politici che si autonominano gruppo dirigente. Le differenze non sono molte, non siamo così diversi dal non poter coesistere in uno stesso soggetto ma manca la tensione politica e morale, e se mi consenti anche la statura culturale, necessarie per governare le differenze. E guarda che parlo partendo da me e dai limiti miei. Sembra che sia inevitabile o frammentarsi in mille pezzi o riunirsi in strutture confederative spesso paralizzate. Io resto convinto della necessità di una unica formazione con procedure democratiche e trasparenti, in cui si deve essere contemporaneamente egemonici ed inclusivi. Mi rendo anche conto che i gruppi dirigenti nascono di fronte a grandi prove, se penso al Partito Comunista non è che Pajetta e Amendola non avessero profonde divergenze, sono stati uniti dalla guerra e dalla prigionia ma ci son cose che maturano di istinto. Nella generazione successiva si sono già frantumati. Ora siamo di fronte ad una prova immensa, una crisi mondiale che durerà anche sui nostri figli e che ci colpisce carnalmente. Per affrontarla è necessario un gruppo capace di implementarsi».

E anche una manifestazione come quella del 12 maggio può servire a dare un segnale in tal senso?

«Certamente perché possono sedimentare un buon sentimento e un atteggiamento propositivo. Io mi auguro che partecipi tanta e tanta gente perché la sua riuscita serve senz’altro anche a rianimare e a dare senso al sentirsi insieme».

 

Venerdì 4 Maggio 2012

di stefano Galieni

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