Archivio mensile:maggio 2012

La rabbia dei sindaci

Ieri i sindaci del Partito democratico della provincia di Rimini tutti arrabbiati e a ranghi serrati si sono recati dal Prefetto per riconsegnargli la fascia tricolore. Un gesto simbolico dietro il quale c’è una vera e propria protesta sulle modalità di riscossione dell’IMU (fino al 75% andrà in tasca allo Stato) e, da quello che ho capito, più in generale sul tenore dei rapporti Stato – Comuni dove il primo, di fatto, affida ai secondi il ruolo di “gabellieri” e sulla mancata attuazione del cosiddetto “Federalismo fiscale”.

protesta sindaci pd Rimini

Sempre a quanto ho capito l’IMU viene calcolata dallo Stato attraverso una stima. Più o meno dovrebbe funzionare così: “il tal comune ha tot seconde case, ci sono tot abitanti, è o non è un comune turistico ergo deve recuperare tot euro”. Funziona un po’ come gli studi di settore insomma.

Questo, a mio avviso, la dice abbastanza lunga sull’ideologia puramente ragionieristica di questo governo incentrata unicamente sulla contabilità economica e finanziaria piuttosto che sulla valutazione del fatto che oggi i comuni sono i principali erogatori di servizi sociali e assistenziali, servizi che possono erogare solo grazie alle entrate correnti come, nel caso, l’IMU. In più ci sarebbe  da fare un’altra considerazione: “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” (art. 114 comma 1 Costituzione Italiana) l’ordine in cui vengono citati gli organi della repubblica non è casuale, i comuni vengono per primi perché secondo il Legislatore (era tanto che volevo usare questa espressione), che all’epoca era un governo di centrosinistra, i comuni sono l’elemento fondante della Repubblica, insomma era un riconoscimento implicito del “federalismo” incentrato sui comuni piuttosto che sui deliri e le panzane padane della Lega.

Credo che sia sacrosanto che i sindaci protestino contro il governo e manifestino a Venezia (se si incazzano loro figurarsi cosa dovrebbe fare un lavoratore licenziato, cassaintegrato o un giovane precario o un disoccupato) però c’è da chiedersi fino a quando le forze che sul territorio protestano terranno in piedi questo governo. Non per spirito di polemica con sindaci stimati come quello di Santarcangelo Morri o altri, ma una constatazione che mi sembra d’obbligo la voglio fare e mi riferisco al Pd: è possibile continuare a dire che le iniziative del governo non vanno bene (art. 18, riforma mercato del lavoro, crescita, pressione fiscale, pacchetto anti corruzione, IMU) e poi continuare a sostenerlo in Parlamento? È possibile continuare la politica di lotta e di governo che il fondatore del Pd Veltroni imputò essere uno dei principali motivi di incompatibilità politica fra il suo partito e la sinistra cosiddetta radicale, “capo d’imputazione” ancora vigente tra le parti del partito guidato oggi da Bersani? Monti non doveva “salvarci” dal baratro dello spread (peraltro i livelli sono preoccupantemente simili a quelli di novembre) e poi andarsene? La manovra “salva – Italia” è stata fatta e pagata dai soliti noti (lavoratori, pensionati e giovani) non è il caso che il Pd stacchi la spina al governo e si torni a votare? Non è ora che, come si usa dire, il pronunciamento torni al popolo e si eserciti la democrazia piuttosto che il continuo ricatto di Alfano, Casini o dei tecnici?

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Servizi pubblici locali: per una ripubblicizzazione possibile

Di Eugenio Pari

Ho letto con attenzione l’intervento sull’acqua dell’Assessore provinciale all’Ambiente Sabba e penso, prima di tutto, che le vada dato il merito di tenere aperta la questione dell’esito

Acqua pubblica

referendario. Le questioni che pone sono complesse e vorrei provare ad affrontarle per punti. Intanto, per non mistificare né per semplificare, la questione dell’acqua riguardava solo un quesito, quello più paradigmatico, ma il secondo quesito, quello sulla “remunerazione del capitale investito”, riguardava tutte le società di servizi pubblici locali, ed è anche quello più importante ma non viene mai tenuto in considerazione.

  1. I Referendum sull’acqua e sui servizi pubblici locali hanno sancito inequivocabilmente il fatto che i servizi pubblici locali sono beni comuni e come tali devono rimanere in capo al pubblico, vivono un processo di damnatio memoriae perché invertono una rotta che ha visto nella privatizzazione e nella finanzianziarizzazione di questi servizi, gli elementi fondanti di un processo durato quindici anni pervicacemente incentrato sulla formula del “privato è meglio” senza specificare mai meglio per chi, contro ogni evidenza e, oggi, contro un chiarissimo pronunciamento che chiuderebbe definitivamente questo corso liberista.
  2. Non sono d’accordo sull’”effetto paradosso” che questi Referendum avrebbero prodotto, ovvero, come sostiene l’assessore: “abbiamo garantito il monopolio di chi ora gestisce le reti, siano esse pubbliche, private o miste. Insomma, si è verificato quello che i filosofi chiamerebbero l’eterogenesi dei fini. Volevamo raggiungere un obiettivo, rendere l’acqua un bene più vicino ai cittadini, e invece per ora abbiamo ottenuto una proroga sine die della situazione esistente”. Le cose non stanno esattamente così perché nelle mani dei soci c’è un elemento di grandissimo potere che però va fatto pesare: il contratto di servizio. Il contratto di servizio definisce le regole della gestione del servizio per assicurare al soggetto pubblico le funzioni di indirizzo, vigilanza e controllo al fine di verificare che i livelli e le condizioni siano adeguati alle esigenze dei cittadini, per favorire lo sviluppo civile ed economico della collettività. Il contratto di servizio, di natura essenzialmente privatistica, pone sullo stesso piano l’ente appaltante e la società gestrice, ma per motivi di interesse pubblico rilevante prevede per l’Ente la possibilità di rescissione unilaterale. Mi chiedo: non è il caso di riflettere su questo potere contrattuale di fronte ai continui sversamenti in mare di liquame da parte del soggetto gestore della rete fognaria cioè Hera?
  3. Quindi la situazione di monopolio potrebbe essere attenuata se ogni soggetto facesse il proprio compito, in questo caso gli Enti locali dovrebbero far prevalere le prerogative che gli sono attribuite non da elementi arbitrari, ma dalle norme esistenti[1].  Ma come si può adempiere alle funzioni di vigilanza e controllo che la legge pone in capo all’Ente appaltante, quando l’Ente appaltante è anche socio del soggetto gestore? Occorre quindi, seriamente, porre una soluzione praticabile a questo vero e proprio “conflitto d’interessi” e tanto per cominciare si potrebbe ragionare sulla ripubblicizzazione dei servizi pubblici locali. A Napoli, per esempio, ma anche a Parigi, visto che ciò che viene dall’Europa è sempre meglio per noi che siamo un po’ provinciali, negli ultimi tempi i comuni hanno deciso di riprendere in mano questi servizi. Perché le norme di diritto europeo che impedirebbero di ripubblicizzare Hera valgono solo in Emilia Romagna e non negli altri paesi europei? Forse perché si è deciso, per fare profitto, di quotare questa azienda in Borsa? Infatti nell’intero ordinamento comunitario, non esiste alcuna norma, sfido a provare il contrario, che obblighi ad affidare a privati i servizi pubblici locali, mentre sappiamo che la quotazione in Borsa è una realtà e ha regole ben precise a cui chi decide di “giocare” deve sottostare.
  4. La questione che a Napoli e a Parigi si sia ripubblicizzato un servizio affidato a privati in relazione all’esito referendario apre nuove possibilità: perché non gestire il servizio idrico integrato con Romagna Acque? Società interamente pubblica e assolutamente in grado di gestire l’intero ciclo idrico, dalla captazione allo smaltimento, gode di un ottimo stato patrimoniale e finanziario, potrebbe mettere in moto gli investimenti necessari per potenziare e migliorare la rete idrica e il sistema fognario. A differenza di Hera non deve produrre utili ma ex lege investire in interventi le risorse che ha a disposizione. Come altri comuni stanno facendo (vedi Forlì) sarebbe proprio il caso che anche i comuni del riminese cominciassero a ragionare in quest’ottica.

Inoltre, sono convinto che a situazioni complesse occorrano risposte complesse, chi semplifica rischia non presta un grande servizio e la vicenda in questione è una questione effettivamente complessa. Però credo anche che per fare le cose occorra volontà, cioè credo che se le amministrazioni locali intendono veramente dare seguito all’esito dei due quesiti referendari dovrebbero abbandonare i “sogni di gloria” delle grandi multiutility quotate in Borsa, così come per risolvere il “conflitto d’interessi” di cui si è parlato occorra interrompere queste “asimmetrie”, ma per farlo gli Enti pubblici devono decidere da che parte stare: o dalla parte dell’interesse collettivo, o continuare a spartirsi gli utili provenienti dalla Borsa (peraltro sempre più esigui).

Infine, a differenza di alcuni esponenti del Pdl (Marco Lombardi per esempio), non credo affatto che la scelta giusta possa essere quella di vendere le azioni di Hera, la “mano invisibile” che regola il mercato non esiste, abbiamo ormai imparato tutti che servizi essenziali come quelli che gestisce Hera se lasciati in balia dei mercati deteriorano la coesione sociale che invece dovrebbero garantire. Sono convinto invece che in questa fase storica i comuni dovrebbero rilevare ancora più azioni di Hera per portarla finalmente fuori dalla speculazione finanziaria. Se l’obiettivo è questo, è quello di dare attuazione ad un Referendum storico come quello sui servizi pubblici locali occorre la volontà politica e come si usa dire “quando il dito indica la luna solo lo sciocco guarda il dito”.


[1] Legge n. 36/1994 cosiddetta “Legge Galli”

Di seguito il link con l’intervento dell’Assessore provinciale all’Ambiente http://www.newsrimini.it//news/2012/maggio/25/regione/referendum_acqua._interviene_assessore_sabba__un_anno_dopo__tutto_bloccato.html

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Riflessioni per la sinistra

Dal sito cercareancora.it pubblico di seguito un articolo di Alfonso Gianni. Buona lettura!

di Alfonso Gianni

(pubblicato su il manifesto del 26.4.12)

Non credo ci sia molto da aggiungere alla constatazione sulla insoddisfazione dei cittadini italiani rispetto all’offerta politica attualmente esistente. Più interessante sarebbe ritornare sull’analisi delle cause della attuale profondissima crisi della politica e, in essa e come causa principale della medesima, della sinistra. Si scoprirebbe facilmente che una delle ragioni di fondo sta nella separazione tra cultura e politica, che purtroppo è ben presente anche nel campo della sinistra radicale, assumendo varie forme, tra le quali indubbiamente l’idea che per tratteggiare un profilo ideale-politico-programmatico, ovvero un’identità definita e riconoscibile al di là della contingenza, basti semplicemente assemblare, o confederare, quello che c’è del ceto e delle idee politiche esistenti o sommare le rivendicazioni che già provengono dai movimenti o definire ottime regole democratiche di una discussione dai contorni però del tutto indefiniti. Ovvero che si tratti di raccogliere il già seminato. Ma, come esordisce il Manifesto per un soggetto politico nuovo, “non c’è più tempo” per buttarla sui massimi sistemi. E sia. Ma da dove deriva l’urgenza? Purtroppo questa sana discussione nasce alla vigilia di un ineludibile appuntamento elettorale, quello del 2013. Concordo con chi dice che non si può fare finta di niente e muoversi nel campo dell’astrazione. Ma un conto è ragionare attorno alla costruzione di una nuova offerta politica, e solo a quel punto elettorale, che abbia almeno l’ambizione di porsi come inclusiva e unificante, un altro è – pur restando perfettamente legittimo – dare vita a un nuovo soggetto in aperta concorrenza con quelli esistenti. Né si può pretendere che la cosa passi inosservata sotto la foglia di fico del pericolo grillino. Perciò conviene forse soffermarsi sul quadro politico interno e internazionale, almeno europeo, nel quale i nostri passi si compiono. Colpisce la recente insistenza sulla gravità e la lunga durata della crisi in atto. Che sia così non vi è dubbio. Per quanto riguarda l’Italia e l’Europa con la sola eccezione della Germania e di qualche paese satellite, come la Polonia, essa ha un andamento peggiore, a cinque anni dal suo inizio, di quella che originò dal crollo di Wall Street nel ’29. Si è fatta, a causa del salvataggio del sistema bancario, crisi del debito pubblico da cui le classi dominanti cercano di uscire non con la tecnica, come si continua a fare credere, ma con una precisa politica basata sulla riduzione strutturale dell’occupazione e la cancellazione di qualunque forma di intervento dello stato in economia (fiscal compact più costituzionalizzazione del pareggio di bilancio) , la sospensione della democrazia più l’austerity a livello degli stati, il marchionnismo, ovvero la liquidazione del dualismo fra capitale e lavoro e dell’antagonismo sindacale, a livello delle imprese. Tuttavia si coglie nella compiacente drammatizzazione degli elementi reali della crisi, così diversa dalla sua negazione ai tempi di Berlusconi, un evidente disegno politico: quello di garantire al governo Monti una ultrattività ben al di là dell’appuntamento elettorale e del suo esito. Il governo Monti nato come governo costituente di un nuovo quadro politico e , come si è visto con la votazione bulgara sull’articolo 81 della Costituzione, di nuovi assetti istituzionali, a rimorchio delle pulsioni a-democratiche di questa Europa, si attribuisce il compito di prolungare il proprio lavoro in una dimensione temporale indefinita, comunque non inferiore alla durata della crisi, nella quale avvengono quei processi di ristrutturazione sistemici cui prima facevo frettolosamente riferimento. Serve a questo disegno che quella destra caduta dal carro venga travolta dalle sue ruote, è il caso della Lega, e che il centro si riorganizzi (vedi le mosse di Casini); serve che la sinistra, per quanto debole e confusa, non intralci i progetti di grande coalizione, proprio perché il passaggio è talmente stretto che anche un piccolo granello di sabbia potrebbe bloccare ingranaggi per quanto potenti. Un simile quadro potrebbe trovare degli ostacoli efficaci nell’esito delle prossime, alcune imminenti, prove elettorali europee, in particolare quella francese ove la possibilità di una vittoria della sinistra è reale e dove sono state poste alla scelta degli elettori questioni di sostanza che restituiscono per intero il clivage fra destra e sinistra. Ma noi non possiamo, pur sperandoci e tenendone conto, aspettarci dagli altri la nostra salvezza. Né la risposta può venire solo da una nuova legge elettorale. Pensare di impedire la potente spinta a una strutturata grande coalizione all’italiana, sulla base dell’obbligo di indicare preventivamente la coalizione, significa non avere ancora metabolizzato l’errore del referendum respinto dalla Corte costituzionale e neppure le ragioni che portarono alla cancellazione della Sinistra Arcobaleno.Una ambiziosa e coinvolgente politica di destra, quale quella avviata con il governo Monti, si affronta sul terreno sociale e politico. Non ci sono scappatoie. Non ci si può appellare solamente a una rigenerazione del vecchio centrosinistra. Simili processi, se avvengono, possono verificarsi solo in virtù di un agente esterno, ovvero del delinearsi di un’alternativa. Né, come ci ha detto Massimo Bucchi in una splendida vignetta, si può pensare che una politica nuova sia “l’antiantipolitica”. Servono movimenti e forze politiche di sinistra, meglio se queste ultime impegnate in un processo di unificazione. Qui si tratta di costruire un articolato, diffuso e allo stesso tempo coeso – quantomeno per non produrre azioni schizofreniche – gruppo dirigente che coltivi anche l’ambizione di porsi come futura classe dirigente della società, argomento quest’ultimo curiosamente del tutto assente dalla attuale discussione. Invece è qui che sta il nodo del governo, non come esito immediato e tantomeno obbligato di una affermazione elettorale ma come costruzione di un punto rilevante e irrinunciabile, per quanto non esclusivo, della trasformazione. E’ lo stesso tema che pongo dall’interno di Sinistra Ecologia Libertà. Una forza che non può – qualche bilancio autocritico è ormai tempo di trarlo – porsi da sola il compito per il quale pure era nata, appunto la costruzione di un soggetto politico nuovo della sinistra, ma dalla quale non credo si possa e convenga ad alcuno prescindere in questo percorso. Per queste ragioni sarei poco interessato, per quel poco che conta, al toto-nome, come al toto-liste, considererei un errore fatale pensare al soggetto politico nuovo come a un soggetto esclusivo, come pure a una frettolosa chiusura del quadro programmatico attraverso una semplice giustapposizione di lavoro e beni comuni (concetto che come giustamente dice Rodotà non andrebbe usato in modo inflattivo). Il punto è come rispondere alla ristrutturazione in atto nel campo economico, sociale, istituzionale e politico che nel suo complesso costituisce la risposta da destra alla crisi in atto. Il passaggio elettorale è solo una tappa. Non vedo difficoltà, se le forze politiche e i movimenti attualmente esistenti la misurano nelle corrette dimensioni, a trovare una soluzione che fornisca a tutti la possibilità della rappresentanza.

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Intervista al Procuratore di Rimini Giovagnoli

Dal blog del Gruppo Antimafia Pio La Torre di Rimini, pubblico un’intervista al Procuratore capo di Rimini Giovagnoli rilasciata a “L’informazione di San Marino”

 http://gaprimini.blogspot.it/2012/04/linformazione-di-smarino-intervista-al.html

Partiamo dall’indagine Criminal Minds. Nelle carte emerge un presunto giro di corruzione di giudici e militari, sia a San Marino che in Italia. Vi sono novità al riguardo? “Sono emerse delle corrispondenze tra imputati in cui sembra che esista un giro di questo genere. Però c’è anche una versione, che sta venendo fuori da alcuni di questi imputati, che prospetta una truffa o un millantato credito. Ovvero pare che alcuni indagati facessero credere di avere una rete di collegamenti sia con funzionari dello stato, sia con associazioni di tipo segreto o massonico, per ottenere soldi che poi, in realtà tenevano per sé. Quindi siamo al lavoro per chiarire la situazione”.
Cosa può dirci della cosiddetta “Setta del Padre” a cui Bianchini pareva affiliato?
“Dalle indagini è emersa l’esistenza della situazione che ho descritto e tuttora stiamo cercando di capire cosa si nascondeva dietro questa organizzazione”.
Qualora vi fossero elementi interessanti negli archivi di Vargiu e Ricciardi, questi verranno poi trasmessi anche al Tribunale di San Marino?
“Vi sono delle rogatorie in corso. Noi abbiamo chiesto alcune cose a San Marino che, a sua volta, ha iniziato delle indagini e ha chiesto altre cose a noi. Una volta superata la fase attuale delle indagini, quello che emergerà nel processo italiano verrà trasmesso anche all’autorità giudiziaria sammarinese. Non vi dovrebbero essere problemi”.
La vicenda Criminal Minds permette di collegarci alla questione delle cassette di sicurezza del Titano, verso cui l’Italia pare rivolgere una particolare attenzione. Conferma?
“Faccio fatica a parlare di Italia perché posso riferirmi solo alle indagini e al lavoro svolto dalla nostra Procura. La questione delle cassette di sicurezza è nata a San Marino e la nostra attenzione è puramente investigativa: se vi sono nascosti documenti di soggetti indagati, è chiaro che siamo interessati ad averli. Normalmente si chiedeva alle banche se vi era o meno una cassetta di sicurezza, se invece queste cassette stavano in posti in cui non si pensava potessero esserci, naturalmente non si chiedeva nulla. Ad oggi, grazie alla collaborazione dell’autorità giudiziaria di San Marino, siamo in possesso, o siamo in attesa di ricevere, il contenuto di quelle conosciute finora”.
Capitolo Rimini Yacht. Lolli ha definito banche e finanziarie (anche quelle sammarinesi) proprie ‘complici’. Vi sono verifiche in tal senso?
“Lolli ha rilasciato dichiarazioni alla stampa in cui spiega le sue ragioni, attendiamo di vedere cosa verrà fuori dal processo ancora in corso. Certamente anche noi abbiamo notato che queste società finanziare, che sarebbero le vittime dei raggiri di Lolli, compravano queste barche con una certa leggerezza, senza fare i possibili controlli. Lolli parla di complicità, in realtà potrebbe esserci stata una forma di corruzione impropria, cioè corruzione di un privato. Se tu paghi il responsabile di una ditta perché non faccia i controlli che è tenuto a fare, è ben diverso dal dire che la società è complice. Questo sicuramente è oggetto di indagine”.
Fa molto discutere anche la vicenda Titan Flags: se la cassazione confermasse la tesi del tribunale di Rimini, si parla di ben 600 auto con targa sammarinese a rischio confisca. Lei cosa si attende?
“La Guardia di Finanza ritiene che sussista un reato per il fatto che attraverso l’intestazione o il transito dei beni a San Marino, e la successiva adozione di meccanismi, quale quello del leasing affinchè il bene venga utilizzato da un soggetto che vive o opera in Italia, avviene un’evasione dell’Iva. Secondo la Gdf i trattati tra Italia e San Marino sono tali per cui l’Iva dovrebbe essere pagata. Con l’unica particolarità che dovrebbe essere incassata dall’autorità sammarinese e poi passata all’Italia. Se ciò è vero, effettivamente tutti gli italiani utilizzatori di beni presi in questa maniera, che possono essere automobili come yacht, potrebbero essere imputati di contrabbando e i beni potrebbero essere confiscati. Ci sono state però anche sentenze della Cassazione in senso contrario, relativamente ad un’indagine molto simile”.
Rapporti Italia – San Marino. Dal Titano ci si lamenta spesso che le rogatorie inviate in Italia non ricevano una risposta così celere, come avviene invece quando compiono il tragitto opposto. Qual è la sua esperienza in merito?
“Per quanto riguarda i rapporti di rogatorie tra San Marino e la Procura di Rimini, posso assicurare che le evadiamo al più presto, tenendo contatti con le autorità del Titano, affinchè sappiano come ci stiamo muovendo. Mi sembra ci sia ampia collaborazione in tal senso”.
Nel libro “Mafie a San Marino” lei proponeva al Titano due soluzioni: modello Monaco o adesione Ue. Esiste una terza via, magari incardinata su una maggiore collaborazione tra le forze giudiziarie dei due paesi?
“Premetto che sono considerazioni fatte come privato, non le faccio nell’ambito della mia funzione. A mio parere si era creata, nei rapporti tra Italia e San Marino, una sorta di finzione. Si faceva finta che San Marino fosse uno stato completamente autonomo ed indipendente, nonostante viva sostanzialmente dei rapporti che ha con l’Italia e con i cittadini italiani. Si trattava San Marino come fosse uno stato comunitario, invece il Titano è divenuto un paradiso fiscale, usato per nascondere le proprie ricchezze. Da qui è derivata l’attuale situazione di tensione tra i due Stati. La realtà di Monaco è molto diversa: non fingono che sia davvero indipendente. I giudici li manda la Francia, la polizia è quella francese… quindi quando ho parlato di “protettorato” intendevo questo, non volevo certo attentare alla libertà della Repubblica. Chiaro che se a San Marino ci si arricchisce consentendo agli italiani di non pagare le tasse, è normale che l’Italia possa avere da ridire su una situazione di questo genere. Un’ altra possibilità potrebbe essere quella di entrare all’interno della Comunità Europea, stringere rapporti diretti con gli altri Stati della Comunità, rispettando però i vincoli che rispettano tutti, tra cui quelli vigenti nell’ambito di trasferimento di danaro da una banca all’altra. Per tantissimo tempo si è fatto finta che le banche sammarinesi fossero banche comunitarie, quindi sottoposte ai vincoli della Comunità, invece, come è emerso dall’indagine di Forlì, gli istituti del Titano incassavano più banconote da 500 euro di tutte le altre sedi di Italia, apparentemente senza che Bankitalia se ne accorgesse. E’ chiaro infatti che vi fossero anche soggetti italiani interessati a mantenere questa “finzione”. La maggiore collaborazione tra autorità significa scambio di informazioni, ma se ritieni di non poterti fidare delle persone con cui dovresti collaborare è chiaro che diventa tutto più difficile. D’altronde quanto emerso dalle recenti indagini, fa pensare che la situazione continui ad essere poco chiara”.
La “finzione” di cui parla quindi continua tuttora a esistere?
“Ultimamente sono stati fatti passi in avanti verso la collaborazione da parte sammarinese. Parlo, ad esempio, dell’Agenzia di Informazione Finanziaria (AIF) che, dicono, collabori con l’omologa struttura di Banca di Italia. Però se, per esempio, le autorità di Polizia sono corrotte, non gli si possono affidare i segreti delle indagini. Se ci sono indagini sammarinesi perché si dice che le condotte di alcuni magistrati del Tribunale di San Marino non sono chiare, è normale che questo crei un turbamento nei rapporti tra autorità. Penso che sia necessaria la via della collaborazione, ma perlomeno le autorità giudiziarie e di polizia di San Marino dovrebbero godere della piena fiducia di quelle italiane”
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Elettromagnetismo, un problema sottovalutato

Il Plert e le cabine Enel

elettrosmog

elettrosmog

Pubblicata oggi indagine di ARPA sul rispetto della norma di legge per quanto concerne l’inquinamento elettromagnetico  nei pressi dei siti sensibili http://www.nqnews.it/news/136013/Antenne_dei_cellulariNessun_allarme__l_Arpa___Valori_nella_norma_.html e http://www.corriereromagna.it/rimini/2012-05-18/l%E2%80%99indagine-di-arpa-inquinamento-elettromagnetico-al-sicuro-scuole-nidi-e-ospizi-i-
E’ certamente una buona notizia, ma che riaccende in noi l’esigenza di  fare presente almeno due situazioni di irregolarità che denunciamo da anni:
1-Il Comune di Rimini non ha provveduto ad adottare il PLERT (Piano di localizzazione delle emittenti radio televisive) approvato dalla Provincia nel 2008, che richiede determinate azioni per la zona sensibile del colle di Covignano. Il Comune di Montescudo, altra zona sensibile del nostro territorio, è invece intervento avvalendosi della nostra collaborazione grazie all’intervento del  prof. Fausto Bersani.
2-I rischi di inquinamento elettromagnetico  riguardano anche le vecchie cabine di trasformazione dell’Enel, ubicate all’interno della abitazioni. il caso eclatante riguarda  una cabina posta al pian terreno di una abitazione di via Paci a Rimini, dove sono stati registrati valori ben superiori ai parametri di legge. Il caso fu oggetto di interrogazione al consiglio comunale grazie alla sensibilità del  consigliere Eugenio Pari e di discussione in consiglio nel 2008. Purtroppo non si trovarono nel bilancio comunale i fondi (poche migliaia di euro) per spostare la cabina e salvaguardare la salute dei residenti. Ma quanti sono in Provincia di Rimini casi analoghi?

Articolo pubblicato su: http://www.federconsumatoririmini.it/News-3/elettromagnetismo-un-problema-sottovalutato-333.html#.T7ZGkYSNYvY.facebook

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Mafia in Riviera

Giovedi 24 maggio ore 21, Auditorium liceo Volta Riccione all’evento Mafia in Riviera

mafia in riviera

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HERA: BLOCCARE I PROCESSI DI FINANZIARIZZAZIONE PER RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI

di Eugenio Pari

Nei giorni scorsi il Sindaco di Rimini ha giustamente invitato l’AD di Hera Chiarini a ridurre il proprio compenso superiore a quello del presidente degli Stati Uniti Obama. L’invito, che speriamo non rimanga vano, è sacrosanto perché i cittadini non possono continuare a pagare stipendi di questo tipo a dei manager pubblici.

Da qualche parte si deve cominciare, ma occorre affrontare il vero nodo della questione: Hera è immersa in un mare di debiti e qualcuno prima o poi dovrà chiedere conto di questa situazione che rischia di diventare insostenibile. In sostanza è importante porre la questione di principio sulle retribuzioni del management, ma la questione vera sta nei risultati negativi conseguiti da Hera, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. A peggiorare e a depauperarsi è il patrimonio dei soci cioè i comuni, quindi un bene collettivo dei cittadini.

(fonte: http://be.gruppohera.it/schemi_bilancio/posizione_finanziaria_netta/081.html)

La “gallina dalle uova d’oro”, nei confronti della quale i comuni hanno privilegiato politiche industriali incentrate sull’incenerimento dei rifiuti piuttosto che sulla raccolta differenziata, non produce più profitti e si squarcia il velo anche su un altro aspetto: la tanto decantata liberalizzazione dei servizi che avrebbe prodotto la quotazione in Borsa di Hera è stato il manto ideologico dietro il quale si è coperto il vero processo, cioè la finanziarizzazione dei servizi pubblici. A promuovere e sostenere questo percorso, si badi, non sono stati i famigerati speculatori finanziari, ma i comuni di centrosinistra e centrodestra della Romagna e dell’Emilia che per mandato costituzionale dovrebbero agire nell’interesse dei cittadini. I processi di finanziarizzazione hanno reso sempre più critica la situazione finanziaria di un bene di cui sono soci e proprietari, di cui i cittadini sono soci e proprietari. È questo il vero aspetto su cui occorre intervenire, le altre scelte sono “cortine fumogene” strumentali ad cambiamento “perché nulla cambi”.

Ora, non servono scoop o allarmismi, ma chiare politiche volte a ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando i processi di privatizzazione – finanziarizzazione dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le imprese partecipate come volani per lo sviluppo. D’altra parte, si tratterebbe di dare coerenza al pronunciamento quasi plebiscitario dei cittadini in occasione dei referendum sui servizi pubblici dello scorso giugno.

 

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Intervista ad Alfonso Gianni: “Il 12 maggio ci sarò per dare senso al sentirsi insieme”

di Stefano Galieni

Alfonso Gianni, dirigente di SEL, ha aderito a livello personale alla manifestazione promossa dalla FdS. La sua partecipazione è il logico percorso di una analisi del presente in Italia confrontandosi con quanto accade nel resto d’Europa.

«La situazione europea è in movimento soprattutto a causa del dato elettorale francese. La vittoria di Hollande è possibile, alla luce di quanto emerge ma sarebbe sbagliato confrontarla in maniera semplicistica con quanto accade in Italia. In Francia c’è un sistema elettorale diverso, e una tradizione diversa. C’è stato scarso assenteismo. Le persone sono andate a votare perché la separazione fra destra e sinistra è chiara su ogni tema che si affronta, dal fiscal compact all’immigrazione, dal lavoro all’età pensionabile. C’è una demarcazione netta fra una destra sfacciatamente liberista e una sinistra che ha accenni di riformismo. Il dato francese ci indica che, guardando il distacco limitato fra Sarkozy e la destra estrema da una parte e le forze di sinistra dall’altra, la destra è numericamente maggioritaria. Per fortuna il Front National tende a smarcarsi ma il quadro complessivo non ci può far riposare sui guanciali. Buono ma non travolgente il risultato di Melénchon che io in Francia avrei sostenuto. Ma il suo contrappeso a sinistra è inferiore rispetto a quello della Le Pen a destra e questo, in caso di disfacimento di Sarkozy può portare ad una crescita della destra estrema e ad uno spostamento in senso moderato di Hollande. Ma non c’è solo la Francia, sarà interessante vedere cosa accade nei nuovi lander tedeschi in cui si vota».

E in Italia?

«I segnali che arrivano sono molto negativi. Fra poche ore avremo i dati relativi al primo trimestre del 2012 ma già sappiamo di avere una disoccupazione intorno al 10% che sale al 36% fra i giovani e che cresce fra le donne in una condizione di recessione nuda e cruda. La costituzionalizzazione del pareggio di bilancio è passata e il fiscal compact sono passati senza che il Pd sia stato capace di fare alcuna opposizione. Se uno pensa poi alla figuraccia anche di immagine della votazione di ieri in Senato dove il partito più grande del centro sinistra non ha voluto difendere le pensioni lasciando che lo facesse il Pdl. La maggioranza che sostiene Monti non si è neanche accordata per una bozza di regolamento per il finanziamento pubblico ai partiti, emerge l’incapacità totale a muoversi con un po’ di intelligenza. Per questo penso che serva una sinistra senza aggettivi, capace di includere le diverse anime e le diverse opzioni programmatiche, comunisti e post comunisti, socialisti scampati al craxismo e movimenti delle battaglie ambientaliste. Un soggetto capace di pesare nelle istituzioni. Da noi ci sono tentativi di farlo ma finora senza risultato. SEL, a cui appartengo, manca di capacità inclusiva, l’esperienza della Federazione non mi pare vincente, ho guardato con interesse al nuovo soggetto proposto a Firenze ma mi pare un atto di buona volontà senza la consistenza di una proposta politica ideale. La nostra è una situazione molto arretrata».

Da cui è urgente uscire

«Si anche perché ci sono grandi potenzialità. Questa è la più grande crisi del sistema capitalistico. In Italia la situazione del 2012 rispetto all’inizio della crisi è peggiore di quella in cui si viveva nel 1935 dopo la crisi del 29 e bisogna trovare il modo per uscirne senza massacro sociale. Non dobbiamo ad esempio pensare allo sviluppo ma ad una cambiamento di modello di sviluppo in cui si capisca che se c’è una sovrapproduzioni di automobili del 35% bisogna pensare ad un sistema integrato e diverso di mobilità nelle città che tenga conto dell’ambiente e che si avvalga delle energie rinnovabili. Dobbiamo investire nell’assetto idrogeologico del Paese e nella cultura, vanno elaborate misure finanziarie e fiscali sulla base di queste prospettive e vanno selezionate proposte che possono divenire una ricetta per uscire dalla crisi. Questa è la base per produrre una ricomposizione e io non sto ragionando di formule organizzative. Non amo, per essere schietti, i modelli confederativi in cui per prendere una decisioni si debbono riunire tutte le segreterie politiche. Occorrerebbe la capacità di tenere insieme organizzazioni, movimenti e istituzioni su un programma di cose che ci mettono assieme. Io ho scelto di venire alla manifestazione del 12 maggio perché la inquadro come un granello all’interno di un progetto che va in questa direzione».

Abbiamo scelto la piazza anche quando, come in occasione dell’approvazione della modifica dell’art. 81 della costituzione, eravamo in pochi

«Accade anche perché manca una critica della politica economica e una cultura politica. In piazza quel pomeriggio eravamo pochi, molti non erano neanche informati della gravità di quanto stava accadendo, altri non sapevano di cosa parlavamo. Sembra a volte di essere tornati a periodi pre marxiani quando devi spiegare cosa è lo Stato, cosa è il bilancio pubblico e cosa è la proprietà privata. La sinistra radicale per troppi anni ha abbandonato il terreno dell’economia gettandosi unicamente nel campo dei diritti per paura di sembrare troppo economicista. La sinistra moderata ha accettato come un mantra i dogmi della politica economica dominante finendo con il posizionarsi più a destra di Tremonti”.

Tornando allo stato della sinistra in Italia, come risponderesti al militante o al simpatizzante che non comprende le ragioni per cui in tanti affermiamo gli stessi principi ma ci ritroviamo divisi?

«Molto dipende dall’autorappresentazione dei ceti politici che si autonominano gruppo dirigente. Le differenze non sono molte, non siamo così diversi dal non poter coesistere in uno stesso soggetto ma manca la tensione politica e morale, e se mi consenti anche la statura culturale, necessarie per governare le differenze. E guarda che parlo partendo da me e dai limiti miei. Sembra che sia inevitabile o frammentarsi in mille pezzi o riunirsi in strutture confederative spesso paralizzate. Io resto convinto della necessità di una unica formazione con procedure democratiche e trasparenti, in cui si deve essere contemporaneamente egemonici ed inclusivi. Mi rendo anche conto che i gruppi dirigenti nascono di fronte a grandi prove, se penso al Partito Comunista non è che Pajetta e Amendola non avessero profonde divergenze, sono stati uniti dalla guerra e dalla prigionia ma ci son cose che maturano di istinto. Nella generazione successiva si sono già frantumati. Ora siamo di fronte ad una prova immensa, una crisi mondiale che durerà anche sui nostri figli e che ci colpisce carnalmente. Per affrontarla è necessario un gruppo capace di implementarsi».

E anche una manifestazione come quella del 12 maggio può servire a dare un segnale in tal senso?

«Certamente perché possono sedimentare un buon sentimento e un atteggiamento propositivo. Io mi auguro che partecipi tanta e tanta gente perché la sua riuscita serve senz’altro anche a rianimare e a dare senso al sentirsi insieme».

 

Venerdì 4 Maggio 2012

di stefano Galieni

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