Archivio mensile:novembre 2011

Finanza forte, politiche deboli e la via d’uscita della democrazia

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Claudio Gnesutta  22 ottobre 2011

I guai dell’Italia, l’assenza dell’Europa e il vuoto di democrazia sono i tre temi al centro del dibattito sulla “Rotta d’Europa” iniziato lo scorso luglio col precipitare della crisi europea. In questa sintesi della discussione emerge il nodo difficile della finanza internazionale, che ha concentrato troppi poteri,  la necessità di rinnovare le istituzioni e le politiche dell’Unione, e di estendere le forme di partecipazione e democrazia a scala europea.

Rossana Rossanda nell’avviare la discussione sulla “Rotta d’Europa” ha posto la questione del rapporto tra la crisi del nostro debito pubblico e il ruolo incerto dell’Unione Europea in questa fase turbolenta. I successivi interventi, fin dal primo contributo di Mario Pianta, hanno affrontato questo tema nella convinzione che, per comprendere la situazione attuale e le prospettive dell’immediato futuro, sia essenziale individuare le ragioni della crisi delle istituzioni europee, non solo di quelle economiche ma anche, se non soprattutto, di quelle politiche.

All’inizio del dibattito la questione più trattata è stata la difficoltà dell’economia italiana nel fronteggiare l’attacco della finanza internazionale, ma ben presto l’interesse si è spostato sulle responsabilità dell’Unione europea, in primis della sua Banca centrale, per avere orientato la sua azione all’interno di una concezione neoliberista delle relazioni economiche e sociali considerando del tutto marginali i costi sociali che ne potevano derivare. Attorno a questi tre temi – situazione strutturale dell’economia italiana; inadeguatezza delle istituzioni europee nel sostegno dei paesi membri in difficoltà; ostacolo alla costruzione di una democrazia di qualità – si è concentrata riflessione collettiva non solo di dare una spiegazione delle difficoltà attuali, ma soprattutto di prospettare i modi per il loro superamento.

I tre temi costituiscono la guida per il tentativo di sintesi della discussione che presento in questo articolo, con l’intento di sottolineare gli snodi principali di un discorso collettivo e le acquisizioni maggiormente condivise. Nella prima parte riporto le spiegazioni della nostra fragilità economica e sociale e le sue connessioni con l’inadeguatezza assunta dal “progetto europeo”. Successivamente espongo quali cambiamenti sono proposti affinché le istituzioni economiche europee possano garantire ai paesi in difficoltà di far fronte agli shock finanziari, attuali e futuri. Infine, presento le contromisure che potrebbero controbilanciare l’ulteriore accentramento delle istituzioni economiche europee, potenziando il grado di democrazia politica dell’Unione. Non è possibile fare riferimenti puntuali a tutti gli spunti offerti dal dibattito; riporto l’indicazione dell’autore (tra parentesi) solo nel caso di citazioni esplicite o per segnalare il contributo che sviluppa un tema particolare.

Dal dibattito emerge, in sostanza, la convinzione che dalla pressione della finanza internazionale ci si può difendere, ma che ciò avviene più utilmente all’interno di appropriate istituzioni europee che offrano ai membri in difficoltà uno scudo nei confronti della finanza globale. Affrontare le difficoltà politiche e sociali per concretizzare una tale prospettiva ha però senso solo se l’obiettivo politico è quello del rafforzamento del “modello sociale europeo”, dell’Europa del welfare. Una tale prospettiva non riguarda esclusivamente il nostro paese, ma interessa tutti i paesi e l’Europa nel suo complesso e questo spiega perché le riflessioni sviluppate nel Forum non sempre distinguano nettamente le tre dimensioni geografiche (nazionali, europee, globali); un merito non marginale della discussione è proprio lo sguardo ampio che la caratterizza.

1. L’Italia in crisi e la fragilità del progetto europeo

Dal fordismo al neoliberismo. Pur con diversità di accenti, il dibattito ha ampiamente condiviso la tesi che il contesto, materiale e culturale, di “fede nel liberismo” (Rossanda) ha condizionato pesantemente le politiche economiche alla radice della crisi che dal 2008 imperversa sulla nostre economie e che negli ultimi tempi ha assunto la forma della crisi dei debiti sovrani. “Fede” di cui non sono rimaste immune nè l’Unione europea nè la BCE e la sua gestione dell’euro. Si è trattato di un orientamento politico-culturale che ha prodotto linguaggi, parametri, riferimenti politici e istituzionali che hanno affascinato ampi settori politico-culturali, anche della socialdemocrazia e della sinistra (Palmer). La visione neoliberista dell’economia e della società non è cosa recente; essa costituisce una drastica e irrimediabile cesura rispetto al compromesso fra le parti sociali di natura “fordista” che era stato il fondamento della politica economica dell’“età dell’oro del capitalismo” (Kaldor). Dagli anni settanta si avvia un processo politico-culturale travolgente che, attraverso l’imperativo di “liberare l’economia dalle bardature regolative per lasciare alle forze economiche di poter far da sé e, così, fare società” (Fassina), aveva (e ha) come obiettivo la costruzione di quella “società di mercato” regolata dalle relazioni dello scambio interessato. Sebbene la realtà sociale abbia ormai accettata la svolta monetarista favorevole al mercato “a tutti i costi” e quella della pubblic choice con la sua diffidenza per l’intervento pubblico, altrettanto non vale a livello sociale per quella logica della “piena libertà di circolazione delle persone, delle imprese e dei capitali, messi sullo stesso piano” che ha prodotto l’arretramento dei diritti sociali e la precarizzazione del lavoro sotto i nostri occhi (Bellofiore). Anche la crescente disuguaglianza degli ultimi decenni, più che essere dovuto alla minore capacità redistributiva del welfare, è il risultato della flessibilizzazione dei mercati pressati da una politica economica coerente con il processo di globalizzazione (Franzini). Con questo riferimento di fondo, il dibattito si è principalmente concentrato su due temi: il peso della finanza internazionale nel determinare le condizioni strutturali dell’attuale crisi e il (mancato) ruolo dell’Unione europea nel governare una realtà che, per la rinuncia a controllare i movimenti di capitale con l’estero, ha accettato di trasferire (parte del) proprio potere decisionale a istanze sopranazionali. (Rossanda)

Il ruolo strutturale della finanza globale. Il ruolo della “finanza globale” nell’attuale crisi è stato ampiamente commentato. Il diffuso giudizio negativo per i suoi condizionamenti economici e sociali è stato sostenuto da un approfondimento del suo modo di operare. La non-neutralità della sua azione è evidente dalla struttura gerarchica del sistema finanziario mondiale costituito al vertice da nove grandi complessi bancari e da tre società di rating, le cui scelte orientano inevitabilmente la dinamica dei mercati. I movimenti finanziari, per quanto nella loro dimensione speculativa appaiano irrazionali, costituiscono un meccanismo a loro modo efficiente in quanto funzionale a interessi globali (Fumagalli).

Va considerata, a questo riguardo, la capacità del mercato finanziario globale di orientare e di condizionare i flussi mondiali e i suoi effetti reali sull’economia per la sua facoltà di convogliare i fondi raccolti sull’intero scacchiere mondiale (inclusi le fasce di reddito elevato, europee e italiane) verso realtà economiche ad alto rendimento, seppur particolarmente rischiose (quali quelle del sud-est asiatico). In una logica strettamente economica e in un’ottica globale, non si può sostenere che la finanza induca effetti “distorsivi”, ma, dal punto di vista sociale, essa condiziona profondamente le prospettive di vita delle realtà “locali” non privilegiate dal suo credito. Non va sottovalutare il ruolo che l’infrastruttura finanziaria svolger per l’accumulazione nei paesi periferici, come è rilevato dalla direzione degli investimenti diretti, della delocalizzazione industriale, della rete di commesse e subforniture; in altre parole, non va sottovalutata la funzione storica della finanza globale a sostegno della fase di accumulazione “accelerata” a livello mondiale degli ultimi decenni che comporta, come effetto discriminatorio, le inferiori opportunità di investimento nei nostri paesi (Fumagalli).

Si deve inoltre riconoscere che la dimensione assunta dalle transazioni finanziarie (rispetto ai flussi reali della produzione e del reddito) è certamente “ipertrofica” per sostenere il processo di accumulazione descritto. Si deve però tener presente che per collocare i titoli presso risparmiatori avversi al rischio è “normale” che gli operatori finanziari utilizzino forme di rifinanziamento o di assicurazione per coprirsi dal rischio del debitore (particolarmente elevato per gli investimenti nei paesi emergenti). Ciò avviene, in forme più o meno sofisticate, con l’emissione di titoli da parte dell’istituto finanziario sui quali viene trasferita una parte del rischio finale. Quando la ripetizione abnorme di questa procedura determina l’enorme attuale volume delle attività finanziarie in circolazione, il sistema permette di spalmare il rischio (del debitore finale) tra una miriade di operatori tanto da farlo scomparire magicamente (ma non effettivamente) alla vista dei risparmiatori finali (e anche di molti intermediari). I titoli in circolazione appaiono allora per il singolo investitore del tutto sicuri e, la mancata corretta informazione a questo riguardo, lo induce a detenere titoli che non corrispondono alle proprie necessità. Un sistema finanziario così strutturato è strutturalmente instabile poiché i singoli operatori non sono in grado né di valutare l’effettivo rischio che corrono, né di governare le interazioni sistemiche che si vengono a generare quando divengono reali le perdite a carico del debitore finale. Per quanto il giudizio su tale meccanismo “impazzito” sia decisamente negativo per i danni economici e sociali che provoca, non si deve ignorare la considerazione preoccupante che non sembra esservi un’alternativa altrettanto potente per sostenere il processo di accumulazione globale; un meccanismo non obsoleto con il quale sarà necessario fare ancora i conti nel prossimo futuro.

Va infine sottolineata l’esistenza di un legame tra la liberalizzazione finanziaria e la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, rimarcata dalla crescita iperbolica dei profitti e delle rendite negli ultimi decenni. Non viene dato sufficiente rilievo al fatto che la crescente offerta di fondi finanziari dovuta ai risparmi dei ceti ad alto reddito, favoriti in varia maniera dall’alleggerimento dell’imposizione progressiva del reddito o dalla possibilità di evasione fiscale, è una componente essenziale della raccolta delle istituzioni finanziarie che le mette in condizione di redistribuire il risparmio dei paesi ad alto reddito (inclusi quelli europei) agli investimenti in aree a alto rendimento. Se il meccanismo è efficiente dal punto di vista finanziario (globale) non lo è a livello “locale” per la compressione degli investimenti e della crescita interna al di sotto delle sue potenzialità di risparmio. Solo l’accettazione acritica di una presunta oggettività economica può spiegare perché una comunità democratica accetti di sottostare a un tale meccanismo.

L’Unione europea: una scelta politica gestita in termini economici. Le considerazioni sul ruolo dell’Unione europea si concentrano sulla deriva che ha subito l’obiettivo originario di costituire un soggetto geo-politico autonomo a livello mondiale (Amato). Tale involuzione è bene espressa dalla trasformazione registrata, nel passaggio dalla Strategia di Lisbona a quella di Europa 2020, dell’obiettivo della “coesione sociale” che viene vista, nel documento più recente, come un peso per la crescita (Lundvall). Lo stesso disegno istituzionale europeo, centrato su Patto di Stabilità e Banca centrale, che avrebbe dovuto rappresentare gli strumenti di una politica economica autonoma per proteggere gli stati membri dall’instabilità e favorire l’integrazione politica, si è trasformato in un fattore di tensione quando, nel clima neoliberista, è stato ridotto a strumento “amministrativo” di supporto dell’autoregolazione dei mercati (Ferrara). Con la loro apparente depoliticizzazione, si è ridotto l’orizzonte di politica economica di queste istituzioni alla sola flessibilizzazione dei mercati, nella convinzione che le regole finanziarie da loro imposte fossero sufficienti, attraverso il contenimento dei salari reali e dei conti pubblici, a garantire alla società una crescita sostenuta e stabile (Bellofiore).

La dimensione politica dell’Europa si è, nella sostanza, appiattita sulla dimensione economica dell’Euro (De Fiores). La scelta della moneta unica da parte da parte dei paesi economicamente più fragili ha peraltro imposto loro dei vincoli che, alla lunga, sono diventati preminenti rispetto ai vantaggi (di più breve periodo) derivanti dal contenimento del costo dell’indebitamento, privato e pubblico. Due sono i vincoli che vengono evidenziati: la subordinazione produttiva alla centralità industriale della Germania; la subordinazione alle condizioni finanziarie internazionali, anche per effetto di una politica della BCE che non accoglie tra i suoi obiettivi la crescita del reddito e la tenuta dell’occupazione (Pianta).

Bandiera Unione Europea

Il mercantilismo tedesco… La centralità del “modello” industriale tedesco è una costante storica del panorama economico europeo. Esso è il risultato di una struttura politica e istituzionale a sostegno di una rete di imprese che operano in settori ad alta tecnologia e la cui competitività non-di-prezzo favorisce lo sbocco sui mercati esteri (Guérot). Il carattere dominante del sistema produttivo tedesco risulta acuito in un sistema di cambi inevitabilmente fissi, quale quello costituito dall’area dell’euro, per la presenza di paesi con una sistematica carenza competitiva. Da qui l’inevitabile tensione all’interno dell’area tra il contesto industriale e quello finanziario.

In effetti, l’economia tedesca, e quelle dei paesi che ne sono il corollario, non si avvantaggia solo dal fatto che gli altri paesi europei (che non possono svalutare per compensare la loro minore dinamica competitiva) costituiscono un importante mercato di sbocco, ma anche dal fatto che la presenza dei deficit commerciali di questi paesi frena l’apprezzamento della moneta europea. D’altra parte, per quanto contenuta, la rivalutazione dell’euro modera la crescita dei prezzi alle importazioni che favorisce i salari e i redditi reali, facilitando la pressione alla moderazione salariale e alla disciplina sociale che il modello tedesco richiede per conservare i suoi vantaggi competitivi (Leon et al.).

Per quanto riguarda le economie più deboli, la moneta unica le libera dal vincolo estero, ma essendo precluso l’aggiustamento della bilancia dei pagamenti tramite la svalutazione, lo squilibrio deve essere sanato accumulando debito (privato e pubblico) sull’estero. La possibilità di condizioni facili di indebitamento rafforza l’“illusione” di questi paesi di poter perseguire obiettivi di politica economica non sostenibili nel lungo periodo (Bagnai). È ciò che è divenuto manifesto quando le condizioni di credito sui mercati internazionali si sono inasprite con la crisi; i paesi deficitari sono stati sottoposti a pressione al fine di ridurre il loro squilibrio nei conti con l’estero attraverso l’aumento della loro produttività e i tagli del loro bilancio pubblico. La pretesa “tedesca” di risanamento dei conti è risultata di difficile gestione non solo per i tempi brevi richiesti, ma soprattutto per la inevitabile caduta della domanda a livello europeo che ne è seguita (Cesaratto, Simonazzi). Il superamento delle presenti difficoltà richiede tempi presumibilmente lunghi e riflessi pesanti a livello sociale; una prospettiva di lunga deflazione con preoccupanti effetti su disoccupazione e livelli di reddito che allarma anche la forte società tedesca (Leon et al.).

…e la subordinazione alla finanza internazionale. La finanza ha il ruolo di disciplinare i comportamenti “locali” per renderli coerenti con l’attuale modello di sviluppo “globale”, attraverso il naturale meccanismo speculativo che sposta gli enormi fondi in circolazione dai titoli dei debitori con peggiori prospettive a quelli con redditività maggiore. Se, come è successo per i titoli pubblici dei paesi periferici dell’euro e dell’Italia, la finanza ritiene che le prospettive dei soggetti debitori sono peggiorate, essa non è disposta a detenere tali titoli nei propri attivi a meno che (per effetto della pressione delle sue vendite) non aumenti il loro rendimento (Gnesutta).

Va rimarcato che la debolezza dei conti pubblici non è costituita tanto dal livello dello stock del debito pubblico (non si pone la necessità di “ripagare” il debito), quanto dalla capacità di garantire nel tempo il “servizio del debito” (Bruno). In effetti, per essere tranquillizzata, la finanza deve ritenere che lo Stato potrà disporre nel corso del tempo delle risorse necessarie per il pagamento degli interessi (e per il rinnovo della tranche di fondi in scadenza) in quanto il sistema produttivo sarà in grado di far affluire a esso un adeguato volume del reddito prodotto. Se ciò non dovesse avvenire e le istituzioni finanziarie diano una valutazione negativa sulla capacità dello Stato di rispettare i propri impegni, questi sarà soggetto a condizioni più pesanti per essere rifinanziato; il maggior tasso d’interesse che accettare è in sostanza il rimborso anticipato di quella quota del capitale che il finanziatore valuta di perdere per il possibile default futuro. Si tratta di un’ovvia conseguenza di una valutazione soggettiva di presumibili inadempienze future, che però aggrava le condizioni correnti dei paesi in difficoltà, quando non le rende addirittura intollerabili, e il peggioramento della solvibilità dello Stato giustifica a posteriori il primitivo giudizio negativo.

È ampiamente condiviso che la pressione della finanza compromette l’autonomia degli stati; in effetti, le valutazioni sulla solvibilità dei conti pubblici sono formulate dalle stesse istituzioni finanziarie (incluse le società di rating) e pertanto incorporano la loro avversione per quelle politiche, correnti e future, che esse giudicano non “corrette”, ovvero contrarie ai propri interessi. Nell’accettazione piena di questi giudizi la “politica” esprime la sua piena soggezione nei confronti del “mercato”, rendendo esplicito che la finanza internazionale rappresenta la forma più compiuta, astratta e delocalizzata del capitale (Viale).

La crisi dei debiti sovrani dei paesi europei mostra l’inadeguatezza dell’attuale struttura istituzionale europea a rappresentare una protezione dei debiti pubblici dei paesi-membri più deboli, protezione che pure era stata ampiamente attivata nel 2008 per la crisi delle banche. L’incapacità della politica economica europea di fornire ai conti pubblici il necessario sostegno finanziario intacca la sua credibilità finanziaria, garanzia per l’indispensabile apertura di credito sui mercati per il loro rifinanziamento. Risulta in tal modo rafforzata la pressione per ridimensionare l’intervento pubblico (attraverso tagli e liberalizzazioni) con prevedibili pesanti ricadute sociali poiché le drastiche manovre di rientro richieste aggravano le condizioni di rifinanziamento e sospingono l’economia lungo una pericolosa china deflazionistica.

Una prospettiva deflazionistica per l’Europa. Se la speculazione sui titoli pubblici può apparire giustificato a livello di singola istituzione per la necessità di ricostituire, in una fase di crisi prolungata, le “proprie” condizioni di solvibilità (ma a scapito della stabilità di altri soggetti, privati e pubblici), esso risulta intrinsecamente contraddittoria per il rischio che tale comportamento risulti un detonatore per la diffusione della crisi, non solo produttiva ma anche finanziaria. Ciò si verificherebbe se la speculazione proseguisse oltre, sui titoli delle banche (europee) impegnate nel finanziamento dei debiti pubblici e poi su tutti gli altri, di cui i recenti crolli di borsa sono il segnale di una logica finanziaria priva di qualsiasi contrappeso di cautela sistemica (Comito).

In presenza di una crisi che sta erodendo tutti i punti di stabilità a livello globale appare evidente come l’Europa – nel suo complesso e nelle sue singole nazioni – si trovi schiacciata tra difficoltà competitive dal punto di vista industriale e condizioni di subalternità dal punto di vista finanziario. Nell’interpretazione politica neoliberista particolarmente aggressiva degli ultimi tempi, la situazione è ritenuta insostenibile per i “costi” che le economie europee devono sostenere per il loro welfare. Non meraviglia allora che, di fronte alla pressione finanziaria internazionale, il riaggiustamento richiesto ai diversi paesi assuma la forma del contenimento diretto e indiretto dei salari reali e dei redditi della classe media (Pizzuti). Se poi, come in Europa, non viene affrontata la questione della politica fiscale comune per non interferire con gli obiettivi nazionali e se, come in Italia, il governo ha un orizzonte di ancor più corto respiro della finanza, l’assenza di una politica europea autonoma si traduce necessariamente nella sottomissione della società alle condizioni poste dai mercati (Pianta).

Le ipotesi di soluzione avanzate, e spesso imposte, a livello internazionale operano per un aggravamento delle difficoltà in quanto prospettano un quadro complessivo dalla netta tendenza alla stagnazione particolarmente preoccupante per le condizioni di vita delle fasce sociali più deboli. La mancata ricerca di uno spazio per rispondere alle essenziali esigenze di vita e di benessere dei propri cittadini (Fassina) riflette l’insoddisfacente mediazione tra modello sociale europeo e modello globale di mercato da parte dell’attuale governo dell’Europa per aver assegnato al capitale, e alla sua ricerca di efficienza guidata dai “mercati finanziari”, quella sovranità sulla politica (economica) che le Costituzioni democratiche attribuiscono al popolo (Viale).

 

 

2. Convivere con la finanza: la governance economica

L’Europa, un’area economicamente non omogenea. La gestione della crisi determinerà i caratteri futuri della società europea sia per come si struttureranno i poteri a livello sovranazionale, sia per gli obiettivi che risulteranno istituzionalmente privilegiati. A questo riguardo, sono due gli aspetti sui quali si è concentrata l’attenzione: la ristrutturazione dell’architettura istituzionale della politica economica europea attualmente fondata sull’autonomia della banca centrale e sull’efficienza informativa dei mercati (finanziari); la qualità dell’impegno dell’Unione per garantire ai paesi economicamente più fragili una loro collocazione sostenibile al suo interno.

Per non uscire da questa crisi in senso regressivo (abbandonando cioè i carattere di una società del welfare) è importante partire dall’ovvia constatazione che l’area europea non è una realtà omogenea, né dal punto di vista economico, né tanto meno da quello politico e istituzionale (Bellofiore). Le evidenti asimmetrie esistenti, tra paesi e all’interno di ciascuno di essi, rendono contraddittoria la pretesa – assunta spesso come obiettivo – di perseguire la convergenza tra paesi in termini di competitività, salari e conti pubblici: le asimmetrie evolvono nel tempo, si possono accentuare o attutirsi, ma non possono essere completamente riassorbite; con esse si deve convivere nell’oggi e nel futuro. L’affermazione più volte enunciata che l’Unione europea non è un’area valutaria economicamente ottimale è scontata, anche se nella sua incontestabilità è lungi dal cogliere il senso del problema. In effetti, l’Unione è, per scelta, un’area valutaria politicamente ottimale e, finché permane questa scelta, essa ne deve sostenere i relativi costi. In altre parole, se intende sopravvivere politicamente, deve risolvere la questione di come far convivere al suo interno una realtà di irriducibili asimmetrie nazionali e ciò richiede di adottare una governance non subalterna alla finanza globale (Gianni).

Non meraviglia allora che le cause della crisi e della sua particolare intensità siano state collegate alle possibili carenze del quadro istituzionale della politica economica europea che risulta inadeguato per realizzare compromessi all’altezza della gravità della situazione. Appare quindi essenziale una ridefinizione delle attuali istituzioni di politica economica per affermare una prospettiva europea liberata dal dogma neo-liberista (Musacchio).

Accettare il fallimento: l’uscita dall’euro e il default. Prima di affrontare questo punto – che è quello sul quale si è concentrato maggiormente il dibattito -, conviene soffermarsi sulle posizioni alternative che, accettando il fallimento della moneta unica, auspicano un’uscita dall’euro. La complessità della situazione accumulatasi nel tempo, l’incertezza nel garantire nei tempi brevi le richieste della finanza, la sfiducia nel poter far affidamento sulla protezione delle istituzioni europee, tutto ciò giustifica una scelta così drastica in quanto ritenuta preferibile al dover sottostare ai costi sociali di una deflazione dei debiti (Leon et al.). La considerazioni di un tale evento è importante poiché può non essere il frutto della ricerca di una maggiore indipendenza nazionale nella conduzione della politica economica, ma essere invece il risultato improvviso di condizioni di forza maggiore o della benevola disattenzione degli altri paesi europei che, anche contro i propri interessi di più lungo periodo, rinunciano ad assumersi le responsabilità politiche richieste dall’appartenenza a un’unione politica (Guèrot, Comito).

I sostenitori di questa opzione ritengono che con l’abbandono della moneta europea, e una forte svalutazione della nuova valuta nazionale, si possa utilmente riconquistare la gestione del cambio ai fini della crescita. (Bagnai)

Per quanto rimanga indefinito quale maggiore margine espansivo possa avere una politica monetaria locale nell’attuale gestione monetaria globale di bassi tassi d’interesse condotta dalla Fed, è indubbio che acquisire la flessibilità del cambio, dovrebbe permettere il sostegno delle esportazioni e quindi della crescita. Tuttavia, lo strumento abbandonato, il cambio fisso, lascia scoperto l’obiettivo al quale era finalizzato (la stabilità dei valori nominali, i prezzi e salari interni) per il perseguimento del quale si rende necessario acquisire uno strumento distinto. Anche se non è difficile ammettere che sull’importanza della stabilità dei prezzi vi sia un eccesso di enfatizzazione, ma ciò non significa che con la flessibilità del cambio non si rischi una pressione inflazionistica che ridimensioni l’atteso rilancio della competitività di prezzo.

Per quanto riguarda gli effetti finanziari della svalutazione, essa risulterebbe efficace se l’indebitamento del paese fosse espresso nella propria moneta, come sarebbe il caso della svalutazione del dollaro per gli Stati Uniti; l’effetto risulterebbe invece gravoso se il debito fosse espresso in una valuta diversa (come nel caso dei piccoli paesi che si indebitano all’estero). Anche in questo caso, l’effetto negativo potrebbe risultare contenuto se la politica economica interna riuscisse a bloccare le aspettative di inflazione interna e ad acquisire la fiducia dei mercati internazionali sulla sua solvibilità futura. Solo in questo caso, non si interromperebbe il rifinanziamento del debito estero e l’aumento del premio per il rischio rimarrebbe contenuto con effetti benefici sull’onere del servizio del debito, sia pubblico che privato. Di nuovo, liberarsi dal vincolo del cambio fisso non è risolutivo, anche se utile all’interno di una forte strategia di rilancio dell’economia e di risanamento dei conti pubblici volte a migliorare la credibilità finanziaria del paese.

I medesimi condizionamenti finanziari sono presenti anche per le proposte di ricorso al default – volontario o imposto, accompagnato o meno dell’uscita dall’euro – con il quale il paese in difficoltà dichiara di non essere disposto a onorare il proprio debito nelle forme a suo tempo contratte (Fumagalli). Una tale scelta comporta una contrattazione con i creditori, assistita o meno dall’intervento delle istituzioni internazionali (FMI, UE). Per le considerazioni fatte in precedenza, la scelta del default può non essere risolutiva poiché non è detto che la parte dello stock di debito che si riesce a cancellare sia sufficiente a ridurre il servizio del debito sulla parte dello stock di debito non condonato. Qualora il paese debba di necessità rifinanziarlo sul mercato, è presumibile che le condizioni di tasso e di rimborso risultino più pesanti per la ricerca dei finanziatori di non correre il rischio di default futuri. L’alternativa inevitabile per evitare l’aggravio del servizio del debito è procedere in un processo di risanamento “credibile” dai tempi piuttosto lunghi e dai costi presumibilmente pesanti. Un default controllato e, se fosse possibile, sostenuto da un ampio consenso a livello europeo potrebbe ridurre di molto i costi dell’operazione; ma se ciò fosse realizzabile, l’appoggio europeo potrebbe essere sfruttato meglio per sostenere altri processi di correzione meno penosi degli squilibri dei contipubblici.

La valutazione che, allo stato attuale, l’uscita dall’euro o la dichiarazione di default appaiono improponibili si fonda sulle preoccupazioni che entrambi innestino un circolo perverso di inflazione-deflazione e conseguente processo involutivo con un continuo deterioramento delle condizioni del mondo del lavoro e dei settori più deboli della società (Ciafaloni, Amato). Non sembrano inoltre secondarie le implicazioni a livello internazionale che si avrebbero dal dissociarsi dagli accordi dell’euro in quanto il nostro paese si renderebbe (ancora più) marginale nel governo della politica europea. Inoltre non va trascurato che comunque l’area monetaria europea può costituire un’utile “scialuppa di salvataggio” in questo frangente storico così intricato. (Wallerstein).

Una nuova governance europea: la politica fiscale … La valutazione, ampiamente ripresa nel dibattito, che non sia possibile pensare a un nostro futuro autonomo rispetto a quello dell’Europa si è appoggiata su una riflessione di quali forme dovrebbe assumere l’auspicata “più Europa”. Aspetto cruciale di questa prospettiva è il rafforzamento della politica fiscale a livello comunitario attraverso l’ampliamento del bilancio e il potenziamento della sua politica macroeconomica.

I maggiori fondi di cui dotare il bilancio comunitario andrebbero destinati a sostenere la domanda interna dell’Unione non solo in funzione anticiclica, particolarmente rilevante nelle fasi recessive come l’attuale, ma anche con finalità strutturali. Per quanto riguarda il primo aspetto vi è la necessità di interventi per avviare a livello continentale un ciclo trainato dagli investimenti, particolarmente propizio in un momento in cui l’eccesso di capacità e la presenza di disoccupazione dovrebbe rassicurare sui pericoli di tensioni inflazionistiche e di squilibri nei conti con l’estero (Ietto-Gillies, Bruno). La regolazione della domanda a livello dell’Unione permetterebbe ai diversi paesi che presentano squilibri produttivi di alleggerire l’intensità e di ridurre i tempi del riaggiustamento dei loro conti pubblici e dei loro conti con l’estero. Si tratta di un’azione che eviterebbe le pressioni deflazionistiche presenti nelle ricette di rilancio produttivo basate esclusivamente sulle condizioni dell’offerta (flessibilità del mercato, stimolo alla competitività, risanamento delle finanze pubbliche), quali quelle previste dal “Patto Europlus” della scorsa primavera. (Pizzuti, Bellofiore).

L’altro obiettivo della politica macroeconomica europea dovrebbe riguardare l’aspetto strutturale della promozione e il sostegno dell’occupazione attraverso sia progetti di sviluppo sostenibile funzionale alla riconversione ecologica dell’economia, sia programmi antipovertà nei confronti delle fasce sociali a rischio. Un intervento che richiede anche una ristrutturazione delle forme di prelievo che potrebbe essere centrato su un’imposta patrimoniale in un contesto di aliquote fiscali armonizzate a livello europeo (Palmer, Baranes). Ciò permetterebbe di contrastare le tendenze attuali alla disuguaglianza dei redditi e di garantire, con lo spostamento di fondi dalla ricchezza privata al finanziamento di investimenti pubblici, un assetto sociale più equilibrato. Il costo dell’assetto istituzionale è certamente la perdita (di parte) della sovranità fiscale delle singole nazioni, ma i vantaggi sarebbero notevolmente maggiori. Un’Europa in grado di adottare proprie “ricette” (Lunghini) per allentare i vincoli strutturali alla crescita disporrebbe anche di una maggiore capacità contrattuale da far valere nelle trattative sulle politiche commerciali a livello globale per guidare i processi di ristrutturazione delle proprie economie (Murer).

… e la politica finanziaria. Alla richiesta di una maggiore autonomia per la politica di bilancio si accompagna inevitabilmente l’esigenza di adeguare le forme del suo finanziamento permettendo la raccolta diretta di fondi sul mercato, anche attraverso l’emissione di propri titoli (eurobonds). La consapevolezza che la debolezza finanziaria dell’Europa penalizza le sue potenzialità di crescita e quindi il progetto politico sul quale si fonda, induce a condividere le proposte di innovazioni istituzionali, alcune avviate (Esm, il fondo salva-stati, l’imposta sulle transazioni finanziarie), altre discusse ma in attesa di essere considerate (eurobonds), altre ancora da discutere (default controllato, abolizione dei paradisi fiscali, creazione di un’agenzia europea di rating, riregolamentazione dei movimenti di capitale più speculativi di brevissimo periodo). (I veri creditori siamo noi, Tricarico) Sono tutti dispositivi importanti, ma l’aspetto più significativo sul quale va richiamata l’attenzione è la necessità che essi configurino un’architettura complessiva della politica finanziaria europea al cui interno essere organicamente collocati. L’esigenza è infatti quella di poter contare su un sistema di istituzioni che, per coerenza e completezza, funga da “ombrello” alla finanza europea, pubblica e privata, per fronteggiare gli attacchi (Comito).

La questione di quali disavanzi pubblici sono “cattivi”, e quindi da rimuovere, e quali quelli “buoni” da accompagnare nella loro evoluzione, non va lasciata a un mercato che si caratterizza per l’ottica di breve periodo e per obiettivi esclusivamente di profitto (Bellofiore). È necessario “disarmare” la finanza privata su questi terreni e attribuire il relativo potere a istituzioni (europee) in grado di fornire un giudizio attendibile sull’aggiustamento richiesto che tenga conto delle implicazioni, anche sociali, di lungo periodo. È quindi cruciale introdurre adeguate modalità di rifinanziamento dei bilanci pubblici, forme di garanzia del debito pubblico, meccanismi per il loro monitoraggio, procedure finalizzate a garantire i tempi e i modi più consoni di provvedere alla ristrutturazione dei propri conti al minor costo sociale. La difesa della finanza pubblica da attacchi speculativi è giustificata dalla necessità di tener sotto controllo gli effetti sistemici di particolare gravità che potrebbero essere innestati dal contagio di altre istituzioni non necessariamente in condizioni precarie, come si prospetta per le banche europee nell’attuale situazione in cui sembrano essere il bersaglio ultimo della speculazione aggressiva. Acquisire gli strumenti e la capacità di gestire eventuali situazioni critiche renderebbe inoltre ingiustificato il giudizio di fragilità finanziaria attualmente attribuito all’euro; ne beneficerebbe l’intera Unione.

In un contesto istituzionale così modificato, gli stessi obiettivi della Banca centrale europea andrebbero aggiornati per il necessario coordinamento con gli altri livelli della politica economica europea. Si rovescerebbe quel peccato d’origine che ha finito con l’attribuire all’euro il ruolo di obiettivo dell’unità politica, piuttosto che quello di strumento (Fassina). Se già oggi si assiste a modificazioni non marginali (acquisti sul mercato secondario di titoli dei paesi in difficoltà) nella conduzione della politica monetaria per adeguarla alla situazione che si sarebbe creata con la costruzione di istituzioni per la politica finanziaria. Sarebbe una profonda trasformazione dell’assetto istituzionale europeo in quanto, come emerge dal dibattito sulla Costituzione europea, sarebbe messa in discussione proprio quella forma di rigido supporto del mercato che, attribuito costituzionalmente alla Banca centrale, avrebbe dovuto modellare tutte le altre istituzioni dell’Unione (Ferrara).

Non va trascurata, infine, la possibilità di comportamenti opportunistici da parte di governi non disposti a gestire i loro conti pubblici nel rispetto degli impegni assunti a livello comunitario. (De Ioanna). La credibilità dei membri all’Unione è un problema rilevante per la stabilità dell’intera struttura istituzionale; il suo rafforzamento richiede pertanto un sistema consensuale di incentivi e di sanzioni nei confronti di coloro che possono essere tentati a non rispettare le regole e ciò inevitabilmente richiede un’ulteriore delimitazione della sovranità fiscale dei singoli paesi. Ma non nei termini proposti dall’ipotesi di costituzionalizzare il vincolo del pareggio di bilancio poiché tale modalità di controllo è basata sull’imposizione di regole fisse e di delega delle scelte politiche alle forze economiche che è profondamente contraddittoria con l’esigenza presente nel dibattito di riappropriarsi, in un contesto di scelte democratiche, della discrezionalità e della responsabilità della politica economica (Mortellaro).

Ridefinire gli obiettivi della politica macroeconomica europea. Sono queste considerazioni che rendono rilevante, sia nella riflessione che nella prassi politica, la costruzione di un sistema istituzionale che garantisca una governance democratica dell’Unione in grado di sfuggire alla subordinazione totalizzante dei mercati (Lundvall), di affrancarsi da quel “senato virtuale” dei prestatori di fondi internazionali autoinvestitisi del potere di decidere quale futuro debba spettare ai popoli (Lunghini).

L’aggettivo “democratica” che qualifica la governance è la qualità che si richiede alle nuove istituzioni europee affinché il loro operare sia finalizzato alla realizzazione del “modello sociale europeo” (Gianni, Gallino). Si tratta senz’altro di disporre di un terreno in cui è possibile perseguire gli obiettivi alti di sviluppo sostenibile, di lotta alla povertà e di garanzia della pace (Ragozzino), ma anche di promuovere quelle condizioni di trasparenza e di assunzione di responsabilità che permettano l’efficace monitoraggio e il controllo sociale delle scelte adottate. È un’esigenza fondamentale per controbilanciare l’inevitabile ulteriore trasferimento della sovranità (fiscale) a livello sovranazionale (Kaldor).

 

3. L’Unione economica e sociale: la governance democratica

Il modello sociale europeo come punto di riferimento. La costruzione di un assetto finanziario europeo comporta inevitabilmente un accentramento delle decisioni rilevanti sia per l’evoluzione di breve periodo che per la sostenibilità della società europea nel lungo periodo e pertanto richiede un parallelo rafforzamento delle strutture politiche attraverso le quali si realizzano le scelte democratiche. Il riferimento alla democrazia non va inteso in senso formale, dato che la costruzione e la gestione di un apparato così complesso non sarebbe giustificato se l’obiettivo fosse semplicemente quello di adattarsi a una società di mercato. L’impegno per una tale realizzazione ha senso solo se lo scopo è quello di governare le asimmetrie nazionali esistenti in una prospettiva di sviluppo di un modello di società, quale quella rappresentata dall’Europa del welfare, che garantisca una crescita economicamente e socialmente sostenibile nella realizzazione di una democrazia di qualità. (Gallino).

Per quanto non univocamente presente sul continente (Franzini), il “modello sociale europeo” è pur sempre quello che più si avvicina a quella “identità europea” che Castells individua nei “sentimenti condivisi sulla necessità di una protezione sociale universale delle condizioni di vita, la solidarietà sociale, un lavoro stabile, i diritti dei lavoratori, i diritti umani universali, la preoccupazione per i poveri del mondo, l’estensione della democrazia a tutti i livelli” (Lundvall). È evidente che una tale prospettiva impone che si costruiscano istituzioni europee che non siano gregarie del mercato (Fassina), ma sappiano tenere la rotta per sollecitare e incanalare comportamenti favorevoli allo sviluppo della democrazia e per promuovere, in quanto meccanismo redistributivo alternativo al mercato, la crescita sostenibile e il rafforzamento del welfare in vista della riduzione delle disuguaglianze tra i paesi e all’interno di ciascuno di essi (Amato, Melloni, Mattei, Frassoni).

La gravità della crisi gioca a questo riguardo in modo ambiguo. Da un lato, rappresenta una formidabile spinta alla trasformazione del modo in cui sono attualmente governate le società europee (Schiattarella), ma dall’altro, porta a ripetere in forma accentuata le scelte del passato fondate sul mercato. La crisi economica ha evidenziato la crisi della politica, della sua capacità a a definire una visione della società futura e a governare la sua realizzazione. È evidentemente in gioco è il ruolo dello Stato e quindi della politica. Dal modo in cui si risolverà la crisi ne potrà risultare rafforzata la subordinazione dello Stato alla finanza e al mercato, oppure all’ente pubblico verrà riattribuita, in un quadro diverso di obiettivi e di strumenti e con istituzioni pubbliche innovate, il ruolo di fattore del progresso sociale (Rossanda).

Le difficoltà politiche e sociali.Per una prospettiva di innovazione istituzionale quello che sembra mancare all’Europa è il “capitale politico”. Di ciò testimoniano le difficoltà che l’Unione incontra nel trovare una soluzione di ampio respiro per salvare alcuni suoi stati-membri, ma soprattutto per i ritardi che registra nel prendere coscienza del pericolo che sta correndo il suo stesso progetto. (Leon et al.) È drammatica la sua irresolutezza a rivendicare un proprio ruolo autonomo nel sostenere lo sviluppo della società europea in una fase storica nella quale la finanza internazionale spinge per ridimensionare lo Stato di welfare e le forme di democrazia che su di esso si fondono.

La posta in gioco è politica: il contenuto civile dell’Unione. È la questione della governance democratica dell’Unione europea, la cui attuale fragilità emerge dal combinarsi della concentrazione dei poteri decisionali in ambiti sovranazionali con la rilevanza che assumono nelle scelte di fondo gli umori di elettorati contrapposti sulla base degli interessi nazionali. (Balbo) L’asse Merkel-Sarkozy appare essere il governo economico europeo autoproclamatosi al di fuori di qualsiasi rappresentanza democratica e in assenza di un confronto nelle sedi istituzionalmente definite. Il consolidarsi del direttorio franco-tedesco stravolge il senso dell’Unione europea poiché pone gli stati economicamente più fragili in una posizione subalterna: la loro debolezza finanziaria, rendendoli dipendenti dall’aiuto dei paesi forti, rischia di trasformarli in semplici amministratori di politiche altrui (Gianni, Mortellaro).

La costruzione di una democrazia interstatuale più avanzata –alternativa all’adattamento “passivo” alle prescrizioni dell’economia globale – appare molto problematica se si considera quanto le decisioni assunte a livello europeo siano fortemente condizionate dai sentimenti nazionalistici di un elettorato privo di una visione autenticamente europea (Balbo, Bruno): la paralisi che dimostra la Germania su questo terreno cruciale è una tragedia tedesca e europea (Guèrot). Inoltre l’incertezza dovuta alla situazione di crisi non favorisce certamente una risposta avanzata da parte degli ampi strati sociali che ne sono colpiti; ma la lontananza dei cittadini dalle decisioni prese a livello europeo moltiplica la sfiducia nei confronti dell’Unione dando spazio a chiusure populistiche e nazionalistiche (Palmer). Se l’unico modo per contrastare il dominio del mercato e il facile populismo consiste nel rifondare il primato alla politica, allora è viva la preoccupazione che le forze di sinistra non siano in grado di predisporre un’appropriata agenda innovativa, vivificata da un continuo e approfondito confronto a livello europeo, capace di indicare linee convincenti di lungo periodo e conseguenti politiche di breve periodo in grado di sovrastare le difficoltà oggettive di comunicazione e quelle soggettive elettorali (Mortellaro, Frassoni).

 

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Il governo tecnico

Karl Marx

Londra 1852, il governo tecnico visto dal giornalista Karl Marx

Il governo Aberdeen – GLI ARTICOLI SUL NEW YORK TRIBUNE

Di Marcello Musto, il manifesto 13.11.2011 – pag. 5

Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l’analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un’altra ragione: la ricomparsa del “governo tecnico”.

In qualità di giornalista del New York Tribune, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852 portarono alla nascita di uno dei primi casi di “governo tecnico” della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 – gennaio 1855).

L’analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell’avvenimento come il segno dell’ingresso “nel millennio politico, in un’epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici”, e invocava per questo governo il sostegno degli “uomini di ogni tendenza”, poiché “i suoi principi esigevano il consenso e l’appoggio universali”; egli irrise la situazione inglese nell’articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un “ministero composto da uomini nuovi”, Marx dichiarò che “il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (…), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente”.

Accanto al giudizio sulle persone, c’era – naturalmente – quello, ben più importante, sulla politica, Marx si chiese infatti: “Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuole dire il Times?”. La domanda è, purtroppo, di stringente attualità, in un mondo in cui il dominio del capitale sul lavoro è tornato a essere selvaggio come lo era alla metà dell’Ottocento.

La separazione tra “economico” e “politico”, che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, è giunta oggi al suo culmine. L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è ormai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale.

Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a traformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell’economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio dei poteri dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. I rating di Standard & Poor’s, gli indici di Wall Street – questi enormi feticci della società contemporanea – valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell’economia (le classi dominanti ne hanno spesso bisogno per mitigare le distribuzioni prodotte dall’anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.

Esempio lampante di quanto descritto sinora sono gli eventi succedutisi in questi giorni Grecia e in Italia. Dietro l’impostura del termine “governo tecnico” – o, come si usava dire ai tempi di Marx, del governo “di tutti i talenti” – si cela la sospensione della politica (non si possono concedere né referendum, né elezioni) che deve cedere del tutto il campo dell’economia. Nell’articolo Operazioni del governo (aprile 1853), Marx affermò che “forse la cosa migliore che si può dire (“tecnico”) è che esso rappresenta l’impotenza del potere (politico) in un momento di transizione”. I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita di governi.

In Italia i suoi punti programmatici sono stati elencati in una lettera (che avrebbe dovuto rimanere addirittura segreta) indirizzata, la scorsa estate, dalla Banca Centrale Europea al governo Berlusconi. Per “ristabilire la fiducia” dei mercati occorre procedere spediti sulla strada delle “riforme strutturali” (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento, aumento dell’età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi “governi tecnci”, con a capo uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi (vedi la nomina di Papademos in Grecia e di Monti in Italia) seguiranno su questa strada. Ovviamente per il “bene del paese” e per il “futuro delle prossime generazioni”. Al muro ogni voce fuori dal coro.

Se, invece, la sinistra non vuole scomparire deve ritornare a saper interpretare le cause vere della crisi in atto e avere il coraggio di proporre, e sperimentare, la necessità di risposte radicali per uscirne.

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La tassa di soggiorno a Rimini

Comunicato di Eugenio Pari

RIMINI 9 NOV. 2011 – Prendiamo atto con soddisfazione delle dichiarazioni dell’Assessore al bilancio del comune di Rimini rispetto all’ipotesi di applicare la tassa di soggiorno piuttosto che aumentare l’addizionale IRPEF, gravando in questo caso, come tutti sanno, sui “soliti noti” vale a dire: lavoratori dipendenti e pensionati. È quanto abbiamo sostenuto in tutti questi mesi.

Si tratta di un fatto importante perché dimostra la comprensione della situazione sociale da parte dell’Amministrazione e perché applicare la tassa di soggiorno significherebbe ottenere entrate per un numero pari a dieci volte circa  rispetto, invece, all’addizionale.

A questo punto però riteniamo assolutamente necessario che l’Amministrazione oltre questo importantissimo passo ne compia coerentemente altri, primo fra tutti reintegrare le risorse per l’assistenza domiciliare a disabili e anziani non autosufficienti. Inoltre è molto importante che le risorse derivanti dalla tassa di soggiorno vengano destinate a coloro che maggiormente vivono gli effetti della crisi, sostenendo la centralità del soggetto pubblico nelle politiche di welfare locale in modo tale da comporre la frattura sociale che sempre più si sta verificando e per promuovere politiche attive del lavoro, compreso il sostegno alle imprese per investimenti produttivi.

Infine, seppure la nostra collocazione rimanga all’opposizione, soprattutto perché ancora non si è determinato alcun confronto con il Pd e l’Amministrazione, questo non ci fa non vedere l’importanza e la positività nel merito di questa proposta e delle sue motivazioni che, se incentrata per sostenere le fasce sociali più deboli, sarà da appoggiare indubbiamente.

Di seguito l’articolo pubblicato oggi dal Corriere di Rimini

http://corriereromagna.it/rimini/2011-11-09/il-balzello-sul-turismo-brasini-tassa-di-soggiorno-pasqua

IL BALZELLO SUL TURISMO
Brasini: tassa di soggiorno a Pasqua
L’assessore al bilancio attende il confronto con Comuni e categorie: ma non possiamo farne a meno Le casse comunali piangono, dal balzello possono arrivare fino a 10 milioni di euro

Riviera di Rimini

di Marco Letta
RIMINI. Non è ancora deciso, ma non si può fare altrimenti: la tassa di soggiorno viene applicata. Lo spiega Gian Luca Brasini, assessore al bilancio e ai tributi. Chiedere un contributo ai turisti è sempre meglio che mettere le mani nelle tasche dei soliti noti, aumentando l’addizionale Irpef. Quando si potrà tagliare il traguardo? E’ ancora presto, prima è necessario incontrare gli altri Comuni della costa (per uniformarsi) e confrontarsi con le categorie economiche. Il via libera coincide più o meno con le vacanze di Pasqua.
Aveva detto. Il 10 ottobre, l’assessore Brasini dichiara al Corriere. «La tassa di soggiorno vale circa 7,5 milioni di euro. Su una partita così delicata non possiamo andare avanti da soli, prima dobbiamo capire le intenzioni degli altri Comuni della riviera, perchè è impensabile che venga applicata in maniera diversa da un luogo all’altro».
L’entità della cifra è oggetto di simulazioni. La legge consente un minimo di 0,5 euro fino a un massimo di 5 euro a presenza (fino a sette giorni). «Abbiamo ipotizzato una spesa differente in base alla classe dell’albergo: fino a due euro per i quattro e cinque stelle, inferiore per i due e tre stelle. La tassa non verrebbe applicata ai bambini».“Ora dico tassa”. Il ministro al bilancio e ai tributi (ieri) aggiunge qualche particolare in più e (soprattutto) annuncia una decisione da prendere collegialmente, ma che non può essere evitata: la tassa di soggiorno viene applicata. Quando? «Il cronoprogramma prevede la condivisione con gli altri Comuni e il confronto con le associazioni di categoria. L’ultimo atto è quello della giunta, in pratica una ratifica, poi sono necessari sessanta giorni per rendere operativa l’applicazione della tassa di soggiorno».
Diciamo che Pasqua potrebbe rappresentare il primo banco di prova. «Diciamo di sì».Quanto costa. La legge suggerisce una forbice che oscilla fra 0,5 e 5 euro a presenza turistica (in media 7,5 milioni all’anno). «Abbiamo fatto varie ipotesi – spiega Brasini – e vogliamo confrontarci con gli altri Comuni e le categorie per uscire in maniera uniforme. Il possibile gettito varia fra i 5 e i 10 milioni di euro. Comunque generalmente i bambini al di sotto dei 12 anni non sono coinvolti. E un eventuale mancato pagamento non può essere saldato dall’albergatore».
Cosa farci. Come spendere i soldi della tassa di soggiorno? La legge offre maglie piuttosto larghe: riqualificazione ambientale, eventi, manutenzione leggera (…). Fogne? «Non posso escluderlo, sarà frutto della concertazione».
L’unica certezza è offerta dalla Carta dei servizi: il turista arriva, paga l’imposta di soggiorno e riceve una carta fedeltà che gli garantisce sconti e opportunità (dai musei ai parchi, dal trasporto pubblico allo shopping e magari anche ristoranti).Le altre tasse. Per rimpinguare le casse comunali, uno strumento utile utile è rappresentato dall’addizionale Irpef, ora allo 0,3 ma si può arrivare allo 0,8 (ogni 0,1 vale 1,7 milioni). La possibilità non piace a Palazzo Garampi. «Si vanno a mettere le mani nelle tasche dei soliti che pagano».
C’è anche la tassa di scopo. «Oggi vale 2,4 milioni e non è percepita male, però su questa leva non possiamo andare oltre».

La tassa di soggiorno ci sarà: confronto aperto tra i Comuni

La discussione tra le amministrazioni comunali continua e il confronto è fondamentale, perchè lo Stato offre una forbice che va da 0,5 a 5 euro a presenza

di Redazione 09/11/2011 – http://www.riminitoday.it/economia/tassa-soggiorno-confermata-rimini–confronto-comuni.html

 

I Comuni non possono farne a meno, la tassa di soggiorno ci sarà. Probabilmente solo Bellaria si tirerà indietro. Ma la discussione tra le amministrazioni comunali continua e il confronto è fondamentale, perchè lo Stato offre una forbice che va da 0,5 a 5 euro a presenza, con criteri che vanno in base al tipo di sistemazione scelta dai turisti. Rimini calcola un introito nelle casse comunali di 7,5 milioni euro. Ovviamente non è in discussione l’esenzione per i bambini, anche se non è ancora definita nemmeno la fascia di età.

Il Comune di Rimini, per bocca dell’Assessore al bilancio, Gian Luca Brasini, ha precisato, secondo quanto riportato dal Corriere Romagna, come la tassa sia inevitabile per non pesare sui cittadini con l’addizionale Irpef. Per l’applicazione si dovrebbe arrivare a Pasqua.
Un plauso arriva dal coordinatore comunale del Sel, Eugenio Pari: “Si tratta di un fatto importante perché dimostra la comprensione della situazione sociale da parte dell’Amministrazione e perché applicare la tassa di soggiorno significherebbe ottenere entrate per un numero pari a dieci volte circa rispetto, invece, all’addizionale. A questo punto però riteniamo assolutamente necessario che l’Amministrazione oltre questo importantissimo passo ne compia coerentemente altri, primo fra tutti reintegrare le risorse per l’assistenza domiciliare a disabili e anziani non autosufficienti. Inoltre è molto importante che le risorse derivanti dalla tassa di soggiorno (10 milioni circa) vengano destinate a coloro che maggiormente vivono gli effetti della crisi, sostenendo la centralità del soggetto pubblico nelle politiche di welfare locale in modo tale da comporre la frattura sociale che sempre più si sta verificando e per promuovere politiche attive del lavoro, compreso il sostegno alle imprese per investimenti produttivi”.

Ovviamente gli albergatori sono pronti alla battaglia, in maniera particolare perchè non è stata ancora decisa la destinazione degli introiti derivanti dalla tassa di soggiorno. Per cui scenderanno in piazza lunedì per protestare.

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Frana di governo

Di Paolo Berdini – il manifesto, 06/11/2011

Il dolore per la nuova strage causata dal cemento e dall’asfalto che stanno soffocando il paese è durata 24 ore. Il silenzio che ha fatto seguito all’ennesimo tragico lutto e alla constatazione che l’Italia ha i piedi d’argilla, sembrava far presagire uno scatto d’orgoglio. Aspettavamo di sentire le sole parole che il paese si attende: basta con la devastazione del territorio.

Ci eravamo illusi. La mala politica che controlla le istituzioni si è ripresa dal colpo ed ha messo in atto il più vergognoso diversivo di massa. Passi per il presidente del Consiglio che per sfuggire alle proprie responsabilità si è chiesto retoricamente se non si era costruito in luoghi inadatti. Se esistesse un limite alla decenza, verrebbe travolto da quattro facili argomentazioni. Si è affermato nel lontano 1994 con la parola d’ordine “padroni a casa nostra” cioè basta con le regole. Nel 1994 ha approvato il secondo il condono edilizio permettendo di legittimare edifici che in un paese civile dovevano essere demoliti perché mettevano a repentaglio la sicurezza di tutti. Nel 2003 ha approvato un nuovo condono edilizio. In questi ultimi tempi vorrebbe cambiare un articolo del dettato Costituzionale, riconducendolo alla formula che “tutto ciò che non è espressamente vietato è consentito”. Sempre più padroni a casa nostra, mentre il paese frana.

Città e territorio beni comuni

Ma fin qui siamo ad un bersaglio facile. Per combattere questa devastante involuzione ci vorrebbe una classe dirigente e un’opposizione dotate di una cultura alternativa. Siamo infatti, come afferma Salvatore Settis, un paese immobile proprio perché dominato dal cemento armato bipartisan. Bastava leggere i titoli dei maggiori quotidiani di ieri. Tsunami, apocalisse e così via. Nelle pagine interne si leggeva invece che per mettere in sicurezza il Ferreggiano, il torrente che ha causato la tragedia, si parlava di costruire uno scolmatore almeno dal 1960. Dopo cinquant’anni di inerzia, con quei titoli si cancella qualsiasi responsabilità.

L’assessore all’ambiente della regione Liguria ha invece affermato che occorre fare un salto di qualità nella prevenzione e “dati i cambiamenti climatici” verranno distribuiti depliant che educhino i cittadini. Consigliamo all’assessore di leggere i due recenti, documentatissimi volumi dedicati allo scempio che è stato perpetrato dall’urbanistica contrattata ai danni del territorio ligure. Con la carta del suo depliant non si fermano il cemento e l’asfalto che hanno sfigurato la regione.

Di fronte al fallimento della monocultura del cemento, è tempo di dare respiro ad una proposta alternativa, la sola in grado di fermare la dissoluzione del territorio. Basta con la cementificazione delle aree agricole. Non si tratta di fermare le imprese edilizie. Al contrario, si tratta di indirizzarle verso una straordinaria opera di miglioramento e messa in sicurezza del troppo che è stato costruito. Soltanto da noi si possono rendere edificabili senza sforzo i terreni agricoli: i proprietari guadagnano milioni di euro e la collettività paga il conto umano e quello economico.

Ed è proprio la questione dei cambiamenti climatici in atto a rendere improcastinabile il provvedimento di blocco della speculazione. Perché se è vero che la crisi economica non permette più di tutelare neppure il territorio già urbanizzato, occorre essere coerenti: non si deve rendere impermeabile un solo metro quadrato di territorio in più di quello che non riusciamo a mettere in sicurezza. E’ facile, basta una legge breve. Un solo articolo per liberare l’Italia dalla spirale della devastazione.

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