Archivio mensile:luglio 2011

Uragano in arrivo

Guido Viale, il manifesto 12 luglio 2011

Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti “fondamentali” dell’economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano; ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).

Il problema è che non sanno che altro dire, Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare sarebbe meglio che anche lui – e non solo lui – studiasse meglio il problema. Perché non c’è solo la Grecia, né solo gli stati membri più deboli  – i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l’Italia: PIIGS – a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitative easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, “bolle” finanziarie. Ben scavato vecchia talpa, direbbe Marx. Se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c’è “aria di crisi”. C’è un uragano in arrivo.

Per mesi gli economisti hanno trattato Tremonti come un baluardo contro il default del paese: solo perché lui sostiene di esserlo. Ma è un ministro – il secondo della serie – che non si accorge nemmeno che la casa dove abita viene pagata, vendendo cariche pubbliche a suon di tangenti, da una persona con cui (e con la cui compagna) lui lavora da anni  gomito a gomito. Affidereste a quest’uomo i vostri risparmi?

Qualcuno però ha trovato la soluzione: azzerare tutto il deficit pubblico subito. “Lacrime e sangue” ora e non tra due anni: così Perotti e Zingales su Il Sole 24 Ore di sabato scorso. Tagliare pensioni, sussidi alle imprese, costi della politica; e giù con le privatizzazioni. Che originalità! Segue un bell’elenco di “roba” – aziende e servizi pubblici – da vendere subito (per decenza non hanno citato anche l’acqua). Per le manovre “intelligenti”, aggiungono gli autori, non c’è tempo. Infatti la loro proposta non è una manovra intelligente. Intanto, in queste condizioni, vendere vuol dire svendere. E azzerare il deficit non è possibile, perché poi, anche se non si emettono nuovi titoli, bisognerà rinegoziare quelli in scadenza; i tassi li farà la finanza con le sue società di rating; e non saranno certo quelli di prima. Così il deficit si crea di continuo, in una rincorsa senza fine. Prima o dopo il default arriva. Naturalmente, per mettere alle corde pensionati, lavoratori e welfare, e svendere il paese, ci vuole il “consenso”, ci avvertono gli autori. Per loro il consenso è il “coinvolgimento dell’opposizione”. Forse ci sarà: ma non servirà a niente.  Perché il consenso è un’altra cosa: è il coinvolgimento delle donne e degli uomini che hanno animato l’ultima annata di resistenza nelle fabbriche, di mobilitazioni nelle piazze, di occupazione di scuole e università, di campagne referendarie, di elezioni amministrative, di processi molecolari per ricostruire una solidarietà distrutta dal liberismo e dal degrado politico, morale e culturale del paese. È il popolo degli indignados, che ormai, con i nomi e le proposte più diverse, ha invaso la scena anche in Italia: forse con una solidità persino maggiore, dovuta a una storia più lunga, che risale indietro nel tempo, fino al G8 di Genova; e forse anche a prima. Un popolo che quel consenso non lo darà mai.

Se per Perotti e Zingales il problema è “ far presto” , per altri economisti continua invece a esser la crescita: non quella che permette di ricostruire i redditi e occupazione strangolati; ma quella necessaria per ricostituire un “avanzo primario” nei conti pubblici, con cui azzerare il deficit e cominciare a ripagare il debito ai pescecani della finanza internazionale: ben nascosti dietro che ha investito in Bot qualche migliaia di euro. Questi economisti li rappresenta tutti Paolo Guerrieri sull’Unità del 10.7: “Il paese è fragile – spiega – ma la ricetta per la crescita la conosciamo tutti”. E qual è? “Concorrenza, nuove infrastrutture (il Tav?) , ricerca (di che?), liberalizzazione (forse voleva dire “privatizzazione”) dei servizi (anche dell’acqua?). Cose che sappiamo – aggiunge – ce l’hanno consigliate tutti”. Paolo Guerrieri ha appreso questa ricetta dall’economia mainstream e probabilmente continuerà a insegnarla ai suoi allievi per tutto il resto della vita. Pensa che per tornare alla crescita, che per lui è la “normalità”, basti premere un bottone; perché il disastro attuale è solo una momentanea interruzione: non si sa se dovuta agli “eccessi” della finanza o all’inettitudine di Berlusconi.

Guido Viale

Ma le cose non stanno così. In un mondo al cappio, è la finanza internazionale che fa le “politiche economiche”. Quelle che vedete. Gli stati non ne fanno più; o ne fanno solo più quel poco che la finanza gli permette di fare; a condizione di poter continuare a speculare e a mandare in malora il pianeta. Anche “la crescita”, ormai, le interessa solo fino a un certo punto; se non c’è, poco male: per lo meno finché restano pensioni, salari, welfare, servizi pubblici e beni comuni da saccheggiare. Non è la prima volta nella storia che questo succede. Anche Luigi XIV, il Re Sole, diceva: dopo di me, il diluvio.

Adesso sta a noi – a tutti gli “indignati” che non accettano questo stato di cose e questo futuro – ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere – itinerari mai tracciati – per realizzarli. E tutto in un mondo che sarà sempre più – e a breve – cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all’occupazione militare della Valle di Susa per imporre il “loro” modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la “loro” gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.

Un programma per realizzare quel progetto oggi non c’è; e non c’è il “soggetto” – per usare un’espressione ormai logora – per elaborarlo e portarlo avanti. Non a caso. Perché è un programma irrinunciabile plurale; che può nascere solo dal concorso di mille iniziative dal basso, se saranno in grado di tradursi in proposte che consentano un coordinamento e se avranno la capacità di imporsi con la forza della ragione sui numeri. Ci aiuta il fatto che per ciascuno di noi l’agire locale è sempre orientato da un pensiero globale. L’opposto di quello che fanno i Governi e le forze che li sorreggono. Provocano disastri globali in nome delle convenienze dettate da un meschino pensiero locale. La disfatta della cosiddetta governance europea non è altro.

Tra i criteri ispiratori della nostra progettualità c’è innanzitutto un salto concettuale: nell’era industriale lo “sviluppo” economico è stato promosso e diretto dall’aumento della produttività del lavoro. Che è andata talmente avanti che oggi è praticamente impossibile misurare il valore di un bene con la quantità di lavoro che esso contiene, anche se ci sono ancora – e sono tanti – dinosauri come Marchionne che lasciano credere di poter battere la concorrenza tedesca o cinese rubando agli operai dieci minuti di pausa, qualche ora di straordinario, o qualche giorno di malattia. Tutto ciò è avvenuto a scapito dell’ambiente e delle sue risorse, saccheggiate come se non avesse mai fine. Da ora in poi, invece, si tratta  di valorizzare le risorse ambientali e renderle sempre più produttive: con la condivisione, la sobrietà, l’efficienza, il riciclo, le fonti rinnovabili, la biodiversità (ecco un modo di distinguere la ricerca che vogliamo dalle vuote declamazioni in suo favore). Perché è dall’uso più accorto delle risorse che dipende anche la produttività del lavoro, che non può più essere misurata in giorni, ore, minuti e secondi; ma solo con grado di cooperazione e condivisione che quell’uso saprà sviluppare.

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Val di Susa, la Tav si accaparra solo incubi

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17286/0/162/

Di Paolo Berdini, il manifesto 09.07.2011

La Grecia non insegna nulla ai fautori della TAV, i quali continuano a raccontar balle e a non rispondere alle domande di merito. Il manifesto, 9 luglio 2011

L’accusa più falsa che viene veicolata dal gigantesco network in mano ai poteri forti, riguarda la “perdita” di 670 milioni di finanziamento europeo per realizzare la grande opera causata dalla cecità dei movimenti. Pochi giorni fa sul manifesto, Marco Revelli ha ribadito la verità: se si accetta di prendere il modesto finanziamento si perderanno i 20 miliardi di euro necessari a costruire una gigantesca e inutile grande opera.
20 miliardi di dollari è l’ammontare del debito contratto da Atene per coronare il grande sogno di perseguire la grande opera per eccellenza: le Olimpiadi che si svolsero nel 2004. Era il 1997 quando la capitale greca avanzò la candidatura e in breve tempo si creò il comitato d’affari necessario al raggiungimento del sogno. Grandi banche pronte a finanziare il debito, grandi imprese europee pronte a accaparrarsi i ghiotti appalti finanziati a debito con i soldi pubblici. Il fallimento economico dell’evento fu devastante. Le prime stime del 1997 parlavano solo di 1, 3 miliardi di dollari. Qualche anno dopo, il costo era quadruplicato, salendo a 5 miliardi. A consuntivo sono stati spesi 20 miliardi di euro. Alcuni economisti parlano di una voragine ancora maggiore. Dietro al sogno si nascondeva un incubo.
Le città -in quel caso la meravigliosa Atene- e i territori –in questo caso la val di Susa- sono diventati feudi di proprietà di un ristretto gruppo di istituti di credito, di grandi imprese, di società di rating pronte a seminare il panico sui mercati finanziari. Finanziano la spesa pubblica, se ne impadroniscono -guadagnando fiumi di denaro- e poi chiedono il conto all’intera società. In questi giorni sono stati concessi alla Grecia dall’Unione Europea 120 miliardi di euro di prestiti (il 20% circa serve per sanare il buco olimpico, dunque), e il motivo principale del prestito è che le banche europee rischiavano altrimenti di perdere parte del credito. Con la dilazione del credito riprenderanno i loro soldi e metteranno in vendita un’intera nazione.
La val di Susa sta dimostrando con studi concreti che il fallimento economico della realizzazione della Tav è certo. Non potranno esserci ritorni in termini di passeggeri perché il bacino d’utenza è oggettivamente ristretto. Non potranno esserci ritorni per il transito merci sia perché è dubbio che venga realizzata la linea ad alta capacità, sia perché in Svizzera sono già meglio attrezzati di noi. Nel caso dunque che l’opera andasse avanti per la cecità di chi ci governa e di un opposizione parlamentare culturalmente annientata, tra poco più di un decennio l’intero paese sarà costretto a pagare il debito che avremo contratto per finanziare le imprese e le banche che tengono in ostaggio il nostro ceto politico.
La battaglia della val di Susa assume dunque un valore straordinario. Azzerare l’opera significa risparmiare un fiume di soldi che potrà essere dislocato su altre poste di bilancio. Dal sostegno all’economie locali, ai progetti di messa in sicurezza del territorio e delle città, alla realizzazione dei servizi sociali che ancora mancano lì e in tante altre valli. Altre imprese beneficeranno dei finanziamenti oggi indirizzati solo a quelle poche che controllano il mondo dell’informazione. Un’altra agenda di lavoro, dunque: da un’unica inutile grande opera a tante piccole opere che nel loro insieme fanno un grande progetto di sviluppo. Il territorio come bene comune.
E di fronte a questa sfida, fa pena dover leggere il commento su quanto accade in val di Susa da parte del sindaco di Torino che ha affermato che essere contro la Tav è segno di “regressione culturale”. Parla per se stesso, ovviamente, e per coloro che ancora fanno finta di credere nella favola che le grandi opere portano sviluppo. Portano invece il mostruoso debito che oggi strozza la Grecia. Devono evidentemente nascondere quanto sta oggi avvenendo con spirito bipartisan. Quando Atene vinse la “sfida” olimpica che avrebbe contribuito al collasso economico del paese ellenico aveva di fronte la candidatura della Roma guidata dal centro sinistra. Non contento dello scampato pericolo, in questi ultimi due anni il sindaco Alemanno ha nuovamente candidato la città per le Olimpiadi del 2020 e maggioranza dell’opposizione capitolina rappresentata dal Pd non ha fatto battaglia. Anche ora che le intercettazioni telefoniche a carico di Bisignani e soci svela l’intreccio vergognoso degli interessi e delle speculazioni da parte di coloro che cantavano le lodi della candidatura, prima fra tutti l’Unione degli industriali laziale.

Evidentemente una parte della sinistra è ormai incapace di rompere la subalternità culturale con cui ha guardato alla globalizzazione e il futuro sta nell’intelligenza collettiva della val di Susa.

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Sull’onda anomala degli spread

EDITORIALE di Galapagos

Il Manifesto, 09.07.2011 pag. 1

 http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20110709/manip2pg/01/manip2pz/306366/

L’editoriale con il quale ieri mattina il Financial Times ha commentato la manovra varata da Berlusconi sottolineando che c’è una certa confusione sui numeri e che mancano vere riforme, ha anche profeticamente anticipato: «l’Italia naviga ancora sull’orlo della tempesta». E ieri, per tutta la giornata, l’Italia ha «ballato» sui mercati internazionali sballottata dalle violente onde degli spread. Semplificando: i titoli del debito pubblico italiano (Btp) vengono giudicati parecchio meno affidabili di quelli (a parità di durata) della Germania, chiamati Bund. Il risultato è che il rendimento che debbono pagare i Btp italiani è molto più alto di quello che pagano i bund. Questo differenziale (lo spread) ieri è salito a 247 punti base, ovvero il 2,45%. Semplificando, i Btp italiani a 10 anni pagano tassi di interesse superiori al 5%, mentre quelli tedeschi, più affidabili, sono poco sopra il 3%. Non è cosa da poco per un paese che ha un debito pubblico di quasi 1.900 miliardi: la spesa crescente per interessi su una mole così enorme di debito rischia di vanificare tutti i sacrifici che impongono le manovre correttive.
In soccorso del governo, o meglio dell’economia italiana, è sceso in campo anche Mario Draghi. Per il governatore di Bankitalia, la manovra è un passo importante per il consolidamento dei conti e il pareggio di bilancio è credibile. Draghi ha affermato: «Vedo dai dispacci di agenzia che tensioni scaturiscono da timori di alcuni analisti circa le condizioni dei conti pubblici dell’Italia. La manovra di finanza pubblica decisa dal governo, come detto ieri dal presidente Trichet, costituisce un passo importante per il consolidamento dei conti pubblici. L’anticipo delle misure rende credibili il raggiungimento del pareggio del bilancio nel 2014 e l’avvio di una tendenza al calo del rapporto debito/Pil».
La tensione sui mercati è andata avanti tutta la giornata e in Italia ha penalizzato anche Piazzafari: l’indice Mib ha chiuso con un crollo di quasi il 3,5%, percentuale, di molto superiore alla flessione registrata delle altre borse europee. E nel ciclone sono finiti anche i tassi sui Btp che hanno registrato una pessima risalita fino, appunto, a toccare un spread di 247 punti base con i Bund. Ovviamente la tendenza alla crescita degli spread è generalizzata: in sofferenza è il debito sovrano di tutti i paesi marginali. Non a caso un altro paese sotto tiro è la Spagna i cui tassi sui «decennali» sono vicini alla soglia del 6%. Indubbiamente, alla base dell’aumento degli spread ci sono motivazioni esogene: la forza della Germania, la speculazione che non dà tregua, la debole crescita dell’economia Usa confermata ieri dal dato sul nuovo aumento del tasso di disoccupazione che ha spinto gli investitori a puntare sulla Germania perché in queste condizioni la Bce non aumenterà i tassi. Tuttavia la speculazione trova alimento anche in motivazioni endogene, cioè interne all’Italia.
Olte quello che scrive il Financial Times (che non è poco) occorre aggiungere che la vicenda di Marco Milanese che coinvolge indirettamente Tremonti non è un buon viatico. Allo stesso tempo non è positivo il dato diffuso ieri dall’Istat sul calo dela produzione industriale in maggio, a conferma che la crescita italiana è troppo lenta e, nonostante gli annunci del governo, non sono stati programmati efficaci interveti di stimolo. Magari anticipando la stangata al 2012, utilizzando parte dei soldi non a risanamento dei conti pubblici, ma in incentivi alla domanda. Però Tremonti, che dà del cretino a quasi tutti, ha affermato che la Ue non ci chiedeva di anticipare la manovra e quindi lui non l’ha anticipata. Forse qualcuno dovrebbe spiegargli la differenza tra un contabile e un ministro dell’economia.
Intanto non si placa la polemica sul ruolo delle tre grandi agenzie di rating che con i loro giudizi offrono ampi spazi alla speculazione. Un giudizio durissimo su Mooody’s, Fitch e S&P è arrrivato ieri da Josè Manuel Gonzalez-Paramo, membro del Comitato esecutivo della Bce: le agenzie internazionali di rating «erano parte del problema prima della crisi e continuano a esserlo». Poi ha aggiunto: «Penso che ci sia un consenso a livello globale sulla necessità di renderci indipendenti dalle agenzie di rating e fare i compiti a casa per conto nostro, e cioè sulla base della nostra analisi» dei trend economici. Carol Sirou, presidente di S&P per l’Europa, ha indirettamente replicato affermando, in un’intervista al quotidiano francese Libération che «non sono le agenzie di rating a creare i problemi: le nostre valutazioni riflettono le difficoltà strutturali di un Paese». Molti però osservano che la società di rating in passato hanno commesso grossolani errori di valutazione e, cosa più grave, non sono (o non vogliono) spostare la loro attenzione dal breve al medio periodo. In altre parole non tengono mai conto degli sforzi di correzione dei conti dei paesi. L’esempio più recente è quello portoghese: l’abbassamento del rating è avvenuto subito dopo il varo di una manovra durissima.
Intanto, ieri è aumentato il costo dei contratti derivati (cds, credit default swap) per assicurarsi contro il rischio sul debito pubblico italiano di riflesso alle tensioni: per assicurare 10 milioni di debito pubblico italiano contro il rischio di default sono necessari 243.000 dollari contro i 219.000 dollari di giovedì. I cds a cinque anni sull’Irlanda sono saliti a 900 punti base, (+36 punti su giovedì) e quelli sul Portogallo 1.005 punti (+38), entrambi a nuovi record, mentre quelli sulla Spagna sono saliti di 16 punti a 318. In controtendenza la Grecia con un costo dei cds in calo di 19 punti ma sempre a livelli altissimi (2.100 punti base, ovvero il 21%). I cds portoghesi hanno superato quota 1.000 giovedì all’indomani del declassamento del rating da parte di Moody’s.
Come coda politica, si deve aggiungere la promessa del Pd: «Lunedì presenteremo un’interpellanza urgente per chiedere al governo di avviare l’iniziativa in sede europea per la sospensione immediata delle vendite allo scoperto di cds, degli strumenti derivati e dei titoli speculativi sui debiti sovrani». Per Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del gruppo Pd alla Camera «è evidente che in un momento così critico per i mercati e per la debolezza politica del governo italiano, il nostro debito rischia di diventare il terreno preferito degli speculatori»

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Marchionne chiede di più. Forte dibattito nella Cgil

“Emma così vado via”

Marchionne per una volta non scrive alle tute blu ma a Marcegaglia: l’accordo non ci soddisfa, fate di più o Fiat uscirà da Confindustria

Emma Marcegaglia e Sergio Marchionne

 Antonio Sciotto, Il manifesto,  1 luglio 2011, pag. 2 www.ilmanifesto.it

 A Sergio Marchionne l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil non basta: vuole di più, perché gli accordi siglati a Pomigliano, Mirafiori e alla ex Bertone restano senza soluzione. E così ieri l’amministratore delegato Fiat ha preso carta e penna e ha scritto a Emma Marcegaglia, chiedendo che la Confindustria compia “ulteriori passi” per venire incontro al Lingotto: altrimenti la Fiat, è la minaccia, “uscirà dall’associazione il primo gennaio del 2012”. Un nuovo ultimatum, quindi, dopo i tanti a cui il super manager globale ci ha ormai abituato, ma questa volta indirizzato non agli operai ma ai confindustriali. Marcegaglia risponde a stretto giro di posta, replicando sostanzialmente che a suo parere una soluzione si può trovare già nell’accordo del 28 giugno, ma che se così non fosse, va chiesta una legge ad hoc allo Stato.

Un tira e molla pesante, quello lanciato ieri da Marchionne, e che ha riflessi nel sindacato – con il braccio di ferro tra Cgil e Fiom che si alimenterà di nuova linfa – e nel governo, visto che il ministro Maurizio Sacconi ha subito chiesto di rimando che “le parti firmatarie dell’accordo trovino una soluzione per la Fiat”, ipotizzando anche “una legge ad hoc”.

“Cara Emma – scrive Marchionne – l’accordo raggiunto tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, è sicuramente un risultato di grande rilievo. Mi auguro che, nei prossimi mesi, il lavoro prosegua con ulteriori passi che ci consentano di acquisire quelle garanzie di esigibilità necessarie per la questione degli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Questo ci permetterà di portare a compimento gli investimenti avviati e quelli già programmati. Sono fiducioso che queste condizioni si realizzeranno entro la fine dell’anno. Ho il dovere di informarti che in caso contrario, Fiat e Fiat Industrial saranno costrette a uscire dal sistema confederale con decorrenza dall’1 gennaio 2012”.

Marchionne fa sapere di aver inviato copia di questa lettera “anche ai segretari delle confederazioni firmatarie per confermare che la nostra iniziativa non intende mettere in discussione l’importanza dell’accordo e naturalmente i diritti dei lavoratori. Vogliamo soltanto – conclude l’ad della Fiat – che le nostre persone possano lavorare in un contesto nel quale tutti si assumano i propri obblighi e le proprie responsabilità, come previsto dagli accordi di Pomigliano d’Arco, Mirafiori e Gruglisco”.

A spiegare perché l’accordo non può soddisfare il Lingotto, le parole dello storico dell’industria Giuseppe Berta, ex responsabile dell’archivio storico Fiat: “Innanzitutto non validità retroattiva, e poi lascia scoperti i nodi posti dagli accordi di Pomigliano e Mirafiori; quelli della governabilità e dell’esigibilità delle intese”. Le clausole di tregua sindacale, infatti, osserva ancora Berta, “pur accettate dai firmatari dell’accordo continueranno a essere rigettate da Fiom e Cobas che non vogliono subire nessuna disciplina al diritto di sciopero”.

Tra l’altro si deve notare che la segretaria Cgil Susanna Camusso aveva difeso l’accordo dagli attacchi della Fiom, proprio affermando che esso “è l’opposto di quello che chiedeva Fiat”: giudizio ribadito ieri, dopo la lettera di Marchionne. Ma dall’altro lato, il segretario Fiom Maurizio Landini sottolinea che Marchionne è “prigioniero delle sue coerenze” e chiede la riapertura del tavolo Fiat.

Emma Marcegaglia risponde a tono, non cedendo al momento alle richieste di rivedere l’accoro: l’intesa scrive la leader della Confindustria rispondendo a Marchionne, “non può essere messa in discussione”. “A noi sembra che l’accordo soddisfi anche le vostre istanze, in quanto gli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco possono facilmente rientrare nelle nuove norme pattuite – dice ancora Marcegaglia alla Fiat – Mi riferisco in particolare alle regole riguardo l’esigibilità degli accordi conclusi con una maggioranza di rappresentanti dei lavoratori, alla clausola di tregua e all’adattabilità dei contratti aziendali”. “Se invece non ritieni utile la praticabilità di questa via, al fine di ottenere garanzie riguardo agli accordi già raggiunti nel gruppo Fiat a fronte della causa intentata dalla Fiom – conclude la leader degli industriali rivolgendosi direttamente a Marchionne – non vediamo altra strada se non quella di un intervento legislativo con effetto retroattivo che, in quanto tale, non è nella disponibilità di Confindustria”.

 

LO SCONTRO TRA FIOM E CGIL

Landini a Camusso: “Sospendere la firma fino al voto dei lavoratori”

 An. Sci. Il manifesto, 1 luglio 2011, pag. 2

Maurizio Landini Segretario generale Fiom

E mentre la vicenda Fiat si arricchisce di un nuovo capitolo, con lo scambio di lettere Marchionne – Marcegaglia e la minaccia del Lingotto di uscire da Confindustria, è sempre più alto lo scontro tra Cgil e Fiom. Ieri un infuocatissimo Comitato centrale ha decretato il no assoluto dei metalmeccanici all’accordo siglato il 28 giugno da imprese, Cgil, Cisl e Uil. Il segretario Maurizio Landini, confortato dalla sua maggioranza interna alla categoria, ha chiesto ufficialmente alla Cgil di “tenere in sospeso la firma finché non ci sarà stata la consultazione dei lavoratori”. Per tutta risposta la segretaria Susanna Camusso si dice “preoccupata dalla vera, distante valutazione che abbiamo con la Fiom”.

Insomma, si preannunciano giorni di passione, con in vista il Direttivo Cgil dell’11 luglio, quando dovrà essere non solo approvato definitivamente l’accordo, ma che dovrà affrontare anche il tema – a questo punto spinoso – della consultazione: Camusso aveva annunciato che avrebbe chiesto a Cisl e Uil di far votare tutti i lavoratori, o che in subordine si sarebbero almeno espressi i soli iscritti Cgil.

“Se l’accordo è un passo avanti sarà anche l’ultimo passo avanti che faremo perché altri non ce ne faranno fare – ha detto Landini davanti al Comitato centrale Fiom – L’accordo non solo non prevede il voto di tutti i lavoratori ma indebolisce il contratto nazionale, apre alle deroghe su cui per anni abbiamo detto no”. “ Se la Cgil firmerà definitivamente questo accordo – prosegue il leader dei meccanici – avrà fatto un capolavoro perché l’intesa non risolve i problemi di Fiat ma estende a tutto il mondo industriale le nuove regole su deroghe e contro gli scioperi”.

Ecco dunque la richiesta avanzata a Susanna Camusso e alla Cgil: “Bisogna sospendere la firma fino alla conclusione della consultazione – dice Landini – Una consultazione che dovrà essere fatta solo tra gli iscritti alla Cgil e nelle sole categorie coinvolte dall’intesa, senza estenderla anche a quelle che non sono toccate dall’accordo siglato”. Chiaro che il segretario Fiom teme un effetto “colletti bianchi”: come a Mirafiori, con un sì all’accordo Fiat che aveva vinto grazie al voto massiccio dei capiarea, non interessati in prima persona ai ritmi alla catena di montaggi, ribaltando il no proveniente dalle tute blu alla linea.

Poi il messaggio diretto, personale, a Susanna Camusso, e alle sue dichiarazioni sulla Fiom: “Una cosa non accetto – ha detto Landini – quando leggo che la Fiom sta dicendo cose false e chiedo che questo venga retificato. Lo chiedo in modo esplicito. Si rischia di mettere in discussione la fiducia delle persone”.  L’altroieri la numero uno della Cgil, subito dopo l’incontro in cui aveva esposto l’accordo ai segretari di categoria (e dunque anche allo stesso Landini), aveva detto infatti che “la Fiom sbaglia: dice cose false e imprecise”.

Ieri Susanna Camusso ha comunque replicato, soprattutto alle accuse avanzate da Giorgio Cremaschi, che ne aveva chiesto esplicitamente le dimissioni; “Quei termini non mi appartengono e non appartengono nemmeno alla Cgil. Invece di dissenso si parla di tradimento. Ognuno si assuma le sue responsabilità – aveva detto riferendosi alla parola porcellum, usata da Cremaschi per definire l’accordo – Porcellum è un insulto: ogni militante Cgil considera tale un termine usato anche per la legge di Calderoli”.

In ogni caso, al di là delle divergenze, sia da Landini che da Camusso è arrivato un invito alla Fiat, dopo la lettera di Marchionne: “Adesso di riapra il tavolo”.

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