Archivio mensile:giugno 2011

La Camusso firma l’accordo peggiore

Un articolo ed una intervista pubblicati su il manifesto di oggi che spiegano i contenuti dell’accordo firmato ieri (29.06.2011) dal Segretario generale della Cgil Susanna Camusso. L’accordo interviene introducendo “nuove” regole per la rappresentanza dei lavoratori  concedendo sostanzialmente ampie facoltà di deroga per le aziende nell’applicazione dei contratti nazionali. Se la soddisfazione di Confindustria è scontata, così come quella di Cisl e Uil, rimangono da capire le motivazioni che hanno portato a condividere il testo al Segretario della Cgil un gesto che ha provocato e provocherà una forte discussione all’interno del maggior sindacato italiano e soprattutto ha già visto la contrarietà della Fiom.

 

La Cgil firma l’accordo peggiore

 Oggi verifica formale in segreteria. Controriforma del sistema contrattuale e della rappresentanza

 Di Loris Campetti, il manifesto, pag. 7 del 30.06.2011

www.ilmanifesto.it

 La notte non ha portato consiglio a Susanna Camusso: la segretaria della Cgil ha firmato con Cisl, Uil e Confindustria la controriforma delle relazioni sindacali e della rappresentanza. Il testo non è ancora noto neanche ai segretari nazionali  e generali di categoria, ma da quel che è trapelato potrebbe essere sancita la messa in mora del diritto di sciopero, la sostituibilità del contratto nazionale con quello aziendale come pretendeva la Fiat per non uscire da Confindustria, la non obbligatorietà del voto ai lavoratori, la possibilità per i sindacati di “nominare” i delegati. Oggi si riunisce il vertice della Cgil.

Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia

Si può firmare un testo più che impegnativo che modifica un accordo fondamentale – nel bene e nel male – come quello del ’93 con cui si sono regolati 18 anni di relazioni sindacali senza un mandato formale, qualora l’accordo abbia dei contenuti la cui legittimità, o illegittimità, sta per essere sentenziata da un giudice? Si può impedire ai lavoratori di votare accordi e contratti che li riguardino, mettere in mora il diritto di sciopero (la chiamano tregua) con un accordo di solo vertice? Nel momento in cui scriviamo l’atteso – e da qualcuno temuto – confronto tra i vertici di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil è ancora in corso, e i tempi lunghi potrebbero far pensare a una “felice” conclusione. Un accordo che potrebbe entrare in contraddizione, anzi negare decisioni prese da un precedente direttivo nazionale della Cgil su democrazia, rappresentanza e intoccabilità dei contratti nazionali.

La domanda iniziale ottiene una risposta proprio mentre chiudiamo il giornale: sì, si può firmare e la Cgil ha firmato. Probabilmente, come si dice in sindacalese, Susanna Camusso ha “siglato” Cgil riservandosi di trasformare la sigla con la sua firma dopo aver informato la segreteria dell’organizzazione allargata ai segretari generali delle categorie. Lunedì il direttivo della Cgil si era chiuso senza un voto che desse un mandato alla segretaria generale Susanna Camusso a firmare, non essendo ancora noti i dettagli – l’essenza di ogni accordo sindacale – del testo proposto da Emma Marcegaglia. Dunque Camusso, prima della firma, dovrebbe quantomeno presentarsi alla segreteria allargata ai segretari di categoria (convocati per oggi), prima di suggellare l’accordo “storico” con la sua firma.

Nel direttivo chiara era stata la posizione della minoranza: nessuna delega in bianco, non firmiamo senza aver visto il testo finale. I punti più caldi, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, riguardano la possibilità di sostituire i contratti nazionali con quelli aziendali: la Fiat ha detto a chiare lettere che uscirà da Confindustria qualora non venisse assunta la filosofia del contratto di Pomigliano, Mirafiori e Bertone imposta con referendum-truffa. Contratti in cui è sospeso il diritto di sciopero, abolito il contratto nazionale e il principio “una testa un voto”, sostituire le Rsu con le Rsa (i lavoratori non potrebbero eleggere i propri rappresentanti, nominati invece dai sindacati degli accordi. I non firmatari non eserciterebbero più attività sindacale).

Questi erano i punti contestati in teoria dall’intera Cgil, almeno fino a due giorni fa, ribaditi lunedì con forza dalla Fiom e dall’area “La Cgil che vogliamo”. Ancora ieri, il segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini ha ripetuto l’assoluta contrarietà della Fiom a un modello che non preveda l’obbligatorietà del contratto nazionale, il diritto di sciopero e a eleggere i propri rappresentanti. Ieri l’incontro più delicato è iniziato alle 15.30 alla foresteria della Confindustria, con tutti i partecipanti – i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Emma Marcegaglia e il vicepresidente dell’organizzazione padronale Alberto Bombassei – ottimisti sull’esito positivo. Il confronto è andato avanti per tutto il pomeriggio e la sera in un “clima disteso”, con dichiarazioni dal versante della politica, del Governo e della Fiat che incitavano a chiudere, unitariamente e in fretta. Un pressione a 360 gradi sulla Camusso ad avere coraggio e a liberarsi della palla al piede. Inutile dire che la palla al piede è la Fiom. I contenuti dell’accordo non sono noti. Non al manifesto, ma agli stessi segretari della Cgil.

 

L’INTERVISTA – Gianni Rinaldini: l’”avviso comune” cancella il diritto di voto dei lavoratori

“È il suicidio del sindacato”

Il coordinatore de “La Cgil che vogliamo” boccia senza appello metodo e merito dell’accordo con Cisl, Uil e Confindustria sulla rappresentanza e i contratti

 Rocco Di Michele, il manifesto, pag. 7 del 30.06.2011

 “Lunare e imbarazzante”. Per Gianni Rinaldini, 8 anni da segretario generale della Fiom, ora coordinatore dell’area “La Cgil che vogliamo” e membro del Direttivo nazionale di Corso Italia, la discussione che va avanti tra Confindustria e i sindacati è fotografata da questi due aggettivi. Che valgono però anche per il dibattito interno alla Cgil.

Gianni Rinaldini

 

Sembra abbiano firmato l’accordo…

È la conferma delle voci che dicevano che il testo c’era già. Non è credibile che in una trattativa così complicata abbiano fatto tutto nel giro di poche ore.

Si apre un problema nella Cgil?

Non è stato presentato nessun testo scritto. Al tavolo non c’era neppure una “delegazione trattante”.

Han fatto tutto in due o tre della segreteria. Una roba inaccettabile nella vita interna della Cgil. Non c’è stato nemmeno un “ufficio” ad affiancare, come si fa di solito, con i segretari di categoria. Nei miei ricordi, trattative così importanti e delicate vedevano la Direzione della Cgil (ora non c’è più) convocata in seduta permanente e in continuo contatto con la delegazione al tavolo. Viene siglato o firmato un accordo assolutamente misterioso per i segretari generali di categoria e il coordinatore di un’area nazionale della Cgil. Di fatto il Direttivo sarà messo nelle condizioni di votare una sorta di “fiducia” alla segretaria. Sì, esiste ormai un problema di democrazia nella vita interna della Cgil.

Non si è discusso abbastanza?

Con il meccanismo sviluppatosi purtroppo negli ultimi anni, ogni votazione del comitato direttivo si configura alla fine come un voto di fiducia sul segretario generale. Pensando in questo modo di annullare l’articolazione del dibattito esistente. Stavolta non mi sorprenderei che qualcuno, rientrato recentemente in Cgil come coordinatore della segreteria del segretario generale, dopo aver svolto a lungo  ruoli amministrativi (Gaetano Sateriale, ndr), abbia in questi giorni lavorato alla definizione del testo.

Cosa sai sul merito dell’accordo?

È riassumibile in un aspetto centrale decisivo, da cui discende tutto il resto: lavoratori e lavoratrici non sono chiamati a votare le piattaforme e gli accordi che li riguardano. Il meccanismo individuato prevede che attraverso la “certificazione” (un mix tra iscritti e voti alle rsu) le organizzazioni che superano il 50%+1 possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi. Questo è devastante. Perché nega la democrazia, che assieme al conflitto è l’unico strumento a disposizione dei lavoratori per intervenire sulla propria condizione. E inquina fortemente gli stessi tavoli di trattativa, perché quando si parla tra soggetti sociali espressione di interessi diversi, non si è un club di amici. È prevedibile che si darà vita ad un mercato del tesseramento, teso a favorire le organizzazioni più disponibili a cercare accordi. Non mi sorprenderebbe che arrivassero pacchi di iscritti a questa o quell’organizzazione. Sta nelle cose.

Qual è il punto di principio?

Non sottoporsi al voto e al giudizio dei lavoratori vuol dire affermare il concetto che i contratti sono proprietà delle organizzazioni sindacali, e non fanno capo all’espressione della volontà dei soggetti interessati. Non era mai avvenuto che la Cgil istituzionalizzasse in un accordo che questi sono validi senza il pronunciamento dei lavoratori. Tutt’al più in questi anni, si è discusso sulle forme della consultazione. Faccio presente che gli accordi separati dei metalmeccanici, nel 2001 e nel 2003, avvennero proprio sul referendum tra i lavoratori  a fronte di posizioni diverse. In ambedue i casi, Fiom e Cgil decisero congiuntamente.

Che fine fanno le rsu?

A livello aziendale lì dove ci sono le rsu queste decidono senza il voto dei lavoratori; dove ci sono le rsa i lavoratori possono votare il loro contratto. Inoltre sulle deroghe, c’è una questione che non ho capito e che è inaccettabile: invece di “deroghe” si parla di “adattabilità” a livello aziendale. È anche peggio delle “deroghe definite”.

E sul diritto di sciopero?

Anche qui, o non ho capito bene oppure è inaccettabile: si parla genericamente di possibilità di una “tregua”, che in termini sindacali non può che voler dire tregua sugli scioperi. La clausola della Fiat, insomma. Ma la Cgil non ha mai firmato limiti all’esercizio del diritto di sciopero. E mi domando: se si accettano questi criteri in una trattativa con le aziende private, non credo si possano affermare cose diverse nel corso di una trattativa interconfederale con il governo. Penso che questa operazione sia il suicidio della Cgil.

Ma perché la Cgil si va a suicidare?

Non vorrei che fosse per le cosiddette “ragioni politiche”… Una divisione sindacale può creare problemi a partiti che in tutti questi anni si sono limitati a dire “fate l’unità”, per evitare di pronunciarsi sul merito. Poi c’è l’idea folle per cui, in questo modo, si creerebbe un rapporto “dinamico” nei confronti del governo “tra le forze sociali”, con Confindustria. E questo alla vigilia di una manovra economica in cui il contributo di Confindustria è chiedere sia ancora più pesante nei confronti dei lavoratori…

In queste condizioni, com’è possibile fare opposizione alla manovra?

La Cgil non potrà che decidere le necessarie iniziative di lotta contro la manovra. Sarà difficile spiegare che un accordo che annulla la democrazia dei lavoratori sia un elemento che rafforza iniziative contro il governo.

Se la democrazia sta così, anche in Cgil, come si cambiano le cose?

Siamo di fronte a una questione enorme. Abbiamo già convocato l’assemblea dell’area congressuale per il 13 luglio (dopo il direttivo dell’11-12), lì decideremo le iniziative conseguenti. È incredibile, con quello che è successo in altri paesi europei e in Italia – il voto di amministrative e referendum, il crescere di forti movimenti fondati sulla richiesta di partecipazione e democrazia –la Cgil non trovi di meglio che negare a chi lavora un diritto democratico fondamentale. Con l’evidente rischio di complicare tutti i rapporti con tutti i movimenti che ci sono nel paese, a partire da studenti, precari, diverse forme di autorganizzazione e iniziative. Ed è ora di dire che il “patto di stabilità” europeo va assolutamente cambiato.

In quale direzione?

Questo è un patto tutto finalizzato alla stabilità monetaria, senza alcuna politica: sociale, sull’ambiente, sull’armonizzazione fiscale. Niente. Alla fine l’Europa si presenta solo con la faccia dei vincoli monetari.

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Sondaggio Emg (27 Giugno) per il Tg la7

Risalgono il Pdl e l’Idv, Lega sotto il 10%, diminuiscono gli indecisi

lunedì 27 giugno 2011

 PDL 28,9% (+0,5%)

LEGA NORD 9,9% (-0,1%)

LA DESTRA 1,6% (INV)

Totale cdx 40,4% (+0,4%)

 

FLI 2,8% (-0,4%)

UDC 6,1% (+0,1%)

API 0,8% (INV)

MPA 0,6% (-0,1%)

Totale centro 10,3% (-0,4%)

 

PD 28,2% (-0,4%)

IDV 6% (+0,5%)

SEL 7% (INV)

RAD 0,6% (INV)

PSI 1% (INV)

VERDI 0,4% (INV)

Totale Csx 43,2% (+0,1%)

 

FDS 1,4% (-0,2%)

M5S 2,5% (-0,1%)
Altri Partiti 2,2% (+0,2%)

Indecisi 15,9% (-2,7%)
Bianche 2,8% (-0,3%) 
Astensione 24,9% (-0,1%)

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Dopo il referendum: Hera o non Hera è il tempo del comune

Sono coraggiose e anche condivisibili le recenti prese di posizione di Stefano Vitali in merito ad Hera. Esse confermano ciò che tutti i cittadini hanno avuto modo di verificare da quando, nel 2002, Hera è stata quotata in Borsa. Un limite però ce l’hanno: sono forse parziali e un po’ tardive.

Il sistema di Hera è una società pubblica teoricamente, ma assolutamente privata nella realtà, in cui si realizza perfettamente il modello del capitalismo finanziario. I dati pubblicati sul sito del gruppo ci dicono che fra il 2009 e il 2010 l’azienda ha subito una contrazione dei ricavi del 16%, mentre il margine operativo lordo è aumentato del 10,6% solo grazie alla cessione del 25% di Herambiente ad un operatore estero del settore, Eiser Infrastructured. Una operazione puramente finanziaria su cui i soci, cioè i comuni, quindi i cittadini abbiano potuto dire nulla. La costituzione di Herambiente SRL, che si occupa di infrastrutture, particolarmente di inceneritori, ha prodotto come effetto sulle scelte industriali, sulle scelte che più incidono sulla qualità della vita dei cittadini come ad esempio se creare incenitori o potenziare la raccolta differenziata, il risultato che nè i comuni e tanto meno i cittadini possano dire nulla e siano informati sulle scelte.

Il management di Hera è assolutamente autoreferenziale e con la scusa che la società è quotata in Borsa il riferimento è diventato unicamente il mercato. Il management fa un ragionamento di questo tipo: “noi dobbiamo rispondere al mercato, alla quotazione in Borsa” e questo è il motivo per cui fanno praticamente ciò che vogliono, i comuni lasciano fare perché poi si spartiscono gli utili, utilizzati per interventi tutt’altro che inerenti ai servizi ambientali o idrici. Se il politico deve fare la politica, cioè rispondere ai cittadini, in questo caso si è espropriata al pubblico una funzione, quella di disegnare una politica nei confronti della generazione presente e di quella futura, il politico si è privatizzato il cervello e questo, secondo me, è il punto.

Una visione liberale, non comunista, prevede tre spazi: il mercato, il pubblico e l’individuo, ognuno di questi ha un proprio livello di responsabilità, Hera, invece, è diventata totalmente irresponsabile grazie alle scelte, o meglio non scelte, delle amministrazioni che l’hanno creata.

Fino a qui il versante delle responsabilità poltiche, ma che cosa dice, invece, il management di Hera? Quali sono le motivazioni che adduce?

Quando il management di Hera fa gli investimenti li fa sulla base di una decisione della politica e guardando agli investitori borsistici, non certo ai cittadini. Gli investimenti sono approvati dall’azionista, i comuni, il pubblico sostanzialmente decide e il management è lo strumento. Loro fanno ciò che è stato detto dai politici, qual’è adesso il problema che gli inceneritori fanno male? Ha scelto la politica, il management è il braccio secolare del sindaco o del presidente della provincia, quest’ultimo con importanti funzioni previste dalla legislazione regionale sul controllo e sulla regolazione quindi con un certo potere di intervento sulle scelte di Hera. Il regime in cui opera Hera è contraddistinto dal più ferreo monopolio, una economia chiusa forse solo paragonabile all’economia pianificata. Infatti, qual’è quell’impresa che riceve soldi per ottenere materie prime (le tariffe sui rifiuti) e ottiene soldi per trasformare le stesse materie prime, ossia l’incenerimento dei rifiuti che produce energia che l’azienda colloca poi sul mercato?

Più che una spallata a Berlusconi l’esito dei referendum sui servizi pubblici locali, non solo l’acqua: attenzione, chiede alla politica di cambiare il proprio modo di ragionare e di sostituire alcuni concetti e pratiche. Una per tutte: non considerare più le aziende partecipate come spazio dove esercitare il funzionariato occulto dei partiti, ossia quella pratica di collocare del proprio personale fedele o per risarcimento politico nelle aziende, sostituendo il concetto stesso di pubblico da sempre gestito da soggetti privati come i partiti, troppe volte per propri fini e interessi, con quello di beni comuni cioé di beni irriducibili alle logiche di profitto tanto più se questo profitto avvantaggia chi dovrebbe tutelare il bene comune cioé la politica.

Di Eugenio Pari, 17.06.2011

eugenio_pari@yahoo.i

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Svelato l’imbroglio urbanistico

Di Paolo Berdini, il manifesto 5 giugno 2011, pag. 6 

La sindaca credeva che indicare Lupi fosse vincente. Ma i guasti dei cementari sono sotto gli occhi di tutti i votanti

Le elezioni amministrative indicano per la prima volta dopo vent’anni la possibilità di aprire una nuova prospettiva per il futuro delle città. La tornata elettorale ha infatti dimostrato che il ventennio dell’urbanistica contrattata può dirsi concluso per sempre.

A Milano, Letizia Moratti aveva tentato la carta vincente annunciando che nel caso di vittoria al ballottaggio avrrebbe nominato Maurizio Lupi assessore allo sviluppo del territorio. Lupi non è un personaggio qualsiasi. Già assessore all’urbanistica dal 1997 al 2001, con il sindaco Albertini, poi deputato Pdl, esponente di primo piano di Comunione e liberazione, amministratore delegato di Fiera di Milano congressi.

Sul tema delle città, Lupi è stato uno degli esponenti più determinati nel tentare di cancellare l’urbanistica dal panorama legislativo italiano. Lo ha fatto come assessore a Milano praticando oltre ogni limite l’urbanistica contrattata. Lo ha fatto come parlamentare con la proposta di legge che porta il suo nome e che non è stata approvata nel 2006 per un miracolo. In quella legge c’era scritto che le amministrazioni pubbliche e la proprietà fondiaria hanno stesse prerogative nel governare il territorio: è l’economia che deve prevalere ad ogni costo. Letizia Moratti aveva dunque sperato di avere l’asso nella manica, affidandosi alla speculazione immobiliare per recuperare consensi.

Pisapia ha vinto con largo distacco. Per la prima volta la lobby del cemento ha fallito il colpo e dobbiamo chiederci perché. Finora, infatti, la cultura urbana liberista era stata egemone. Urbanisti folgorati sulla via di Damasco si sono messi a cantare le lodi del mercato come unica possibilità di salvezza delle città. Le amministrazioni di centrosinistra hanno fatto propri i paradigmi degli avversari e anche l’opinione pubblica ha dimostrato consenso verso questa impostazione.

A Roma la giunta di Veltroni ha rovesciato 70 milioni di metri cubi di cemento (il micidiale Pgt di Milano ne contiene “soltanto” 35 milioni) e nessuno ha fiatato. A Torino sono state approvate circa 150 varianti urbanistiche per lo più ritagliate sulle esigenze della proprietà fondiaria. A Firenze hanno aperto le porte a Ligresti e, se non fosse sufficiente, basta andare a vedere l’inaudito scempio della scuola della Guardia di Finanza. A Venezia, l’isola del Lido viene devastata dal cemento perché solo così si può ristrutturare il Palazzo del cinema. la macchina del consenso funzionava.

Perché allora a Milano il collaudato gioco non ha funzionato? Perché i risultati del ventennio dell’urbanistica liberista sono ormai sotto gli occhi di tutti e i cittadini hanno giudicato sulla base della propria esperienza. Lo hanno fatto le giovani coppie a cui avevano fatto credere che Santa Giulia era il modello di città nuova. Si sono indebitate con un mutuo ed hanno scoperto che la proprietà aveva costruito scuole e abitazioni su un mare di sostanze velenose. Lo hanno fatto le coppie di anziani che – come nel caso della zona Garibaldi – vedono sorgere mostruosi grattacieli che sconvolgono il tessuto della loro città solo per far guadagnare un pugno di speculatori. Lo hanno fatto tutti i milanesi nel vedere che la cancellazione delle regole nelle città (dai “piani casa” al “decreto sviluppo) serve solo a spregiudicati speculatori, compresi i rampolli dell’aristocrazia proprietaria, per fare ciò che vogliono, compresa la casa di batman. A Milano hanno dunque compreso l’imbroglio dell’urbanistica liberista che aggrava le condizioni di vita di tutti per favorire i guadagni di pochi. Ma non è finita, perché la parte più avveduta del sistema finanziario ha compreso, essendo esposta per enormi cifre, che continuare ad espandere le città è ormai un gioco folle. C’è troppo invenduto in ogni città d’Italia e continuare così porterà inevitabilmente ad un pericoloso corto circuito.

Lo straordinario merito di Pisapia è stato quello di aver fornito una figura di grande credibilità culturale e morale a questi segmenti di società abbandonati dalla politica. Da Milano arriva dunque un segnale che dobbiamo utilizzare senza incertezze. Al pari del ragionamento sul comparto Italcantieri su cui si è soffermato queste pagine Guido Viale, le città possono diventare un grande cantiere diffuso che consente la nascita di migliaia di piccole imprese qualificate nel risparmio energetico degli edifici, nella sicurezza e nella sostituzione dell’uso dell’automobile con sistemi su ferro. Una grande riconversione produttiva, dunque, l’unica prospettiva di uscita dalla crisi che può essere disegnata dallo schieramento che ha conquistato Milano, Napoli e tante altre città.

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