Archivio mensile:febbraio 2011

Lettera aperta sul fenomeno mafia a Rimini

Rimini, 27 febbraio 2011
Nella prima metà degli anni ’80 l’allora sindaco di Rimini Zaffagnini, in occasione di una conferenza del Pci lanciò un allarme sul pericolo di infiltrazioni mafiose nel territorio riminese.

Eugenio Pari

Nel 1993 il Giudice Morosini, in occasione di una pubblica conferenza sulla relazione della Commissione antimafia, snocciolò una serie di dati sul fenomeno di infiltrazione mafiosa nel nostro territorio, in quell’occasione il direttore di un quotidiano locale gli spiegò “che quei dati era meglio non pubblicarli perché avrebbero creato un allarmismo nocivo all’immagine turistica”.

Nel 1995 il Dipartimento investigativo antimafia aveva segnalato alle Istituzioni locali la presenza di più di 2.000 tra boss e affiliati in Emilia Romagna.

Da anni, questi episodi riportati lo testimoniano, il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa a Rimini è una preoccupante realtà. Per molteplici motivi le amministrazioni e le istituzioni locali hanno fornito risposte francamente al di sotto della portata del problema. Amaramente prendiamo atto di una impasse delle istituzioni, però la società civile non è stata ferma così va riportata l’attività di associazioni come “vedo sento e parlo”, dei giovani che periodicamente si recano a lavorare volontariamente nei terreni confiscati alla mafia e di autorevoli studiosi come il Prof. Ennio Grassi. È proprio il caso di dire che la società è molto più avanti e vigile dell’intera classe politica.

Il problema della criminalità organizzata è un problema che va al di là delle divisioni politiche, un problema che investe tutta la società e le sue componenti partendo dalle associazioni economicamente più rappresentative come quelle datoriali, del commercio e dall’intero settore bancario. Per iniziare a contrastare la criminalità organizzata bisogna prima di tutto far rispettare le normative esistenti come il codice dei contratti pubblici (D.L. 163, art. 118, comma 11) che obbliga gli appaltatori e le committenze alla trasparenza e rimanendo nel campo dell’applicazione legislativa contrastare risolutamente le forme di lavoro nero e grigio, il dispositivo della legge regionale sul contrasto alla criminalità organizzata fa leva sull’applicazione di questa norma.

Occorrerebbe altresì riuscire a controllare la filiera dei flussi di denaro che per motivi di vicinanza rispetto alla Repubblica di San Marino rende molto appetibile dal punto di vista logistico la nostra realtà per le organizzazioni criminali. Occorre sostenere una cultura della legalità, nelle giovani generazioni e nella classe imprenditoriale. Scegliere di stare dalla parte della legge deve essere un percorso sostenuto dalle istituzioni locali. In questo senso credo che un primissimo passo delle istituzioni locali potrebbe essere la reintegrazione del corso di Storia della criminalità organizzata che, invece, è stato annullato presso la sede universitaria di Rimini, un corso che era seguitissimo e tenuto da uno dei massimi esperti del settore il Prof. Ciconte.

Le ragioni di questa piaga sono note, sostenere che per contrastare questo fenomeno bastano gli anticorpi della collettività riminese è autoconsolotario ed errato, perché è nella comunità riminese che le organizzazioni criminali stanno dilagando. Infine una citazione del Magistrato Pier Camillo Davigo: “ la criminalità organizzata è vendita di protezione privata, mentre la corruzione è vendita di poteri pubblici. L’Italia rischia di diventare il primo paese occidentale in cui la corruzione è arrivata a un livello che gli specialisti definiscono di state capture: questo significa che uno o più soggetti privati prendono il sopravvento sull’esercizio del potere decisionale dell’agente pubblico”.

Non serve più lanciare allarmi o sostenere che occorrono iniziative, oppure, ancora, fare appello agli anticorpi sociali dei riminesi, occorrono iniziative da parte delle Istituzioni locali ora e subito.

Eugenio Pari

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Rivolta nella Banlieu Padana

 Dal Corriere della Sera e la Repubblica, 14 febbraio 2010, il disastro sociale (e urbanistico) delle nostre città, che esplode. Siamo solo all’inizio? (f.b.)

tratto da: http://www.eddyburg.it/article/articleview/14675/0/307/

banlieues, banlieue

 

la Repubblica ed. Milano
Via Padova, rivolta nella banlieu
di Oriana Liso e Franco VanniL´omicidio di un giovane egiziano di 20 anni scatena la rivolta nella banlieue di via Padova. Gli africani sono scesi in strada, hanno rovesciato auto, spaccato vetrine e scatenato una vera e propria caccia ai sudamericani, ritenuti autori del delitto. E l´estrema periferia di Milano ha vissuto una serata di guerriglia, con polizia e vigili che hanno faticato a placare la rabbia degli egiziani e, a un certo punto, anche delle famiglie italiane che hanno cominciato a lanciare oggetti dalle finestre per invitare gli extracomunitari ad andarsene. I residenti accusano: «Avevamo segnalato lo stato di tensione tra i diversi gruppi etnici, ma nessuno è intervenuto».
Aveva trovato casa proprio ieri in via Arquà, a pochi passi da dove è morto. Ahmed Abdel Aziz el Sayed Abdou, nato nel ‘90 ad Al Sharkia, in Egitto, era arrivato in Italia da clandestino quattro anni fa. Lavorava come pizzaiolo e venerdì aveva finalmente ottenuto il permesso di soggiorno. I suoi amici, ma anche centinaia di nordafricani, ieri sera in via Padova, hanno deciso che rivolevano il suo corpo, non volevano lasciarlo agli italiani. Volevano quello e volevano vendetta, una vendetta cieca, contro tutto e tutti: così è partito l´incendio di via Padova, ieri sera. Con i nordafricani contro i sudamericani, gli italiani contro gli stranieri, tutti. Per quattro ore, tra via Padova e via Porpora – dove ha sede il consolato egiziano – le strade sono diventate terreno di caccia, i negozi sono stati devastati, i passanti costretti a fughe precipitose per non trovarsi tra lanci di bottiglie e manganelli. E l´odio per gli extracomunitari di una parte dei residenti della zona – che denuncia di sentirsi ostaggio degli stranieri – è esploso in risposta alla devastazione.
Mentre la polizia e i carabinieri erano impegnati con la scena del delitto, la polizia locale – che, tra le forze dell´ordine, qualcuno accusa di non aver agito seguendo le procedure necessarie in una situazione così tesa – ha bloccato il traffico nella zona, fermando con i manganelli in aria anche le decine di nordafricani che, chiamandosi l´un l´altro, stavano arrivando in via Padova per capire cosa stesse succedendo. Ma quasi subito la rabbia per la morte di Ahmed si è trasformata in furia cieca quando alcuni hanno saputo della rissa sull´autobus con il gruppo di peruviani, gli assassini del ragazzo. A farne le spese, per primo, il bar ristorante “Machu Pichu” al numero 80, ma poi è stata una rapida sequenza. I testimoni raccontano di orde di ragazzi urlanti che si avventavano soprattutto contro i negozi sudamericani, ma senza risparmiare gli altri nonostante i gestori cercassero di chiudere velocemente le saracinesche, di automobilisti che tentavano disperate retromarce e inversioni a U per evitare di trovarsi tra gli scontri.
Un gruppo di nordafricani si è diretto verso la metropolitana, altri hanno continuato a tenere in scacco le traverse di via Padova mentre la polizia cercava di ristabilire la calma. Ma la seconda fase della rivolta è andata in scena tra via Lulli e via Porpora. Qui una settantina di nordafricani – tutti molto giovani, egiziani ma non solo – ha tentato di raggiungere il consolato egiziano. Lungo il percorso, però, mentre loro ribaltavano auto e distruggevano i cartelli stradali tra via Leoncavallo e via Predabissi, è partita la rivolta degli italiani. Dalle finestre sono volate anche sedie, oltre alle urla contro gli stranieri. Raccontavano, a tarda sera, i residenti del quartiere: «Combattiamo da anni, ma senza risultati: ci sono palazzi trasformati dagli stranieri in fortini, in ghetti dove non si può entrare. E la polizia, che pure cerca di fare il possibile, non basta». In quelle strade i problemi si sommano: scarsa integrazione tra le tante etnie presenti, lo spaccio – «che ora è un po´ diminuito, da quando ci sono i militari» – le aggressioni per rapina a tarda sera, quando le strade diventano terra di nessuno. Il timore, ora, è che le quattro ore di rivolta di ieri sera siano l´anteprima di una nuova fase di tensione, come già era successo due anni fa dopo l´omicidio di Abba, il giovane originario del Burkina Faso ucciso da un negoziante per un pacco di biscotti. La polizia ha lavorato febbrilmente per tentare di parlare con qualcuno, tra i rivoltosi, che avesse la capacità di fermare gli altri.

Il Corriere della Sera
Scontri tra immigrati Un morto, poi la rivolta La Lega: espelliamoli
di Michele Focarete

L’omicidio di un ragazzo di 20 anni, egiziano, dopo una rissa tra stranieri in strada ha scatenato la rivolta degli immigrati in via Padova, centro di uno dei quartieri multietnici di Milano. Il giovane è stato ucciso con una coltellata in pieno petto da sudamericani. A quel punto, per vendicarsi, gruppi di nordafricani si sono riversati in strada spaccando auto, danneggiando negozi e rompendo vetrine. Bloccati i mezzi pubblici. Il caos nella zona è durato per ore. Il vicesindaco De Corato: «Inaccettabile Far West». Già programmato un consiglio straordinario sulla sicurezza. Lega all’attacco: chiede «espulsioni casa per casa».

Milano sotto choc. Ferita e spaventata. Per oltre 5 ore un intero quartiere, da via Padova a Loreto, è stato messo a ferro e fuoco da gruppi di nordafricani che, per vendicare l’uccisione di un connazionale, hanno scatenato l’inferno. Auto distrutte e ribaltate, negozi assaltati, vetrine infrante. Mezzi pubblici bloccati. Con la polizia in assetto di guerra che a fatica è riuscita a tamponare situazioni di vera caccia all’uomo. Cinque ore nelle quali è accaduto di tutto: un morto, un ferito e la protesta che ha rischiato di degenerare in tragedia. Solo verso tarda sera la situazione è ritornata sotto controllo, con i carri attrezzi che hanno rimosso le decine e decine di macchine ribaltate nelle strade. Momenti di tensione che hanno alimentato la polemica sugli stranieri in città. La Lega: «In zona viale Monza, via Padova è emergenza».

Una emergenza che il partito di Umberto Bossi ha già segnalato al ministro dell’Interno Roberto Maroni per pretendere «controlli e espulsioni, casa per casa, piano per piano». Ed è stato chiesto al sindaco, Letizia Moratti, di convocare un consiglio straordinario il prossimo venerdì in via Padova. La Lega si muoverà con manifestazioni dei comitati di zona e dei cittadini. Ma anche dal Pd sono arrivate le richieste: «Chiederemo al ministro Maroni di riferire in Parlamento circa i gravi episodi di ieri». Lo ha dichiarato in una nota Emanuele Fiano, responsabile della Sicurezza del Pd. «La guerriglia urbana in corso a Milano in via Padova — continua — preoccupa moltissimo, sia per la violenza degli scontri sia per la gravità del fatto che una parte della città sia in questo momento fuori dal controllo delle autorità. I problemi dell’integrazione e della sicurezza urbana necessitano di capacità di governo che evidentemente sono mancate».
La polveriera via Padova, una tra le arterie più lunghe e multietniche di Milano, è esplosa verso le 17.30. All’altezza del civico 80, in mezzo alla strada, litigano per acredini maturate nel tempo, un egiziano di 20 anni, Amed Mamoud Abdel Aziz El Sayed Abdou, in compagnia del suo amico della Costa d’Avorio, 21 anni, con il quale divide un appartamento al terzo piano di via Arquà 45. I due litigano con un gruppetto di sudamericani, sei o sette: uomini e donne. Qualche parola di troppo, alcuni insulti ed altri sudamericani che arrivano a dare manforte. Spuntano i coltelli e Aziz El Sayed viene colpito più volte al petto. Anche l’amico viene ferito. A terra, in un pozza di sangue, resta il giovane egiziano. Quando le ambulanze arrivano sul posto, per lui non c’è più niente da fare. Mentre l’africano viene trasportato all’Istituto Città Studi (ex Santa Rita»: medicato e dimesso.
E quella morte causata da sudamericani, scatena in un attimo la guerriglia. Donne magrebine che urlano vendetta dalle finestre e connazionali della vittima che, a gruppi di dieci, venti, prendono di mira negozi, ristoranti e tutto ciò che ha scritte in spagnolo. Il primo ristorante ad essere preso di mira è il Machu Picchu di via Fanfulla. Poi se la prendono con le auto in sosta, i cassonetti dei rifiuti, i cartelli stradali: da via Leoncavallo a via Predabissi, ad Arquà. Una ventina di magrebini sono arrivati fino al consolato egiziano di via Porpora per proteste: «Dovevate intervenire, hanno ucciso un giovane di 20 anni».
Alle 21.30, l’ultimo locale ad essere preso d’assalto è il ristorante boliviano di via Lulli 32: una decina di egiziani hanno ribaltato tavoli e sedie, tra una decina di clienti terrorizzati. Poi la rabbia e il racconto di un amico della vittima, un giovane che dice di chiamarsi Moustafà: «Ha visto Aziz colpito da una macete. Sono arrivati all’improvviso, sono quelli della bande latino americane, che qui in zona si comportano fuori dalla legge. Lo hanno ucciso e poi sono scappati».

Il Corriere della Sera
Lo spaccio e le gang La casbah di Milano cresciuta senza freni
di Andrea Galli, Gianni Santucci

MILANO — Quando vedono la polizia, ingoiano. Pallette di pellicola trasparente, le tengono sotto la lingua. Costano da 30 a 50 euro. Contengono cocaina, a volte sono «pacchi»: solo gesso. La vendono nei cortili, negli androni. La mattina invece svolazzano sui marciapiedi rettangolini di Domopak d’alluminio, bruciacchiati al centro. Servono per scaldare l’eroina e fumarla. La droga muove un bel pezzo dell’economia di queste strade disperate. Strade di balordi e poveri cristi. Centinaia di spacciatori lavorano in via Padova e traverse, da piazzale Loreto al primo ponte, prima periferia di Milano. Meno di un chilometro. E decine di palazzi andati in malora. Da ieri sembra finita in cancrena pure la convivenza, che non è mai stata un granché. Dice in serata Mahmoud Asfa, imam della moschea di via Padova: «Faccio un appello alla mia comunità perché non cerchi la vendetta».
Storica zona di immigrazione dal Sud, questo quartiere di Milano. Palazzi di ringhiera, dove si ammassava la forza lavoro del boom economico, famiglie siciliane, pugliesi, calabresi. Case senza bagno (all’epoca) e ragazzini nei cortili. Padri in fabbrica. Falck, Breda. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta: di quell’epoca, oggi, rimangono gli anziani, le vedove e i pochi cittadini che dicono «usciamo solo per fare la spesa e poi rimaniamo in casa». Gente che si è ritirata di fronte allo spaccio, la prostituzione, l’abusivismo.
Via Crespi, Arquà, Clitumno, Marco Aurelio: potrebbero essere il posto ideale per un seminario di studio sulla totale assenza di governo dell’immigrazione. Spiega il parroco di San Giovanni Crisostomo, don Piero Cecchi: «La gente non era pronta a un’immigrazione così veloce e numerosa». Ora ci sono troppe fratture da ricucire. E questo aMilano lo sanno tutti, da almeno dieci anni. L’ultimo rischio è che la conflittualità latente esploda in una legge del taglione, eccitata dal sangue di quel ragazzo morto ieri sull’asfalto.
Sulla deriva criminale di questa zona si muovono in molti. Romeni e albanesi, che lavorano di più con la cocaina; maghrebini, che smerciano soprattutto il fumo; sudamericani. Ogni gruppo per anni ha lavorato da solo. Con le mazze e i coltelli si sono contesi portoni, sottotetti occupati per gli «imboschi», pezzi di strada per lo spaccio. Oggi pare che si stiano mischiando. E le alleanze che si stringono e si sciolgono si portano dietro il rischio di intrighi, traditori, vendette. Poi c’è la prostituzione, quella di livello più basso, ed è un altro giro criminale che s’intreccia agli altri. L’anno scorso i poliziotti del commissariato Villa San Giovanni, solo loro, hanno fatto oltre 150 arresti.
Anche se poi a rovinare l’esistenza di chi vive in queste strade c’è la crisi di convivenza sulle cose più semplici. I gruppetti che si ubriacano per strada, litigano, urlano. Gli inquilini di via Crespi hanno affisso centinaia di fogli A4 ai muri con un semplice avviso: «Non sporcare, non buttare bottiglie, non strillare di notte, non mangiare sui marciapiedi». In questa stessa via otto vetrine su dieci sono di market e ristoranti etnici (Bangladesh, Egitto, Marocco). Sugli autobus, un passeggero su sette non paga. È la media peggiore della città: quasi 7 mila multe negli ultimi sei mesi. Per la Camera di commercio, via Padova è la strada più straniera di Milano: 1.311 imprese intestate a immigrati, più di una su tre.
E questo, di per sé, non sarebbe un male. Se non fosse che in queste comunità, isolate e compresse in uno spazio ridotto, le leggi della strada contano più del resto. E le liti finiscono spesso a coltellate, a cocci di bottiglia spaccati. Gli adolescenti sono la fascia più esposta e più pericolosa. Più a rischio per la droga e l’alcol. Sono i più sradicati e i più isolati, esclusi da una città che a quattro fermate di metrò sfoggia il lusso di via Montenapoleone, ma che per loro resta inaccessibile. Il gruppo è la risposta più immediata: per i giovani sudamericani assume la forma più strutturata della pandilla, della gang; per gli arabi non ha codici, né segni di riconoscimento. Ma la rabbia è identica. La scintilla per picchiarsi, spesso, è una parola o un’occhiata. Ora c’è anche un morto da vendicare.

Il Corriere della Sera
La città e quel muro invisibile fra gli stranieri e noi
di Giangiacomo Schiavi

Si pensa a Rosarno, a un’altra banlieue, a una terra di nessuno abbruttita dal degrado e dalle vite di scarto di un esercito di immigrati fuori controllo: e invece via Padova è Milano, non una periferia ma una nuova frontiera, il luogo di un’integrazione difficile e forse fallita dove cresce un muro invisibile tra gli stranieri e noi. Marocchini, tunisini, arabi, turchi, cinesi, filippini, slavi, peruviani, colombiani, o latin king, come i rissosi assassini di ieri, si incrociano ogni giorno in una strada che nel giro di pochi anni è diventata l’enclave malata di una multietnicità che nessuno ha governato.

In via Padova non bastano le risposte di pochi generosi cittadini a far fronte al concentrato di problemi che l’immigrazione spesso clandestina ha rovesciato sul quartiere: anno dopo anno sono cresciuti lo spaccio, il degrado, l’abusivismo, la povertà, lo sfruttamento, la prostituzione, e sono aumentati gruppi che i sociologi chiamano «deprivati», senza niente, disposti a tutto, immigrati destinati a crescere in una situazione di esclusione sociale.

Vivono in dieci o dodici in osceni tuguri che non si possono chiamare case, due stanze squallide in affitto o in subaffitto, clandestini anche per gli amministratori di condominio che danno continuamente disdette dall’incarico perché non sanno a chi intestare le spese. E si trovano all’alba in piazzale Loreto, dove quando va bene ci sono i caporali che reclutano la manodopera in nero per i cantieri, mentre in via Padova si alzano le saracinesche dei pochi negozi italiani che ogni giorno raccolgono firme contro la sporcizia, i furti, la violenza che alimenta paura.

Ci sono assenze istituzionali di riferimento e c’è anche un oscuramento di alcuni valori umani in questo quartiere dove Milano non sembra Milano: è lontano il sindaco, è lontana la giunta, sono lontani da anni gli amministratori e per molti cittadini la paura è diventata un sentimento dominante, come il rancore, il senso di abbandono, la sensazione di non essere ascoltati. Via Padova è diventata un rifugio, un porto franco per un esercito di immigrati, e qualcuno ha anche comprato casa, ha cercato l’integrazione con una comunità che ha cercato di favorire l’accoglienza attraverso gli oratori, i campi sportivi, le attività per i bambini.

Ma non è bastato, non basta la buona volontà di un parroco o dei comitati di quartiere a fermare un’ondata di illegalità che nel tempo ha avuto partita vinta sui controlli, si è annessa stradine laterali, ha occupato palazzi. C’è poca polizia in strada, si lamentano i residenti, e i vigili hanno alzato bandiera bianca: «Non siamo in grado di effettuare controlli notturni per mancanza di risorse straordinarie» è stata la risposta di un comandante di zona ad un recente appello, nell’ottobre 2007.

Era già finita l’illusione di una riconquista del territorio propagandata da una fiaccolata contro lo spaccio e il degrado voluta dal sindaco Moratti, contro l’«abbandono delle politiche di sicurezza del governo Prodi», finita con un corteo al quale aveva partecipato anche il leader Silvio Berlusconi. Su via Padova è calato il solito silenzio fino a questa notte di guerriglia, di morte e di furia selvaggia: rimbombano le voci della politica, adesso,si parla di rastrellamenti a pettine, casa per casa, come in tempo di guerra. Ma le urla non servono: in via Padova con la legalità da ripristinare c’è un tessuto sociale da ricostruire. Qui c’è lo specchio esasperato di una Milano futura: una città nella città da governare e non da subire.

Il Corriere della Sera
Qui gli italiani sono stati cacciati: vorrei scappare anch’io”
intervista a Sveva Casati Modignani, di Armando Stella

MILANO— «Io me ne sarei andata da quel dì, sarei scappata, se non mi sentissi dire dalle varie agenzie immobiliari che “la sua casa è bellissima, signora, vale tot, ma se è fortunata trova qualcuno che le dà la metà». La scrittrice Sveva Casati Modignani è in salotto, a cinquanta metri dalla guerriglia, in una villetta d’inizio Novecento affacciata su una stradina parallela a via Padova: «Questo era un quartiere di piccola borghesia, ci si conosceva tutti quanti, gente tranquilla. La situazione è peggiorata negli ultimi dieci, quindici anni. Improvvisamente i milanesi sono stati cacciati, gli stranieri sono diventati maggioranza. Oggi, in questa periferia, non si può più vivere». L’immigrazione ha cambiato… «Un attimo. Io mi ricordo bene una lettera di Letizia Moratti al Corriere. Ha scritto, più o meno, che noi siamo i primi, Milano è una grande capitale, una città stupenda, fatta di persone straordinarie, dopodiché sappiamo che ci sono “pezzi di città” degradati, da migliorare… Il sindaco ha definito i quartieri e gli abitanti di Milano “pezzi di città”, è incredibile… Il problema, in via Padova come altrove, è che manca la volontà politica di risolvere i problemi. Così le cose non possono che peggiorare».

Parliamo dei problemi, allora: cosa avvelena la vita di via Padova?
«I milanesi, che hanno fatto molto per questa città, sono stati espulsi. Sono arrivati gli immigrati senza nessuna regolamentazione e nessuna possibilità abitativa. Ci sono padroni di casa, italiani, che affittano una stanza con cesso su ringhiera a dodici persone e ne traggono vantaggio, speculano sugli ultimi. Non si può continuamente spingere questi miserabili, questi disgraziati, nelle periferie. Perché non scoppiano rivolte in via Bigli, in via Montenapoleone, nel Quadrilatero della Moda?»

Pensa che l’amministrazione dimentichi le periferie?
«Penso che nessun sindaco, negli ultimi anni, abbia avuto il coraggio di dirmi: “Signora, scusi, il danno che ha subito la sua casa lo rimborsiamo noi, visto che non siamo in grado di governare”». Nessuna speranza? «Io sono una vecchia sognatrice, spero sempre che accada qualcosa di buona: ma la Moratti si preoccupa per lo più dell’Expo e di tirare a lucido il centro della città. Sugli autobus di questa periferia disgraziata c’è una specie di nastro registrato che annuncia le fermate e dice: “Padova-Loredo”. Proprio così: “Loredo”. S’immagini per un milanese sentire storpiare il nome di piazzale Loreto! Va tutto allo sfascio, guardi. Le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra modesta voglia di vivere il quartiere».

Si aspettava che la situazione degenerasse al punto da finire in rivolta?
«È nell’aria tutti i giorni, la rivolta. Basta prendere un autobus per rendersi conto di quello che succede. Ieri mattina ero sulla 56, seduta, leggevo il giornale, quando ho avvertito un movimento in grembo. C’era un extracomunitario con la mano nella mia borsetta. Ho urlato: “Come ti permetti? Scendi immediatamente dall’autobus!”. E nessuno ha fatto una piega. Non il conducente e non i passeggeri, che erano tutti stranieri. Queste piccole e grandi malandrinate le respiri ovunque, in via Padova, e nessuno fa più niente. I milanesi sono pochi, soprattutto anziani. I giovani sono marocchini, peruviani, filippini, brasiliani… Via Padova è un “pezzo di città” cosmopolita. Meglio di così si muore». L’integrazione è impossibile? «Non solo è possibile, ma è una necessità». E da dove si comincia? «La polizia entri a vedere che cosa c’è in certe palazzine: venti persone ammassate in una stanza. Il venerdì è un viavai di musulmani nella moschea: è tutto in regola? Ci sono tratti di strada in cui l’odore di hashish fa spavento. In via Padova non solo si auspica un intervento delle forze dell’ordine e del Comune, ma quelle presenze sono vitali. Deve scapparci il morto perché per qualche giorno se ne parli? E poi, che altro dire? Tra qualche giorno, lo so, tutto sarà peggio di prima. Ci risentiremo, lo so».

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Ambiente e poteri forti nella città

Di Paolo Berdini

pubblicato su http://www.eddyburg.it/article/articleview/16233/0/307/

Alberto Asor Rosa nel delineare i caratteri di un nuovo ambientalismo ( manifesto del 17.11) sottolinea «il conflitto inesauribile e insanabile con i poteri forti dell’economia, della speculazione e dello sfruttamento». Concordo, e la sua analisi permette di ridare spessore all’elaborazione della sinistra. Provo ad articolare il ragionamento nel campo delle città e del territorio, dove si possono misurare quattro novità che hanno mutato i contorni del conflitto e impongono dunque di mutare strategia.
Innanzitutto la lacerazione dello storico “patto” tra cittadini e forze economiche dominanti . Lo sviluppo delle città era affidato ai piani regolatori e la tutela dell’ambiente ai vincoli previsti dalle prerogative costituzionali dell’Articolo 9. Nonostante scempi e violazioni, c’era comunque un sistema di regole che garantiva un quadro di legittimità. Il neoliberismo ha sostituito ogni regola con gli “accordi di programma” che mutano caso per caso il disegno delle città e azzerano i vincoli paesaggistici. La proprietà fondiaria, un ristrettissimo numero di persone, edifica dove e come vuole.
La seconda novità riguarda il carattere teoricamente infinito dell’offerta di nuove costruzioni. Si continua a ricoprire di cemento l’Italia perché “c’è mercato”. Uno dei pilastri dell’economia liberale classica sono le regole del gioco e nell’Europa civile le nuove costruzioni vengono programmate salvaguardando gli interessi pubblici. Non ci sono altrimenti dubbi che se si costruisse sulle colline ancora integre della Toscana, in ogni valle alpina o sulle coste ancora scampate dal cemento, si troverebbero potenziali acquirenti nei 50 milioni di ricchi russi, nei 200 milioni di nuovi ricchi cinesi. Poi verranno gli indiani e i brasiliani.
Non c’è chi non comprenda il baratro che si è aperto nell’aver supinamente accettato la favola del “mercato”: rischiamo la cementificazione del paese e non serve a fermarla neppure la tragica serie di alluvioni e frane. Oltre all’insipienza culturale dei gruppi dirigenti della sinistra, si dovrà mettere a fuoco l’intreccio perverso tra i proprietari delle aree da urbanizzare, le grandi banche e l’informazione (Messaggero, Mattino, Corriere della sera, Tempo, Gazzetta di Parma e un’infinità di giornali locali).
La terza novità è una diretta conseguenza della sinergia tra le due precedenti. Se non ci sono più regole e se non esiste più un limite all’ipertrofia urbana, si sta creando un corto circuito economico che porterà al collasso il tessuto produttivo del paese. La speculazione fondiaria ha davanti una comoda autostrada per rendere edificabili i terreni agricoli. Vengono comprati a 10 – 15 euro al metro quadrato e non appena l’accordo di programma li rende edificabili raggiungono il valore di almeno 200 euro. Con dieci ettari di terreno che cambia destinazione, la speculazione si mette in tasca 20 milioni di euro senza nessun beneficio per la collettività perché non si crea neppure un posto di lavoro. Il lavoro, la ricchezza per le città e per tanti lavoratori si crea costruendo. In Europa obbligano a farlo su terreni già edificati, dove i valori immobiliari sono elevati e chi costruisce guadagna soltanto sulle sue capacità imprenditoriali. Chi mai investirà nel difficile mestiere dell’imprenditore o dell’artigiano se stando comodamente seduti può mettersi in tasca una fortuna?
E veniamo infine all’ultima tragica novità italiana. I comuni non hanno più risorse per realizzare servizi sociali, parchi, trasporti scuole. Per tenere in piedi i bilanci, i comuni e le loro società strumentali hanno fatto ricorso all’indebitamento sottoscrivendo quei titoli spazzatura che hanno portato al tracollo l’economia occidentale. Roma ne ha sottoscritti per oltre un miliardo di euro. Milano un’altra valanga, e così via. Afferma Loretta Napoleoni che le pubbliche amministrazioni «invece di cercare di risparmiare, sono andate dalle banche d’affari. La banca dice: tu devi pagare queste fatture per i prossimi due anni? Bene: me le compro io, ti do subito i soldi, e intanto emetto obbligazioni che poi vendo in borsa».
Per tenere in piedi i bilanci, poi, tutti i sindaci, di qualsiasi colore politico, affermano che l’unico modo è quello di moltiplicare all’infinito nuove costruzioni. Ma se non ci sono più soldi sarebbe interesse di tutti bloccare l’espansione senza fine che ha interessato le città italiane nell’ultimi sedici anni. Come si può pensare di costruire nuovi quartieri quando non si hanno neppure i soldi per costruire l’illuminazione pubblica e quando ci sono infinite aree produttive dismesse e case vuote? Se questa è la diagnosi, non bastano vecchie ricette. Occorre cambiare gioco e provo ad elencare le mosse che dovremmo mettere in campo al più presto.
Primo. Occorre bloccare per legge ogni espansione urbana, vincolando i comuni a ricollocarle all’interno delle aree già edificate e in stato di abbandono. Il settore delle costruzioni è un pilastro dell’economia dei paesi europei, ma per aprire una fase virtuosa anche in Italia occorre rompere per sempre il circuito infernale della rendita assoluta. Questa legge potrebbe partire dal basso, seguendo la proposta di Guido Viale, raccogliendo firme in ogni angolo dell’Italia violentata dal cemento e contrastata dai mille comitati spontanei. Secondo. Concludere per sempre la criminale stagione degli accordi di programma: basta un semplice articolo. Strillerà (molto) il manipolo di speculatori che nel periodo del trionfo berlusconiano hanno conquistato le città e distrutto l’ambiente. Terzo. Occorre restituire ai comuni – in un quadro di rigoroso controllo della spesa- i soldi tagliati per metterli in grado di governare le città. Non so se questa proposta sia collocabile nel comoda casella “dell’estremismo”: lascio questo inutile esercizio alla fallimentare politica di questi anni, utilizzata ancora di recente dopo la splendida vittoria di Pisapia nelle primarie di Milano. So soltanto che è l’unica ricetta per ristabilire un futuro al nostro paese: ridare voce al popolo derubato in questi anni dei beni comuni per eccellenza, le città e l’ambiente.

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Sondaggio su elezioni comunali prossimo maggio a Rimini

Sondaggio EMG del 13 febbraio 2010 sulle intenzioni di voto in vista delle elezioni comunali del prossimo maggio a Rimini

 

INTENZIONI DI VOTO
Candidato %candidato Liste e % liste Tot. coalizione
 

 

Andrea Gnassi

 

 

42,1%

Partito democratico 34,9%

Italia dei Valori 4,9%

Partito Socialista 0,4%

Verdi 0.9%

Altri centro sinistra 1,3%

 

 

42,4%

 

       
Mario Formica 25,6% Pdl 25,3%

La destra 2,3%

27,6%
       
Gioenzo Renzi 16,6% Civica “Renzi per Rimini” 5,1%

Lega nord 9,4%

14,5%
       
Fabio Pazzaglia 6,2% Sinistra Ecologia Libertà 5,9% 5,9%
       
Candidato 5 stelle 5,3% Movimento 5 stelle – Beppe Grillo 5,0% 5,0%
       
Candidato terzo polo 4,2% Udc 2,8%

Futuro e libertà 1,4%

Api 0,4%

4,6%

 

 

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Lettera ai compagni di SEL sulla situazione riminese

In questi ultimi giorni il Corriere di Rimini sta ospitando diversi interventi, fra cui delle interviste al coordinatore regionale di SEL (Giovanni Paglia) che tendono a ribaltare la decisione che SEL ha preso a Rimini di correre con un proprio candidato sindaco (Fabio Pazzaglia), in autonomia dal Pd, in competizione con quel partito. Io ritengo giusto rendere pubblica questa lettera su cui già molte compagne e compagni di SEL hanno concordato e al tempo stesso ritengo opportuno stigmatizzare la posizione del coordinatore regionale che, nel migliore dei casi, compie una inopportuna “invasione di campo”. A breve verranno pubblicati i commenti alla lettera, nel frattempo grazie per l’attenzione

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Care compagne, cari compagni,

 

le notizie delle ultime ore mi hanno piuttosto amareggiato. Sapevo che a Paglia la nostra decisione di correre da soli non sarebbe andata giù, ma non mi aspettavo che continuasse questo stillicidio sotto spartito del Pd. È grave quello che sta succedendo, molto grave, secondo me se davvero la situazione precipiterà al punto che vogliono Paglia (o chi per lui) e il Pd davvero dovrei trarre la lezione, ancora una volta, che nonostante si manifesti un’idea diversa la sinistra italiana è destinata a soccombere a essere subordinata agli interessi dell’opportunismo, del calcolo politico e, diciamolo pure, dell’ipocrisia.

Non posso pensare che quello che Paglia viene a dire a Rimini (modello Felix Dzerjinski il tristemente noto fondatore della Ceka), sia la posizione dei vertici nazionali. Non posso accettare che una forza politica che si richiama alla sinistra giudichi il simbolo sotto il quale si presenta come un brand, un marchio ad esclusivo uso e consumo di chi presiede il partito stesso. Non posso pensare che SEL sia così gravemente malata della malattia che pretende di curare, ossia la deriva personalistica e l’assenza di democrazia e partecipazione politica. Non posso pensare che SEL, pur nel rispetto e nella prioritaria considerazione di una politica di alleanze con il Pd, si comporti, di fatto, come una depandance del Pd stesso. Se così fosse, non lo accetterei e trarrei le opportune conseguenze.

Dobbiamo rifiutare la logica che sta dietro queste pressioni, andare avanti per la nostra strada. Non possiamo accettare i diktat di chi se ne frega della vittoria del centrosinistra o di sbarrare la strada alla destra a Rimini, ma pensa solo che un comportamento accondiscendente verso il Pd possa portare vataggi alla propria personale ed esclusiva vicenda. Non possiamo accettare questi personaggi che pretendono di imporre una verità del tutto avulsa dal contesto entro la quale la vogliono collocare. Un partito di sinistra non è un’azienda, un partito di sinistra ha degli organismi dirigenti che lo devono rappresentare e che devono sforzarsi di far crescere i territori, ascoltare la base, sforzarsi di comprendere le specificità, rispettare le scelte. I gruppi dirigenti non possono imporre le proprie decisioni, altrimenti non sono gruppi dirigenti, sono degli emissari di un consiglio di amministrazione.

Resistere a queste pressioni significa sostenere ancora di più il progetto di SEL, interpretarlo nella sua accezione autentica, significa non delegare ad altri, significa interrompere quel comportamento paternalistico di dirigenti politici, o sedicenti tali, che come il coordinatore regionale (immagino non sia solo) tengono nei confronti nostri trattandoci alla stregua di bambini sciocchi. Resistere e continuare lungo il percorso che abbiamo tracciato, ribadito e sostenuto all’unanimità, pur con tutti i nostri limiti, significa dare una lezione di dignità, significa non chinare il capo verso chi ha della politica un’idea strumentale, verso chi intende la politica come tattica, come prodotto sintetico di incontri a tavolino fra notabili e zelanti emissari che hanno il solo ruolo di eseguire. Di queste “teste di legno” o “uomini di paglia” non se ne può più! Resistere a queste pressioni non è esercitarsi in qualche polemica o a chi è più furbo, resistere a queste pressioni e a questi “dirigenti” è un atto di onestà intelletuale, è fare politica, è interpretare un’idea ed un ideale di sinistra che se solo professato in TV o dai giornali soffoca le speranze delle gente, strozza i lavoratori di Mirafiori, fa chiudere nelle proprie case le persone, fa vedere nei disperati una minaccia! O c’è una corrispondenza reale, concreta, attualizzabile nel contesto dato dell’alterità della sinistra o la sinistra fa solo demagogia e coltiva a uso e consumo di qualche leader e del suo servidorame il proprio orticello. Non si agisce per cambiare lo stato di cose presente, ma lo si asseconda nella speranza di potersi ritagliare un posticino al banchetto.

Queste logiche di ancillaggio rispetto al volere del più forte sono utili solo a chi questo sistema lo governa, solo a chi questo sistema lo vuole così com’è! Io capisco perfettamente che se si dovesse andare a votare l’anomalia Rimini sarebbe un problema per SEL  a livello nazionale, ma diciamoci la verità: vista l’attuale situazione non credo proprio che le elezioni siano a maggio e chi lo dice cerca di ammantare il proprio lavoro da contoterzista della politica, in questo caso rispetto al volere imposto dal Pd, con un buonsenso che tale non è in quanto si tratta solo di tatticismo e opportunismo. Diciamoci la verità: cosa c’è di rivoluzionario nelle nostre posizioni, cosa c’è di così tremendamente estremistico nel pensare che solo tentando di cambiare i rapporti di forza si può pensare di cambiare la rotta del Pd che troppo spesso, come nel caso di Rimini, è del tutto simile a quella del Pdl? La risposta la sappiamo tutti, proprio tutti noi, anche i più dubbiosi: non c’è nulla di questo!

Il dubbio è forse che qualcuno di noi stia cercando una fortuna personale, stia lavorando per qualche posto? Ebbene posso parlare per me, Fabio e Giorgio, ma sono sicuro che sia così per tutti: avremmo potuto averli i posti senza dimetterci o essendo più ligi alle richieste di voto che quotidianamente provenivano dal Pd. Non lo abbiamo fatto non perché siamo dei sabotatori o degli irresponsabili, non lo abbiamo fatto perché se no non avremmo più avuto il coraggio di parlare con le persone che ci hanno dato fiducia, non lo abbiamo fatto per una questione di dignità.

Io non so se la scelta che abbiamo deciso di intraprendere sia la strada più giusta, quella che condurra alle “magnifiche e progressive sorti”, ma non siamo neanche persone che “levano i pugni al cielo” lamentandosi contro il destino o l’ineluttabilità delle scelte. Dietro la candidatura dell’amico e compagno Fabio Pazzaglia c’è una Rimini migliore della Rimini che qualcun altro intende rappresentare. C’è una Rimini migliore del gruppo di potere che ha utilizzato la leva della rendita immobiliare per ingrossare le proprie fortune da portare alle banche di San Marino, c’è una Rimini migliore, quelladi chi davanti alle imposizioni di qualcuno quando è convinto e a prescindere dal proprio tornaconto personale sa dire NO!

Io sono per andare fino in fondo, lavorando e continuando a lavorare come abbiamo fatto fino ad oggi, se sarà battaglia la faremo perché come diceva Che Guevara “le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono”. Non credo che la nostra sia una posizione manicheista, ma credo, invece, che sia la posizione di chi le cose le vuole cambiare veramente, sapendo che la verità assoluta non è di nessuno, ma che se si vogliono cambiare le cose occorre la partecipazione di tutte e di tutti. Per noi non c’è chi ha interessi legittimi e chi ha richieste impossibili da realizzare solo sulla base dei voti che muove o del conto in banca che possiede, per noi, credo, il principio di eguaglianza risiede nella capacità che una comunità sa offrire di rimuovere gli ostacoli e di dare risposte a chi ha bisogno, includendo tutti ma proprio tutti i cittadini al di là della religione, del colore e dell’orientamento sessuale.

 Ecco per cosa abbiamo deciso di intraprendere la strada insieme a Fabio, ecco perché siamo in SEL, non certo per accondiscendere ai diktat di qualche mestierante della politica, perché le battaglie quando sono giuste vanno combattute anche se si sa che possono essere battaglie perse.

 Fraterni saluti.

 Eugenio Pari

 eugenio_pari@yahoo.it

Cell. +39 3381109571

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Intervento di Eugenio Pari nel Consiglio comunale aperto ai ragazzi dedicato al 150° dell’Unità di Italia

Dalla Resistenza alla Costituzione

Cari studenti, gentili docenti,

i lavori che oggi ci avete presentato con così tanto impegno rinfrancano il nostro spirito, fanno bene al nostro animo. Grazie a voi tutti per questo.

Il consigliere Giovagnoli, poco fa, mi raccontava un episodio piuttosto curioso e direi importante della nostra storia: al momento di formare il primo Parlamento nazionale Cavour chiese a Giuseppe Verdi di diventare deputato e gli chiede anche di incontrarlo presso il suo studio. In attesa di entrare nell’ufficio di Caovur Verdi vide uscire dalla stanza un tale Giuseppe Mazzini li per il suo stesso motivo. Ecco, questo episodio ci spiega quale fosse il tenore dei deputati dell’epoca, la loro levatura culturale e morale.

Difendere le istituzioni non è un gesto vuoto, perché le istituzioni rappresentano tutti noi, chiedere dignità a chi le rappresenta è importante perché rappresentare degnamente le istituzioni significa rispettare tutti i cittadini, chidere dignità a chi ci rappresenta significa difendere la nostra stessa dignità.

Nei vostri lavori avete parlato delle prime pagine della nostra storia nazionale, ebbene io ne voglio citare un’altra altrettanto importante per il nostro paese e per la dignità del nostro Paese: la lotta di Resistenza. Quella pagina così tragica ed eroica viene definita come il nuovo Risorgimento Italiano. Dalla Resistenza nasce la nostra Costituzione cardine delle nostre libertà e della nostra democrazia.  Questa Carta ci parla di eguaglianza e unità, si fonda su questi principi che voi avete così bene richiamato nei vostri lavori.

Ebbene, la Costituzione non è scritta nella roccia, non data per sempre, i suoi principi non si realizzano solo perchè scritti. Li realizziamo noi tutti.

Tutti noi, specie i giovani per far si che si concretizzino i principi della Costituzione non possono delegare a nessun altro i propri diritti e subordinare rispetto ai comportamenti di qualcun’altro i propri doveri. La Costituzione la realizziamo noi, la realizziamo cominciando dai nostri comportamenti e solo così ha senso e non è un vuoto simulacro.

Grazie e complimenti per il vostro lavoro.

Oggi più che mai Viva l’Italia, Viva la Repubblica.

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EUGENIO PARI SUL PIANO PARTICOLAREGGIATO DELL’EX CORDERIA A VISERBA

Il Piano particolareggiato dell’ex corderia a Viserba ci vede contrari. Contrari perché con questo atto si contraddicono e si annullano ancora prima di essere approvate tutte le previsioni del PSC volte a ridurre l’espansione demografica e quella residenziale. Mi pare che, a questo punto, l’approvazione del PSC sia solo un passaggio propagandistico i cui contenuti vengono contraddetti ancor prima di essere applicati.

Nel merito dell’atto si costruiranno 28 mila metri quadrati di cui 5 mila di commerciale in un’area già molto in sofferenza dal punto di vista dell’espansione residenziale, tutte le opere di urbanizzazione non sono altro che infrastrutture del tutto e per tutto strumentali a servire i circa 240 appartamenti che si insedieranno in quell’area, così come il verde è strumentale per vendere meglio gli appartamenti.

Inoltre vale la pena soffermarsi sulla quota di edilizia sociale prevista. Nel dispositivo della delibera si richiama la Legge regionale 6 del 2009 la quale prevede che una quota non inferiore al 20% dell’intero intervento sia destinata all’edilizia residenziale sociale, nell’intervento vengono destinati a questa tipologia neanche 1000 metri quadrati il che significa che non siamo ad un quarto, come previsto dalla legge, ma ad un miserissimo ventesimo.

Siamo inoltre contrari al fatto che il comune debba sborsare 40mila euro per realizzare una rotatoria che dovrebbe essere ad intero carico dei soggetti attuatori in quanto tale intervento va a loro esclusivo vantaggio, essa è a totale asservimento del centro commerciale e dell’area residenziale privata.

Continuare a dire che interventi come questo sono a vantaggio della collettività significa prendere in giro i cittadini che conoscono bene quale sia la situazione della città e quanto sia necessaria una iniziativa di edilizia sociale nel nostro comune che in questa voce è il fanalino di coda nella nostra regione.

Rimini, 03.02.2011

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