Luigi Bobbio: “Cittadino, coinvolgerlo prima possibile”

Partecipazione: punti di forza e di debolezza, opportunità e rischi per le PA. Ne parliamo con Luigi Bobbio,

Luigi Bobbio

Professore di Analisi delle politiche pubbliche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino e Direttore del Laboratorio di Politiche (LaPo) presso il Corep di Torino. Governi locali, processi decisionali politico-amministrativi, esperimenti di democrazia deliberativa, dibattito pubblico: sono temi che Bobbio non segue solo dal punto di vista accademico, ma soprattutto pratico, partecipando in molte occasioni a esperienze di coinvolgimento dei cittadini nelle politiche pubbliche locali, dall’Alta Velocità in Val di Susa al recente dibattito sul nuovo tracciato della autostrada di Genova. Sul rapporto tra amministrazioni, imprese e associazioni di cittadini nei processi decisionali inclusivi Luigi Bobbio ha scritto numerosi libri e interventi su riviste (vedi elenco) e recentemente ha promosso e moderato all’interno della Biennale Democrazia un percorso partecipato sul testamento biologico.

Prof. Bobbio, Lei qualche hanno fa ha raccolto una serie di esperienze partecipative nella pubblicazione di CantieriPA, “Amministrare con i cittadini. Viaggio tra le pratiche di partecipazione in Italia” (nostra recensione). Come appare l’Italia oggi rispetto ad allora: ci sono molti progetti meritevoli di PA che coinvolgono i cittadini nelle politiche pubbliche o si tratta solo poche eccellenze?
Purtroppo queste esperienze sono ancora poche in Italia, e non saprei neanche se parlare di eccellenze, dal momento che alcune hanno una riuscita migliore, altre peggiore. Certamente non sono pratiche molto diffuse. La scelta di farle o non farle è chiaramente politica. E questo perché sono processi che vanno organizzati bene e che costano. Occorre la volontà politica di trovare le risorse e le professionalità adatte, spesso affidandosi a degli esperti esterni. L’Italia è molto indietro nel considerare la partecipazione come strumento per instaurare un rapporto più democratico con il cittadino. Nella maggior parte dei paesi stranieri non c’è progetto invasivo che venga introdotto senza avere un minimo dibattito pubblico per aggiustare il progetto iniziale.

Le critiche alla validità di queste pratiche riguardano spesso la caoticità per la presunta scarsa preparazione dei cittadini e i tempi troppo lunghi. Come risponde a questi elementi di scetticismo che emergono spesso attorno a questi esperimenti?
I processi partecipativi non sono affatto caotici. Direi piuttosto il contrario. Si tratta di percorsi brevi, ben strutturati e molto ordinati. Il processo va strutturato per tempi e per fasi, con professionalità dedicate alla progettazione di ogni tappa. Non è affatto vero poi che i tempi sono lunghi. Sono i tempi della politica ad essere lenti. In genere un processo partecipativo dura dai 4 ai 6 mesi, poi il consiglio, per assumere la decisione finale, ci mette molto più tempo, a volte dai 3 ai 4 anni. I tempi della politica, quindi, sono molto più lunghi di quelli della partecipazione.

Per capire un po’ meglio le chiedo di raccontarci l’esperienza sul testamento biologico alla Biennale Democrazia. Ci piacerebbe conoscere meglio alcuni aspetti pratici di un esperimento partecipativo così importante su un tema di tale delicatezza…
All’interno di questi 5 giorni dedicati alla riflessione sullo stato della democrazia in Italia, abbiamo voluto provare un’esperienza di democrazia partecipata sul caso del testamento biologico, un tema che riscontra una polarizzazione forte dal punto di vista politico. Sembra complesso ma in realtà su questo argomento tutti hanno qualcosa da dire. Per prima cosa è stato costruito un documento che mostrasse lo stato della questione e del dibatto, visionato da 10 garanti (giuristi, magistrati, filosofi…) di orientamento opposto. Il documento è stato distribuito gratuitamente anche con La Stampa. Poi sono iniziati gli incontri con i cittadini, a gruppi di trenta persone.

Quanti ne sono stati coinvolti?

Circa 600 cittadini tra Torino e Firenze. E lungo il percorso alle domande iniziali ne sono state aggiunte altre. Poi si è giunti al giorno del town meeting. I partecipanti – molti dei quali avevano preso parte ai focus – sedevano attorno a diversi tavoli e venivano aiutati nella discussione da un facilitatore. I commenti dei singoli tavoli venivano trasmessi in tempo reale sullo schermo, visibili a tutti. C’è stata poi la fase di sintesi e condivisione: anche su un tema così controverso, persone di orientamento politico o religioso opposto possono trovare degli spazi di accordo. Si tratta di momenti dove si riesce a fare emergere il lato pragmatico delle persone, più aperto alla posizione dell’altro.

È un percorso concluso?
No. Sulla base del documento conclusivo presentato alla fine della giornata, un vero e proprio istant report oggi disponibile on line sul sito di Biennale Democrazia, stiamo lavorando a un testo più completo ed elaborato che sarà presto reso pubblico.

Paradossalmente sembra più facile discutere di temi etici che non di pianificazione territoriale…

No, assolutamente no. Sono reduce di un dibattito pubblico molto proficuo su una nuova autostrada a Genova. Sono state coinvolte le comunità che vivono lungo il tracciato. C’è stata una partecipazione ampissima. Sono emerse delle opposizioni, a volte anche molto dure. Alla fine però ne è uscito un progetto molto diverso da quelli che erano stati proposti inizialmente.

Non è che le PA sono scettiche ad aprire il dialogo con i cittadini per paura di essere criticate e che i loro progetti vengano bocciati?
Perché questo non avvenga la parola d’ordine deve essere: “il più presto possibile”. I cittadini vanno chiamati in causa precocemente, il prima possibile. Non bisogna presentare loro il progetto completo solo per avere una manifestazione di assenso o dissenso. Il cittadino merita delle risposte e va coinvolto quando è ancora possibile modificare le cose sulla base del confronto e del suo apporto. Certo non è un percorso facile. A Genova sono stati coinvolti tantissimi cittadini, sono stati esaminati molti aspetti diversi, dinamiche sociali e culturali differenti. Sono emersi problemi che non erano stati visti e presi in considerazione nella fase iniziale.

Ma alla fine?
Il progetto finale presentato dalla Società Autostrade al termine del dibattito propone notevoli modifiche rispetto ai tracciati originari.

Un’ultima riflessione: esiste un rischio di interpretazione privatistica del principio di sussidierà orizzontale sancito dall’articolo 118 della Costituzione?
Sul piano della sussidiarietà esiste senz’altro un modo diverso di intenderla: in certi casi più orientata al bene pubblico, in altri in chiave più privatistica e imprenditoriale. Però terrei separati i due ambiti della partecipazione e della sussidiarietà. Un conto è la partecipazione del cittadino alle scelte collettive, un conto è che l’amministrazione chieda il contributo dei cittadini per fare delle cose. In questo caso c’è una sorta di azione civica in sostituzione della PA o in collaborazione con essa, nell’ottica del fare. Mentre nella partecipazione il coinvolgimento non riguarda il fare ma la formulazione di progetti o la presa di decisioni.

Giorgia Iazzetta

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