Archivi giornalieri: 03/07/2010

Propaganda Fide e Propaganda 2

Corrado Stajano

Colloquio con Corrado Stajano sul berlusconismo che ha visto nascere Il Pd, Tangentopoli e quel piano di Gelli che oggi si realizza.

«Quando ero senatore abitavo in via Giulia. Come Bertolaso. Che storia straordinaria quella. Ancora non ho ancora capito chi gliela pagava quella casa. Il cardinale Sepe? Un amico? Anemone? Aspetto lumi. “Ci sono persino degli aspetti comici nella capacità italiana di far convivere il carnevale con la tragedia”, ha scritto Cesare Garboli». La ventola muove piano l’aria nello studio di Corrado Stajano, a Milano. Sulla scrivania una fila di matite Staedtler 2b con la punta pronta. I suoi libri più noti sono Il sovversivo, vita e morte dell’anarchico Serantini del 1975 e Un eroe borghese del 1991 sull’omicidio Ambrosoli. Ma in questa intervista seguiamo la traccia di un altro libro, scritto alcuni anni fa. Quando era senatore.
Nell’ottobre del 1994 Berlusconi disse per la prima volta che gli sceneggiati sulla mafia come La Piovra sono dannosi per l’Italia, fu convocato in commissione antimafia per spiegarsi e dovette andarci. Stajano era lì, senatore indipendente del gruppo dei Progressisti. Gli fece due domande, finì che il presidente del Consiglio si mise a urlare e poi si chiuse in un mutismo totale, «basta, non intervengo più». Nell’aula del senato, durante quella legislatura breve che vide l’esordio del Cavaliere, Stajano prendeva appunti. Due anni dopo tirò fuori un libro straordinario, Promemoria, premio Viareggio di quell’anno, il racconto della formazione del berlusconismo, in diretta. La conquista del palazzo e dintorni, dove i dintorni sono quel triangolo della capitale che chiude lo spazio fisico della politica romana, tra Montecitorio, palazzo Madama e via Giulia.
«Mi chiedi a che punto siamo del berlusconismo e non so dirtelo, non oso azzardare che siamo al tramonto. Tuttavia qualche segnale c’è, e metto insieme i disastri del governo che non sono più camuffabili, la crisi che dovrebbe essere finita ma gli operai riempiono i tetti delle fabbriche, Viareggio dolorante dove un anno dopo la tragedia il governo non può nemmeno presentarsi, le proteste dignitosissime dei cittadini dell’Aquila. E Pomigliano». Pomigliano? «Ma certo. Il tentativo di quel signore lì, quello senza giacca, Marchionne, è di fare una secessione, tagliare il sud dal nord, punirlo. Una secessione della Fiat che ha avuto tutto dai governi. Si aspettavano il 90 per cento dei sì e si devono accontentare del 62, una risposta di grande dignità meridionale, uno dei segni positivi, forse il più positivo che viene da questa società colabrodo. Gli articoli di Ermanno Rea e di Marco Revelli sul manifesto mi hanno molto commosso».
Non ci sono solo le cronache delle conquiste berlusconiane in Promemoria, in parallelo spiccano le debolezze dell’opposizione. Per questo il libro uscì in un periodo disgraziato, quando il centrosinistra era al governo e non aveva voglia di indulgere in autocritiche. Stajano non ha cambiato idea. «Oggi il Pd non è all’altezza così come sedici anni fa non lo era il Pds. Aspettano che siano gli altri a offrirgli le soluzioni, confidano in Fini. Eppure i residui della sinistra qualche memoria della terza internazionale dovrebbero averla: allora sapevano fare una sola cosa, l’opposizione. Adesso Bersani dice cose flebili, rassicuranti. Ma noi non vogliamo essere rassicurati, siamo in un film western e vorremmo vedere arrivare nostri, che non arrivano mai. Ricordo il mio lo stupore nel sentire i discorsi nel gruppo parlamentare. Era tutto un raccomandare cautela, “bisogna stare attenti” ci dicevano. E poi: “Non demonizzare”. Che il problema fosse il conflitto di interessi lo avevamo capito subito, non bisognava aver studiato ad Harvard. Eppure vedi com’è finita, ancora oggi non so dire se è stata cecità politica o suicidio compromissorio. La sostanza è che i dirigenti del partito erano d’accordo con Berlusconi quando diceva che agli italiani non importava nulla del conflitto di interessi».
«Solo Carlo Ginzburg e io – racconta Stajano – abbiamo lasciato l’Einaudi dopo che l’aveva comprata Berlusconi. Dissi che piuttosto avrei scritto sui muri. Mi sono dimesso tante volte in vita mia, ma le dimissioni dalla casa editrice che sentivo come casa mia mi costarono tanto. Intanto il capo dell’opposizione, D’Alema, pubblicava con Mondadori. Anche quest’ultima uscita, terribile, di Berlusconi, lo sciopero contro i giornali, mi pare una citazione di D’Alema, quando disse che lasciare i giornali in edicola è un segno di civiltà. Altro che indifferenza, in realtà il Cavaliere è preoccupatissimo di quello che scrivono i giornali, e soprattutto il Corriere. Non mi pare un caso che si sia tanto arrabbiato proprio dopo la ricostruzione che ha fatto De Bortoli delle mosse del Quirinale di fronte al tragicomico caso Brancher».
Al senato, tra la presidenza e i banchi del governo, c’è un piccolo corridoio. «Io trovavo il modo di passarci sempre, quando c’era Berlusconi perché volevo guardargli la testa. Era stranissima, fino a metà collo era dipinto. E gli occhi poi, ci hai fatto caso? Berlusconi non ha occhi. Che posso dirti di questa legge sulle intercettazioni? È vergognosa, è chiaro. Penso che ci siano stati anche degli eccessi da parte dei giornalisti che hanno pubblicato vicende irrilevanti e di chi ha passato loro queste notizie, ma insomma adesso il governo sta cercando di cancellare la libertà di stampa. Ho paura di esagerare ma in questi giorni ripenso molto a quello che è successo tra il 1922 e il 1925. Perché il fascismo non è stata dittatura immediata, ma una serie continua di limitazioni delle libertà. Fino al discorso del 3 gennaio 1925. Quello che hanno proposto come esempio nei temi della maturità di quest’anno, guarda un po’».
La differenza con Tangentopoli – spiega Stajano che ha seguito da vicino le inchieste Mani Pulite – è che «allora c’erano i partiti. Fortissimi, dominanti. A Milano si sedevano tutti allo stesso tavolo, dai comunisti miglioristi ai liberali, e si dividevano le tangenti. E non si dica che allora non si rubava per interesse personale perché non è vero, basta ricordare Craxi e la sua corte. Oggi forse le ricchezze sono più esibite, la corruzione sfocia in ostentazione. È una tangentopoli più romana, con i preti, quel sistema che è stato definito gelatinoso che vede al centro Propaganda fide e tutto intorno l’odore di un’altra Propaganda, quella di Gelli, la loggia Propaganda 2. Il piano di rinascita democratica della P2 è stato completamente attuato, tanto che Gelli vuole chiedere a Berlusconi i diritti d’autore». Dell’Utri però è stato mafioso solo fino al 1992. «Pazzesco, festeggiano una condanna in appello a sette anni. Ma il 1992 è stato l’anno in cui sono stati uccisi Falcone e Borsellino, ci stanno forse dicendo che Dell’Utri era dentro l’organizzazione di quelle stragi? Secondo me quando Dell’Utri insiste a dire che Mangano è stato un eroe è come se stesse confessando i suoi delitti. Il boss è stato un eroe perché non ha parlato e che cosa avrebbe potuto dire lo sa bene il senatore».
Conclusione: «Stiamo messi un po’ peggio anche del ’94 quando almeno Berlusconi in parlamento ci veniva e non mandava Vito come fa oggi con disprezzo assoluto. Me lo ricordo, Berlusconi. Non puoi immaginare le facce che faceva, guardava il soffitto, sbuffava, si annoiava, di sicuro pensava a quanti traffici avrebbe potuto fare nel frattempo, però insomma stava lì. Oggi vedi, secondo me la crisi del paese è soprattutto una crisi antropologica, di uomini. Ho messo insieme in questo libro, Maestri e Infedeli, tanti personaggi straordinari che ho incontrato, ci sono Parri, Bachelet, Revelli, Lombardi, Terracini, Pertini, Pugno, Galante Garrone e molti altri. Adesso chi ha preso il loro posto?».

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La fabbrica di nuovo protagonista

Il ruolo del sindacato. L’uso dello sciopero. Ecco qual è la lezione di Pomigliano. Ciò che non va, nell’accordo di Pomigliano, è la violazione di diritti costituzionali dentro una logica da caserma. Ad affermarlo è la Vice Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso in una intervista rilasciata al settimanale ‘L’Espresso’

http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=14186

02/07/2010

Gli operai erano spariti: da dieci anni erano assenti dal dibattito del paese. Si è quasi negato che esistessero. Siamo diventati thatcheriani senza vivere la finanziarizzazione che c’è stata in Gran Bretagna, perché noi eravamo e siamo ancora ben piantati nel modello manifatturiero. Dico di più: c’è stata una svalutazione dell’identità del lavoratore, anche da parte della politica… Mentre fa un bilancio amaro del recente passato, Susanna Camusso, Segretario Confederale della CGIL, appare quasi sollevata.
L’affare Pomigliano, bella grana che sta tenendo sulla corda la più grande azienda del paese, l’intera organizzazione padronale e il fronte – spaccato – delle centrali sindacali, si sta trasformando in un inaspettato regalo. Perché la sfida della Fiat su turni e produrtività dell’impianto campano, con la successiva conta tra i dipendenti e l’alzata di scudi sui loro diritti, può tradursi in uno tsunami benefico. Spazzare via il velo dell’indifferenza verso la fabbrica, i suoi abitanti e le sue battaglie, ridare linfa al mestiere del sindacalista, e centralità ai temi del lavoro.
Per Camusso, che per molti ha già in tasca il biglietto vincente che la porterà al vertice dell’organizzazione tra pochi mesi, quando scadranno gli otto anni di guida di Guglielmo Epifani, sarebbe l’inizio di una nuova era: la prima donna Segretario confederale, più il ritorno all’orgoglio operaio.
«L’esito del referendum ha fatto da sveglia», dice lei: per Mimì metallurgico, però, l’impasse Pomigliano è ancora tutta da superare.
Quale prevede sarà la prossima mossa FIAT?
«La Fiat sa che su turni e nuova organizzazione l’accordo integrativo ha lo stesso valore di un contratto nazionale, cioè si applica a tutti. Ciò che non va, ed è inefficace perché illegittimo, è la violazione di diritti costituzionali come lo sciopero».
Secondo lei perché la FIAT ha forzato la mano su assenze e scioperi?
«Si capisce solo in una logica da caserma. Non combatti forme anomale di assenteismo con una logica punitiva sui malati. E sullo sciopero quale può essere la sanzione? Il licenziamento? Le procedure dei provvedimenti disciplinari sono regolate e graduate, e non coinvolgono diritti indisponibili. Non credo ci sia un giudice del lavoro che gli darebbe ragione».
Crede che sia praticabile l’ipotesi di una ‘newco’ a Pomigliano?
«L’unica ipotesi concreta che vedo sul tavolo è lo scorporo dell’intera FIAT auto: ma non azzera tutto per ricominciare. E vale per tutti gli stabilimenti, non isola Pomigliano».
Non crede che con la crisi economica i lavoratori siano più disponibili ad accettare condizioni al ribasso?
«Pomigliano dimostra il contrario: che c’è la consapevolezza di un limite. Deve essere la contrattazione nei luoghi di lavoro a rimettere i paletti nel punto giusto».
È cambiato il modo di fare contrattazione? Più locale e con una diminuzione del peso del contratto nazionale, per esempio…
«Nell’ultimo anno e mezzo di crisi abbiamo fatto migliaia di accordi che hanno individuato forme diverse di distribuzione del lavoro. Quanto al livello di contrattazione, il secondo livello è sempre esistito, e lo sbaglio è pensare che possa andare in senso opposto alla contrattazione nazionale. Altro sbaglio: soffiare sul fuoco delle divergenze tra sindacati. Quelle migliaia di accordi li abbiamo fatti quasi tutti con CISL e UIL. Noi l’unità sindacale continuiamo a perseguirla».
Segni di disaffezione da parte degli iscritti?
«Non per la CGIL, che cresce, e non solo tra i pensionati».
Il mestiere del sindacalista oggi richiede altri sistemi, per essere efficace?
«E sempre stato un lavoro pragmatico. Ma deve muoversi su dei valori: che non sono solo il posto di lavoro e il salario, ma anche un’idea del potere dei lavoratori, e un’idea di giustizia. Si vede quali danni ha prodotto far scomparire gli operai dal dibattito del paese, negli ultimi dieci anni: si è svalutata l’identità del lavoro».
Anche gli operai sono cambiati, per: nell’ultimo congresso della CGIL si è accertato che da un quarto a un terzo dei vostri iscritti (secondo le aree del paese), votano centro-destra.
«Prima votavano DC… Comunque se gli operai votano Lega non è solo un problema del sindacato, ma della politica. Intendo dire che se a un operaio viene negato il riconoscimento della professionalità, può preferire identificarsi non con il suo lavoro, ma con il territorio a cui appartiene».
La CGIL ha scioperato contro la manovra finanziaria; si replica in Toscana, Piemonte e Liguria venerdì 2 luglio: per tutelare il potere d’acquisto andrebbe reintrodotta la scala mobile?
«No. Non è l’inflazione quello che riduce gli stipendi, ma il ‘fiscal-drag’ e un’ingiusta distribuzione dei profitti: la scala delle retribuzioni è passata da 1 a 200 a 1 a 500. La leva della competitività del paese si è spostata dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro».
C’è in Italia un imprenditore che possa fare da contraltare allo stile Marchionne ?
«Abbiamo contrattato la riorganizzazione della Pirelli, per esempio, con ben altre modalità».
L’economista Tito Boeri accusa il sindacato di non aver abbastanza tutelato i lavoratori precari: fa autocritica?
«L’idea di intervenire legislativamente sul mercato del lavoro si è rivelata sbagliata: con la legge 30 si sono introdotte 40 forme contrattuali. Bisogna riaffermare il principio secondo il quale di norma il lavoro è a tempo indeterminato, e poi definire poche specificità».
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, invece, moltiplica: vuole modificare lo Statuto dei lavoratori con uno uno Statuto dei lavori. Le sembra buona cosa?
«No: si spostano le tutele sulle tipologie di lavoro togliendole al lavoratore, che le ha in quanto tale, e non in quanto fa questo o quel mestiere. Lo Statuto, invece, è straordinariamente attuale».
Ma anche per il sindacato non è meglio un lavoro precario a nessun lavoro?
«Non se il precariato serve per sostituire posti di lavoro ordinario: la Fiat è stata la prima a cancellare i contratti a tempo determinato utilizzati in quel modo».
Resta il fatto che ai giovani l’accesso al mercato del lavoro è molto difficile.
«Sì, ma per far entrare loro non bisogna ridurre le tutele degli altri. Semmai si può pensare altro».
Cosa?
«Al posto del blocco per un anno delle pensioni, introdurre una flessibilità in uscita e destinare le risorse risparmiate a contribuire alle future pensioni dei giovani, non a tagliare la spesa corrente.
L’articolo 18 sul licenziamento continua ad attirare critiche. Prevede una nuova campagna per abolirlo?
«Mettiamo le cose in chiaro: l’articolo 18 vieta le discriminazioni, non il licenziamento. E bastano le statistiche dell’Istat a raccontare quanta gente già oggi viene espulsa dai luoghi di lavoro».
Sacconi si è offerto di mediare su Pomigliano: accettate?
«Questo governo ha lavorato piuttosto per la discriminazione e la divisione nel sindacato: se è questo lo spirito, viene nostalgia di Donat Cattin, di Giugni, di Damiano, altri ministri del Lavoro».
Lo sciopero come strumento di lotta sindacale non ha perso efficacia?
«Nessuno ha trovato altro che abbia la stessa forza, visibilità, chiarezza. E a chi ci accusa di fare oggi uno sciopero politico, dico: perché no? Chiediamo che a risanare il paese partecipino tutti, e non solo i lavoratori, come vuole Tremonti».
Il segretario della CISL Raffaele Bonanni, con cui avete marcate divisioni strategiche, si comporta come un amministratore delegato del suo sindacato. E da quella posizione tratta con Fiat. Traccia lo stile di un sindacato moderno?
«Credo che un leader sindacale non possa avere invidia sociale: rappresenta sempre i lavoratori e i pensionati. Detto questo, quando parli con un ministro o un amministratore delegato non lo fai in quanto vieni ammesso a un salotto, ma in virtù degli interessi che vuoi tutelare. Se si perde questa funzione di rappresentanza, tutto cambia segno. E credo che ai lavoratori non piaccia: sanno bene chi sono loro, e che l’impresa è l’impresa».
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