Archivio mensile:luglio 2010

Interrogazione su politiche del lavoro in Tram Servizi

 

 I tagli annunciati dal Governo ad Enti locali e soprattutto alle Regioni incideranno molto pesantemente sul Trasporto

Tram Rimini

Pubblico Locale (TPL), servizio che per natura e funzioni è essenzialmente pubblico e la cui importanza è fondamentale per la qualità della vita dei cittadini e per la coesione sociale. Si apprendono con viva preoccupazione i dati diffusi dal Presidente della Tram Sergio Amadori in merito a questo argomento dove si dichiara che una riduzione sopra la soglia del 20% dei bilanci equivarrebbe ad un taglio netto di 3 milioni di euro che tradotto significa eliminare 1,4 milioni di chilometri di rete percorsa e licenziare 74 conducenti. L’impatto dei sarebbe devastante non solo per la qualità della vita dei cittadini, per la qualità del servizio erogato, ma anche le ricadute lavorative sarebbero altrettanto gravi.

Sappiamo tutti che il TPL si sorregge grazie alle risorse delle regioni e dei comuni rispettivamente nella misura del 90% e del 10%, il Comune di Rimini è azionista di maggioranza di Tram Servizi e nonostante la delibera che a breve voteremo per la fusione delle aziende dell’ambito romagnolo, già oggi occorre chiarezza di idee e soprattutto occorrono interventi e indirizzi precisi da parte dell’organo politico per intervenire in questa situazione tutelando l’interesse collettivo e i posti di lavoro.

Io penso che di fronte a questo scenario devastante non si possa dire che non rimane altro che prendere atto della situazione, né tantomeno, che il mercato deve essere lasciato libero di esprimersi attraverso le proprie dinamiche. Io penso che occorra un combinato disposto di interventi da parte dell’Amministrazione comunale che, da un lato tuteli la qualità della vita dei cittadini attraverso la tutela del TPL e dall’altro che si attivi per la salvaguardia dei posti di lavoro messi a repentaglio dai tagli minacciati dal governo. In questo senso mi chiedo se abbia senso tenere congelata l’ingente quantità di risorse destinate al metrò di costa, risorse che in un momento del genere potrebbero essere destinate ad interventi sul TPL molto più utili e qualitativamente osservabili.

Detto cio, Sig. Sindaco la interrogo per conoscere:

1. Quale sia la sua valutazione in merito allo scenario tratteggiato dal Presidente Amadori e se sia a conoscenza della situazione rilevata e, direi, annunciata dal Presidente stesso attraverso un intervento sulla stampa locale in data odierna;

2. Quali interventi nell’immediato l’A.C. intenda perseguire;

3. Quale valutazione si fa della qualità del servizio di TPL erogato;

4. Se sia attualmente in corso con la Regione Emilia Romagna un confronto per far fronte alla situazione che si sta attraversando e se si quale sia l’esito di questo confronto.

Il Consigliere comunale SEL

Eugenio Pari

Interrogazione presentata nel Consiglio comunale del 22.07.2010 con richiesta di risposta scritta

eugenio_pari@yahoo.it

Eugenio.Pari@comune.rimini.it

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Sondaggio Politico-Elettorale

 Se domani si votasse per le elezioni politiche, per quale pèartito voterebbe?.
 

Sondaggio Politico-Elettorale

Osservatorio SKY Digis – Pubblicato all’interno del TG SKY del 19 luglio 2010

Pubblicato il 19/7/2010.

Autore: Digis S.r.l.

Committente/ Acquirente: Digis S.r.l.

Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo dell’universo di riferimento per sesso, età, area geografica, ampiezza comune di residenza e condizione professionale

Metodo di raccolta delle informazioni: Interviste telefoniche assistite dal sistema C.A.T.I.

Numero delle persone interpellate e universo di riferimento: Totali casi:1000 – Universo di riferimento: popolazione italiana maggiorenne

Data in cui è stato realizzato il sondaggio: Tra il 16/07/2010 ed il 17/07/2010

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D’Alema, frullato preistorico

di Marco Travaglio

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/dalema-frullato-preistorico/2131275

Massimo D'Alema

La proposta sul governo di larghe intese è vecchia tanto nella forma quanto nei contenuti. Ma, soprattutto, è un maldestro tentativo di puntellare il berlusconismo al tramonto (22 luglio 2010)

C’è un che di preistorico nell’intervista rilasciata da Massimo D’Alema al “Corriere della sera” per proporre “un governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo” (già, come vogliamo chiamarlo?).

Anzitutto per il linguaggio che fa impallidire le fumisterie politichesi di Rumor, Moro e Forlani. Un frullato di “prospettive incerte”, “prendere le mosse”, “preoccupazione vivissima per lo stato del Paese”, “momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese”, naturalmente “con coraggio”, per “un nuovo patto sociale”, anzi “patto per la crescita”, insomma un “appello alla responsabilità per aprire una fase nuova”, una “soluzione temporanea legata a obiettivi precisi”, tipo “un compromesso ragionevole (guai se fosse irragionevole, ndr) tra nord e sud in materia di federalismo”, per sventare “gli elementi di scollamento” con il “maggior partito di opposizione” che è “pronto a riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo”.

Ma come parli, Max? Mancano solo le convergenze parallele e la pausa di riflessione. De Mita, al confronto, era Tacito. Una sola cosa emerge chiara e lampante dalla colata di piombo inflitta al “Corriere”: D’Alema non sopporta che Berlusconi defunga – com’era prevedibile da tutti, fuorché da lui – per motivi giudiziari anziché per la formidabile opposizione del Pd. Infatti sostiene, restando serio, che “non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come immagina parte dell’opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista”. Che poi è esattamente il mantra berlusconiano: “No a una nuova Tangentopoli, no al giustizialismo e al giacobinismo”.

Il fatto è che, se Scajola, Brancher e Cosentino si sono dovuti dimettere, non è certo per i “salti di qualità” inventati da D’Alema, ma per le indagini penali che la sottocultura dalemiana ostinatamente e ostentatamente ignora dai tempi della Bicamerale (sarà un caso, ma in tutta l’intervista Max non dice una parola sulla condanna in appello per mafia di Dell’Utri, suo grande fan e supporter nella fallita corsa al Quirinale del 2006). //

La vuotaggine linguistica è figlia della nullaggine politica: chi, dinanzi alla catastrofe biblica che travolge il sistema, non trova di meglio che dire “fermiamoci un momentino altrimenti l’Italia va a rotoli”, appartiene al mondo dei trapassati.

Quando D’Alema deride Berlusconi per il “tentativo abbastanza maldestro di riassorbire Casini”, dimentica che lui, da due anni a questa parte, non fa altro che tentativi abbastanza maldestri di assorbire Casini (anche a rischio di regalare pure la Puglia al Pdl). E poi che altro sarebbe il “governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo”, se non l’ennesimo tentativo abbastanza maldestro di puntellare il berlusconismo putrescente con l’accoppiata perdente Pd-Udc? Cose che capitano quando, come diceva Einstein, si affida la soluzione dei problemi a chi ha contribuito a crearli.

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL): “SFRUTTAMENTO E OMBRA DELLA MALAVITA NELLE STRUTTURE ALBERGHIERE. ORA LE CATEGORIE SI FACCIANO PARTE DILIGENTE INSIEME ALLE ISTITUZIONI PER RISOLVERE IL PROBLEMA”

La denuncia della Filacms CGIL sulla situazione in alcune strutture alberghiere è un fatto importante che le istituzioni

Eugenio Pari

e le associazioni di categoria non possono permettersi di lasciar cadere nel vuoto.

Il fatto che sempre più spesso attività alberghiere vengano affittate o comprate per riciclare denaro sporco è un fatto serio e senza considerare l’enorme evasione fiscale che si annida in questo settore, motivo per cui la nostra realtà è salita ancora una volta alla ribalta nazionale, questi fatti si caratterizzano come fenomeni distorsivi della concorrenza a tutto svantaggio di chi invece fa impresa stando dentro le regole e cercando di fornire un servizio la cui qualità va a vantaggio dell’intero sistema turistico riminese. Molti alberghi sono visti solo come strumenti per far soldi attraverso la contrazione dei diritti e delle tutele ai lavoratori, offrendo un servizio pessimo, evadendo totalmente le tasse e senza continuità nel tempo della gestione all’insegna del “prendi i soldi e scappa”. Una situazione che, è bene ribadirlo, va a svantaggio non solo dei lavoratori, dei clienti, ma di tutta la categoria e del sistema turistico ricettivo riminese.

Rimarcare questa vera e propria macchia nera economica e sociale, non significa mettere sullo stesso piano gli operatori alberghieri e turistici, non significa criminalizzare intere categorie economiche, ma proprio le categorie economiche dovrebbero essere le prime a rilevare questi elementi malsani denunciandoli e quindi facendosi parte diligente insieme alle istituzioni per trovare una soluzione che ripristini la legalità e il rispetto delle norme in materia lavorativa così facendo andrebbe a tutto vantaggio dell’intero sistema turistico e quindi della maggioranza degli operatori del settore. Invece, troppo spesso, purtroppo sono le categorie che fraintendono e con atteggiamenti prossimi al vittimistismo fanno si che lo status quo rimanga quello desolante a cui ci si sta sempre più abituando.

Raccolgo l’invito fatto da Mauro Rossi della Filcams CGIL e dichiaro la totale disponibilità ad appoggiare e sostenere iniziative istituzionali che possano andare nella direzione individuata.

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Vendola: «Così sfido la sinistra»

di BEPI MARTELLOTTA

Gazzetta del mezzogiorno, 18.07.2010

 http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=351324

 Il sole picchia forte nella piccola «Woodstock» di Baia S. Giorgio: niente musica, ma «fabbriche» di ragazzi che si

Nichi Vendola

confrontano sui temi di attualità e provano a costruire «la nuova sinistra». Lui, Nichi Vendola, ne è convinto: da questo angolo di mare alle porte di Bari non può nascere un inutile partito della sinistra (che farebbe solo il solletico al transatlantico Pd), ma un movimento che provi ad arginare la deriva del Paese. E il traghettatore-leader ha già preso in mano il timone: questa volta anche gli «apparati», come accaduto in Puglia con le primarie, dovranno seguirlo.

Presidente, a Bari le grandi prove per la leadership del centrosinistra del 2013?

«Siamo di fronte al paradosso: nel momento in cui emerge tutta la feccia di un potere osceno, violento, che ha come proprie sentinelle camorristi e massoni, nel momento in cui c’è uno strappo così forte nel berlusconismo e comincia a percepirsi la caduta, il centrosinistra continua ad essere in affanno. Siamo governati da cannibali, si stanno cibando della nostra Costituzione e dei diritti umani, sociali, di libertà. La nostra è una Repubblica delle Banane, un Paese perduto, che va verso la catastrofe. La destra procede con i carri armati alla devastazione della civiltà giuridica e sociale e il centrosinistra che fa? Arranca, tira fuori formule di governi tecnici improbabili. Non c’è più tempo: bisogna che la sinistra riconnetta la politica con la vita, segua i cartelli segnaletici che indicano Pomigliano e Melfi, la libertà delle donne e la ricerca, il Welfare e il Mezzogiorno, tutti i luoghi oggetto della macelleria sociale della destra: solo così il centrosinistra, invece di sentirsi sconfitto in partenza e aver paura perfino di evocare le elezioni anticipate, potrà smetterla di combattere la destra con la sindrome di Zelig.

Addio partiti, avanti con le «fabbriche»?

Io qui non ho l’alleanza della vittoria, ma ho il motore di un processo politico che spazza via i vizi e le vecchie culture del ceto politico per incrociare la domanda di cambiamento di un popolo e l’idea che si può vincere. Qui, nelle “fabbriche”, non si costruisce un corpo, un partito, un alleanza strutturata: siamo l’alito che consente a un corpo di avere un’anima.

Sì, ma poi bisogna andare alle urne e vincere. Come?

Serve un’allenza e un programma che metta insieme la questione sociale e quella democratica: l’Italia sta diventando un paese del Sudamerica degli anni ‘70. Altro che governi tecnici, qui c’è bisogno di un fronte largo di opposizione democratica e c’è bisogno ora di mettere in piedi il cantiere dell’alternativa del berlusconismo. In ballo non c’è la vittoria alle urne, ma la liberazione della Paese.

Fuori dalla battaglia politica, sembra però non aver retto anche il «fronte» dei governatori contro le politiche del governo che lei accusa.

Ci sono due governatori della Lega che vedono con favore le norme clientelari a favore della Padania in Finanziaria, ma il giudizio sulla manovra è unanime e dice che è insostenibile per qualsiasi regione. È una manovra che smantella il Welfare e lo sviluppo, è una manovra che taglia la vita non gli sprechi, taglia la carne viva del Paese: questo lo dicono Formigoni, Iorio, Caldoro e lo comincia a dire Scoppelliti, governatori del Pdl di Nord e Sud. Gli unici che non lo capiscono sono gli uomini della destra pugliese, il più sublime esempio di alto tradimento delle loro comunità. Gli Azzollini e i Fitto sono dei piccoli gendarmi leghisti e sarebbero imputabili di alto tradimento per quello che hanno fatto con questa Finanziaria, il primo facendosi alfiere dei più vergognosi emendamenti leghisti e il secondo dicendo che è giusto che il Sud perda risorse, perché non le ha sapute spendere bene.

Oltre la manovra, c’è il Patto di stabilità che obbliga la Puglia al rientro.

Noi violiamo quel Patto per la follia delle regole. Per rispettarlo non dovremmo spendere i soldi della spesa comunitaria: significa che nel 2011 non dovremmo spendere nulla di 1,2 miliardi di euro di fondi Ue: se superiamo di 150 milioni di euro la spesa, lo sforiamo. Qualcuno dovrà pure risponderci a questa domanda, che faremo rimbalzare da Bari a Roma a Bruxelles.

E la sanità? Nel 2005 accusò Fitto di tagliare gli ospedali e oggi è costretto a fare lo stesso. Cos’è, una nemesi?

Il razionamento ci è imposto dal governo con una violenza contabile impressionante: non ci chiedono quanti posti letto tagliamo, ma quante risorse corrispondenti riduciamo. Ci impongono i ticket e, nonostante dalla Puglia sia arrivato un piano draconiano, volevano imporci pure le tasse. È una modalità demenziale questo rigore: tre anni di piani di rientro della Sicilia hanno provocato un aumento di 6mila lavoratori precari, così come razionare le risorse un anno significa decuplicare il disavanzo l’anno dopo.

Dunque, tagli agli ospedali come fece Fitto. Non la preoccupa la rivolta delle comunità?

Se fosse vero che sto portando a compimento l’opera di Fitto, la destra pugliese dovrebbe applaudirmi. La verità è che Fitto non ha chiuso neanche un ospedale, ma ne ha resi agonizzanti tanti: ha stressato la domanda di salute per rendere limpido il bilancio. Noi abbiamo invertito il trend: abbiamo coperto col Bilancio autonomo della Regione i disavanzi che si producevano per rispondere al diritto alla salute dei cittadini e abbiamo fatto un’operazione verità sui bilanci. Certo, oggi c’è la manovra di rientro: avrei voluto farla con più gradualità, ma non c’è dubbio che un piccolo ospedale non solo non ha professionalità e tecnologie ma costa di più. I cittadini non vogliono l’ospedale sotto casa, ma la risposta alla domanda di salute. Non tanti ospedalini, ma tanti luoghi di cura: da questo punto di vista continuiamo a perseguire il piano della salute. Abbiamo cominciato e continueremo a spiegarlo alle comunità: i cittadini hanno chiaro ciò che sta accadendo, il delitto che la destra sta compiendo nei confronti del Sud è evidente. Lo sanno tutti e noi lo spiegheremo nel dettaglio.

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Vendola: «Spariglierò il Centrosinistra»

L’intervento conclusivo agli “Stati generali delle fabbriche di Nichi”

«No ai governi tecnici e alle larghe intese. Le primarie non sono una minaccia per il Pd, e io mi candido»

MILANO – Nichi Vendola, si presenta come elemento di rottura, parla alla sinistra e indica la sua linea, usando anche termini ispirati dai giochi di carte: «Noi diciamo no ai governi tecnici e a quelli delle larghe intese: le primarie non

Nichi Vendola

sono una minaccia per il Pd o per il centrosinistra, e io mi candido per sparigliare questi giochi». Queste le parole d’ordine espresse a Bari, durante gli “Stati generali delle fabbriche di nichi” davanti a una platea di circa duemila persone provenienti per il 40% dal resto d’Italia, in molti dal Settentrione. La manifestazione è stata seguita anche attraverso il web e i social network: la fan page di facebook di Nichi Vendola ha raggiunto quota 167.000, con 4.800 nuovi fan negli ultimi tre giorni.

VINCERE – «Dobbiamo vincere», ha sottolineato Vendola, «ma questo verbo deve essere coniugato fuori dal palazzo, lungo le traiettorie delle vie popolari. Vincere ha un significato se si vince a Pomigliano, a Melfi, se la vittoria ha significato per gli studenti precari, per i ricercatori che sono costretti ad emigrare, per le donne e gli eroi dei nostri giorni, come Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani. Bisogna vincere per ricostruire i codici dei diritti: allora la vittoria è un discorso sulla salvezza del Paese, che guarda all’Europa. È la vittoria di tanti, è la vittoria del popolo che si alza in piedi, non è una vittoria di parte o di partito».

CANDIDATURA – Vendola ha poi precisato il senso della sua disponibilità alla candidatura. «Perché io?», ha detto, «perché sono voi quando non sopportate il centrosinistra avendo in mente un mondo diverso da questo. Noi abbiamo due obiettivi da raggiungere: il primo è l’indispensabilità di un metodo democratico che si sottrae alle nomenclature di partito; il secondo è portare nell’arena la domanda di una buona politica. Non c’è buona politica che possa prescindere da un discorso sul buio e sulla luce». Vendola, infatti, ha titolato così il discorso conclusivo degli Stati generali delle fabbriche di nichi, «lanterne che illuminano gli angoli bui dell’esistente».

TEMI CHIAVE – Ha poi annunciato i temi chiave di una nuova piattaforma programmatica del centrosinistra: investire nella Bellezza dell’ambiente, dei talenti e dei territori; rilanciare l’Economia attraverso una pressione fiscale più equa, la redistribuzione delle risorse e puntando su qualità e innovazione; sottrarre la Conoscenza alla privatizzazione e alla parcellizzazione dei saperi attraverso il rilancio della scuola e dell’università come elementi fondanti di una cultura diffusa; ristabilire la connessione tra i Diritti e le persone; custodire il patrimonio dei Beni Comuni».
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Luigi Bobbio: “Cittadino, coinvolgerlo prima possibile”

Partecipazione: punti di forza e di debolezza, opportunità e rischi per le PA. Ne parliamo con Luigi Bobbio,

Luigi Bobbio

Professore di Analisi delle politiche pubbliche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino e Direttore del Laboratorio di Politiche (LaPo) presso il Corep di Torino. Governi locali, processi decisionali politico-amministrativi, esperimenti di democrazia deliberativa, dibattito pubblico: sono temi che Bobbio non segue solo dal punto di vista accademico, ma soprattutto pratico, partecipando in molte occasioni a esperienze di coinvolgimento dei cittadini nelle politiche pubbliche locali, dall’Alta Velocità in Val di Susa al recente dibattito sul nuovo tracciato della autostrada di Genova. Sul rapporto tra amministrazioni, imprese e associazioni di cittadini nei processi decisionali inclusivi Luigi Bobbio ha scritto numerosi libri e interventi su riviste (vedi elenco) e recentemente ha promosso e moderato all’interno della Biennale Democrazia un percorso partecipato sul testamento biologico.

Prof. Bobbio, Lei qualche hanno fa ha raccolto una serie di esperienze partecipative nella pubblicazione di CantieriPA, “Amministrare con i cittadini. Viaggio tra le pratiche di partecipazione in Italia” (nostra recensione). Come appare l’Italia oggi rispetto ad allora: ci sono molti progetti meritevoli di PA che coinvolgono i cittadini nelle politiche pubbliche o si tratta solo poche eccellenze?
Purtroppo queste esperienze sono ancora poche in Italia, e non saprei neanche se parlare di eccellenze, dal momento che alcune hanno una riuscita migliore, altre peggiore. Certamente non sono pratiche molto diffuse. La scelta di farle o non farle è chiaramente politica. E questo perché sono processi che vanno organizzati bene e che costano. Occorre la volontà politica di trovare le risorse e le professionalità adatte, spesso affidandosi a degli esperti esterni. L’Italia è molto indietro nel considerare la partecipazione come strumento per instaurare un rapporto più democratico con il cittadino. Nella maggior parte dei paesi stranieri non c’è progetto invasivo che venga introdotto senza avere un minimo dibattito pubblico per aggiustare il progetto iniziale.

Le critiche alla validità di queste pratiche riguardano spesso la caoticità per la presunta scarsa preparazione dei cittadini e i tempi troppo lunghi. Come risponde a questi elementi di scetticismo che emergono spesso attorno a questi esperimenti?
I processi partecipativi non sono affatto caotici. Direi piuttosto il contrario. Si tratta di percorsi brevi, ben strutturati e molto ordinati. Il processo va strutturato per tempi e per fasi, con professionalità dedicate alla progettazione di ogni tappa. Non è affatto vero poi che i tempi sono lunghi. Sono i tempi della politica ad essere lenti. In genere un processo partecipativo dura dai 4 ai 6 mesi, poi il consiglio, per assumere la decisione finale, ci mette molto più tempo, a volte dai 3 ai 4 anni. I tempi della politica, quindi, sono molto più lunghi di quelli della partecipazione.

Per capire un po’ meglio le chiedo di raccontarci l’esperienza sul testamento biologico alla Biennale Democrazia. Ci piacerebbe conoscere meglio alcuni aspetti pratici di un esperimento partecipativo così importante su un tema di tale delicatezza…
All’interno di questi 5 giorni dedicati alla riflessione sullo stato della democrazia in Italia, abbiamo voluto provare un’esperienza di democrazia partecipata sul caso del testamento biologico, un tema che riscontra una polarizzazione forte dal punto di vista politico. Sembra complesso ma in realtà su questo argomento tutti hanno qualcosa da dire. Per prima cosa è stato costruito un documento che mostrasse lo stato della questione e del dibatto, visionato da 10 garanti (giuristi, magistrati, filosofi…) di orientamento opposto. Il documento è stato distribuito gratuitamente anche con La Stampa. Poi sono iniziati gli incontri con i cittadini, a gruppi di trenta persone.

Quanti ne sono stati coinvolti?

Circa 600 cittadini tra Torino e Firenze. E lungo il percorso alle domande iniziali ne sono state aggiunte altre. Poi si è giunti al giorno del town meeting. I partecipanti – molti dei quali avevano preso parte ai focus – sedevano attorno a diversi tavoli e venivano aiutati nella discussione da un facilitatore. I commenti dei singoli tavoli venivano trasmessi in tempo reale sullo schermo, visibili a tutti. C’è stata poi la fase di sintesi e condivisione: anche su un tema così controverso, persone di orientamento politico o religioso opposto possono trovare degli spazi di accordo. Si tratta di momenti dove si riesce a fare emergere il lato pragmatico delle persone, più aperto alla posizione dell’altro.

È un percorso concluso?
No. Sulla base del documento conclusivo presentato alla fine della giornata, un vero e proprio istant report oggi disponibile on line sul sito di Biennale Democrazia, stiamo lavorando a un testo più completo ed elaborato che sarà presto reso pubblico.

Paradossalmente sembra più facile discutere di temi etici che non di pianificazione territoriale…

No, assolutamente no. Sono reduce di un dibattito pubblico molto proficuo su una nuova autostrada a Genova. Sono state coinvolte le comunità che vivono lungo il tracciato. C’è stata una partecipazione ampissima. Sono emerse delle opposizioni, a volte anche molto dure. Alla fine però ne è uscito un progetto molto diverso da quelli che erano stati proposti inizialmente.

Non è che le PA sono scettiche ad aprire il dialogo con i cittadini per paura di essere criticate e che i loro progetti vengano bocciati?
Perché questo non avvenga la parola d’ordine deve essere: “il più presto possibile”. I cittadini vanno chiamati in causa precocemente, il prima possibile. Non bisogna presentare loro il progetto completo solo per avere una manifestazione di assenso o dissenso. Il cittadino merita delle risposte e va coinvolto quando è ancora possibile modificare le cose sulla base del confronto e del suo apporto. Certo non è un percorso facile. A Genova sono stati coinvolti tantissimi cittadini, sono stati esaminati molti aspetti diversi, dinamiche sociali e culturali differenti. Sono emersi problemi che non erano stati visti e presi in considerazione nella fase iniziale.

Ma alla fine?
Il progetto finale presentato dalla Società Autostrade al termine del dibattito propone notevoli modifiche rispetto ai tracciati originari.

Un’ultima riflessione: esiste un rischio di interpretazione privatistica del principio di sussidierà orizzontale sancito dall’articolo 118 della Costituzione?
Sul piano della sussidiarietà esiste senz’altro un modo diverso di intenderla: in certi casi più orientata al bene pubblico, in altri in chiave più privatistica e imprenditoriale. Però terrei separati i due ambiti della partecipazione e della sussidiarietà. Un conto è la partecipazione del cittadino alle scelte collettive, un conto è che l’amministrazione chieda il contributo dei cittadini per fare delle cose. In questo caso c’è una sorta di azione civica in sostituzione della PA o in collaborazione con essa, nell’ottica del fare. Mentre nella partecipazione il coinvolgimento non riguarda il fare ma la formulazione di progetti o la presa di decisioni.

Giorgia Iazzetta

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FONDAZIONE FELLINI: OCCORRE ARRIVARE QUANTO PRIMA AD UN CHIARIMENTO

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL RIMINI)

Rimini, 17 luglio 2010

Federico Fellini

Credo che le funzioni della Fondazione Fellini potrebbero avere un effetto positivo per l’immagine non solo nazionale, ma anche internazionale della nostra città. Il buco di 500 mila euro però lascia molte perplessità sulla sua gestione e credo che aver riconfermato il direttore sia il segnale che il consiglio della Fondazione non abbia inteso andare fino in fondo verso una verifica delle attività svolte e delle responsabilità che a questo punto diventano indispensabili.

Ormai a Rimini siamo abituati, ed è una cattiva abitudine, a grandi eventi che richiedono grandi quantità di soldi pubblici, grandi eventi che vengono giustificati come indispensabili per promuovere l’immagine della città. Quale immagine poi non ci è dato saperlo. Il punto è che con la cifra che determina il buco di bilancio della Fondazione negli anni si sarebbero potuti promuovere decine e decine di iniziative culturali assolutamente valide e di richiamo, iniziative che avrebbero prolungato il calendario degli eventi piuttosto che, come con la Notte rosa, concentrarlo in due notti.

Mentre dalla sera alla mattina il Comune annulla convenzioni di qualche migliaio di euro a soggetti culturali assolutamente meritori, convenzioni che determinano molto spesso la sopravvivenza di queste realtà, dovremo rimpinguare i bilanci di un soggetto che troppo spesso sembra avere il solo compito di autoalimentarsi e di essere autoreferenziale. Io spero che si possa arrivare quanto prima ad un chiarimento di tutta questa vicenda tale da invertire la tendenza.

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL RIMINI) SULLA PROPOSTA DEL Q1 DI CAMBIARE DENOMINAZIONE AL PONTE DELLA RESISTENZA

Apprendo con sconcerto la proposta della Circoscrizione 1 di cambiare il nome del Ponte della Resistenza. Non si tratta di una semplice sciocchezza come le motivazioni potrebbero lasciar supporre, si tratta di una banalizzazione dietro cui nascondere una volontà di cancellare i segni democratici nella nostra città, dietro cui mistificare fatti storici e la lotta di chi si è battuto per dare la libertà a tutti, anche a coloro che la sprecano con simili proposte come la maggioranza di destra capeggiata dal Sig. Riccio.

Al consigliere Ciavatta e agli altri consiglieri di opposizione va il merito di aver sventato questa proposta e non posso che ringraziarli per la sensibilità e la coerenza che hanno dimostrato.

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Sognando Valletta

Di Loris Campetti

Il manifesto, 15.07.2010 http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/07/articolo/3079/

Vittorio Valletta

Dal ricatto alla rappresaglia, la trasformazione di Sergio Marchionne in Vittorio Valletta procede alla velocità della luce. Il suo obiettivo è isolare e colpire la Fiom e piegare ogni resistenza operaia, prima con il ricatto e oggi, appunto, con i licenziamenti per rappresaglia contro l’unico sindacato che non è si piegato al suo cospetto.
L’amministratore delegato della Fiat non ha digerito l’esito del referendum di Pomigliano da lui stesso imposto, nell’intento di proclamare la pax taurinensis nella fabbrica campana ribelle. Il ricatto – lavoro in cambio di diritti – era stato rispedito al mittente dal 40% degli operai, e Marchionne, dopo giorni di rabbioso silenzio nella sua residenza americana, aveva dovuto abbassare la testa confermando l’investimento a Pomigliano per la produzione della Panda. Non era riuscito a isolare la Fiom, che anzi aveva raddoppiato i suoi consensi in fabbrica. Addirittura, la pax – presentata con una lettera agli operai in cui il postmarxista «liberal» decretava la fine della lotta di classe – è saltata a Torino, e a Melfi, e via via in tutte le fabbriche del gruppo. A Mirafiori si sciopera per avere quel che gli accordi prevedono, il premio di risultato: visto che si distribuiscono dividendi agli azionisti e optional milionari ai dirigenti, gli operai con uno stipendio falcidiato dalla cassa integrazione non capiscono perché a pagare debbano essere sempre e solo loro. Marchionne non ha fatto attendere la sua risposta: licenziato un delegato della Fiom. A Melfi si sciopera da due settimane contro l’aumento intollerabile dei ritmi, con la pretesa Fiat che la riduzione del lavoro da tre turni a due non comporti riduzione della produzione, imponendo agli operai di un turno la cassa integrazione e a quelli dei due turni restanti di spaccarsi la schiena alla catena di montaggio. Anche a Melfi la risposta è arrivata fulminea: un operaio in sciopero licenziato e due delegati della Fiom sospesi, in attesa di licenziamento. Marchionne tenta di praticare l’obiettivo, estendendo a tutti i dipendenti il divieto di sciopero illusoriamente strappato a Pomigliano con un diktat subìto dal 60% della fabbrica. Contro queste aggressioni la Fiom ha indetto per domani lo sciopero generale di tutto il gruppo Fiat.
Forse Marchionne sta sbagliando i conti. Non siamo negli anni Cinquanta, quando Valletta, con i soldi dell’ambasciatrice americana Luce – che consegnava gli «aiuti» del piano Marshall in cambio della liquidazione della Fiom e del licenziamento dei comunisti – e la polizia di Scelba, riuscì a piegare la resistenza operaia. Oggi, è vero, anche Marchionne ha un amico americano, e molto più potente della Luce, ma è escluso che a Obama freghi qualcosa della Fiom, di Pomigliano, Melfi e Mirafiori. Ma soprattutto, la Fiom del 2010 è altra cosa dalla Fiom dei primi anni Cinquanta che scioperava contro l’aggressione americana alla Corea nella guerra che infiammò il 38° parallelo, perdendo così il suo radicamento tra i lavoratori. Oggi la Fiom non sciopera contro l’embargo Usa a Cuba ma in difesa delle condizioni di lavoro, dei contratti, delle leggi e della Costituzione. E così aumenta i consensi nelle fabbriche. Dovrebbe rifletterci, Sergio Marchionne.

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