Archivio mensile:luglio 2010

Interrogazione su politiche del lavoro in Tram Servizi

 

 I tagli annunciati dal Governo ad Enti locali e soprattutto alle Regioni incideranno molto pesantemente sul Trasporto

Tram Rimini

Pubblico Locale (TPL), servizio che per natura e funzioni è essenzialmente pubblico e la cui importanza è fondamentale per la qualità della vita dei cittadini e per la coesione sociale. Si apprendono con viva preoccupazione i dati diffusi dal Presidente della Tram Sergio Amadori in merito a questo argomento dove si dichiara che una riduzione sopra la soglia del 20% dei bilanci equivarrebbe ad un taglio netto di 3 milioni di euro che tradotto significa eliminare 1,4 milioni di chilometri di rete percorsa e licenziare 74 conducenti. L’impatto dei sarebbe devastante non solo per la qualità della vita dei cittadini, per la qualità del servizio erogato, ma anche le ricadute lavorative sarebbero altrettanto gravi.

Sappiamo tutti che il TPL si sorregge grazie alle risorse delle regioni e dei comuni rispettivamente nella misura del 90% e del 10%, il Comune di Rimini è azionista di maggioranza di Tram Servizi e nonostante la delibera che a breve voteremo per la fusione delle aziende dell’ambito romagnolo, già oggi occorre chiarezza di idee e soprattutto occorrono interventi e indirizzi precisi da parte dell’organo politico per intervenire in questa situazione tutelando l’interesse collettivo e i posti di lavoro.

Io penso che di fronte a questo scenario devastante non si possa dire che non rimane altro che prendere atto della situazione, né tantomeno, che il mercato deve essere lasciato libero di esprimersi attraverso le proprie dinamiche. Io penso che occorra un combinato disposto di interventi da parte dell’Amministrazione comunale che, da un lato tuteli la qualità della vita dei cittadini attraverso la tutela del TPL e dall’altro che si attivi per la salvaguardia dei posti di lavoro messi a repentaglio dai tagli minacciati dal governo. In questo senso mi chiedo se abbia senso tenere congelata l’ingente quantità di risorse destinate al metrò di costa, risorse che in un momento del genere potrebbero essere destinate ad interventi sul TPL molto più utili e qualitativamente osservabili.

Detto cio, Sig. Sindaco la interrogo per conoscere:

1. Quale sia la sua valutazione in merito allo scenario tratteggiato dal Presidente Amadori e se sia a conoscenza della situazione rilevata e, direi, annunciata dal Presidente stesso attraverso un intervento sulla stampa locale in data odierna;

2. Quali interventi nell’immediato l’A.C. intenda perseguire;

3. Quale valutazione si fa della qualità del servizio di TPL erogato;

4. Se sia attualmente in corso con la Regione Emilia Romagna un confronto per far fronte alla situazione che si sta attraversando e se si quale sia l’esito di questo confronto.

Il Consigliere comunale SEL

Eugenio Pari

Interrogazione presentata nel Consiglio comunale del 22.07.2010 con richiesta di risposta scritta

eugenio_pari@yahoo.it

Eugenio.Pari@comune.rimini.it

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Sondaggio Politico-Elettorale

 Se domani si votasse per le elezioni politiche, per quale pèartito voterebbe?.
 

Sondaggio Politico-Elettorale

Osservatorio SKY Digis – Pubblicato all’interno del TG SKY del 19 luglio 2010

Pubblicato il 19/7/2010.

Autore: Digis S.r.l.

Committente/ Acquirente: Digis S.r.l.

Criteri seguiti per la formazione del campione: Campione rappresentativo dell’universo di riferimento per sesso, età, area geografica, ampiezza comune di residenza e condizione professionale

Metodo di raccolta delle informazioni: Interviste telefoniche assistite dal sistema C.A.T.I.

Numero delle persone interpellate e universo di riferimento: Totali casi:1000 – Universo di riferimento: popolazione italiana maggiorenne

Data in cui è stato realizzato il sondaggio: Tra il 16/07/2010 ed il 17/07/2010

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D’Alema, frullato preistorico

di Marco Travaglio

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/dalema-frullato-preistorico/2131275

Massimo D'Alema

La proposta sul governo di larghe intese è vecchia tanto nella forma quanto nei contenuti. Ma, soprattutto, è un maldestro tentativo di puntellare il berlusconismo al tramonto (22 luglio 2010)

C’è un che di preistorico nell’intervista rilasciata da Massimo D’Alema al “Corriere della sera” per proporre “un governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo” (già, come vogliamo chiamarlo?).

Anzitutto per il linguaggio che fa impallidire le fumisterie politichesi di Rumor, Moro e Forlani. Un frullato di “prospettive incerte”, “prendere le mosse”, “preoccupazione vivissima per lo stato del Paese”, “momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese”, naturalmente “con coraggio”, per “un nuovo patto sociale”, anzi “patto per la crescita”, insomma un “appello alla responsabilità per aprire una fase nuova”, una “soluzione temporanea legata a obiettivi precisi”, tipo “un compromesso ragionevole (guai se fosse irragionevole, ndr) tra nord e sud in materia di federalismo”, per sventare “gli elementi di scollamento” con il “maggior partito di opposizione” che è “pronto a riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo”.

Ma come parli, Max? Mancano solo le convergenze parallele e la pausa di riflessione. De Mita, al confronto, era Tacito. Una sola cosa emerge chiara e lampante dalla colata di piombo inflitta al “Corriere”: D’Alema non sopporta che Berlusconi defunga – com’era prevedibile da tutti, fuorché da lui – per motivi giudiziari anziché per la formidabile opposizione del Pd. Infatti sostiene, restando serio, che “non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come immagina parte dell’opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista”. Che poi è esattamente il mantra berlusconiano: “No a una nuova Tangentopoli, no al giustizialismo e al giacobinismo”.

Il fatto è che, se Scajola, Brancher e Cosentino si sono dovuti dimettere, non è certo per i “salti di qualità” inventati da D’Alema, ma per le indagini penali che la sottocultura dalemiana ostinatamente e ostentatamente ignora dai tempi della Bicamerale (sarà un caso, ma in tutta l’intervista Max non dice una parola sulla condanna in appello per mafia di Dell’Utri, suo grande fan e supporter nella fallita corsa al Quirinale del 2006). //

La vuotaggine linguistica è figlia della nullaggine politica: chi, dinanzi alla catastrofe biblica che travolge il sistema, non trova di meglio che dire “fermiamoci un momentino altrimenti l’Italia va a rotoli”, appartiene al mondo dei trapassati.

Quando D’Alema deride Berlusconi per il “tentativo abbastanza maldestro di riassorbire Casini”, dimentica che lui, da due anni a questa parte, non fa altro che tentativi abbastanza maldestri di assorbire Casini (anche a rischio di regalare pure la Puglia al Pdl). E poi che altro sarebbe il “governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo”, se non l’ennesimo tentativo abbastanza maldestro di puntellare il berlusconismo putrescente con l’accoppiata perdente Pd-Udc? Cose che capitano quando, come diceva Einstein, si affida la soluzione dei problemi a chi ha contribuito a crearli.

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL): “SFRUTTAMENTO E OMBRA DELLA MALAVITA NELLE STRUTTURE ALBERGHIERE. ORA LE CATEGORIE SI FACCIANO PARTE DILIGENTE INSIEME ALLE ISTITUZIONI PER RISOLVERE IL PROBLEMA”

La denuncia della Filacms CGIL sulla situazione in alcune strutture alberghiere è un fatto importante che le istituzioni

Eugenio Pari

e le associazioni di categoria non possono permettersi di lasciar cadere nel vuoto.

Il fatto che sempre più spesso attività alberghiere vengano affittate o comprate per riciclare denaro sporco è un fatto serio e senza considerare l’enorme evasione fiscale che si annida in questo settore, motivo per cui la nostra realtà è salita ancora una volta alla ribalta nazionale, questi fatti si caratterizzano come fenomeni distorsivi della concorrenza a tutto svantaggio di chi invece fa impresa stando dentro le regole e cercando di fornire un servizio la cui qualità va a vantaggio dell’intero sistema turistico riminese. Molti alberghi sono visti solo come strumenti per far soldi attraverso la contrazione dei diritti e delle tutele ai lavoratori, offrendo un servizio pessimo, evadendo totalmente le tasse e senza continuità nel tempo della gestione all’insegna del “prendi i soldi e scappa”. Una situazione che, è bene ribadirlo, va a svantaggio non solo dei lavoratori, dei clienti, ma di tutta la categoria e del sistema turistico ricettivo riminese.

Rimarcare questa vera e propria macchia nera economica e sociale, non significa mettere sullo stesso piano gli operatori alberghieri e turistici, non significa criminalizzare intere categorie economiche, ma proprio le categorie economiche dovrebbero essere le prime a rilevare questi elementi malsani denunciandoli e quindi facendosi parte diligente insieme alle istituzioni per trovare una soluzione che ripristini la legalità e il rispetto delle norme in materia lavorativa così facendo andrebbe a tutto vantaggio dell’intero sistema turistico e quindi della maggioranza degli operatori del settore. Invece, troppo spesso, purtroppo sono le categorie che fraintendono e con atteggiamenti prossimi al vittimistismo fanno si che lo status quo rimanga quello desolante a cui ci si sta sempre più abituando.

Raccolgo l’invito fatto da Mauro Rossi della Filcams CGIL e dichiaro la totale disponibilità ad appoggiare e sostenere iniziative istituzionali che possano andare nella direzione individuata.

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Luigi Bobbio: “Cittadino, coinvolgerlo prima possibile”

Partecipazione: punti di forza e di debolezza, opportunità e rischi per le PA. Ne parliamo con Luigi Bobbio,

Luigi Bobbio

Professore di Analisi delle politiche pubbliche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino e Direttore del Laboratorio di Politiche (LaPo) presso il Corep di Torino. Governi locali, processi decisionali politico-amministrativi, esperimenti di democrazia deliberativa, dibattito pubblico: sono temi che Bobbio non segue solo dal punto di vista accademico, ma soprattutto pratico, partecipando in molte occasioni a esperienze di coinvolgimento dei cittadini nelle politiche pubbliche locali, dall’Alta Velocità in Val di Susa al recente dibattito sul nuovo tracciato della autostrada di Genova. Sul rapporto tra amministrazioni, imprese e associazioni di cittadini nei processi decisionali inclusivi Luigi Bobbio ha scritto numerosi libri e interventi su riviste (vedi elenco) e recentemente ha promosso e moderato all’interno della Biennale Democrazia un percorso partecipato sul testamento biologico.

Prof. Bobbio, Lei qualche hanno fa ha raccolto una serie di esperienze partecipative nella pubblicazione di CantieriPA, “Amministrare con i cittadini. Viaggio tra le pratiche di partecipazione in Italia” (nostra recensione). Come appare l’Italia oggi rispetto ad allora: ci sono molti progetti meritevoli di PA che coinvolgono i cittadini nelle politiche pubbliche o si tratta solo poche eccellenze?
Purtroppo queste esperienze sono ancora poche in Italia, e non saprei neanche se parlare di eccellenze, dal momento che alcune hanno una riuscita migliore, altre peggiore. Certamente non sono pratiche molto diffuse. La scelta di farle o non farle è chiaramente politica. E questo perché sono processi che vanno organizzati bene e che costano. Occorre la volontà politica di trovare le risorse e le professionalità adatte, spesso affidandosi a degli esperti esterni. L’Italia è molto indietro nel considerare la partecipazione come strumento per instaurare un rapporto più democratico con il cittadino. Nella maggior parte dei paesi stranieri non c’è progetto invasivo che venga introdotto senza avere un minimo dibattito pubblico per aggiustare il progetto iniziale.

Le critiche alla validità di queste pratiche riguardano spesso la caoticità per la presunta scarsa preparazione dei cittadini e i tempi troppo lunghi. Come risponde a questi elementi di scetticismo che emergono spesso attorno a questi esperimenti?
I processi partecipativi non sono affatto caotici. Direi piuttosto il contrario. Si tratta di percorsi brevi, ben strutturati e molto ordinati. Il processo va strutturato per tempi e per fasi, con professionalità dedicate alla progettazione di ogni tappa. Non è affatto vero poi che i tempi sono lunghi. Sono i tempi della politica ad essere lenti. In genere un processo partecipativo dura dai 4 ai 6 mesi, poi il consiglio, per assumere la decisione finale, ci mette molto più tempo, a volte dai 3 ai 4 anni. I tempi della politica, quindi, sono molto più lunghi di quelli della partecipazione.

Per capire un po’ meglio le chiedo di raccontarci l’esperienza sul testamento biologico alla Biennale Democrazia. Ci piacerebbe conoscere meglio alcuni aspetti pratici di un esperimento partecipativo così importante su un tema di tale delicatezza…
All’interno di questi 5 giorni dedicati alla riflessione sullo stato della democrazia in Italia, abbiamo voluto provare un’esperienza di democrazia partecipata sul caso del testamento biologico, un tema che riscontra una polarizzazione forte dal punto di vista politico. Sembra complesso ma in realtà su questo argomento tutti hanno qualcosa da dire. Per prima cosa è stato costruito un documento che mostrasse lo stato della questione e del dibatto, visionato da 10 garanti (giuristi, magistrati, filosofi…) di orientamento opposto. Il documento è stato distribuito gratuitamente anche con La Stampa. Poi sono iniziati gli incontri con i cittadini, a gruppi di trenta persone.

Quanti ne sono stati coinvolti?

Circa 600 cittadini tra Torino e Firenze. E lungo il percorso alle domande iniziali ne sono state aggiunte altre. Poi si è giunti al giorno del town meeting. I partecipanti – molti dei quali avevano preso parte ai focus – sedevano attorno a diversi tavoli e venivano aiutati nella discussione da un facilitatore. I commenti dei singoli tavoli venivano trasmessi in tempo reale sullo schermo, visibili a tutti. C’è stata poi la fase di sintesi e condivisione: anche su un tema così controverso, persone di orientamento politico o religioso opposto possono trovare degli spazi di accordo. Si tratta di momenti dove si riesce a fare emergere il lato pragmatico delle persone, più aperto alla posizione dell’altro.

È un percorso concluso?
No. Sulla base del documento conclusivo presentato alla fine della giornata, un vero e proprio istant report oggi disponibile on line sul sito di Biennale Democrazia, stiamo lavorando a un testo più completo ed elaborato che sarà presto reso pubblico.

Paradossalmente sembra più facile discutere di temi etici che non di pianificazione territoriale…

No, assolutamente no. Sono reduce di un dibattito pubblico molto proficuo su una nuova autostrada a Genova. Sono state coinvolte le comunità che vivono lungo il tracciato. C’è stata una partecipazione ampissima. Sono emerse delle opposizioni, a volte anche molto dure. Alla fine però ne è uscito un progetto molto diverso da quelli che erano stati proposti inizialmente.

Non è che le PA sono scettiche ad aprire il dialogo con i cittadini per paura di essere criticate e che i loro progetti vengano bocciati?
Perché questo non avvenga la parola d’ordine deve essere: “il più presto possibile”. I cittadini vanno chiamati in causa precocemente, il prima possibile. Non bisogna presentare loro il progetto completo solo per avere una manifestazione di assenso o dissenso. Il cittadino merita delle risposte e va coinvolto quando è ancora possibile modificare le cose sulla base del confronto e del suo apporto. Certo non è un percorso facile. A Genova sono stati coinvolti tantissimi cittadini, sono stati esaminati molti aspetti diversi, dinamiche sociali e culturali differenti. Sono emersi problemi che non erano stati visti e presi in considerazione nella fase iniziale.

Ma alla fine?
Il progetto finale presentato dalla Società Autostrade al termine del dibattito propone notevoli modifiche rispetto ai tracciati originari.

Un’ultima riflessione: esiste un rischio di interpretazione privatistica del principio di sussidierà orizzontale sancito dall’articolo 118 della Costituzione?
Sul piano della sussidiarietà esiste senz’altro un modo diverso di intenderla: in certi casi più orientata al bene pubblico, in altri in chiave più privatistica e imprenditoriale. Però terrei separati i due ambiti della partecipazione e della sussidiarietà. Un conto è la partecipazione del cittadino alle scelte collettive, un conto è che l’amministrazione chieda il contributo dei cittadini per fare delle cose. In questo caso c’è una sorta di azione civica in sostituzione della PA o in collaborazione con essa, nell’ottica del fare. Mentre nella partecipazione il coinvolgimento non riguarda il fare ma la formulazione di progetti o la presa di decisioni.

Giorgia Iazzetta

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FONDAZIONE FELLINI: OCCORRE ARRIVARE QUANTO PRIMA AD UN CHIARIMENTO

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL RIMINI)

Rimini, 17 luglio 2010

Federico Fellini

Credo che le funzioni della Fondazione Fellini potrebbero avere un effetto positivo per l’immagine non solo nazionale, ma anche internazionale della nostra città. Il buco di 500 mila euro però lascia molte perplessità sulla sua gestione e credo che aver riconfermato il direttore sia il segnale che il consiglio della Fondazione non abbia inteso andare fino in fondo verso una verifica delle attività svolte e delle responsabilità che a questo punto diventano indispensabili.

Ormai a Rimini siamo abituati, ed è una cattiva abitudine, a grandi eventi che richiedono grandi quantità di soldi pubblici, grandi eventi che vengono giustificati come indispensabili per promuovere l’immagine della città. Quale immagine poi non ci è dato saperlo. Il punto è che con la cifra che determina il buco di bilancio della Fondazione negli anni si sarebbero potuti promuovere decine e decine di iniziative culturali assolutamente valide e di richiamo, iniziative che avrebbero prolungato il calendario degli eventi piuttosto che, come con la Notte rosa, concentrarlo in due notti.

Mentre dalla sera alla mattina il Comune annulla convenzioni di qualche migliaio di euro a soggetti culturali assolutamente meritori, convenzioni che determinano molto spesso la sopravvivenza di queste realtà, dovremo rimpinguare i bilanci di un soggetto che troppo spesso sembra avere il solo compito di autoalimentarsi e di essere autoreferenziale. Io spero che si possa arrivare quanto prima ad un chiarimento di tutta questa vicenda tale da invertire la tendenza.

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE SEL RIMINI) SULLA PROPOSTA DEL Q1 DI CAMBIARE DENOMINAZIONE AL PONTE DELLA RESISTENZA

Apprendo con sconcerto la proposta della Circoscrizione 1 di cambiare il nome del Ponte della Resistenza. Non si tratta di una semplice sciocchezza come le motivazioni potrebbero lasciar supporre, si tratta di una banalizzazione dietro cui nascondere una volontà di cancellare i segni democratici nella nostra città, dietro cui mistificare fatti storici e la lotta di chi si è battuto per dare la libertà a tutti, anche a coloro che la sprecano con simili proposte come la maggioranza di destra capeggiata dal Sig. Riccio.

Al consigliere Ciavatta e agli altri consiglieri di opposizione va il merito di aver sventato questa proposta e non posso che ringraziarli per la sensibilità e la coerenza che hanno dimostrato.

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Sognando Valletta

Di Loris Campetti

Il manifesto, 15.07.2010 http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/07/articolo/3079/

Vittorio Valletta

Dal ricatto alla rappresaglia, la trasformazione di Sergio Marchionne in Vittorio Valletta procede alla velocità della luce. Il suo obiettivo è isolare e colpire la Fiom e piegare ogni resistenza operaia, prima con il ricatto e oggi, appunto, con i licenziamenti per rappresaglia contro l’unico sindacato che non è si piegato al suo cospetto.
L’amministratore delegato della Fiat non ha digerito l’esito del referendum di Pomigliano da lui stesso imposto, nell’intento di proclamare la pax taurinensis nella fabbrica campana ribelle. Il ricatto – lavoro in cambio di diritti – era stato rispedito al mittente dal 40% degli operai, e Marchionne, dopo giorni di rabbioso silenzio nella sua residenza americana, aveva dovuto abbassare la testa confermando l’investimento a Pomigliano per la produzione della Panda. Non era riuscito a isolare la Fiom, che anzi aveva raddoppiato i suoi consensi in fabbrica. Addirittura, la pax – presentata con una lettera agli operai in cui il postmarxista «liberal» decretava la fine della lotta di classe – è saltata a Torino, e a Melfi, e via via in tutte le fabbriche del gruppo. A Mirafiori si sciopera per avere quel che gli accordi prevedono, il premio di risultato: visto che si distribuiscono dividendi agli azionisti e optional milionari ai dirigenti, gli operai con uno stipendio falcidiato dalla cassa integrazione non capiscono perché a pagare debbano essere sempre e solo loro. Marchionne non ha fatto attendere la sua risposta: licenziato un delegato della Fiom. A Melfi si sciopera da due settimane contro l’aumento intollerabile dei ritmi, con la pretesa Fiat che la riduzione del lavoro da tre turni a due non comporti riduzione della produzione, imponendo agli operai di un turno la cassa integrazione e a quelli dei due turni restanti di spaccarsi la schiena alla catena di montaggio. Anche a Melfi la risposta è arrivata fulminea: un operaio in sciopero licenziato e due delegati della Fiom sospesi, in attesa di licenziamento. Marchionne tenta di praticare l’obiettivo, estendendo a tutti i dipendenti il divieto di sciopero illusoriamente strappato a Pomigliano con un diktat subìto dal 60% della fabbrica. Contro queste aggressioni la Fiom ha indetto per domani lo sciopero generale di tutto il gruppo Fiat.
Forse Marchionne sta sbagliando i conti. Non siamo negli anni Cinquanta, quando Valletta, con i soldi dell’ambasciatrice americana Luce – che consegnava gli «aiuti» del piano Marshall in cambio della liquidazione della Fiom e del licenziamento dei comunisti – e la polizia di Scelba, riuscì a piegare la resistenza operaia. Oggi, è vero, anche Marchionne ha un amico americano, e molto più potente della Luce, ma è escluso che a Obama freghi qualcosa della Fiom, di Pomigliano, Melfi e Mirafiori. Ma soprattutto, la Fiom del 2010 è altra cosa dalla Fiom dei primi anni Cinquanta che scioperava contro l’aggressione americana alla Corea nella guerra che infiammò il 38° parallelo, perdendo così il suo radicamento tra i lavoratori. Oggi la Fiom non sciopera contro l’embargo Usa a Cuba ma in difesa delle condizioni di lavoro, dei contratti, delle leggi e della Costituzione. E così aumenta i consensi nelle fabbriche. Dovrebbe rifletterci, Sergio Marchionne.

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NASCE A RIMINI IL COMITATO SULLE ENERGIE RINNOVABILI

Energie rinnovabili

Nasce ufficialmente anche a Rimini il Comitato SI alle energie rinnovabili NO al nucleare che come sua prima iniziativa promuove la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare su SVILUPPO DELL’EFFICENZA ENERGETICA E DELLE FONTI RINNOVABILI. PER LA SALVAGUARDIA DEL CLIMA. Alivello locale oltre a Sel, Verdi, Pd, Rifondazione Comunista ne fanno parte diverse associazioni ambientaliste.
Lunedì 7 giugno, è stato depositato in Cassazione il progetto di legge: “SVILUPPO DELL’EFFICIENZA ENERGETICA E DELLE FONTI RINNOVABILI PER LA SALVAGUARDIA DEL CLIMA”.
Hanno firmato la presentazione del ddl: Alfiero Grandi, Mario Agostinelli, Francesco Maria Alemanni, Angelo Bonelli, Ferdinando Bonessio, Mauro Bulgarelli, Vittorio Bardi, Vittorio Cogliati Dezza, Paolo Cento, Giulietto Chiesa, Paolo Beni, Valerio Calzolaio, Maria Campese, Massimo de Santis, Paolo Ferrero, Stefano Leoni, Gianni Mattioli, Ugo Mazza, Roberto Musacchio, Angelo Navarra, Giuseppe Onufrio, Ciro Pesacane, Anna Piccolini, Massimo Scalia, Giuseppe Sunseri, Sergio Ulgiati, Erasmo Venosi, Vincenzo Vita, Umberto Zona.
A sostegno del disegno di legge verranno raccolte le firme dei cittadini per la presentazione in parlamento e per costruire una campagna di mobilitazione positiva a favore di una diversa politica energetica, in attuazione degli obiettivi europei del 20-20-20 entro il 2020 e per dire no al nucleare. Risparmio energetico e sostegno alle fonti rinnovabili di energia sono i 2 capisaldi della proposta di legge, il cui articolato interviene su tutti i settori dei consumi di energia: residenziale, produttivo e terziario, trasporti, e quindi non solo nell’energia elettrica che rappresenta il 20 % dei consumi totali.
Il Piano Energetico Ambientale Nazionale è lo strumento principale per definire obiettivi di politica energetica e strumenti con la partecipazione delle Regioni. Nella proposta di legge vengono definite quali sono le fonti rinnovabili e che quindi sono considerate di utilità pubblica, che vanno sostenute finanziariamente, realizzate con procedure semplificate e, nel caso dell’elettricità, debbono avere priorità nell’allacciamento alla rete.
La rete elettrica deve essere pubblica. Terna va trasformata in Agenzia (sul modello di quelle fiscali), coinvolgendo le Regioni.
Per definire l’ammontare degli incentivi e sciogliere i passaggi più impegnativi l’Autorità per l’energia coinvolgerà 3 Istituti di ricerca di cui 1 europeo.
Nel ddl ci sono proposte nuove come la costruzione di una rete di agenzie o di sportelli locali e un albo di professionisti che operano a tariffa calmierata per aiutare i cittadini nelle scelte, nelle procedure, in tutti i passaggi necessari per realizzare le scelte in materia di rinnovabili.
Per recuperare le risorse necessarie vengono aboliti i contributi ai termovalorizzatori (CIP 6) che oggi costano il doppio delle rinnovabili, vengono abolite tutte le norme che puntano a reintrodurre il nucleare, viene istituita la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, anche per scoraggiare le speculazioni, viene istituito un Fondo di 3 miliardi di euro presso la Cassa Depositi e Prestiti per gli interventi (risparmio e rinnovabili) sugli edifici pubblici, a partire dalle scuole e dagli ospedali.
Viene istituita una cabina di regia con Governo, Regioni, Enti locali per la gestione della legge, che si avvarrà del contributo delle associazioni ambientaliste, dei consumatori, ecc.
Nei prossimi giorni la proposta di legge verrà presentata più dettagliatamente, insieme al piano di lavoro, in un seminario pubblico, aperto alla stampa, con la collaborazione di articolo 21.

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La fabbrica di nuovo protagonista

Il ruolo del sindacato. L’uso dello sciopero. Ecco qual è la lezione di Pomigliano. Ciò che non va, nell’accordo di Pomigliano, è la violazione di diritti costituzionali dentro una logica da caserma. Ad affermarlo è la Vice Segretaria Generale della CGIL Susanna Camusso in una intervista rilasciata al settimanale ‘L’Espresso’

http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=14186

02/07/2010

Gli operai erano spariti: da dieci anni erano assenti dal dibattito del paese. Si è quasi negato che esistessero. Siamo diventati thatcheriani senza vivere la finanziarizzazione che c’è stata in Gran Bretagna, perché noi eravamo e siamo ancora ben piantati nel modello manifatturiero. Dico di più: c’è stata una svalutazione dell’identità del lavoratore, anche da parte della politica… Mentre fa un bilancio amaro del recente passato, Susanna Camusso, Segretario Confederale della CGIL, appare quasi sollevata.
L’affare Pomigliano, bella grana che sta tenendo sulla corda la più grande azienda del paese, l’intera organizzazione padronale e il fronte – spaccato – delle centrali sindacali, si sta trasformando in un inaspettato regalo. Perché la sfida della Fiat su turni e produrtività dell’impianto campano, con la successiva conta tra i dipendenti e l’alzata di scudi sui loro diritti, può tradursi in uno tsunami benefico. Spazzare via il velo dell’indifferenza verso la fabbrica, i suoi abitanti e le sue battaglie, ridare linfa al mestiere del sindacalista, e centralità ai temi del lavoro.
Per Camusso, che per molti ha già in tasca il biglietto vincente che la porterà al vertice dell’organizzazione tra pochi mesi, quando scadranno gli otto anni di guida di Guglielmo Epifani, sarebbe l’inizio di una nuova era: la prima donna Segretario confederale, più il ritorno all’orgoglio operaio.
«L’esito del referendum ha fatto da sveglia», dice lei: per Mimì metallurgico, però, l’impasse Pomigliano è ancora tutta da superare.
Quale prevede sarà la prossima mossa FIAT?
«La Fiat sa che su turni e nuova organizzazione l’accordo integrativo ha lo stesso valore di un contratto nazionale, cioè si applica a tutti. Ciò che non va, ed è inefficace perché illegittimo, è la violazione di diritti costituzionali come lo sciopero».
Secondo lei perché la FIAT ha forzato la mano su assenze e scioperi?
«Si capisce solo in una logica da caserma. Non combatti forme anomale di assenteismo con una logica punitiva sui malati. E sullo sciopero quale può essere la sanzione? Il licenziamento? Le procedure dei provvedimenti disciplinari sono regolate e graduate, e non coinvolgono diritti indisponibili. Non credo ci sia un giudice del lavoro che gli darebbe ragione».
Crede che sia praticabile l’ipotesi di una ‘newco’ a Pomigliano?
«L’unica ipotesi concreta che vedo sul tavolo è lo scorporo dell’intera FIAT auto: ma non azzera tutto per ricominciare. E vale per tutti gli stabilimenti, non isola Pomigliano».
Non crede che con la crisi economica i lavoratori siano più disponibili ad accettare condizioni al ribasso?
«Pomigliano dimostra il contrario: che c’è la consapevolezza di un limite. Deve essere la contrattazione nei luoghi di lavoro a rimettere i paletti nel punto giusto».
È cambiato il modo di fare contrattazione? Più locale e con una diminuzione del peso del contratto nazionale, per esempio…
«Nell’ultimo anno e mezzo di crisi abbiamo fatto migliaia di accordi che hanno individuato forme diverse di distribuzione del lavoro. Quanto al livello di contrattazione, il secondo livello è sempre esistito, e lo sbaglio è pensare che possa andare in senso opposto alla contrattazione nazionale. Altro sbaglio: soffiare sul fuoco delle divergenze tra sindacati. Quelle migliaia di accordi li abbiamo fatti quasi tutti con CISL e UIL. Noi l’unità sindacale continuiamo a perseguirla».
Segni di disaffezione da parte degli iscritti?
«Non per la CGIL, che cresce, e non solo tra i pensionati».
Il mestiere del sindacalista oggi richiede altri sistemi, per essere efficace?
«E sempre stato un lavoro pragmatico. Ma deve muoversi su dei valori: che non sono solo il posto di lavoro e il salario, ma anche un’idea del potere dei lavoratori, e un’idea di giustizia. Si vede quali danni ha prodotto far scomparire gli operai dal dibattito del paese, negli ultimi dieci anni: si è svalutata l’identità del lavoro».
Anche gli operai sono cambiati, per: nell’ultimo congresso della CGIL si è accertato che da un quarto a un terzo dei vostri iscritti (secondo le aree del paese), votano centro-destra.
«Prima votavano DC… Comunque se gli operai votano Lega non è solo un problema del sindacato, ma della politica. Intendo dire che se a un operaio viene negato il riconoscimento della professionalità, può preferire identificarsi non con il suo lavoro, ma con il territorio a cui appartiene».
La CGIL ha scioperato contro la manovra finanziaria; si replica in Toscana, Piemonte e Liguria venerdì 2 luglio: per tutelare il potere d’acquisto andrebbe reintrodotta la scala mobile?
«No. Non è l’inflazione quello che riduce gli stipendi, ma il ‘fiscal-drag’ e un’ingiusta distribuzione dei profitti: la scala delle retribuzioni è passata da 1 a 200 a 1 a 500. La leva della competitività del paese si è spostata dalla svalutazione della moneta alla svalutazione del lavoro».
C’è in Italia un imprenditore che possa fare da contraltare allo stile Marchionne ?
«Abbiamo contrattato la riorganizzazione della Pirelli, per esempio, con ben altre modalità».
L’economista Tito Boeri accusa il sindacato di non aver abbastanza tutelato i lavoratori precari: fa autocritica?
«L’idea di intervenire legislativamente sul mercato del lavoro si è rivelata sbagliata: con la legge 30 si sono introdotte 40 forme contrattuali. Bisogna riaffermare il principio secondo il quale di norma il lavoro è a tempo indeterminato, e poi definire poche specificità».
Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, invece, moltiplica: vuole modificare lo Statuto dei lavoratori con uno uno Statuto dei lavori. Le sembra buona cosa?
«No: si spostano le tutele sulle tipologie di lavoro togliendole al lavoratore, che le ha in quanto tale, e non in quanto fa questo o quel mestiere. Lo Statuto, invece, è straordinariamente attuale».
Ma anche per il sindacato non è meglio un lavoro precario a nessun lavoro?
«Non se il precariato serve per sostituire posti di lavoro ordinario: la Fiat è stata la prima a cancellare i contratti a tempo determinato utilizzati in quel modo».
Resta il fatto che ai giovani l’accesso al mercato del lavoro è molto difficile.
«Sì, ma per far entrare loro non bisogna ridurre le tutele degli altri. Semmai si può pensare altro».
Cosa?
«Al posto del blocco per un anno delle pensioni, introdurre una flessibilità in uscita e destinare le risorse risparmiate a contribuire alle future pensioni dei giovani, non a tagliare la spesa corrente.
L’articolo 18 sul licenziamento continua ad attirare critiche. Prevede una nuova campagna per abolirlo?
«Mettiamo le cose in chiaro: l’articolo 18 vieta le discriminazioni, non il licenziamento. E bastano le statistiche dell’Istat a raccontare quanta gente già oggi viene espulsa dai luoghi di lavoro».
Sacconi si è offerto di mediare su Pomigliano: accettate?
«Questo governo ha lavorato piuttosto per la discriminazione e la divisione nel sindacato: se è questo lo spirito, viene nostalgia di Donat Cattin, di Giugni, di Damiano, altri ministri del Lavoro».
Lo sciopero come strumento di lotta sindacale non ha perso efficacia?
«Nessuno ha trovato altro che abbia la stessa forza, visibilità, chiarezza. E a chi ci accusa di fare oggi uno sciopero politico, dico: perché no? Chiediamo che a risanare il paese partecipino tutti, e non solo i lavoratori, come vuole Tremonti».
Il segretario della CISL Raffaele Bonanni, con cui avete marcate divisioni strategiche, si comporta come un amministratore delegato del suo sindacato. E da quella posizione tratta con Fiat. Traccia lo stile di un sindacato moderno?
«Credo che un leader sindacale non possa avere invidia sociale: rappresenta sempre i lavoratori e i pensionati. Detto questo, quando parli con un ministro o un amministratore delegato non lo fai in quanto vieni ammesso a un salotto, ma in virtù degli interessi che vuoi tutelare. Se si perde questa funzione di rappresentanza, tutto cambia segno. E credo che ai lavoratori non piaccia: sanno bene chi sono loro, e che l’impresa è l’impresa».
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