Archivi giornalieri: 23/06/2010

LETTERA APERTA SULLA VICENDA SCM

manifestazione all'SCM

Di nuovo sulla vicenda SCM, questa volta perché la “novità” è rappresentata dalle dichiarazioni di Aureli. Sostenere, come fa lui, che o riceve l’appoggio incondizionato di tutta la politica locale oppure è pronto a trasferire la produzione in Cina oBrasile è sostenere un ricatto puro e semplice.

Sorprende verificare anche in questo caso la trasformazione di chi quando i profitti crescono sale alla ribalta per posizioni liberal, diventando in rigido “padrone della ferriera” quando questi profitti, che peraltro hanno prodotto scarsissimi incrementi retributivi, tendono a ridursi. I sacrifici che vengono richiesti ai lavoratori, in un momento del genere dovrebbero essere sostenuti anche dalle imprese che, invece, scaricano sulla collettività e sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori i costi della crisi.

Io credo che la deroga contrattuale sul’organizzazione del lavoro all’interno dell’SCM, a cui la FIOM si è opposta e che ha fatto inalberare la dirigenza e la proprietà aziendale, sia prima di tutto una questione sindacale. Ma i progressivi attacchi della proprietà nei confronti del sindacato maggiormente rappresentativo dei lavoratori stia via via facendo calare la maschera sulle vere intenzioni di Aureli, cioè trasferire la produzione laddove è maggiormente remunerativo, laddove il livello dei diritti sindacali è più basso. Allora, questa questione, da sindacale diviene di interesse rilevante per l’intera collettività.

In questo caso non si possono non rilevare profonde analogie con la vicenda FIAT di Pomigliano d’Arco. Il metodo di gestire le relazioni industriali è tornato ad essere, come negli anni ’50, quello del ricatto prima di tutto esercitato sui lavoratori e quindi al territorio, minacciando la fuga in paesi economicamente più vantaggiosi per l’impresa. D’altra parte come si spiega il fatto che Aureli abbia imposto un diktat di questo tipo?

Credo che, rispondendo al dettato costituzionale il quale dovrebbe essere la bussola gli amministratori locali e per i parlamentari, l’impresa sia una ricchezza per la società nella misura in cui essa abbia una funzione sociale. Quindi, stando così le cose è sbagliato invocare un sostegno delle amministrazioni senza alcuna prospettiva sulla ricaduta sociale delle scelte di un’impresa e ancora più sbagliato sarebbe accordarlo. Chiedere sacrifici ai lavoratori, come, tra l’altro, se non ne avessero fatti e non ne stessero facendo già abbastanza, rinunciando all’applicazione di un elemento contrattuale, senza alcuna prospettiva di continuità lavorativa è ingiusto. Avviare l’ingresso di lavoratori alla produzione di fronte all’incremento degli ordinativi è nell’ordine delle cose, ma in questo caso, in assenza di prospettive che indichino un vero rilancio e continuità produttiva nel tempo, il rischio che terminato l’ordinativo i lavoratori se ne tornino a casa e l’azienda proceda comunque verso la delocalizzazione è ben più che evidente e le amministrazioni locali devono assolutamente sventarlo.

Io aggiungo un riferimento personale, ho assistito più volte prima come assessore provinciale all’urbanistica e poi come consigliere comunale a proposte bi partisan di cambiare destinazione d’uso allo stabilimento delle Celle da produttivo a residenziale – direzionale. Qualora queste proposte dovessero andare in porto, senza alcun progetto industriale a sostegno della continuità produttiva e lavorativa, a vantaggio di chi andrebbero? E, aggiungo, la vicenda di questi giorni si appresta ad essere il casus belli con cui accelerare da un lato la delocalizzazione e dall’altro la monetizzazione speculativa di una trasformazione d’uso degli stabilimenti produttivi. Il saldo di questa operazione sarebbe a tutto svantaggio dei lavoratori e del nostro territorio che procederebbe lungo la strada della desertificazione industriale.

Infine, questa deroga contrattuale è una deroga normativa, è una deroga che prelude ad un progetto generale di soppressione e riduzione dei diritti costituzionalmente garantiti, il combinato disposto di rapporti lavorativi sempre più basati sul rapporto lavoratore – datore fa saltare il principio normativo per cui in un contratto è da garantire maggiormente la parte più debole ossia il lavoratore uniti a contratti sempre più territoriali va inquadrato nel processo di controriforma del diritto del lavoro portato avanti dal governo che addirittura Napolitano si è rifiutato di controfirmare.

Non esiste alcuna temporaneità alla sospensione dei diritti di chi lavora, ciò rappresenterebbe un varco che trasformandosi in voraggine coinvolgerebbe non solo gli interessi e i diritti dei lavoratori direttamente coinvolti, ma la complessità delle lavoratrici e dei lavoratori a prescindere dalle categorie in cui sono impiegati. Questà è la posta in gioco. Se qualcuno come Pizzolante, deputato Pdl, attacca pesantemente la FIOM e la CGIL non lo fa certo per sostenere gli interessi generali dei lavoratori, né quelli del nostro territorio e tantomeno in nome di chissà quale modernità. Lo fa unicamente perché in questo caso è più facile, molto più facile, stare dalla parte del più forte fare ciò che i conservatori come lui hanno sempre fatto nella storia.

Eugenio Pari
Consigliere comunale SEL Rimini

 

Rimini, 22.06.2010

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

PD SENZA STORIA

Quarto Stato - Pellizza da Volpedo

L’indicibile parola “compagni”

Alessandro Portelli, il manifesto, 23 giugno 2010 – http://www.ilmanifesto.it/ 

“Io entravo nelle case dei contadini pugliesi come un ‘compagno’, come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo”.

Nel 1953 Ernesto De Martino la parola “compagno” la pronunciava fra virgolette: forse per marcare la propria dualità di studioso e di militante, che metteva in discussione non il rigore della ricerca e della politica ma la separatezza del ricercatore e del politico dall’umanità che cercava di rappresentare – scrivendone nei suoi libri e esprimendone le rivendicazioni nelle istituzioni. Compagno voleva dire uno con cui si divide il pane, e uno con cui si divide il cammino. Chiunque ha fatto lavoro sul campo – di ricerca etnografica come di organizzazione politica – sa che entrare nelle case delle persone di cui si cerca la voce significa in primo luogo accettare un’offerta di cibo – un biscotto o un caffé – e in secondo luogo ascoltare una storia. Essere “compagni”, cioè sperimentare nel tempo dell’incontro un’uguaglianza che la società nega nel tempo dell’ordinario. Come spiegava De Martino: “l’essere fra noi ‘compagni’, cioè l’incontrarci per tentare di essere insieme in una stessa storia”.

Ma è bastato pronunciare la parola “compagno” dal palco di un partito che teoricamente dovrebbe essere nato proprio per “tentare di essere insieme in una storia” per rivelare una contraddizione e scatenare un dibattito che non è solo nominalistico e un po’ assurdo come troppo in fretta alcuni l’hanno liquidato. Perché non si tratta solo di una differenza ideologica e simbolica, fra chi viene da una tradizione e chi no. E’ la profonda differenza fra due modi di stare nella storia: sentire, o desiderare, la nuova esperienza politica come uno sviluppo di tutto quello che abbiamo alle spalle (ancora De Martino, addolorato e ironico: “Rammemorare anche quella loro storia passata che non poteva in modo immediato essere attuale e comune, e che, in ogni caso, era da ricacciare lontano e da sopprimere”; o credere, come tutti i neonati o i “nati PD” che la storia e il mondo cominciano con se stessi e tutto il resto è da buttare. Ma anche: rammemorare che quella storia da ricacciare e da sopprimere era un passato che aveva un sogno di futuro (“della fondazione di un mondo migliore in cui migliori saremmo diventati tutti”).

C’è chi davvero ha creduto non solo come Fukuyama che la storia sia finita col muro di Berlino, ma anche che non sia nemmeno ricominciata. Che futuro hanno in mente i neonati del PD (che in certi manifesti affissi a Roma si ribattezza con raggelante gioco di parole “PDigitale”?) se non un continuo rinnovarsi del presente? Nel nostro eterno presente, il pane e la storia non si dividono più con nessuno. Sia tutti individui nella folla solitaria, tutti imprenditori di noi stessi con partite IVA mentali. Nessuno obbliga i neonati del PD a chiamarsi compagni, ma mi domando come si chiameranno fra loro – cioé, che cosa penseranno di essere, come si riconosceranno – gli iscritti a questo partito agitato ma non mescolato.

Ho visto in questi giorni un film di Rina Amato, Cessaré, sulla storia e la memoria delle lotte contro la ‘ndrangheta nella Locride degli anni ’70. Dopo l’uccisione del giovane comunista Rocco Gatto da parte della criminalità organizzata, un prete di base, Natale Bianchi, scriveva a un dirigente delPartito Comunista (cito a memoria): “il partito deve fare chiarezza, per non disorientare quei compagni che ancora resistono sul piano sociale e politico”. ma resistere a qualcuno, sul piano sociale, politico mettiamoci anche culturale? Chi fa chiarezza? Esistono parole ancora più indicibili della parola “compagno”: mentre l’assemblea si entusiasmava e si disorientava per una vecchia parola, la  parola “Pomigliano” non era nemmeno pronunciata. Stanno nella stessa storia, sono “compagni” fra loro, i quadri del nuovo partito e gli operai lacerati fra un lavoro comunque o diritti umani e costituzionali? Qualche dirigente politico entra ancora nelle loro case, ascolta ancora le loro storie e cerca di metterle insieme? Chi li rappresenta? Chi rappresenta chi? Chi “spia e controlla la nostra stessa umanità”? Chi cerca una storia comune”

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Annunci