Archivio mensile:giugno 2010

Le schiave della Romagna

di Federico Formica e Matteo Marini (18 giugno 2010) – http://espresso.repubblica.it/dettaglio/le-schiave-della-romagna/2129327//0

Guadagnano meno di mille euro al mese. Lavorano 14 ore al giorno, senza mai un turno di riposo. E pagano anche il pizzo ai mediatori che le portano in Italia. La verità sulle “stagionali” negli alberghi fra Rimini e Cervia

Il tavolino è di quelli da giardino, di plastica bianca, a poco prezzo. Sopra la tovaglia color senape c’è il “Piccolo manuale informativo per i lavoratori stagionali, comunitari e non”: fotocopie di articoli di cronaca e accanto le tabelle con le tariffe aggiornate divise per categoria di hotel e mansioni. Di fronte c’è il cavalletto con le “civette”, anche queste bilingue, “informazioni sindacali” si legge. È da questo angolo quasi invisibile del corso di Gatteo a Mare che sono venute alla luce le testimonianze dello sfruttamento e della tratta dei lavoratori dall’Est Europa fino alle spiagge della Romagna.

La videoinchiesta Dalla Romania a Cesenatico: ecco come funziona la tratta

Quattro sere a settimana Sandra prende posto in via delle Nazioni, che divide Cesenatico da Gatteo a Mare, in quel breve tratto di costa rimasto sotto la provincia di Forlì-Cesena. È cominciato tutto quando lei, che ora lavora in un’industria che produce piadine, faceva la stagione come donna ai piani, a pulire le camere. Veronika, la sua collega romena le raccontò quanto prendeva al mese: 950 euro. Cinquanta euro meno di lei, ma lavorando il doppio. Un orario da schiava, 12 ore al giorno. Nei periodi di piena, come nella settimana di Ferragosto, anche di più. Così Sandra ha deciso di informare i lavoratori stagionali sui loro diritti, soprattutto gli stranieri che arrivano qui ogni anno ad aprile e che poi a settembre tornano a casa. Nei decenni del “boom”, fino alla fine del ‘900 parlavano sardo, calabrese, campano. Ora l’accento è quello dell’Europa dell’est. La maggioranza sono romeni, ma vengono anche da Moldavia e Polonia. Donne soprattutto, gli ingranaggi invisibili dell’enorme macchina del turismo di massa.

Con l’aiuto di Ercole Pappalardo, sindacalista della Filcams-Cgil di Cesenatico, si è documentata e in collaborazione con l’associazione Rumori sinistri, un collettivo che ha sede a Rimini, ha messo su il suo piccolo “ufficio”. I romeni che passano la sera, dopo una giornata interminabile fatta di pulizie, cucina, piatti e servizio ai tavoli, leggono l’invito nella loro lingua. Alcuni passano oltre perché non si fidano, altri si fermano e chiedono come possono fare per avere il sussidio di disoccupazione una volta terminata la stagione, oppure quanto dovrebbero prendere realmente di stipendio in base al loro orario di lavoro. Sandra mostra loro le tabelle salariali e la maggior parte delle volte li invita a procedere con la vertenza. Scrivendo su un foglietto il numero di cellulare di Ercole

«Vedi, tu prendi 1.200 euro, ma lavori 13 ore, senza giorno libero», spiega a una ragazza, «Bene, se ci metti il giorno che non hai e gli straordinari che non ti pagano dovresti prenderne 3.500». Poi chiede loro di compilare una scheda, anonima, sulla quale registra i loro dati. Età, provenienza, anno di arrivo in Italia e stipendio. In due anni Sandra ha raccolto 245 testimonianze. La maggior parte sono donne romene, impiegate per le pulizie delle camere, servizio in sala o aiuto cucina. Quasi tutte hanno pagato per trovare un contratto in Italia. Prima dell’entrata della Romania nell’Unione europea le tariffe potevano arrivare anche a 1.000 euro. Ora pagano dai 400 ai 750 a degli intermediari che hanno contatti con gli hotel di tutta la Romagna, ma anche in Trentino per la stagione invernale. Secondo uno studio dell’Osservatorio nazionale sul turismo di Federconsumatori, l’Emilia Romagna è la regione con le camere più economiche in Italia. Degli oltre 4.500 alberghi la metà è concentrata sulla costa. Ospitalità e divertimento a basso prezzo, che hanno permesso alla Riviera di reggere anche alla crisi. Ma è una competitività che pesa anche sulle spalle di queste persone.La tratta. «Esistono delle agenzie che operano in Romania. Hanno depliant, cataloghi e organizzano i viaggi con pulmini che portano in Italia i dipendenti». È il direttore del Grand Hotel di Cesenatico, Luigi Godoli, a confermare l’esistenza di un sistema gestito da intermediari che dall’Est (non solo dalla Romania, ma anche da Moldavia e Polonia) procurano personale agli hotel della Riviera. «Noi abbiamo una persona, un italiano, che vive là. Ma non ci costa nulla. Immagino che prenda una percentuale sullo stipendio dei lavoratori. Credo sia una cosa normale».

Invece proprio normale non dovrebbe essere perché, almeno in Italia, chiedere soldi per un contratto di lavoro è illegale. Il decreto legislativo 276 del 2003 disciplina l’attività delle agenzie di intermediazione e selezione del personale. Nell’articolo 11 si fa divieto »di esigere o comunque di percepire, direttamente o indirettamente, compensi dal lavoratore».

Nonostante questo l’associazione Rumori sinistri ha individuato, nel corso dei due anni di indagine, almeno sette intermediari, tutti italiani tranne uno. Il bacino principale da cui attingono è Cluj Napoca, in Transilvania. Una delle zone più povere, a rischio spopolamento dopo l’entrata della Romania nella Ue, proprio perché tanti se ne vanno in cerca di un lavoro a ovest. Da lì partono e arrivano pulmini a nove posti che lasciano le lavoratrici davanti agli hotel, sono compagnie di trasporto che lavorano a chiamata e fanno fino a tre corse a settimana.

Uno di questi mediatori è di Rimini, la sua agenzia ha tre sedi, di cui una proprio a Cluj. Per avere il suo numero basta telefonare all’Adac, l’associazione di albergatori di Cesenatico, con la quale collabora da anni, oppure cercare sul sito internet dell’agenzia. Al giornalista che gli telefona per un’intervista riguardo alla sua attività non vuole spiegare nulla: «Io sono chiuso, per quest’anno non faccio niente. Sono perfettamente in regola in Romania ma non opero più in Italia». Basta però fingersi albergatori in cerca di personale a basso costo che comincia a raccontare, anche al telefono: «Io prendo 100 euro per conto di Adac, glielo dico subito (è la cifra che chiede agli albergatori per ogni dipendente assunto grazie alla sua intermediazione ndr) non si preoccupi perché è tutto in regola, ho un contratto riconosciuto dal governo romeno».

Il trucco sta qui, fare in Romania ciò che in Italia è vietato espressamente per legge. All’incontro pattuito il mediatore si presenta con un depliant che spiega come funziona la sua agenzia e assicura che non ci sono problemi per i controlli Inps o dell’Ispettorato del lavoro: «Loro lo sanno cosa devono dire», spiega: «Sanno che devono fare anche 10, 11 o 12 ore ma devono raccontare che ne fanno 6 e 40 con un giorno di riposo a settimana». Mentre è seduto al tavolino del bar riceve almeno sei o sette telefonate. Sposta e propone ragazze a un hotel o all’altro. Fa fronte alle esigenze dei clienti in emergenza: «Te ne mando una bravissima. Anche stasera. È un jolly, brava brava». E per fortuna che non lavorava più in Italia.

Poi parla anche della “concorrenza”: «Ci sono in giro dei delinquenti, che prendono i soldi in nero e poi magari le ragazze arrivano e trovano che l’albergo non esiste o è chiuso. Se li incontrassi glielo direi in faccia che si devono vergognare a prendere i soldi alla povera gente». Lui prende 500 euro a ogni lavoratrice alla quale procura un contratto da 1000, “muove” più di 100 donne a stagione lungo tutta la costa romagnola. E fa i nomi di tanti hotel suoi “clienti”, da Cervia a Cattolica.

Lo sfruttamento. Alla fine all’hotel K2 di Cesenatico ha vinto l’esasperazione. Alcuni stagionali hanno deciso di fermare il lavoro e protestare. I primi di giugno sono scesi in strada assieme ad altri dipendenti dello stesso gruppo, i Coppola, proprietari di altri otto hotel tra la Riviera e il Trentino, per chiedere che gli venisse finalmente pagato lo stipendio. Sono stati sbattuti immediatamente fuori dall’hotel, cinque di loro hanno dormito in strada, sopra le valigie, per quattro notti. Fino a che Sandra non li ha trovati e ospitati per qualche giorno. La casa è piccola e i bagagli occupano metà dello spazio, ma è sempre meglio che dormire sotto le stelle. Raccontano gli orari massacranti: «Io ero stata assunta con un contratto a chiamata», racconta una di loro, «ma lavoravo tutto il giorno anche 15 o 16 ore come cameriera ai piani». Il ragazzo che le siede accanto non parla bene l’italiano. Prosegue lei per lui: «Lui era cameriere di sala ma faceva il tuttofare, anche le camere e il lavapiatti. Ci hanno dato 50 euro in due mesi. Quando chiedevamo lo stipendio rimandavano sempre. Allora abbiamo deciso di venire via».

Con loro ci sono anche due ragazzi che vengono dal sud Italia. Sono arrivati al K2 a fine maggio ma hanno resistito solo pochi giorni: «Al colloquio ci avevano detto 1.200 euro al mese, 6 ore e 40 e giorno di riposo. Invece il giorno di riposo non c’era, lavoravamo 14-15 ore al giorno e lo stipendio era sceso a 900. Dormivamo in una stanza in sette che al massimo ci si poteva stare in quattro. Con un bagno solo, con la muffa e i topi». La direzione dell’Hotel K2 non ha risposto a richiesta di un’intervista da parte de ‘L’espresso’ per rispondere a queste accuse.

«Facendo due conti si deduce che questi lavoratori prendono un terzo del salario che gli sarebbe dovuto», spiega Ercole Pappalardo della Cgil. Ma il confronto con le tabelle salariali non rende. La differenza è infatti di poche centinaia di euro ma con orari ben differenti e un giorno libero a settimana, che qui in riviera non usa fare perché lo spirito è quello di rimboccarsi le maniche, tipico del boom degli anni Cinquanta “far legna” il più possibile, lavorando anche 100 giorni senza sosta.

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Pomigliano dice “lavoro e dignità”

di Francesco Piccioni, il manifesto 24.06.2010 – http://www.ilmanifesto.it/

Venti giorni da segretario generale sono bastati per scoprirne la statura, preso com’è nel mezzo della battaglia più difficile per il mondo del lavoro da molti anni a questa parte. Maurizio Landini (nella foto), il giorno dopo il voto di Pomigliano ha molto da dire.

Voi non avevate dato indicazione di voto. Vi ha sorpreso il risultato?

E’ un elemento di sorpresa, perché eravamo in presenza di un ricatto pesantissimo sui lavoratori. Anche per questo avevamo dato indicazione di andare a votare, visto che la Fiom aveva già deciso di non firmare l’accordo. Mi ha colpito però il segnale di dignità che è stato lanciato. Anche sotto ricatto, le persone hanno detto chiaramente: non ci può essere lavoro senza diritti. Questo dovrebbe far riflettere tutti.

La nota rilasciata dalla Fiat (“andiamo avanti con chi ci sta”) cosa segnala?

Se la Fiat pensa davvero di confrontarsi solo con una parte dei sindacati, dopo il voto di oggi, lo considero un errore. Dovrebbe riflettere su quello che è successo a Pomigliano, ma anche in tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Proprio perché è vero che siamo di fronte a una crisi senza precedenti, se davvero la Fiat ha a cuore le sorti dell’attività industriali in questo paese, dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare un consenso con tutte le organizzazioni sindacali. ma soprattutto di dare due messaggi: se vuole l’intelligenza delle persone nel lavoro, deve riconoscerne la dignità; la contrattazione e il confronto sono una risorsa anche per la Fiat. L’idea autoritaria di poter affrontare la crisi attrverso il comando unilaterale della condizione dei lavoro, con uno sfruttamento senza precedenti, beh, i lavoratori hanno risposto che non l’accettano. Visto che per far funzionare le aziende il consenso è decisivo, sarebbe interesse della Fiat affrontare questa crisi ricercando davvero il confronto. Riconoscendo pari dignità agli interessi in campo.

Questo referendum era un ricatto. Ma una volta “sdoganato” dalla Fiat, non sarebbe necessario prevederlo in tutte le situazioni di dissenso tra i vari sindacati?

Assolutamente sì. Qui la stranezza è che siamo in presenza di un accordo separato che viola la Costituzione, contratti e leggi. La strumentalità è emersa tutta, ma si pone comunque il problema: quando ci sono punti di vista diversi tra i sindacati, dove diventare una regola che solo i lavoratori possono decidere, votando, sulle loro condizioni di lavoro. Ho sentito diverse forze politiche dier che era importante il pronunciamento dei lavoratori. Bene: come Fiom, in questi mesi, abbiamo raccolto centinaia di migliaia di firme per una legge di iniziativa popolare che regoli il diritto di votare e decidere sugli accordi. La facciano approvare. Naturalmente, non si può votare sui diritti “indisponibili”; come la parità di salario tra uomo e donna o il diritto di sciopero.

Sacconi vede l’Italia nel Mediterraneo come motore della “quarta potenza emergente”, esplicitando l’idea della competizione al ribasso. E’ una visione che sta pesando anche nella vicenda di Pomigliano?

Quel che è emersa è la totale assenza di un’iniziativa del governo. Hanno semplicemente fatto il tifo per la Fiat. Siamo l’unico paese che in piena crisi non ha nemmeno più un ministro per lo sviluppo. Negli Stati uniti il governo ha stanziato fondi per l’investimento e il riordino del settore auto. Qui hanno dato incentivi pubblici alle imprese, ma senza mai vincolarle alla difesa dell’occupazione. Non si parla di auto elettriche, motori ecologici, una diversa politica della mobilità. C’è solo un accompagnamento dei processi. La stessa famiglia proprietaria della Fiat si impegna più nella finanza e nell’immobiliare che non nell’auto. C’è stato però un incrocio tra le scelte della Fiat e il governo, sull’idea che per poter investire in Italia bisogna cancellare la Costituzione, leggi, diritti. E’ una logica che porta all’imbarbarimento e al sottosviluppo. Se si pensa di uscire dalla crisi competendo su bassi salari e bassi diritti, non si va da nessuna parte. C’è chi sa farlo megli di noi. la lotta di Pomigliano contiene un elemento generale: pone il problema di un altra idea di sviluppo e modello sociale.

La Cgil sembra aver capito in ritardo la portata di questa sfida. A partire dallo sciopero generale di domani, è possibile che tutta l’organizzazione si muova?

Credo proprio di sì, ed è questo lo spirito con cui parteciperemo. Deve essere l’inizio di una mobilitazione e di una discussione nel paese. Pomigliano ha chiarito che siamo davanti a un bivio, al “dopo cristo”. Ma quali sono le risposte? C’è una risposta diversa da quella Fiat e che faccia di lavoro e diritti un punto di costruzione di un’altra fase? Mentre il governo blocca i salari nel pubblico impiego, nel settore privato – se passa la loro logica – viene chiesto al sindacato di farsi complice della compressione dei diritti “per uscire dalla crisi”. C’è quindi un interesse generale. Per cambiare questo quadro solo la Cgil può mettere in campo la mobilitazione necessaria. Non c’è un secondo tempo. La partita per modificare la situazione si sta giocando ora.

http://www.fiom.cgil.it/

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LETTERA APERTA SULLA VICENDA SCM

manifestazione all'SCM

Di nuovo sulla vicenda SCM, questa volta perché la “novità” è rappresentata dalle dichiarazioni di Aureli. Sostenere, come fa lui, che o riceve l’appoggio incondizionato di tutta la politica locale oppure è pronto a trasferire la produzione in Cina oBrasile è sostenere un ricatto puro e semplice.

Sorprende verificare anche in questo caso la trasformazione di chi quando i profitti crescono sale alla ribalta per posizioni liberal, diventando in rigido “padrone della ferriera” quando questi profitti, che peraltro hanno prodotto scarsissimi incrementi retributivi, tendono a ridursi. I sacrifici che vengono richiesti ai lavoratori, in un momento del genere dovrebbero essere sostenuti anche dalle imprese che, invece, scaricano sulla collettività e sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori i costi della crisi.

Io credo che la deroga contrattuale sul’organizzazione del lavoro all’interno dell’SCM, a cui la FIOM si è opposta e che ha fatto inalberare la dirigenza e la proprietà aziendale, sia prima di tutto una questione sindacale. Ma i progressivi attacchi della proprietà nei confronti del sindacato maggiormente rappresentativo dei lavoratori stia via via facendo calare la maschera sulle vere intenzioni di Aureli, cioè trasferire la produzione laddove è maggiormente remunerativo, laddove il livello dei diritti sindacali è più basso. Allora, questa questione, da sindacale diviene di interesse rilevante per l’intera collettività.

In questo caso non si possono non rilevare profonde analogie con la vicenda FIAT di Pomigliano d’Arco. Il metodo di gestire le relazioni industriali è tornato ad essere, come negli anni ’50, quello del ricatto prima di tutto esercitato sui lavoratori e quindi al territorio, minacciando la fuga in paesi economicamente più vantaggiosi per l’impresa. D’altra parte come si spiega il fatto che Aureli abbia imposto un diktat di questo tipo?

Credo che, rispondendo al dettato costituzionale il quale dovrebbe essere la bussola gli amministratori locali e per i parlamentari, l’impresa sia una ricchezza per la società nella misura in cui essa abbia una funzione sociale. Quindi, stando così le cose è sbagliato invocare un sostegno delle amministrazioni senza alcuna prospettiva sulla ricaduta sociale delle scelte di un’impresa e ancora più sbagliato sarebbe accordarlo. Chiedere sacrifici ai lavoratori, come, tra l’altro, se non ne avessero fatti e non ne stessero facendo già abbastanza, rinunciando all’applicazione di un elemento contrattuale, senza alcuna prospettiva di continuità lavorativa è ingiusto. Avviare l’ingresso di lavoratori alla produzione di fronte all’incremento degli ordinativi è nell’ordine delle cose, ma in questo caso, in assenza di prospettive che indichino un vero rilancio e continuità produttiva nel tempo, il rischio che terminato l’ordinativo i lavoratori se ne tornino a casa e l’azienda proceda comunque verso la delocalizzazione è ben più che evidente e le amministrazioni locali devono assolutamente sventarlo.

Io aggiungo un riferimento personale, ho assistito più volte prima come assessore provinciale all’urbanistica e poi come consigliere comunale a proposte bi partisan di cambiare destinazione d’uso allo stabilimento delle Celle da produttivo a residenziale – direzionale. Qualora queste proposte dovessero andare in porto, senza alcun progetto industriale a sostegno della continuità produttiva e lavorativa, a vantaggio di chi andrebbero? E, aggiungo, la vicenda di questi giorni si appresta ad essere il casus belli con cui accelerare da un lato la delocalizzazione e dall’altro la monetizzazione speculativa di una trasformazione d’uso degli stabilimenti produttivi. Il saldo di questa operazione sarebbe a tutto svantaggio dei lavoratori e del nostro territorio che procederebbe lungo la strada della desertificazione industriale.

Infine, questa deroga contrattuale è una deroga normativa, è una deroga che prelude ad un progetto generale di soppressione e riduzione dei diritti costituzionalmente garantiti, il combinato disposto di rapporti lavorativi sempre più basati sul rapporto lavoratore – datore fa saltare il principio normativo per cui in un contratto è da garantire maggiormente la parte più debole ossia il lavoratore uniti a contratti sempre più territoriali va inquadrato nel processo di controriforma del diritto del lavoro portato avanti dal governo che addirittura Napolitano si è rifiutato di controfirmare.

Non esiste alcuna temporaneità alla sospensione dei diritti di chi lavora, ciò rappresenterebbe un varco che trasformandosi in voraggine coinvolgerebbe non solo gli interessi e i diritti dei lavoratori direttamente coinvolti, ma la complessità delle lavoratrici e dei lavoratori a prescindere dalle categorie in cui sono impiegati. Questà è la posta in gioco. Se qualcuno come Pizzolante, deputato Pdl, attacca pesantemente la FIOM e la CGIL non lo fa certo per sostenere gli interessi generali dei lavoratori, né quelli del nostro territorio e tantomeno in nome di chissà quale modernità. Lo fa unicamente perché in questo caso è più facile, molto più facile, stare dalla parte del più forte fare ciò che i conservatori come lui hanno sempre fatto nella storia.

Eugenio Pari
Consigliere comunale SEL Rimini

 

Rimini, 22.06.2010

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PD SENZA STORIA

Quarto Stato - Pellizza da Volpedo

L’indicibile parola “compagni”

Alessandro Portelli, il manifesto, 23 giugno 2010 – http://www.ilmanifesto.it/ 

“Io entravo nelle case dei contadini pugliesi come un ‘compagno’, come un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo”.

Nel 1953 Ernesto De Martino la parola “compagno” la pronunciava fra virgolette: forse per marcare la propria dualità di studioso e di militante, che metteva in discussione non il rigore della ricerca e della politica ma la separatezza del ricercatore e del politico dall’umanità che cercava di rappresentare – scrivendone nei suoi libri e esprimendone le rivendicazioni nelle istituzioni. Compagno voleva dire uno con cui si divide il pane, e uno con cui si divide il cammino. Chiunque ha fatto lavoro sul campo – di ricerca etnografica come di organizzazione politica – sa che entrare nelle case delle persone di cui si cerca la voce significa in primo luogo accettare un’offerta di cibo – un biscotto o un caffé – e in secondo luogo ascoltare una storia. Essere “compagni”, cioè sperimentare nel tempo dell’incontro un’uguaglianza che la società nega nel tempo dell’ordinario. Come spiegava De Martino: “l’essere fra noi ‘compagni’, cioè l’incontrarci per tentare di essere insieme in una stessa storia”.

Ma è bastato pronunciare la parola “compagno” dal palco di un partito che teoricamente dovrebbe essere nato proprio per “tentare di essere insieme in una storia” per rivelare una contraddizione e scatenare un dibattito che non è solo nominalistico e un po’ assurdo come troppo in fretta alcuni l’hanno liquidato. Perché non si tratta solo di una differenza ideologica e simbolica, fra chi viene da una tradizione e chi no. E’ la profonda differenza fra due modi di stare nella storia: sentire, o desiderare, la nuova esperienza politica come uno sviluppo di tutto quello che abbiamo alle spalle (ancora De Martino, addolorato e ironico: “Rammemorare anche quella loro storia passata che non poteva in modo immediato essere attuale e comune, e che, in ogni caso, era da ricacciare lontano e da sopprimere”; o credere, come tutti i neonati o i “nati PD” che la storia e il mondo cominciano con se stessi e tutto il resto è da buttare. Ma anche: rammemorare che quella storia da ricacciare e da sopprimere era un passato che aveva un sogno di futuro (“della fondazione di un mondo migliore in cui migliori saremmo diventati tutti”).

C’è chi davvero ha creduto non solo come Fukuyama che la storia sia finita col muro di Berlino, ma anche che non sia nemmeno ricominciata. Che futuro hanno in mente i neonati del PD (che in certi manifesti affissi a Roma si ribattezza con raggelante gioco di parole “PDigitale”?) se non un continuo rinnovarsi del presente? Nel nostro eterno presente, il pane e la storia non si dividono più con nessuno. Sia tutti individui nella folla solitaria, tutti imprenditori di noi stessi con partite IVA mentali. Nessuno obbliga i neonati del PD a chiamarsi compagni, ma mi domando come si chiameranno fra loro – cioé, che cosa penseranno di essere, come si riconosceranno – gli iscritti a questo partito agitato ma non mescolato.

Ho visto in questi giorni un film di Rina Amato, Cessaré, sulla storia e la memoria delle lotte contro la ‘ndrangheta nella Locride degli anni ’70. Dopo l’uccisione del giovane comunista Rocco Gatto da parte della criminalità organizzata, un prete di base, Natale Bianchi, scriveva a un dirigente delPartito Comunista (cito a memoria): “il partito deve fare chiarezza, per non disorientare quei compagni che ancora resistono sul piano sociale e politico”. ma resistere a qualcuno, sul piano sociale, politico mettiamoci anche culturale? Chi fa chiarezza? Esistono parole ancora più indicibili della parola “compagno”: mentre l’assemblea si entusiasmava e si disorientava per una vecchia parola, la  parola “Pomigliano” non era nemmeno pronunciata. Stanno nella stessa storia, sono “compagni” fra loro, i quadri del nuovo partito e gli operai lacerati fra un lavoro comunque o diritti umani e costituzionali? Qualche dirigente politico entra ancora nelle loro case, ascolta ancora le loro storie e cerca di metterle insieme? Chi li rappresenta? Chi rappresenta chi? Chi “spia e controlla la nostra stessa umanità”? Chi cerca una storia comune”

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Festa Nazionale ANPI

http://www.anpifesta.org/

come arrivare

ANCONA si raggiunge:

in treno, con collegamenti diretti da Roma, Milano, Bologna, Bari

in auto/bus, autostrada A14 (caselli di Ancona sud e Ancona nord)

in aereo, aeroporto di Ancona/Falconara, con collegamenti diretti con Roma, Milano, Monaco, Londra, Bruxelles

in nave, con collegamenti diretti da Patrasso, Spalato, Zara

Il programma generale della 2° Festa Nazionale dell’ANPI

 GIOVEDI 24 GIUGNO

Sala A – ore 10 – Forum: “L’art. 1 della Costituzione è ancora l’architrave della Repubblica?” (prima sessione)

Presiede: Gianni Venturi – Segretario regionale CGIL Marche

Intervengono: Agostino Megale – Segretario confederale CGIL | Piergiovanni Alleva – Giuslavorista, docente all’Università di Ancona | Sally Kane – Responsabile immigrazione CGIL Marche | Antonio Pizzinato – Presidente Anpi Lombardia

Cortile della Mole – ore 12: Inaugurazione ufficiale della Festa (Dirigenti Anpi, autorità, stampa)

Sala A – ore 15,30 – Forum: “L’art. 1 della Costituzione è ancora l’architrave della Repubblica?” (seconda sessione)

Presiede: Gianni Venturi

Intervengono: Carlo Ghezzi – Presidente Fondazione Di Vittorio | Patrizia David – Università di Camerino | Carlo Smuraglia – Presidente Anpi Milano

Dibattito – Conclude: Armando Cossutta – Vice Presidente Nazionale Vicario Anpi

A seguire: Ricordo di Giacomo Brodolini a quarant’anni dallo Statuto dei Lavoratori

Sala B – ore 16,30 – Incontro tra le sezioni dell’Anpi nei luoghi di lavoro: “Dalla difesa delle fabbriche alla difesa del lavoro e dei diritti di chi lavora”

Coordina: Massimo Bisca – Anpi Genova

Conclude: Luciano Guerzoni – Segreteria Nazionale Anpi

Spazio libri – Alla presenza degli Autori

ore 18 – Anselmo Roveda: “Una partigiana di nome Tina”

ore 19 – Mario Avagliano – Marco Palmieri: “Gli Internati Militari Italiani – Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945”

Teatro della Mole – ore 21

“La baionetta di latta” – Teatro Terra di Nessuno

Cortile della Mole – ore 22 “Il paese della vergogna”

Spettacolo dei Gang e Daniele Biacchessi

VENERDI 25 GIUGNO

Sala A – ore 10 – Forum: “Storia, Memoria, Comunicazione –

Revisionismo: dovere storiografico o uso politico della storia?”

Presiede: Alessandra Longo – Giornalista de la Repubblica

Intervengono: Angelo Del Boca – Storico | Dianella Gagliani – Università di Bologna, Società Italiana delle Storiche | Andrea Liparoto – Responsabile comunicazione Anpi Nazionale | Dario Venegoni – Ideatore e fondatore del sito nazionale http://www.anpi.it | Daniele Susini – Responsabile gruppi Anpi su Facebook

Dibattito – Conclude: Massimo Rendina – Presidente Anpi Roma e Lazio

Sala A – ore 15,30 – Forum: “La Costituzione non è un optional: il dovere dell’insegnamento”

Presiede: Ivano Artioli – Presidente Anpi Ravenna

Intervengono: On. Luigi Berlinguer – Parlamentare Europeo | On. Manuela Ghizzoni – Commissione Cultura Camera dei Deputati | Sandra Bonsanti – Presidente Nazionale “Libertà e Giustizia” | Luisella Pasquini – Presidente Istituto Storico delle Marche (IRSMLM) | Mattia Stella – Anpi Roma – Giovani per la Costituzione

Dibattito – Conclude: Raimondo Ricci – Presidente Nazionale Anpi

Sala B – ore10 – Forum: “Adriatico Mediterraneo mare di pace”

(prima sessione)

Presiede: Stefan Cok – Anpi Trieste

Intervengono: Andrea Nobili – Assessore Comune di Ancona | Predrag Matvejević – Scrittore | Gian Mario Spacca – Presidente Regione Marche | Flavio Lotti – Presidente Tavola della Pace | Laura Boldrini – Portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)

Conclude: Nazareno Re – Presidente Anpi Marche

Sala B – ore 15,30 – Forum: “Adriatico Mediterraneo mare di pace” (seconda sessione)

Presiede: Marcello Basso – Presidente Anpi Venezia

Intervengono: Carlo M. Pesaresi – Assessore Provincia di Ancona | Alessandro Grafini – Ambasciatore, Segretario Generale IAI (Iniziativa Adriatico Ionica) | Vito Antonio Leuzzi – Direttore Istituto Storico Pugliese (IPSAIC)

Sala C – ore 16,30 – Incontro tra Anpi e Musei della Resistenza: “Fra memoria e cittadinanza. L’evoluzione del Museo, dalla evocazione alla partecipazione”

Coordina: Paola Varesi – Direttore Museo Cervi di Gattatico

Spazio libri – Alla presenza dei curatori
ore 18 – Loris Mazzetti: “Enzo Biagi – I 14 mesi – La mia Resistenza”

ore 19 – Angelo Del Boca: “La storia negata – Il revisionismo e il suo uso politico”

Teatro della Mole – ore 21 – “Mai morti” di Bebo Storti

Cortile della Mole – ore 22 – “Resistenza”, concerto degli Yo Yo Mundi

SABATO 26 GIUGNO

Sala A – ore 10 – Forum dell’Antifascismo europeo

Presiede: Nazareno Re

Intervengono: Filippo Giuffrida – Anpi Belgio | Rappresentanti delle delegazioni estere

Sala A – ore 15,30 – Forum con i giovani antifascisti europei

Presiede: Luciano Guerzoni
Intervengono: Martin Schulz – Presidente dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento Europeo | Armando Cossutta

Conclude: Anna Colombo – Anpi Belgio

A seguire: Spettacolo di Gianluca Foglia “Memoria Indifferente”

Sala B – ore 10 – Incontro dei Presidenti dei Comitati Provinciali Anpi

Sala B – ore 16,30 – Forum nazionale delle donne dell’Anpi “Donne, antifascismo, democrazia – Lavori in corso e prospettive”

Teatro della Mole – ore 18: “Nilde Iotti. Una donna della Repubblica” – Teatro dell’Orsa di Reggio Emilia

Spazio libri – Alla presenza dell’Autrice
ore 19 – Marisa Ombra: “La bella politica”

Teatro della Mole – ore 21: “Li Romani in Russia”, spettacolo di Simone Cristicchi

Cortile della Mole – ore 22: “Resistenza e amore”, concerto di Alessio Lega

DOMENICA 27 GIUGNO

Sala A – ore 9,30: “Verso il 150° dell’Unità d’Italia: dal I al II Risorgimento”

Lectio Magistralis del Prof. Umberto Carpi

Cortile della Mole – ore 11,30: Comizio finale

di Raimondo Ricci, Guglielmo Epifani e Martin Schulz

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Davide contro Golia

Davide contro Golia

di Andrea Palladino
su il manifesto del 20/06/2010 – www.ilmanifesto.it/

Un milione di firme in due mesi. Il movimento per l’acqua pubblica riparte da cittadini e associazioni. Senza partiti e lobbies, contro la gestione delle multinazionali dei servizi. A luglio le firme in Cassazione. In primavera il voto. Un milione tondo tondo di firme per l’acqua pubblica. Ovvero duecento cinquantamila in più del traguardo che inizialmente il Forum si era dato per questa campagna referendaria. Una gigantesca grande risposta a politiche di governo liberiste. Un movimento in tanti aspetti simile a quello nato all’epoca del G8 di Genova: i partiti sono ospiti, una rete diffusa, capillare e solida di movimenti e associazioni. E’ impossibile nelle pagine di un giornale elencare le centinaia di sigle che hanno reso possibile un obiettivo così straordinario. Si possono indicare le aree, sapendo che si sta facendo il torto a qualcuno: i cattolici progressisti insieme ai centri sociali, interi pezzi di sindacato (soprattutto Cgil e Cobas) insieme alle associazioni di consumatori, il mondo ambientalista al gran completo, fino ai lavoratori delle società che gestiscono l’acqua. E poi cittadini comuni, quell’onda che progressivamente cresce attorno al popolo viola, le piazze per la difesa del diritto all’informazione, pezzi di quell’Italia che vuole capire perché siamo il paese più autoritario, più liberista e meno libero d’Europa.
Per capire conviene fermarsi in uno dei banchetti sparsi in Italia: «Acqua pubblica? Non c’è bisogno di spiegare nulla, firmo subito», è la frase più comune. Poi la seconda domanda riguarda il marchio doc: «Non siete per caso quelli dell’Idv, vero?», come chiedeva un’anziana signora a Roma. Domande a fiumi: come difendersi dalle società private, come ribellarsi all’aumento delle tariffe, come fare le analisi all’acqua che beviamo. In un clima che può ricordare le feste di paese. Come quando sulla cima dello Zoncolan, durante il giro d’Italia, sono apparsi i banchetti, scatenando gli applausi dei tifosi. O come a Nettuno, la settimana scorsa, quando le persone hanno lasciato la spiaggia per andare ad ascoltare Ascanio Celestini, e a firmare.
A ripercorrere a ritroso la strada che ha portato alla mobilitazione milionaria, si trovano episodi che raccontano bene quanto vale questo milione di firme. Due erano gli ostacoli solo apparentemente insormontabili, i partiti politici e l’informazione. Partiamo dall’ultimo, è una storia che ci riguarda da vicino. Fino a pochi mesi fa il tema acqua pubblica era sostanzialmente un tabù. E d’altra parte guardando le grandi imprese e i forti poteri finanziari che si nascondono dietro la privatizzazione delle risorse idriche si trovano nomi che pesano nei media mainstream. Grandi gruppi come Acea, ad esempio, hanno tra gli azionisti industriali di peso come Caltagirone, salito oggi al 13% della società romana, pronto a scalare il gruppo in vista dell’ulteriore privatizzazione già avviata da Alemanno. Il nuovo colosso multiutility del Nord, Iride, ha visto l’ingresso pesante di F2I, alla cui presidenza siede il nuovo banchiere di dio Ettore Gotti Tedeschi, a capo dello Ior, la banca del Vaticano. O le potentissime lobby delle acque minerali, budget destinati alla pubblicità in grado di interferire nelle scelte del mondo televisivo. Golia contro le voci che hanno accompagnato in questi anni la crescita del movimento per l’acqua pubblica, raccontando cosa significa privatizzare l’acqua, trovandosi davanti alla porta i tecnici delle multinazionali e i vigilantes pronti a tagliare i tubi se non riesci a pagare.
Il vero ostacolo, quello apparentemente più difficile, è venuto però dai partiti, anche dell’opposizione. Al momento della presentazione dei quesiti fu l’Italia dei Valori, con un Di Pietro particolarmente agguerrito, a cercare di allungare una gamba per lo sgambetto. Prima l’IdV chiese un posto in prima fila nel comitato organizzatore del referendum, dopo aver capito che quell’anomalo movimento poteva arrivare molto lontano; poi forzò la mano, presentando un quesito alternativo – che mantiene il modello privato come una delle scelte possibili di gestione – sul tema dell’acqua.
Segue la questione Pd. O meglio, di una parte del Pd. O, meglio ancora, probabilmente di una parte minoritaria del Pd. Una posizione ufficiale, come è noto, ancora non c’è. Ufficialmente si è espresso contro i referendum e contro la totale gestione pubblica dell’acqua il gruppo che si riconosce nella componente “ecodem”. L’impressione è che nell’alta dirigenza conti probabilmente molto il Pd “di governo”, quella parte del partito che è storicamente vicina alle gestioni miste pubblico private – vedi il modello Toscana, o il colosso Acea – oggi in forte difficoltà rispetto ad un referendum chiaro e radicale.
I partiti della sinistra hanno invece accolto l’invito del Forum a dare una mano senza protagonismi. Federazione della sinistra, Sel, Verdi, Sinistra critica e PCdL fanno parte del comitato di sostegno al referendum, dando un sostegno deciso ma autonomo.
Quel milione tondo tondo di firme è dunque stato possibile grazie alla mobilitazione nata e cresciuta dal basso, nelle piccole sedi improvvisate di centinaia di comitati locali, abituati ad aprire le porte a cittadini di ogni tipo, arrivati con bollette a tre zeri in mano e magari con l’acqua staccata. Sono comitati dove in prima fila trovi le donne che fanno i conti per prime con la crisi economica e con la scientifica capacità predatoria delle multinazionali dei servizi, o gli anziani, memoria storica della capacità di combattere al minimo odore di ingiustizia. E poi professionisti, operai, insegnanti, precari stufi di essere visti come la parte flessibile del lavoro, stranieri che scoprono come l’Italia non sia quel paradiso promesso e non mantenuto. Un’esperienza di lotte e vertenze accumulate in cinque anni, partite dopo le prime privatizzazioni vere, spacciate per gestione mista.
La macchina organizzativa per i referendum è partita a fine marzo, grazie a volontari e forme creative di autofinanziamento. C’è chi ha creato il gadget richiestissimo delle borracce con la scritta “l’acqua non si vende”, chi ha preparato i manifesti che univano il 25 aprile con la liberazione dell’acqua, chi si è ingegnato a realizzare i sistemi informatici per il conteggio delle firme. Ma subito tutti hanno capito la potenzialità dirompente dei tre quesiti: chiedere una gestione pubblica senza se e senza ma, mettendo all’angolo le mediazioni, gli interessi e quel sistema gelatinoso che garantisce lobbies e affari era quello che questo paese aspettava. Non servivano manifesti, campagne pubblicitarie e informazione diffusa. I referendum dell’acqua pubblica vincono proprio perché sono radicali, perché toccano sulla carne viva un paese ferito. Un vero uovo di Colombo.

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ANTONIO PIZZINATO: «Fiat vuole cancellare sessant’anni di storia e diritti dei lavoratori»

Antonio Pizzinato

 Di Giorgio Salvetti, il manifesto 20/06/2010

www.ilmanifesto.it/

«La vicenda di Pomigliano mette in discussione i diritti costituzionali, sessant’anni di storia delle relazioni sindacali in Italia e umilia le esigenze psicofisiche della persona che lavora». Antonio Pizzinato è stato segretario della Cgil fino al 1988. Dopo essere stato deputato del Pci e senatore del Pds ora è presidente dell’Anpi Lombardia. Ha letto con attenzione il diktat di Marchionne ed è rimasto esterrefatto. A suo giudizio è incomprensibile non solo da un punto di vista sindacale ma anche da un punto di vista aziendale.

Che cosa ti ha colpito?

L’atteggiamento della Fiat è incoerente: nel momento in cui sceglie di investire, rinnovare e organizzare un’azienda non cerca un’ipotesi di intesa, collaborazione e partecipazione con i lavoratori, ma impone un’ipotesi che non è figlia di un confronto che fa piazza pulita dei diritti e del contratto nazionale. È una scelta in contrasto con ciò che sta avvenendo in tutto il mondo. Ormai anche in Cina si tratta con i lavoratori. Lo scorso anno gli operai cinesi hanno protestato per avere le 40 ore e il presidente cinese gli ha dovuto dare ragione. Questo è l’unico modo per aumentare la produttività. Non si può innovare in nessun senso se non si tiene in considerazione la componente umana nel processo produttivo. Questo accordo, invece, prescinde dalle esigenze del lavoratore e dunque è astratto dalla realtà concreta del lavoro. È fuori dal mondo.

Spostare le pause della mensa a fine turno è così grave?

Non si può considerare chi lavora in catena come chi lavora dietro una scrivania. La modalità di produzione fordista, anche considerate tutte le possibili innovazioni, ha dei limiti fisici oggettivi. La lotta per la pausa pranzo si faceva nel 1943. Mi ricordo che la questione delle pause fu determinante nel mio primo negoziato alla Borletti, una fabbrica di macchine da cucire cui anche la Fiat era proprietaria. Erano gli anni cinquanta. Gli imprenditori di allora non erano buoni ma conoscevano e tenevano conto della realtà di lavoro in catena. Per questo trattavano con sindacati e lavoratori. Anche informalmente. Era loro interesse. A Pomigliano, invece, Fiat annulla i risultati di ogni precedente accordo per i nuovi assunti. Quei diritti non saranno di tutti i lavoratori, ma solo dei più anziani, come fossero “privilegi” personali. Ma insomma, questa fu una delle questioni dell’autunno caldo…

Se è vero che non si può fare un’azienda senza considerare la realtà del lavoratore, perché imporre un “accordo” che in questo senso sarebbe addirittura masochista?

Proprio perché prescinde dalla realtà effettiva del lavoro in fabbrica, ho il sospetto che abbia altre finalità. Si mira a risultati politici. Si vogliono scardinare i diritti costituzionali e contrattuali ottenuti in anni di relazioni sociali e sindacali. Non è un caso che alcuni punti dell’accordo di Pomigliano coincidano con alcuni emendamenti al decreto sul lavoro che Napolitano si è rifiutato di firmare rimandandolo in Parlamento. Altro che fatto eccezionale: a Pomigliano si tenta di inaugurare una “nuova” stagione nei rapporti sociali che è paragonabile solo con la politica della Fiat dei primi anni ’80. Si tratta di un grosso passo indietro.

E allora perché anche a sinistra e nella Cgil c’è chi spinge perché i lavoratori accettino il ricatto di Marchionne?

Non mi occupo di relazioni sindacali dal 1991. Ma ho la sensazione che gli imprenditori, sia le forze politiche e sociali che dovrebbero rappresentare il lavoro non ne conoscano più la realtà oggettiva. C’è stata una grande frantumazione: nello stesso posto di lavoro ci sono dipendenti di tante aziende diverse, ognuno con padroni e vertenze diverse. In realtà ci vorrebbe una situazione omogenea per tutti quelli che lavorano nello stesso posto. Questa disgregazione non è frutto dei nuovi modelli produttivi ma di “nuove” regole e norme ben precise che hanno cambiato profondamente i luoghi di lavoro. Il risultato è che i lavoratori vivono una condizione fisica, psicologica e anche relazioni personali sempre più difficili. E non solo nelle fabbriche. Così si innescano guerre tra poveri, disillusione, rassegnazione. E in queste condizioni anche le mobilitazioni sono molto più difficili da realizzare.

Se questa è la realtà, anche un pessimo accordo appare meglio di nulla. E allora che altro può fare un sindacato, o un partito?

Piuttosto che affrontare la situazione si tende a non volerla vedere. Ci si siede sullo status quo e si finisce per assecondarlo per timore di non essere sostenuti dagli stessi lavoratori di cui non si conosce più la condizione vera. Ma così si producono e si riproducono le ragioni sociali che fanno mancare questo sostegno. È solo su questa base che si può accettare il ricatto: meglio un brutto accordo che nessun accordo. È la fine delle trattative, almeno sindacali, almeno per come le ricordo io. Tutto questo è un male per i lavoratori, per i sindacati, ma anche per gli imprenditori. Invito tutti, Marchionne per primo, a rivedere la questione di Pomigliano e a modificare atteggiamento. Al di là del risultato del referendum.

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FIAT Pomigliano: Epifani, possibile ricomporre questa frattura

Guglielmo Epifani

18/06/2010

Ce l’ha con la FIAT “che ha commesso un’errore d’impostazione”, col governo “che certamente non ha favorito una soluzione unitaria”, ma ha un rimprovero anche per la FIOM “che avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine”. Secondo Guglielmo Epifani la vertenza di Pomigliano è stata gestita male fin dall’inizio, ma la situazione non è ancora definitivamente compromessa. “Ci sono due anni prima che l’investimento per spostare la produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano vada a regime – osserva il segretario generale della CGIL – e quindi c’è tutto il tempo per ricomporre questa frattura. Del resto, se la stessa FIAT dice che vuole anche l’accordo della FIOM, ci sarà una ragione”.

“Faccio un esempio: le sanzioni contro i sindacati che proclamano uno sciopero in coincidenza di un sabato lavorativo reso possibile dall’accordo. Ma se si tratta di uno sciopero generale o di uno sciopero per un incidente sul lavoro, cioè non legato a vertenze aziendali, che senso hanno le sanzioni? Oppure, se ci sono picchi di assenteismo per cause non dipendenti dai sindacati, come il fare i rappresentanti di lista durante le elezioni, che dipende dalle leggi, che c’entriamo noi? La FIAT se la veda con le forze politiche e faccia cambiare le norme. E infine: perché un malato vero deve pagare anche per chi fa il furbo?”

Possibile che in questa vicenda abbiano sbagliato tutti o non sarà che è la FIOM che non riesce più a fare i conti con la realtà?

“La FIAT ha certamente compiuto una scelta importante, per tutto il Mezzogiorno, e per la quale il sindacato aveva scioperato, ma poi ha voluto attuare una decisione così rilevante con una trattativa solo con i sindacati di categoria senza coinvolgere le confederazioni e le istituzioni”.

Sì ma la FIOM…

“Avrebbe dovuto confrontarsi con la CGIL prima e non alla fine della vicenda e forse, nella trattativa, avrebbe fatto meglio a dichiarare prima la sua disponibilità sui 18 turni”.

Ma è la FIOM che doveva rivolgersi alla CGIL o non era la CGIL che avrebbe dovuto intervenire per tempo? Al comitato centrale della FIOM di lunedì, quello che ha deciso il no alla firma, nessuno della CGIL è intervenuto?

“La CGIL non tratta e non fa accordi per la FIOM, che su questo è autonoma. Quanto al comitato centrale non siamo stati invitati, ma prima della riunione ho comunque parlato col segretario dei metalmeccanici, Maurizio Landini”.

Avete una posizione diversa anche sul referendum. La FIOM era contraria e alla fine ha accettato di invitare i lavoratori a partecipare, ma solo per evitare ‘le rappresaglie’ della FIAT.

“Io dico che al referendum si partecipa perché è una forma di democrazia”.

Lei ha detto anche che vinceranno i sì.

“I lavoratori sono in cassa integrazione da un anno emezzo e dovranno attendere altri due anni prima di andare a regime con la Panda. È normale che vogliano tornare a lavorare e ad avere uno stipendio pieno. Che cosa dovrebbero votare?”

E quando i sì avranno vinto, la FIOM dovrà firmare?

 “Se i sì vinceranno, la FIAT avrà due possibilità: andare avanti senza la FIOM oppure, se come dice vuole il consenso di tutti, chiedere anche alla FIOM di firmare. Per averlo, questo consenso, credo che però dovrà dare la sua disponibilità a rivedere i due punti di cui ho parlato, altrimenti si assumerà la responsabilità di fare a meno della FIOM”.

Quindi la CGIL non farà pressioni sui metalmeccanici affinché prendano atto del risultato e firmino.

“Noi facciamo pressione perché si ricomponga la situazione. Ci sono due anni per farlo, prima lo si fa meglio è. Ma dipende anche dalla FIAT”.

Con la FIOM si schierano solo i partiti della sinistra extraparlamentare e l’Idv e, sul piano sindacale, i Cobas. Le piace questa compagnia?

“Non è questo il problema, ma è chiaro che se la vicenda parte male”. “Quello per malattia si è dimezzato. Quanto a quello dovuto ai permessi sindacali, la FIOM è quella che ne ha meno di tutti. Altre sigle, più piccole, hanno decine e decine di lavoratori con incarichi nel direttivo, che danno diritto a otto ore di permesso al mese. Possono ridurli. Per il resto la vedo come Veltroni: bisogna trovare un punto di equilibrio più avanzato”.

La FIAT ha bisogno di una fabbrica dove si lavori di più e non si tollerino abusi nell’assenteismo e nella conflittualità. Le sembra irragionevole?

“Pomigliano è una fabbrica difficile, lo sappiamo. Due anni fa la FIAT ci ha investito per rilanciarla, poi c’è stata la crisi. Adesso c’è questo nuovo piano. Noi ne cogliamo tutta l’importanza, ma vorremmo che l’impostazione della FIAT fosse quella della condivisione, non dei vincoli e delle sanzioni”.

Quello di Pomigliano non è il primo e non sarà l’ultimo degli accordi che prevedono deroghe al contratto nazionale. Lo Statuto dei lavori che il governo sta preparando punta su questo. La CGIL è contraria a priori o è disposta a discuterne?

Se si tratta di deroghe ai diritti fondamentali non siamo disponibili, altrimenti si finisce in quel federalismo dei diritti di cui parla ora il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Sul contratto nazionale la nostra proposta è diversa, come ho già detto al Congresso: facciamo norme contrattuali più leggere e che si adattino meglio alle divers realtà. A quel punto le deroghe non sono più necessarie.

Intanto la CGIL e la FIOM si preparano a collezionare l’ennesima sconfitta.

“Su Pomigliano è sbagliato ragionare in termini di vittoria o sconfitta. È un grande investimento, ci vuole il coinvolgimento e la corresponsabilizzazione di tutti. È interesse anche della FIAT”.

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SCIOPERO 25 GIUGNO. IN PIAZZA CON LA CGIL

 

E’ NECESSARIO PRENOTARSI PRESSO LE SEDI DEL SINDACATO O TELEFONICAMENTE:

0541.779911; 0541.779946

http://www.er.cgil.it/home.nsf/?Opendatabase

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DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE SEL RIMINI) SULLA VICENDA FIOM – SCM

manifestazione FIOM CGIL

Rimini, 17 giugno 2010

Comunicato stampa

Il Sig. Pizzolante deputato del Pdl evidentemente non ha nulla di meglio da fare che attaccare ogni piè sospinto la CGIL e la FIOM, sentire parlare di lavoro da lui è offensivo verso tutte le donne e gli uomini che ogni giorno si alzano per andare a lavorare veramente.

Quanto sta avvenendo alla SCM ricalca, con le dovute proporzioni, quanto è avvenuto nei giorni scorsi alla FIAT di Pomigliano d’Arco dove molto semplicemente i lavoratori a fronte di un drastico peggioramento delle loro condizioni e ad una altrettanto drastico ridimensionamento dei diritti per tutta risposta ricevono dall’azienda il ricatto di accettare tutto ciò come un dato di fatto oppure di perdere il lavoro. In questo caso non si può che manifestare la solidarietà ai lavoratori e alla FIOM CGIL, anche perché con la scusa della crisi nel nostro paese si sta producendo una torsione dei diritti dove i costi vengono socializzati e dei profitti ne beneficiano solo pochi, inoltre, il caso FIAT insegna, che assistiamo ad un altro ricatto dove le imprese per non delocalizzare all’estero dove gli stipendi sono più bassi pretendono di importare quelle condizioni lavorative anche in Italia chiedendo e ottenendo dal governo, con il preoccupante silenzio del PD, una marginalizzazione del Sindacato. In questo caso, quindi, la CGIL, che è l’unica organizzazione che si sta opponendo a questo disegno di restaurazione diventa un elemento di disturbo per il laissez fair delle imprese.

Piuttosto che chiedere a Ravaioli e a Vitali, come fa Pizzolante, di prendere posizione pro o contro la SCM, ossia pro o contro i lavoratori, dovremmo tutti capire a che cosa sono finalizzati questi sacrifici, infatti, nonostante l’ulteriore sforzo dei lavoratori quali sono le garanzie di continuità lavorativa, di riassorbimento nella produzione finito questo ordinativo?

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