Archivio mensile:novembre 2009

Bilancio a Rimini: altro che politiche keynesiane, qui siamo di fronte alla Signora Tatcher

Rimini, 25 novembre 2009

Margaret Thatcher

A causa dei tagli imposti dalla Finanziaria, ma non solo, si preannuncia un Bilancio “lacrime e sangue”.
Le pesanti politiche degli investimenti degli scorsi anni, tanto reclamate quanto insostenibili nel tempo, stanno oggi facendo vedere i loro frutti sulla sostenibilità finanziaria del Comune. Quando si diceva negli anni scorsi che occorreva una verifica attenta degli investimenti perchè il loro peso era troppo alto e alla lunga insostenibile veniva risposto che eravamo uccelli del malaugurio. Oggi, purtroppo, le facili previsioni di ieri si avverano e tra i provvedimenti c’è quello di una “riclassificazione” al ribasso della spesa sociale che tradotto significa tagli. Non si conoscono tali provvedimenti, ma in un periodo come questo non è pensabile intervenire per tagliare il sociale, anzi andrebbe sicuramente razionalizzato, ma potenziando l’intervento. Altro che politiche “keynesiane” qui ci troviamo di fronte ad una Signora Tatcher, tagliare la spesa sociale significa colpire la coesione sociale.
Piuttosto, anziché creare la Holding, che sarà un ulteriore strumento di debito di cui il Comune dovrà essere garante e solvente, sarebbe meglio tentare di recuperare il gap che separa Rimini da tutti gli altri comuni della regione nella spesa sociale.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Aree in fregio a Rimini: chi sbaglia paghi

Rimini, 24 novembre 2009

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CONSIGLIERE COMUNALE DI RIMINI) SULLA VICENDA DELL’HOTEL PATRIZIA

crocifissione in sala mensa

Dalla ricostruzione della vicenda dell’Hotel Patrizia emergono  chiarissimamente le responsabilità da parte dell’Amministrazione. A voler pensar bene di chi ha firmato quell’atto si può solo dire che è stato un incompetente. Mi chiedo infatti come sia possibile approvare un palazzo di sette piani, praticamente un altro albergo, sul lungomare con tale leggerezza?
I provvedimenti di cui si parla sono cose leggerissime e  mi chiedo se le conseguenze per qualsiasi altro lavoratore che avesse commesso un errore così grave sarebbero state altrettanto leggere. Tutti sappiamo che nella vita reale quel lavoratore o dirigente sarebbero stati cacciati.
Ora, non conosco e non mi interessa conoscere il nome del responsabile del procedimento, ma perché anche nel settore pubblico ci possa essere l’introduzione di criteri meritori chi potrebbe arrecare tuttora un danno al comune di 500mila euro non può rimanere sostanzialmente esente da provvedimenti.
Nessuno, si badi, chiede punizioni fantozziane come la crocifissione in sala mensa, ma ripeto che questa vicenda non può concludersi a tarallucci e vino sostenendo che anche questa volta l’abbiamo scampata.
Occorre ripercorrere tutta la filiera delle responsabilità e prendere i
necessari provvedimenti affinché situazioni del genere non abbiano più a ripetersi.


Eugenio.Pari@comune.rimini.it
eugenio_pari@yahoo.it
https://eugeniopari.wordpress.com/
Cell. 334.6766149; 346.3756798
Tel. e fax 0541.704169

Contrassegnato da tag , , , , ,

La questione delle aree in fregio a Rimini

Hotel Patrizia e aree in fregio. Pari: comune deve fare chiarezza
Il comune deve fare chiarezza sulla questione relativa alle aree in fregio.
RIMINI | 14 novembre 2009 | È il segnale – dice – di una scarsa consapevolezza e capacità di controllo da parte dell’amministrazione sui beni comunali e di una scarsa conoscenza degli strumenti urbanistici.

L’intervento di Eugenio Pari

Le vicenda dell’Hotel Patrizia è il segnale di una scarsa consapevolezza e capacità di controllo da parte dell’amministrazione sui beni comunali, beni di tutti noi.
Vi è, evidentemente, anche una scarsa conoscenza degli strumenti urbanistici emanati dal Comune stesso, non cento anni fa, ma all’inizio della vicenda politica di questa amministrazione che a quanto pare approva atti di cui poi dimentica contenuti e principi.
Ricordo che a causa della scarsa tutela degli interessi pubblici, all’inizio di questa legislatura, già un’altra area in fregio era stata, per così dire, sottratta al comune con lo strumento dell’usucapione provocando un mancato introito di centinaia di migliaia di euro per le casse comunali. In quell’occasione l’amministrazione affermò che tali episodi non si sarebbero più verificati, i fatti di oggi dimostrano la infondatezza di tali dichiarazioni.
Ora, c’è chi sostiene che gli albergatori che invece hanno pagato sono stati “gabbati”, chi lo fa fomenta un andazzo sbagliato, quei cittadini non hanno fatto altro che compiere il proprio dovere, si tratta invece di capire quali e di chi siano le responsabilità di questa continua dissipazione di beni pubblici e porvi quanto prima un argine e un rimedio.
Ce lo dirà l’Amministrazione? La città lo dovrà capire e qualsiasi iniziativa per fare chiarezza e arginare questi episodi sarà benvenuta. È chiaro, infine, che qualora vengano accertate delle responsabilità queste non potranno rimanere esentate.
Bisogna assolutamente fare chiarezza, porre un rimedio e attendiamo proposte di soluzione in questo senso a cominciare dal conoscere quante situazioni di questo tipo sussistano ad oggi.
NEWSRIMINI ore 15.39
—-
Hotel Patrizia. Il sindaco avvia indagine interna urgente

Ancora strascichi per la vicenda relativa all’Hotel Patrizia di Rimini. Il primo cittadino ha dato mandato di avviare un’indagine interna per verificare la corretteza del procedimento.

RIMINI | 14 novembre 2009 | Questa mattina il Sindaco Ravaioli ha dato formale incarico al Direttore generale Laura Chiodarelli di procedere ad un’indagine interna per verificare regolarità, e eventuali responsabilità, nelle fasi del procedimento amministrativo che hanno portato alla concessione dell’autorizzazione all’ampliamento dell’hotel Patrizia.
La verifica, si legge in una nota, ha carattere urgente e dovrà analizzare tutti i passaggi per la tutela della pubblica utilità del procedimento.
A portare all’attenzione la vicenda un’interrogazione in cosiglio di Renzi del PdL che aveva evidenziato come l’Hotel Patrizia, in viale Regina Elena, fosse stato autorizzato a costruire una torre di 7 piani su un’area in fregio al lungomare acquisita per usucapione dopo il mancato ricorso in appello del Comune
NEWSRIMINI ORE 17.07
—-

Note a margine
Le aree in fregio al lungomare sono aree di proprietà pubblica, alcune delle quali non destinate, che nel corso degli anni sono state utilizzate dai privati come parcheggio per esempio. Nel corso del tempo, passati 20 anni, se il proprietario (cioè in questo caso il Comune) non ne rivendica la proprietà esse passano nella disponibilità dei privati per il principio dell’usucapione. Al momento non si conosce con precisione la quantità di queste aree, all’inizio di questa legislatura il comune, non avendo rivendicato la proprietà di una di queste aree si è visto sottrarne una dal valore di 500mila euro. Oggi la situazione che si presenta è la stessa. Di fatto il proprietario di un hotel dopo 20 anni ha fatto regolare richiesta di costruire su quest’area all’incirca 25 camere (praticamente un’altro albergo) senza alcun esborso per acquistare la proprietà dell’area, utilizzando, appunto, l’istituto dell’usucapione. Il Comune, pertanto, ha approvato il progetto edilizio in quanto coerente con le norme di PRG.
La questione è che il Comune sostiene che queste aree erano prive di destinazione (cd aree bianche), invece il PRG (approvato ed emanato dal comune stesso) a quelle aree, peraltro di sua proprietà, una destinazione ce l’attribuisce eccome.
Credo che in una situzione come questa dove l’Amministrazione lamenta ristrettezze di bilancio enormi, non conoscere i propri beni e, anzi, farseli “sottrarre” in questo modo sia davvero una cosa gravissima a cui si deve porre assolutamente un argine.
Ora, gli esponenti del Pdl intendono “cavalcare la tigre” pilotando quei privati che, non facendo altro che il proprio dovere, hanno invece pagato per ottenere la proprietà di queste aree. Non vorrei che arrivassero a sostenere l’idea secondo la quale il Comune li debba rimborsare perché qualcun’altro invece a causa della sua noncuranza gode di un bene pubblico a costo zero.
La questione grave è che su aree così sensibili per la nostra città si proceda con leggerezza da parte di chi dovrebbe controllare, una leggerezza che rende il nostro lungomare un accatastamento di bugigattoli e colate di cemento. In secondo luogo i beni della collettività non vengono tutelati nemmeno dal punto di vista finanziario, cioè le nostre proprietà vengono sottratte alla luce del sole, in forza di legge che comunque da delle garanzie anche ai proprietari (in questo caso il Comune). A conti fatti su quelle aree il Comune avrebbe potuto ricavare circa 1,5 milioni di euro, il ricavo invece è zero, in Giunta per esempio qualcuno sta proponendo un tetto di spesa ai servizi di scuolabus per bambini disabili perché il comune non è in grado di trovare 190mila euro. Lascio a voi le conclusioni di questa vicenda.
Contrassegnato da tag , , , ,

Una Bolognina per la Cgil?

 Prime osservazioni sul documento Moccia. Di Nicola Nicolosi (Coordinatore Nazionale Lavoro Società – CGIL)logo_cgil 12/11/2009

Spiegare ai lavoratori delle fabbriche in crisi o ai democratici preoccupati per l’azione di un governo guidato da Berlusconi che non si riconosce nella Costituzione, può apparire complicato, così come è complicato spiegare che la Cgil vada al congresso divisa su due documenti contrapposti. Complicato perché lo scontro è tra le oligarchie e lo scontro non è presente tra i lavoratori che fanno riferimento alla Cgil. Difficile capire come mai, sotto un attacco senza precedenti nella storia della Repubblica che la esclude addirittura dalla condivisione del modello contrattuale, tutta la Cgil non faccia quadrato per difendersi e rilanciare l’iniziativa. Mentre andrebbe preparato lo sciopero generale per non far pagare la crisi ai lavoratori e ai pensionati e contro il governo, la Cgil rischia di essere costretta in una lacerante discussione interna per la definizione dei gruppi dirigenti.

Invano si cercherebbero nei due documenti di base per il prossimo congresso della Cgil diversità profonde sui temi centrali quali: nuovo modello di sviluppo, modello contrattuale, welfare, fisco, mercato del lavoro, democrazia sindacale . Ne’ si sono mai manifestate differenze nei direttivi nazionali che hanno deciso all’unanimità le scelte importanti della Cgil nell’ultimo anno.

Le differenze sugli obiettivi riguardano solo alcuni aspetti. Il documento Moccia, che prevede di sostenere attraverso la fiscalità generale il giusto obiettivo di avere delle pensioni (fondate sui contributi sociali)non inferiori al 60% delle ultime retribuzioni mentre vorrebbe alimentato dalla contribuzione il sostegno agli anziani non autosufficienti. Dovrebbe essere il contrario: infatti il sostegno ai non autosufficienti va garantito a tutti coloro che ne necessitino in quanto diritto universale di cittadinanza, al pari di quello alla tutela della salute. Per non parlare, della “perla” di verificare il reddito dei disoccupati al fine del diritto a percepire la relativa indennità.

Il documento Moccia, mentre presenta differenze marginali sulle proposte rivendicative , contiene su alcuni temi proposte di svolta tali, che qualora venissero approvate dal congresso della confederazione, produrrebbero effetti e conseguenze paragonabili a quelle che ebbe la Bolognina per la sinistra italiana.

Il documento Moccia propone infatti :

-“di spostare in avanti la frontiera della democrazia economica”… “Tali avanzamenti sono la condizione per sperimentare forme più avanzate di asseti societari partecipativi, quale quello duale, valutando a tal fine esperienze di altri Paesi”;

-“I nuovi pensionati e pensionandi tendono a mantenere un rapporto diretto e identitario con le categorie di appartenenza, accentuato anche dal legame dato dalla previdenza integrativa. A tal fine è necessario costruire tra Spi e le categorie degli attivi, dei nuovi rapporti di integrazione e collaborazione anche sperimentando soluzioni, da definire, che conservino l’identità di provenienza”;

-“accorpare le categorie in funzione dell’unificazione contrattuale dei lavoratori, partendo dalle federazioni che hanno come controparte immediata i settori industriali della Confindustria, dei servizi pubblici, servizi privati”;

-“occorre aprire una grande e libera discussione sulle forme e i modi di coinvolgimento dei nostri iscritti nei processi di formazione delle decisioni e nella formazione stessa dei gruppi dirigenti, non escludendo il ricorso alle primarie tra gli strumenti di consultazione generalizzata degli iscritti”

Queste proposte meritano una prima, immediata risposta.

1) E’ evidente che l’assunzione dei primi due punti porterebbe la Cgil verso il modello tedesco della DGB.

La partecipazione alla vita societaria delle imprese porterebbe inevitabilmente i lavoratori a vivere come centrale l’impresa e di conseguenza tutte le compatibilità e le sfide del mercato, anche in contrasto con i lavoratori delle aziende concorrenti. Del resto l’esperienza della presenza dei sindacati, non nella gestione diretta, ma appunto nell’organismo di indirizzo dei fondi integrativi non ha impedito che questi fondi nella economia globale si comportassero allo stesso modo dei fondi speculativi. Contribuendo così alla speculazione finanziaria che ha portato all’esplosione della crisi.

Non è un caso che in Germania la contrattazione parta dall’ impresa e successivamente si abbia una fase di generalizzazione delle conquiste. A conferma che è l’azienda il perno delle relazioni contrattuali, a un contratto così costruito le singole imprese sono libere di aderire o meno. Da qui deriva la crisi della contrattazione che porta i lavoratori tedeschi a interrogarsi se non sia il caso di avere una legge che garantisca un minimo salariale. In Italia, al contrario, il contratto nazionale è la fonte primaria che decide anche l’ambito di quello aziendale e viene applicato a tutti i lavoratori della categoria.

La scelta della partecipazione alla vita societaria delle imprese inevitabilmente minerà il sindacato confederale della solidarietà che ha l’ambizione di affrontare tutti i temi che riguardano i lavoratori in piena autonomia di classe. Non è un caso che nei Paesi dove l’impresa è il cuore della vita sindacale sono i partiti politici ad affrontare temi quali: fisco, politica economica, welfare, politiche del territorio, ecc.

Anche la proposta, di fatto, del contratto dell’area industriale, cui seguirebbe la scelta delle altre due macroaree del pubblico e dei servizi, delinea un modello di sindacato in cui la Confederazione ha un peso limitato, poco più che di rappresentanza. Ma, allo stesso tempo – come qualcuno dei firmatari ha chiaramente dichiarato in interviste su autorevoli quotidiani – il contratto di “macroarea” non potrebbe che essere un contratto leggero, che fissa solo alcuni diritti generali e un salario minimo, demandando gli incrementi salariali reali al livello aziendale.

Bisognerebbe ricordarsi che se, sul piano contrattuale, i lavoratori italiani non sono riusciti a distribuire equamente gli incrementi di produttività, hanno almeno tenuto nei confronti dell’erosione dell’inflazione.

La grande erosione del reddito dei lavoratori è avvenuta attraverso l’iniziativa dei governi, quindi attraverso una politica che non ha rappresentato gli interessi dei lavoratori (pensioni, trasferimento di reddito attraverso il fisco dai lavoratori alle imprese e ai padroni, precarizzazione dei rapporti di lavoro, ecc.).

Senza un sindacato confederale forte i lavoratori sarebbero privi di una forte rappresentanza generale di classe capace di affrontare temi fondamentali nella vita delle persone con autonomia (previdenza, salute, istruzione, occupazione, ambiente, territorio,ecc.) che sono la più grande conquista del movimento dei lavoratori e che sono oggi oggetto di un attacco generalizzato.

 2) Sorprende che nel documento Moccia si dia tanta rilevanza ai fondi pensione integrativi, dopo i guasti provocati nella finanza mondiale e dopo che non hanno dato risposta a quei giovani, attanagliati tra precarietà, bassi salari e sistema contributivo, per i quali, ipocritamente, erano stati proposti.

Sorprende ancora di più se si assegna a questi fondi addirittura il fondamento per riorganizzare la Cgil e il suo sindacato generale dei pensionati, lo SPI.

Oggi, grazie alle conquiste dei lavoratori, si vive di più e già oggi in Italia vivono oltre 3 milioni di ultraottantenni. Abbiamo bisogno di ridisegnare l’intera società per garantire una vita attiva a tutti che non releghi gli anziani a problema sanitario o alla solitudine e all’abbandono. C’è più bisogno di confederalità e non di guardare all’impresa o alla categoria. C’è bisogno di un rilancio della contrattazione sui temi generali e avremmo bisogno di un sindacato dei pensionati capace di guardare alla società e non alle origini dei propri iscritti.

 3) Incredibile, per un sindacato, la proposta di ricorrere alle primarie anche per l’elezione dei gruppi dirigenti. Si potrebbero ricordare le conseguenze di questo metodo nella vita del partito che le ha adottate e nel quale è in corso un ripensamento. Il rapporto con la stampa è decisivo nel selezionare le candidature e nei consensi, queste partono sempre dall’alto e mai dal basso. Hanno contribuito a dilatare la delega al leader e a far crollare la partecipazione di massa. Si costruiscono dei leader senza radici che si consumano rapidamente in base ai risultati a breve termine ottenuti. Non si costruiscono le mediazioni nelle politiche e nel governo dei Partiti, ingredienti indispensabili per avere delle organizzazioni forti. E’ insensato dire che si vogliono primarie libere da rischi di “plebiscitarismo”, perchè gli strumenti non sono neutri, come dimostrano, anche, le conseguenze della loro adozione nei partiti e nel sistema politico italiano.

Un sindacato, a differenza di un partito, non può vivere un giorno senza una organizzazione fondata sulla partecipazione quotidiana degli iscritti e dei lavoratori. Per contrattare c’è bisogno di forza e non solo di ragioni. Per contrattare non solo non è sufficiente convincere la maggioranza dei lavoratori coinvolti sulla bontà delle piattaforme ma occorre che partecipino in maggioranza larga anche alle lotte necessarie per strappare le conquiste alle controparti.

Per questo il sindacato confederale italiano nonostante la crisi che lo attraversa, è ancora un sindacato di massa che ha costruito la sua forza sull’assemblea e sui delegati liberamente eletti. Queste sono le nostre fondamenta. Una elezione di dirigenti non selezionati sulla base della loro capacità di contrattare e mantenere un quotidiano rapporto coi lavoratori, ma sulla base di campagne d’opinione e di promesse elettorali, sarebbe in grado di sgretolare le nostre fondamenta. Avremo un non senso: un sindacalismo ridotto a lobby, pilotato dall’esterno del mondo del lavoro e non solo dai partiti.

Oppure avremo anche in Cgil fenomeni di cesarismo da parte dei segretari generali che hanno il controllo della robusta struttura burocratica.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Interrogazione su proposta nuova strada collegamento tra via Tonale e via Marecchiese

liberiamo-laria

Libertiamo l'aria

Oggetto: interrogazione su proposta nuova strada collegamento tra via Tonale e via Marecchiese ai sensi dell’art. 22/bis comma 1 Regolamento sul funzionamento del Consiglio Comunale

Da tempo sussistono gravi problemi per i cittadini residenti nelle vie adiacenti al deviatore Ausa, tra la via Marecchiese e il Parco Marecchia, la proposta di aprire un nuovo collegamento stradale tra via Tonale e via Marecchiese andrebbe a peggiorare le condizioni e la qualità della vita di questi cittadini. Il Prg vigente prevede nel terreno compreso tra il deviatore e la zona residenziale di via Rossa (scheda 8/17) si realizzino nuove abitazioni e che la maggior parte dell’area in questione sia destinata a verde pubblico.

Dalla Circoscrizione e da articoli di stampa dei mesi scorsi si è invece appreso che è nelle intenzioni dell’Amministrazione di rivedere tale previsione di Piano e realizzare in quest’area anziché verde pubblico una nuova strada di collegamento tra via Tonale e via Marecchiese. Se questa ipotesi si realizzasse si assisterebbe ad un peggioramento delle condizioni di qualità della vita dei residenti, che verrebbero “schiacciati” tra la SS 16, la via Marecchiese e la nuova arteria stradale, che subirebbero ulteriori danni causati dall’inquinamento acustico e da PM 10.

Con questa interrogazione si richiede:

1. di riconsiderare l’ipotesi di un nuovo collegamento stradale tra via Tonale e via Marecchiese; quali siano i motivi,

2. in caso di mancato accoglimento del precedente punto, che impedirebbero di non realizzare il proposito di un nuovo collegamento stradale tra via Tonale e via Marecchiese.

Ai sensi dell’articolo 22/Bis comma 9 del Regolamento sul funzionamento del Consiglio Comunale richiedo risposta scritta.

Il Consigliere comunale

Eugenio Pari

Rimini, 12 novembre 2009

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

LA FINANZA CREATIVA RIMINESE

Nota di Eugenio Pari, 11 novembre 2009

Finanza creativa

Finanza creativa

La costituzione della Holding con cui il Comune intenderebbe finanziare diversi progetti futuri, preso com’è dalle ristrettezze di bilancio, presenta tanti, troppi elementi critici che rendono questa questione tremendamente complicata e che fa sperare nella non realizzazione di questo nuovo strumento di moltiplicazione del debito. Sul tema generale delle ristrettezze economiche del bilancio occorre tornare a sottolineare, non per fare i grilli parlanti, che dal 2006 personalmente ho più volte criticato una spesa per investimenti di cui oggi paghiamo gli effetti (i tassi d’interesse dei mutui bloccano la spesa corrente e non consentono ulteriori investimenti), investimenti di cui francamente la città non ha colto alcun effetto positivo. Oggi con la Holding rischiamo di far piombare le finanze locali in un circolo vizioso i cui effetti saranno pagati dai cittadini. Intanto è sempre stato detto che la Holding non avrebbe avuto un consiglio di amministrazione, mentre si scopre che questo costerà 250mila euro. Nel dettaglio gli elementi critici sono quelli di una non linearità rispetto a dispositivi di legge che devono rendere, nel caso di costituzione di nuove aziende, l’azione di queste aziende coerente con le finalità istituzionali dell’ente, cosa quest’ultima non affatto contemplata dallo studio di fattibilità. Questa Holding partirebbe con oneri assunti dal comune del valore complessivo di 6,4 milioni, senza contare le decine di milioni di debiti che dovrebbe contrarre con le banche ed è verosimile pensare che ad una possibile insolvenza a risanare dovrà pensarci il Comune, ovvero tutti noi. La Holding produrrà una disomogeneità delle strutture e delle singole partecipate, determinando una riduzione complessiva del valore delle aziende; allungandosi la catena di controllo il Comune avrà ancora maggiori difficoltà nell’attivare sinergie e le necessarie razionalizzazioni delle aziende da esso stesso controllate. Vi sarà, insomma una sovrapposizione di strutture onerose con ampie aree di irresponsabilità in un contesto di scarsa trasparenza dove gli organi democraticamente eletti con funzioni di controllo e indirizzo verranno scavalcati, infatti l’amministratore unico dovrà rendere conto solo al Sindaco. A conti fatti la costituzione della Holding risulta solo un abile artifizio per aggirare il patto di stabilità e per pagare meno tasse con il paradosso che a promuovere e indirizzare questo aggiramento è un soggetto pubblico, una istituzione della Repubblica, cioè il Comune. Il rischio che già oggi si prefigura, a mio modo di vedere, è quello di una devastazione delle finanze comunali. A questo punto, prima che il danno sia compiuto, non rimane che da chiedere, come peraltro si è fatto da tempo, ad una inversione dei propositi dell’amministrazione bloccando questo progetto.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Putin e il crollo del Muro «Difesi il Kgb con le armi»

di Fabrizio DragoseiCorriere della Sera del 08/11/2009

Il premier russo racconta in TV il 9 novembre a Dresda

kgb

simbolo KGB

putin

Vladimir Putin

Mentre il Muro cadeva e la vita dei tedeschi dell’ Est cambiava per sempre, Vladimir Putin era occupato notte e giorno a distruggere dossier, a cancellare le tracce di tutte le comunicazioni, a bruciare documenti nella sede del Kgb di Dresda. «Avevamo talmente tanta roba da mettere nel fuoco che a un certo punto la stufa scoppiò», ha raccontato lui stesso in una lunga intervista che il canale televisivo Ntv manderà in onda questa sera.
Poi, dopo l’ assalto agli uffici locali della Stasi, venne il turno della sede del Kgb. Una folla enorme si assiepò davanti alla palazzina che ospitava i sovietici e si fermò solo perché lo stesso primo ministro russo, allora giovane colonnello del servizi segreti, uscì fuori e minacciò di usare le armi.
La vita dorata di Vladimir Putin, numero due del Kgb nella città della Ddr a sud di Berlino, pagato parte in dollari e parte in marchi, stava per finire. Vladimir e Lyudmila sarebbero presto ritornati a San Pietroburgo, dove lui, senza soldi e senza futuro, pensò pure di mettersi a fare il tassista.
Nella Germania Est, invece, era stata tutta un’ altra storia. I Putin c’ erano arrivati nel 1985, mentre Gorbaciov dava inizio alla perestrojka. Ma nella Ddr molto poco cambiò in quegli anni: «Era come l’ Unione Sovietica di trent’ anni prima, un Paese totalitario», ha detto ancora Putin. Totalitario ma ricco. Al posto delle file interminabili per qualche salsiccia, c’ era ogni ben di dio. «Avevamo perfino una Zhigulì di servizio, considerata un’ ottima macchina in confronto alle Trabant. E nei fine settimana ce ne andavamo sempre in giro per la Sassonia», ha raccontato Lyudmila.
Vladimir lavorava fianco a fianco con i colleghi della Stasi e il venerdì sera andava sempre a farsi una birra con loro, tanto che mise su 12 chili. Il giovane colonnello si occupava di «spionaggio politico»: reclutare fonti, ottenere informazioni, analizzarle e trasmetterle a Mosca. A Dresda c’ era un’ importante fabbrica elettronica, la Robotron, e Putin teneva d’ occhio gli stranieri che andavano a visitarla. Si dice, ma lui non l’ ha mai confermato, che poco prima della caduta del Muro, ebbe il compito di assoldare una rete di agenti che avrebbero dovuto fungere da quinta colonna dell’ Urss nella Germania riunificata. Uno di loro, un certo Klaus Zuchold, venne subito preso e confessò ogni cosa al controspionaggio della Germania occidentale. Così la «brillante» operazione di Putin andò per aria.
Quel 9 novembre, Putin assistette con tristezza agli eventi di Berlino: «Ad essere onesti devo dire che mi dispiaceva che l’ Urss stesse perdendo le sue posizioni in Europa», ha confessato. «Però capivo che una posizione costruita sulle divisioni e sui muri non poteva durare». Nei giorni seguenti tutti gli uomini del Kgb si diedero da fare per prepararsi ad abbandonare la posizione. «Dovevamo distruggere ogni cosa, interrompere le linee di comunicazione; solo il materiale più importante fu trasferito a Mosca», ha detto l’ ex presidente russo. La notte del 5 dicembre la folla occupò la sede della Stasi a Dresda. La mattina dopo tutti si radunarono davanti alla palazzina di Angelikastrasse 4, dove aveva sede (in incognito) il Kgb. ddr
All’ interno chiamarono il vicino distaccamento militare per chiedere aiuto, ma la risposta fu negativa: «Non possiamo fare nulla senza l’ autorizzazione di Mosca, e Mosca tace». Putin ebbe la sensazione che «l’ Urss non esistesse già più». Uscì fuori con la pistola in mano (lui dice che aveva a fianco un soldato armato), si qualificò come interprete e spiegò che quello era territorio sovietico. La gente rinunciò a scavalcare il muro di cinta.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre

di Alexander Höbel – L’ernesto 06/11/2009 –

 

A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.

Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.

lenin1

Lenin

Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale che la competizione economica internazionale intanto avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.

Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema più generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e diretti, governanti e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di superare la democrazia come delega, di andare al di là di una democrazia meramente rappresentativa e formale, per affermare un modello di democrazia diretta, sostanziale, basata sulla partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione della politica e quindi crisi della partecipazione e della stessa democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità di difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.

rivoluzione1917

Manifesto rivoluzione russa

Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari, poiché solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile, pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista. Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita, scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Gli strani legami di Rifondazione a Roma e l’Edilnord di Paolo Berlusconi

Smeriglio

Massimiliano Smeriglio

Un articolo molto interessante sui rapporti tra Rifondazione e imprese che ne finanziarono diverse feste tra il 2007 e il 2008. Segretario della  Federazione del Prc romano dell’epoca era Massimiliano Smeriglio che dall’inizio del 2009 ha lasciato il PRC per aderire al Movimento per la Sinistra. Da maggio 2008 è assessore alla formazione e al lavoro della Provincia di Roma. Dal 2006 al 2008 è stato deputato e segretario della federazione di Roma del partito della rifondazione comunista. È stato membro del comitato politico nazionale del PRC.
Dal 2001 al 2006 è stato presidente del
Municipio Roma XI (Garbatella, Ostiense, Appia Antica), un municipio di circa 140mila abitanti dove si è sperimentato, tra i pochi casi in Italia, il Bilancio partecipativo.

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=18504

Contrassegnato da tag , , ,