Archivi giornalieri: 19/05/2009

La debolezza della falce e martello

Giuliano Garavini,   18 maggio 2009, 13:20Falce_e_martello

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12097

Dibattito Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L’obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo. Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico

Un intervento su questo tema deve partire da una premessa fondamentale in questa epoca di revisionismo storico. Io considero che l’Unione Sovietica non sia identificabile unicamente con il sistema della “purghe” staliniane, con un meccanismo economico asfittico che ha prodotto inquinamento e scarsità di beni alimentari e di consumo o con la sostanziale assenza di partecipazione democratica. Sono convinto che l’Unione Sovietica abbia parlato anche all’Europa Occidentale forzandola a muoversi verso un sistema di democrazia sociale dopo la seconda guerra mondiale, condivida il merito storico della vittoria militare sul Nazismo e sul Fascismo e abbia saputo parlare ben oltre i confini europei: aiutando lo sviluppo di movimenti di liberazione nel Terzo Mondo, così come la richiesta da parte di questi paesi di maggiori aiuti economici. Si tratta comunque di un dibattito, quello sul ruolo storico del comunismo sovietico, che sarebbe più saggio lasciare agli storici che utilizzare come moneta nella polemica spiccia del quotidiano.

Detto questo dirò anche che oggi, nel maggio 2009, in Italia, la “falce e martello”, per quanto riconosca la sua gloria passata in Italia e altrove, non ha una vera potenzialità rivoluzionaria e resterà il simbolo di un piccolo movimento politico. Chi continua ostinatamente a sventolarne la bandiera tradisce, e non tutti lo fanno in buona fede, l’obiettivo di fondo di una rivoluzione vincente dei più deboli contro i più forti, dei proletari contro i capitalisti.
Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L’obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo.
Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico. Un mondo che per i comunisti ha avuto sempre la priorità sulla concezione dei diritti, sulla dinamica delle istituzioni politiche e delle idee. Il problema consiste nel fatto che i comunisti di oggi non si sono confrontati fino in fondo con la fine dell’Unione Sovietica, con i limiti delle loro parole d’ordine e alcune debolezze della loro analisi economica.

Si dice conflitto fra capitale e lavoro. Certo, giusto, questo conflitto non è sparito ed è oggi più vivo che mai, come dimostra il modo il cui si reagisce alla crisi economica in atto: cioè salvando il capitale e mandando a casa i lavoratori. Il capitale è sempre più forte, si mangia fette crescenti del Prodotto interno e la necessità di salvarlo prevale di gran lunga sugli interessi dei lavoratori, così come gli interessi dei paesi più dotati di capitale prevalgono sugli interessi dei paesi che ne sono privi. Il problema è che i comunisti non possono più indicare il Sole dell’Avvenire, perché non sanno più quale sia. A chi dicesse che il Sole dell’Avvenire è la proprietà dello Stato delle grandi banche, dei mezzi di produzione, nonché di tutti i servizi offerti al cittadino, come ho sentito ripetere ad “Annoa Zero” da Diliberto, io risponderei che, non poco, ho smesso di credere che questa alternativa sia, in definitiva, auspicabile. Lo Stato, e lo dimostrano le condizioni di precarietà che vivono i giovani italiani nelle strutture pubbliche, così come lo dimostra il fatto che il governo della Merkel ha dato vita al più grosso debito pubblico del dopoguerra, si comporta esattamente come gli altri padroni. E non è detto che fornisca una qualità migliore. Questo è stato purtroppo il punto debole del socialismo reale: alla fine dei giochi gli operai polacchi, avendo lo Stato come padrone, lavoravano negli anni Ottanta in condizioni più disperate dei loro omologhi nei paesi dell’Europa occidentale. Mentre il Primo Maggio in Europa occidentale era una ricorrenza viva, sentita, combattiva, in Europa dell’Est era una pratica triste e vuota perché i sindacati erano un braccio del pauroso potere dello Stato e dei suoi gestori.
Le soluzioni devono essere, credo, nuove e devono includere un definitivo superamento dell’idea di pervasiva proprietà statuale. Serve per esempio una proprietà pubblica delle reti, ma è giusto che chi utilizza questi reti possa essere un privato, una cooperativa, un ente locale o altro. Facciamo l’esempio dell’elettricità. Come prospettiva futura sarà essere mille volte meglio un sistema con migliaia di piccoli produttori di energia elettrica pulita, serre fotovoltaiche, pale eoliche così come grandi centrali, tutti connessi attraverso un sistema di reti pubblico, magari coordinato a livello europeo e fortemente slegato dal controllo dei partiti politici. Questa è stata una bella lezione di internet finché dura: i produttori di conoscenza sono tanti e la rete è sostanzialmente pubblica. Ma un nuova ENEL, che produce mastodontiche quantità di energia elettrica, gestisce le reti e poi sistema nei ruoli dirigenti gli amici dei partiti, mah! Servono battaglie radicali e senza esitazioni per conservare pubbliche tutte le reti, nonché quei beni come l’acqua che sono comuni, ma occorre liberarsi in modo definitivo dall’idea di centralizzazione statale della produzione di tutte le merci e i servizi.

Poi vi è il grande tema della lotta di classe. La falce e martello richiama la lotta degli operai e degli agricoltori contro i padroni e i proprietari terrieri. C’è una disperata necessità di estendere questa lotta di classe oltre i confini mai possibilmente immaginati dai comunisti. O meglio pensata da quella parte dei comunisti, come il gruppo dei “quaderni rossi” a Torino, che sono sempre stati minoranza e che erano abituati a ragionare seguendo da vicino le innovazioni nel mondo economico. Bisogna pensare come mettere insieme precari della ricerca, avvocati schiavizzati, immigrati, precari dell’industria, operai, piccoli imprenditori si sé stessi con partita IVA, lavoratori nei servizi, aziende in subappalto. La falce e martello con tutti questi può essere una garanzia di radicalismo, ma non può vincerne i cuori e le menti perché siamo di fronte ad una nuova classe lavoratrice molto più formata (anche se non sempre più educata) di quella degli anni ’20, ma anche degli anni ‘50 del Novecento.

Se si riuscirà mai convincere tutti questi novelli sfruttati, la mia impressione è che questi vogliano, al di la di garanzie solide e redditi decorosi, anche usufruire di massima libertà di movimento e di partecipazione. Bisogna mettere in discussione l’assenza di democrazia nel mondo dell’impresa privata, non per delegare tutto allo Stato, ma per una partecipazione diretta di chi è dipendente nelle strutture in cui lavora. Partecipazione non vuol dire partecipazione azionaria, vuol dire che si prendono direttamente le decisioni e si gestiscono i meccanismi della produzione.
Non basta aprirsi ai movimenti per affiancarli al Partito. Bisogna mutare la propria strategia politica. E’ questo aveva solo in parte capito Bertinotti quando aveva creato Sinistra europea come strumento per aprirsi ai movimenti, per poi restare il solo a decidere dalla A alla Camera. Serve molto di più. Che so creare leghe settoriali per difendere tutti i beni comuni, organizzare la massiccia propaganda per referendum europei, sottoporre le decisioni importanti del Partito a referendum su internet, e serve che tutto questo sia fatto in nome di una vocazione al futuro e non al passato. Vocazione al futuro che è sempre stata la matrice storica dei movimenti socialisti e comunisti.

Un’ultima ragione della debolezze della falce e martello, in prospettiva futura, riguarda l’Europa e le prossime elezioni europee. Tutti i partiti della “nuova sinistra europea”, quelli che si sono battuti con successo contro la Costituzione di Giscard d’Estaing, hanno abbandonato i simboli comunisti. Questo vale per il Partito socialista in Olanda che ha preso come simbolo un pomodoro e ha il 20 per cento dei seggi in Parlamento. Vale per “die Linke” in Germania che mette in difficoltà la socialdemocrazia e vale per il Nuovo partito anticapitalista di Besancenot in Francia. E’ possibile che l’Italia sia sempre così diversa da tutti gli altri grandi paesi europei?

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , ,
Annunci