Archivio mensile:febbraio 2009

Il progetto di una nuova sinistra italiana

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Gasparri: «Santoro e Vauro? Due volgari sciacalli»

«Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano».

A Maurizio Gasparri non rimane che rispondere ribadendogli il concetto:

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RIPARTIRE DA PRODI

 Presentazione del libro

“Ripartire da Prodi. Andare oltre la sconfitta”

 Sabato 28/02 – ore 18.30

Sala degli Archi – P.zza Cavour – Rimini

Conversazione con Alfiero Grandi, a cura di Giuseppe Ciliberto
La grande rimozione. Le primarie e le speranze deluse del 2006. Fare tesoro dell’esperienza. Un errore rivelatore. Crisi dell’Unione e nascita del Partito democratico: andare da soli?

Partecipano

Alfiero Grandi

Ennio Grassi

Sergio Gambini

Mauro Bulgarelli

Presiede

Eugenio Pari

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Rimuovere dalla memoria il Governo Prodi è un errore. Sulla rimozione non si può costruire nulla di buono. L’esperienza di quel governo ha avuto luci e ombre, che vanno tutte valutate senza timori. Solo con un esame appassionato e critico del biennio 2006/2008 l’area politica dell’ex centro sinistra può (forse) ridare alle elettrici e agli elettori delusi la speranza di sconfiggere (di nuovo) in futuro la destra, che è oggi vincente e governante in Italia.
“Ripartire da Prodi” punta in questa direzione: è un discorso di verità svolto da Alfiero Grandi con l’auspicio che altri contribuiscano apertamente a questa riflessione critica ed autocritica, anziché chiudersi in un silenzio conformista, furbesco e un poco omertoso. Le speranze delle primarie, del programma, della campagna elettorale, della formazione del secondo Governo Prodi sono state frustrate anche troppo e i risultati sono noti. Le donne e gli uomini che hanno avuto fiducia nel centro sinistra nel 2006 oggi meritano risposte che fino ad ora non hanno avuto. Forse così, conclude Grandi, potranno tornare a fidarsi.

Giuseppe Ciliberto, giornalista.

Pagine  148
Prezzo € 8,00

Edizioni Ediesse

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Attacco allo stato

di Concita De Gregorio, L’Unità

eluana

Beppino Englaro

Eluana non c’entra. Questo pregio almeno ha avuto la terribile giornata di ieri. Sgombrare il campo da un residuo per quanto improbabile dubbio: che fosse un’umana convinzione o una fede a guidare l’azione del presidente del Consiglio. Non è così. È convenienza. È una spaventosa battaglia di potere che viene giocata sulla carne di una donna in coma. Eluana è un pretesto. È doloroso, quasi impossibile dirlo. Eppure è così. Eluana non c’entra.
Silvio Berlusconi ha sferrato ieri un definitivo assalto al Quirinale, ha aggredito la più alta delle istituzioni repubblicane, ha minacciato di cambiare la Costituzione se essa sarà di ostacolo alla sua volontà, ne ha additato il custode, Giorgio Napolitano, come si fa col responsabile di un delitto. E ha commesso la più ignobile delle mistificazioni: usare la sofferenza di una persona e di una famiglia come leva emotiva e demagogica per attaccare la più alta carica del Paese e scardinare le regole di uno Stato di diritto: ignorarle, irriderle. Ha trattato come strumenti del suo potere il Vaticano, il governo, il Parlamento. Ha cacciato via con un colpo di mano mesi e mesi di calvario trascorsi da una famiglia tra appelli e ricorsi ad aspettare la decisione definitiva della giustizia. La giustizia ha parlato, ma più forte parla lui. E se qualcuno si oppone, via con un gesto del braccio anche costui, chiunque egli sia.
Non è l’ansia di popolarità che sempre lo guida attraverso il suo strumento-feticcio, i sondaggi, questa volta a muoverlo. I sondaggi dicono: pace per Eluana, rispetto. La maggior parte degli italiani è con Beppino Englaro e condivide la sua pena. La partita è un’altra, molto più grande e decisiva: il potere che lo aspetta, le regole del gioco da scrivere o da riscrivere, la posta in palio il Quirinale. Con qualunque mezzo. Pazienza se la tremenda partita a scacchi di queste ore, una vera corsa contro il tempo, si traduce in un supplizio, in una tortura fisica su un corpo inerme: la fine dell’alimentazione forzata è stata avviata, l’organismo esanime si sta abituando, domani con una legge potrebbe riprendere, poi magari diminuire di nuovo e poi aumentare ancora. Una manopola che cambia le dosi seguendo i singulti della politica. Orribile.
Ha detto, ieri: Eluana potrebbe avere figli. Come, da chi? Ha detto: un’indagine veloce che abbiamo commissionato a un istituto di ricerca – un sondaggio, sì – ci dice che gli italiani pensano che suo padre dopo 17 anni possa essere stanco. Un fior di sondaggio. E dunque? Dunque il padre si faccia da parte, saranno le suore ad occuparsi di sua figlia. Parole irricevibili, inascoltabili. Ma la partita è altrove, appunto. Questi sono dettagli, è l’occasione che si è presentata per la prova di forza. Lo scontro è definitivo e ci riguarda tutti, ci mette tutti in pericolo di vita: vita democratica. Il capo dello Stato si erge con coraggio, con la forza semplice del richiamo alle leggi, come baluardo di un sistema di convivenza fondato sulle regole di tutti e non sulla parola di uno solo. Viviamo un tempo oscuro di violenza sorda. Siamo tutti con Napolitano. I nomi qui accanto sono i primi di una lunghissima serie di persone che hanno cercato questo giornale, ieri, per dirlo. Siamo con lei. Avanti, presidente.
Per la prima volta nella vita di questa Repubblica libera, democratica e garantita dalla Costituzione il potere esecutivo, per iniziativa del presidente del Consiglio, ha deciso di abolire una sentenza legittima, definitiva, non modificabile della giurisdizione al suo più alto livello. Il Capo dello Stato ha fatto sapere al governo che l’atto sarebbe stato incostituzionale, e ciò per ragioni obiettive, palesi, verificabili nella nostra Costituzione e tipiche di ogni ordinamento democratico. Il governo ha deciso di ignorare l’obiezione. Il presidente della Repubblica, in nome della Costituzione di cui è garante, non ha firmato il decreto. Ciò determina una situazione senza precedenti nella vita giuridica e politica italiana. Il governo Berlusconi ha deciso di aggravarla annunciando che, in luogo del decreto, presenterà una legge, chiedendo al Parlamento di votarla subito. La legge, anche se approvata, avrà la stessa natura anti-costituzionale. Tutto ciò su una materia delicata come la condizione di Eluana Englaro , con una violenta invasione di campo nel dolore di una famiglia e nei diritti civili delle persone coinvolte. Sentiamo perciò il dovere di essere accanto al presidente della Repubblica, custode e garante della Costituzione. Chiediamo agli italiani di unirsi al Capo dello Stato e alla Costituzione in questo grave momento nella vita della Repubblica.

Furio Colombo, Umberto Eco, Pietro Ingrao, Umberto Veronesi, Dario Fo, Franca Rame, Giorgio Ruffolo, Giuseppe Vacca, Chiara Saraceno, Sergio Givone, Ermanno Rea, Salvatore Natoli, Stefano Rodotà, Vincenzo Consolo, Giovanni De Luna, Margherita Hack, Raffaele Simone, Samuele Bersani, Luca Formenton, Dacia Maraini, Massimo Salvadori, Maurizio Mori, Mario Riccio, Vincenzo Cerami, Clara Sereni, Citto Maselli, Ascanio Celestini

Per aderire all’appello:www.unita.it

Un altro passo verso il baratro

immigrati

senza commento

di Annamaria Rivera, il manifesto 7 febbraio 2009

Il culto delle feste in costume sboccò nel fascismo, scrive Adorno in “Minima moralia”: aforisma perfetto a illustrare l’approdo fascistoide del folclore padano e con esso dell’Italia berlusconiana. Approdo perfettamente incarnato da uno degli artefici più entusiasti del ddl sicurezza: quel senatore Bricolo che alterna gli interventi in aula in dialetto veneto con l’esaltazione di Mussolini, le vecchie battute da osteria su questioni serie come i matrimoni misti – “Moglie e buoi dei paesi tuoi” – con la trovata della norma che invita il personale sanitario alla delazione contro i “clandestini”, ovvero gli ebrei di oggi.
Un certo Cicchitto trova che evocare gli anni ’30 sia fare dell’umorismo involontario. Solo un poveretto ignaro della storia, dimentico della democrazia e della civiltà giuridica, nonché privo del senso del tragico, può non cogliere che in effetti vi è qualche vaga analogia.
C’è un sentore di fascismo -non più solo il consueto razzismo trasandato all’italiana – nelle norme-manifesto approvate l’altro ieri dal Senato: al di là del loro contenuto, pur grave, l’intento è anzitutto quello d’imbarbarire ancor di più il clima del paese, additargli un capro espiatorio, imprimergli lo stigma del reietto, renderlo più docile e sfruttabile come forza lavoro, legittimare il sospetto, la discriminazione, la delazione come normali comportamenti di massa.
La sollecitazione, di fatto, al personale sanitario perché denunci gli irregolari che accedono alle cure; la legalizzazione delle ronde padane quantunque non armate. Il reato d’immigrazione clandestina. La gabella fino a 200 euro per il permesso di soggiorno. Il carcere fino a quattro anni per gli irregolari che non rispettino l’ordine di espulsione. Il rafforzamento e l’estensione della possibilità di sottrarre la potestà genitoriale (indovinate a chi?). Il divieto d’iscrizione anagrafica e la schedatura non solo dei clochard, come si dice, ma anche di un buon numero di cittadini italiani -rom, sinti e non solo- che, abitando in dimore diverse da appartamenti, saranno schedati in un registro del ministero dell’Interno. Tutto questo configura un intento persecutorio verso migranti e minoranze, dettato più che da razionalità politica, da meschino calcolo economico e demagogico, connesso con quelle forme di psicosi di gruppo -fobia, ossessione, mitomania- che spesso contraddistinguono le élite politiche populiste e autoritarie.
C’è un sentore di fascismo nell’incoraggiamento alla delazione, ora sancito per legge, estendendo così sul piano nazionale ciò che da tempo è norma e prassi soprattutto nelle repubbliche delle banane governate dalla Lega Nord: per esempio in quel di Turate, monocolore leghista, dove il comune invita ufficialmente i cittadini alla denuncia, anche anonima, degli stranieri irregolari.
A onor del vero, un bell’esperimento di delazione anonima di massa è anche l’accordo siglato a Torino fra il Comune e la rete delle farmacie, presso le quali dal 1° ottobre scorso si raccoglievano (forse si raccolgono ancora) informazioni su rom, poveri, senza-casa, mendicanti, posteggiatori abusivi. A dimostrazione che, davvero, la cultura sicuritaria e razzista egemone nel paese è trasversale agli schieramenti politici come alla società detta “civile” per esagerare.
La pratica delle squadre speciali e della delazione, anonima e non, sono, come si sa, strumenti insostituibili di ogni regime dittatoriale. Suvvia, non parliamo di nazismo, dice quel tal Cicchitto. Va bene. Ma certo, se non ci si lascia ingannare da ciò che permane dell’involucro democratico, alcuni elementi che connotano lo stato del paese appaiono allarmanti. Preoccupante è la saldatura, ormai anche “sentimentale”, che lega il discorso e l’operato di istituzioni centrali e locali con il senso comune più diffuso o almeno reputato più degno di esprimersi: attraverso la delazione e le azioni squadristiche.
Insomma, la connessione fra il razzismo di stato e quello popolare, fra la persecuzione e il pogrom, ma anche, benché più sottilmente, fra la cultura politica della destra e quella di buona parte dell’opposizione parlamentare non fanno presagire niente di buono. Chi si è trastullato con retoriche e misure sicuritarie nel corso della passata legislatura ha evocato mostri che oggi minacciano non solo di rendere l’Italia un paese strutturalmente razzista ma anche di divorarne la democrazia.
Lo sfaldamento del tessuto sociale, un ceto politico da operetta, la volgarità imperante nei mezzi di comunicazione, il degrado profondo della società civile, l’avanzare, insieme alla crisi economica, di quella forma di incertezza e di disgregazione morali, oltre che sociali, che accende il desiderio di capi carismatici: no, non siamo nel ’29 né in Germania, ma di sicuro sull’orlo di un precipizio.
Spetta alle minoranze, malgrado tutto disseminate nella società italiana, tentare di agire perché si faccia quel passo indietro che impedisce di precipitare nel baratro.

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QUESTA AMMINISTRAZIONE VIVE LE CRITICHE E LE RICHIESTE DI CONFRONTO COME CHI

Eugenio Pari

Eugenio Pari

La scelta di non partecipare al voto deriva dalla consapevolezza che un voto contrario avrebbe fatto il gioco di chi all’interno del Pd vorrebbe andare a votare nel 2010 o perché spera di diventare assessore regionale o, come importanti dirigenti provinciali, spera di diventare sindaco del capoluogo.
Il bilancio 2009 non ha significato alcun aumento a sostegno del sociale, i project financing significheranno una ulteriore colata di cemento senza alcun disegno strategico e al di fuori da qualsiasi livello di pianificazione, con l’aggravante che si costruirà un mega centro commerciale sul lungomare, come se quelli costruiti negli ultimi 5 anni non bastassero. Si è aperto un confronto nella città su cosa possa significare costruire un altro centro commerciale per le centinaia di imprese famigliari che si sostengono sul commercio? Rimini, ancora una volta, pensa di basare il proprio sviluppo sull’economia del consumo e della rendita, come se la grave crisi che sta attraversando non ci avesse detto chiaro e tondo che occorre cambiare i termini del nostro modello di sviluppo.
La holding significherà aumento della deresponsabilizzazione per tutto ciò che riguarda i servizi pubblici che sempre più saranno un elemento di profitto per pochi anziché elementi di salario accessorio a sostegno delle famiglie e dei lavoratori che stanno da anni affrontando un pesante deterioramento delle loro condizioni di vita. Inoltre obbligherà il comune a debiti che non graveranno su questa amministrazione ma sulle prossime a venire.
Il Piano strutturale è uno strumento gattopardesco che si propone di cambiare tutto, ma nei fatti non cambierà niente, è, anzi, la copertura ideologica della conservazione politica.
Occorre fermare tutto, ragionare sul perché a Rimini vi sia un malcontento sempre più diffuso e crescente nei confronti dell’amministrazione.
Le colpe non sono personali, sono le scelte fin qui seguite che sono sbagliate, dopo dieci anni di amministrazione Melucci – Ravaioli credo che si debba aprire un confronto con la città, perché questa classe dirigente si sta logorando e al tempo stesso sta logorando il centrosinistra. Il fatto è che i responsabili di questa situazione piuttosto che cercare una inversione di rotta stanno abbandonando la nave per tentare di salvarsi individualmente e vivono le critiche e le richieste di confronto come chi, ormai assediato, vede tutto ciò che accade dalla feritoia di un bunker.
Invece c’è ancora l’ostinazione all’interno della maggioranza in consiglio comunale e del centrosinistra nella città di tenere aperto un confronto che non si basa sulla richiesta di posti, ma sulla forza della ragione.


Eugenio.Pari@comune.rimini.it

eugenio_pari@yahoo.it

https://eugeniopari.wordpress.com/
Cell. 334.6766149;
Tel. e fax 0541.704169

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Il Pd vuole l’azzeramento a sinistra. Ma la Sinistra ha cominciato il suo cammino e non si fermerà

slogan20inciucio

Di Fulvia Bandoli

Proviamo a ragionare pacatamente, anche se l’accordo di ieri sulla legge elettorale europea tra Berlusconi e Veltroni non si può mandar giù.
Ma la rabbia obnubila il cervello e dunque la metto per un attimo da parte.
Il pd  è in crisi profonda ( l’ipotesi sulla quale è nato praticamente fallita) e pensa di correre ai ripari, come tante altre volte molti hanno fatto, cambiando le regole del gioco e la legge elettorale. Berlusconi lo permette, non per dare una mano al Pd ma perché poi chiederà il conto su altre questioni in campo ( rai tv, giustizia, federalismo). Le piccole sinistre disperse fuori dal Pd sono anch’esse in gravi difficoltà ( incapaci fino ad ora di mettere in campo un disegno credibile di Sinistra popolare, democratica, che rimetta al centro i problemi del paese e della qualità dello sviluppo, la giustizia sociale, i diritti) ma negli ultimi mesi alcuni piccoli fatti erano accaduti: è partito, pur con fatica, un percorso costituente, si sono chiarite le cose dentro Rifondazione ( tra coloro che puntano ancora e solo sull’identità  e coloro che sono disponibili a mettere in gioco la loro cultura con quella di altre e altri in una Sinistra più ampia e non solo di testimonianza), sta nascendo in decine di città l’associazione Per la Sinistra ( primo passo verso la costituzione di un nuovo soggetto unitario della Sinistra). Oltre a questo spopola la Lega nei suoi territori e non solo, e il partito di Di Pietro ( un mix di populismo e di personalismo esasperato) lucra sulle difficoltà del Pd e sull’assenza di una opposizione concreta ed efficace.
Tutto ciò mentre la crisi economica morde sempre più forte mettendo in pericolo posti di lavoro ( centinaia di migliaia) e la Confindustria  con l’aiuto del Governo e la complicità silente del pd spacca i Sindacati e isola la Cgil sui contratti.
La sintesi è estrema ma non lontana dalla realtà. In questo quadro matura il proposito pervicace del gruppo dirigente del Pd di sbarrare la strada in Europa a tutte le formazioni minori. Il  parlamento europeo è sede di rappresentanza di tutte le culture politiche, anche piccole, non ha problemi di governabilità da risolvere,  e  in questi decenni molte battaglie civili ,democratiche, ecologiche, hanno visto protagoniste proprio le piccole forze politiche rispetto alla paralisi che spesso attanagliava i due più grandi schieramenti ( PPE  e PSE). Ma il segretario del Pd non pensa all’Europa in questo momento, pensa alla sopravvivenza politica e l’errore è proprio questo.
Quando manca la politica, quando il profilo di un partito non è chiaro, quando le differenze interne sono incomponibili…non è una nuova legge elettorale che può risolvere questi nodi. Lo si è pensato anche in passato ( sia a destra che a sinistra)…quante volte infatti si è cambiata la legge elettorale sperando desse una vittoria che la politica non dava?
Lo sbarramento, secondo coloro che lo propongono, dovrebbe servire a “mantenere” al Pd quel famoso voto utile che gli era arrivato da sinistra. A ridurre le perdite.

E dovrebbe stroncare sul nascere qualsiasi tentativo (pur difficile e travagliato) di dar vita ad una Sinistra nuova. Il pd non vuole essere un partito di sinistra ma non vuole che nasca nessun soggetto politico alla sua sinistra. Insomma lo schema sarebbe questo: il Pd da un lato, i Comunisti ( rifondazione e Comunisti Italiani) dall’altra….che nasca una Sinistra  che vuole competere con il Pd  non può essere tollerato. I dirigenti del Pd non accettano che qualche milione di elettori adesso, forse di più domani, non si riconoscano il quel partito e preferiscano l’astensione, il voto alla lega o all’IDV ( in ordine di grandezza).
Ma il disegno è miope anche per un’altra sostanziale ragione : alle elezioni politiche si è presentato un Partito Democratico appena fatto, fresco della mobilitazione che aveva dato vita alle “primarie”, pieno di belle speranze e unico grande partito che poteva essere presentato come una alternativa a Berlusconi. Oggi il Pd è un partito non nato ( non solo un’amalgama mal riuscito), che non riesce a prendere posizione su nessuna delle questioni in campo per via delle sue incomponibili divisioni, travagliato da una questione morale o per meglio dire da estesi “comportamenti” politici e amministrativi poco trasparenti e da una concezione del potere assai poco democratica. E’ altamente improbabile, per tutte queste ragioni, che gli elettori che lo votarono pensando di dare un voto utile stavolta ripetano quel voto. E ‘ più probabile che si indirizzino, per protesta,  verso Di Pietro o verso la Lega. E se così fosse, ancora una volta, assisteremmo a quella eterogenesi dei fini ( che per dirla in parole povere significa che si persegue un obiettivo e se ne ottiene uno contrario) che tante vittime ha mietuto in questi decenni. Non si rafforzerebbe alcun bipolarismo ( come si va pomposamente dicendo) ma si rafforzerebbero due partiti ( Lega e Idv) che assai difficilmente potrebbero essere in futuro alleati del Pd in una eventuale alleanza contro il centro destra. La scelta del Pd è isolazionista, inutilmente autosufficiente e miope. Io non so se questa sciagurata modifica della legge elettorale andrà in porto, noi ci batteremo con le nostre forze perché non sia così. Ma se dovesse accadere allora dovremo pensare a come mettere in campo una risposta politica, che non sia caratterizzata dalla improvvisazione e dalla ossessione  di arrivare al quorum, ma che sia la partenza di un percorso lungo ma serio. Questo penso oggi, disponibile come sempre al confronto con ipotesi diverse dalla mia.

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