Archivio mensile:novembre 2008

Gramsci convertito in fin di vita? La storia fatta con le barzellette

La vicenda della presunta conversione del più grande pensatore politico del Novecento italiano era già esplosa nel 1977 e già poi chiarita a sufficienza da lettere, documenti e testimoninze che allo stato attuale fanno escludere recisamente la presunta conversione, e anzi la smentiscono. Ma non è il fatto in sè, non è l’atto della conversione che oggi ci colpisce, è il basso tentativo di strumentalizzare ed etichettare, il dilagante gusto di ”revisionare” fine a se stesso. Riportiamo il commento di Guido Liguori pubblicato su Liberazione.
«La sai l’ultima? Gramsci si è convertito in punto di morte!» Sì, è proprio l’ultima! L’ultima barzelletta, in ordine di tempo. Perché quasi ogni giorno ce n’è una, di barzelletta sul comunista sardo. Tramontate le barzellette su Totti, le barzellette su Gramsci continuano a essere una moda nazionale.

Non si tratta qui di riscrivere la storia, ma semplicemente di fregarsene, della storia. Di farne carne da porco. Basta spararne una “carina”, che ovviamente abbia una qualche valenza anticomunista, e subito il “Corrierone” la rilancia sul suo sito, i giornali di destra ci faranno pagine e pagine, e qualche craxiano di ferro (esistono ancora) presto ci scriverà addirittura un libro («il libro delle barzellette su Gramsci»). Così, dopo Gramsci che organizzava orge nel sanatorio russo in cui era ricoverato, dopo Gramsci che in carcere si iscrisse al Psi, dopo Gramsci che in realtà era liberale, dopo Gramsci che si è suicidato buttandosi dalla finestra della clinica Quisisana, dopo Gramsci che è stato ucciso da Togliatti e da Stalin mascherati da Diabolik nella stessa clinica (tutto questo – si badi bene – è veramente già stato detto!), ecco ora Gramsci che si è convertito alla religione cattolica nei giorni precedenti alla morte, avvenuta il 27 aprile 1937. Sempre alla Quisisana di Roma, ovviamente, un posto che avrebbe potuto ispirare Le Carrè o Agata Christie.

«Gramsci morì con i sacramenti. E chiese alle suore che lo assistevano di poter baciare un’immagine del Bambino Gesù», ha affermato, sprezzante del ridicolo, l’arcivescovo sardo Luigi de Magistris, penitenziere emerito della Santa Sede, in occasione della presentazione di un nuovo catalogo dei santini. Per anni si è accusato Togliatti e il Pci di voler fare di Gramsci un santino, ora lo si vuol fare entrare – sempre come santino – in un’altra squadra, neanche si trattasse di una figurina Panini. «Il mio conterraneo Gramsci – ha detto l’anziano presule – aveva nella sua stanza l’immagine di Santa Teresa del Bambino Gesù. Durante la sua ultima malattia, le suore della clinica dove era ricoverato portavano ai malati l’immagine di Gesù Bambino da baciare. Non la portarono a Gramsci. Lui disse: “Perché non me l’avete portato?” Gli portarono allora l’immagine di Gesù Bambino e Gramsci la baciò. Gramsci è morto con i Sacramenti, è tornato alla fede della sua infanzia», ha concluso De Magistris. Fin qui le cronache, al limite della barzelletta, come si vede. Ma le barzellette, per essere gustose, devono essere nuove. Quella raccontata invece ieri in Vaticano è vecchia come il cucco, risalendo almeno al 1977. Già allora un gesuita, padre Della Vedova, anche in quella occasione ripreso e diffuso dal “Corrierone”, cercò di perorare l’idea del Gramsci convertito in extremis. Spalleggiato da una certa signora Lina Corigliano, intervistata da “Gente”. Già dieci anni prima, però, Arnaldo Nesti, un docente universitario fiorentino, aveva ricostruito con serietà la vicenda degli ultimi giorni di Gramsci, raccogliendo le testimonianze insospettabili di tre suore della Quisisana e del cappellano della casa di cura, Giuseppe Furrer. Senza inizialmente sapere bene chi fosse «il dottor Gramsci», il giovane sacerdote vi aveva riconosciuto una personalità fuori dall’ordinario e ogni pomeriggio, se le condizioni di salute del “prigioniero” lo consentivano (Gramsci riacquisto la piena libertà solo pochi giorni prima della morte, e comunque si alternavano intorno a lui squadre di poliziotti e carabinieri, che non lo perdevano mai di vista), amava trascorrere un po’ di tempo conversando con lui. «Il dottor Gramsci – testimoniò ammirato il sacerdote – rivelava una conoscenza specialistica dei padri della chiesa, specialmente di sant’Agostino, conosceva bene anche san Tommaso e in particolare Rosmini». L’illustre malato non rinunciava a denunziare i limiti della chiesa cattolica, che così acutamente aveva indagato nei Quaderni, dicendo ad esempio al sacerdore: «Non posso capire che voi preti abbiate una conoscenza così limitata della vita umana… siete fuori della realtà».

Anche le tre suore rimasero colpite da Gramsci, in particolare dalla sua gentilezza. E cercarono ovviamente in tutti i modi di salvargli l’anima. Nel Natale 1936 due bambini vestiti di bianco fecero il giro delle stanze per far baciare la statuetta di Gesù. Gramsci – gentile sempre coi bambini – non si sottrasse. Certo, se avesse saputo che questo semplice gesto di quieto vivere sarebbe stato rivenduto settanta anni dopo come “conversione”, ci avrebbe pensato due volte… Ma cosa si vuol rimproverare a un uomo ridotto allo stremo, sempre più vicino alla morte, ucciso piano piano dalla mancanza di cure a cui lo aveva condannato il Tribunale speciale e il regime carcerario? Un altro testimone d’eccezione, allora ragazzo, Luciano Barca, in seguito dirigente del Pci, economista, deputato di lungo corso, ci ha fornito un racconto toccante della situazione di Gramsci, che egli incontrò alla Quisisana, dove si recava a trovare la madre ricoverata: «Quello che ci passa accanto senza dar mostra di vederci è un uomo basso, spettinato, con il corpo deformato da due gobbe. Cammina lentamente quasi facendosi guidare da un dito che striscia nel muro di fronte alle porte delle stanze… Arriva fino all’estremità del lungo corridoio, poi si gira e torna indietro. Noi intanto ci siamo spostati verso la sua stanza, incapaci di nascondere la nostra sfacciata curiosità e anche un po’ di emozione. E questa volta non ci ignora. Prima di entrare nella stanza ci guarda e ci sorride».

Il 25 aprile 1937 il comunista sardo è colpito da emorragia cerebrale. Don Furrer e le tre suore si mobilitano, preparano il secchiello con l’acqua benedetta. «Non ricordo – scrive il sacerdote – se gli ho amministrato o meno l’assoluzione sotto condizione». Il che già dice tutto. Ma anche contro questi poveri tentativi di salvare l’anima al comunista sardo insorse Tania, la cognata di Gramsci, suo principale contatto con il mondo esterno in tutti gli anni del carcere (altra barzelletta: Tania carceriera di Gramsci per conto di Stalin… già sentita anche questa). E, aldilà dei ricordi dei testimoni, sempre da verificare, sempre da accogliere col dubbio dello storico, è proprio da Tania e dagli altri amici e parenti più vicini a Gramsci (la moglie Giulia a Mosca, il fedele amico Piero Sraffa, che viveva a Cambridge e che lo era andato a trovare più volte alla Quisisana, aiutandolo a redigere la domanda per potersi ricongiungere con la famiglia in Unione Sovietica, una volta riacquistata la libertà piena – cosa che avvenne solo pochi giorni prima della morte) che viene la conferma del fatto che la conversione di Gramsci sia una ipotesi senza fondamenti. Perché manca del tutto, nella loro corrispondenza privata, resa nota solo molti decenni dopo i fatti, un qualsiasi cenno a una conversione di Gramsci alla fede religiosa. Non vi è in archivio, cioè, una sola carta, un solo documento che vada in questa direzione, una lettera che contenga una qualsiasi confidenza, da sorella a sorella, da sorella ad amico. Persino il fratello Carlo, non inserito nel movimento comunista, fa cenno a nulla di ciò, scrivendo ad esempio ai parenti in Sardegna. Si è di fronte alla mancanza di una qualsiasi traccia.

Ma davvero – dirà qualcuno – si vuole fare noiosamente storia con i documenti, le testimonianze, le indagini serie? Ma questa è tutta roba da professori universitari, nuova genia di fannulloni e infingardi ormai quotidianamente additati al pubblico ludibrio. Molto meglio riempire con la fantasia i vuoti, veri o presunti, che la storia ha lasciato, le pagine bianche che la storiografia non sa riempire. Molto meglio raccontare barzellette. «La sai l’ultima? Gramsci…».

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Sull’arresto degli aggressori di Andrea Severi

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Eugenio Pari

Di Euenio Pari

Le motivazioni che hanno portato quattro giovani riminesi ad aggredire cospargendo di benzina ed incendiando il cittadino Andrea Severi sono agghiaccianti. Sconvolgono la dinamica e le cose che fra loro si sono detti subito dopo l’attacco, ma questa violenza è nelle pieghe della nostra città e l’immagine di “città solidale” viene compromessa.
Occorre, come ha detto il Sindaco Ravaioli, che tutta la città ragioni su quanto è accaduto e la politica non può limitarsi a partecipare al coro di quanti chiedono pene esemplari la cui comminazione spetta soltanto agli organi giudiziari. La politica e le istituzioni hanno, infatti, un altro compito: guardare in faccia le nostre città e capire che cosa non funziona nell’insieme di valori che la comunità fornisce ai propri giovani.
Se la noia ha portato quattro giovani ad incendiare un altra persona bisogna indignarsi ma anche interrogarsi a fondo perché questa brutalità scuote alla base le radici della convivenza civile a Rimini; lo hanno fatto su un cittadino debole perché forse portati a pensare che come tale questo era inferiore e la
società contemporanea, il cui unico metro di misura è la capacità di consumare delle persone ed il denaro, fornisce implicitamente il retroterra a queste vessazioni. I quattro giovani sono gli esecutori materiali, ma i mandanti di questo atto sono i disvalori trionfanti della società e l’incapacità di fornire
modelli alternativi.

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La Francia ci parla

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Martine Aubry e Ségolène Royal

di Rossana Rossanda

su Il Manifesto del 23/11/2008

Il congresso del Partito socialista francese, che sancisce la spaccatura a metà fra Ségolène Royal e Martine Aubry, è significativo. La stampa ha strillato che si trattava soltanto di una contesa fra persone, è stata invece una battaglia feroce fra due concezioni del partito, delle sue priorità e del suo funzionamento che non hanno più nulla in comune.
Martine Aubry, che è figlia di Jacques Delors e da sempre socialdemocratica, ha tentato di tenerlo ancorato alla questione sociale, che brucia in Francia sotto Sarkozy e più brucerà nei prossimi mesi. E su questo ha raccolto voti anche eterogenei, come quelli di Bertrand Delanoe, sindaco di Parigi e fino al congresso fra i candidati alla segreteria del partito, di Benoit Hamon della sinistra di Fabius, e qualche seguace di Dominique Strauss Kahn.
Ségolène Royal ha puntato a modificarne la natura: reclama un partito di simpatizzanti più che di militanti, raccolti attorno alla sua leadership e mirato a conquistare le presidenziali del 2012, e perciò aperto verso il centro. Bisogna riconoscerle una tenacia fuori del comune. Quando ha perduto le presidenziali (col 47%) è stata attaccata da tutti, ma non ha mollato, ha scritto un libro, s’è detta vittima degli «elefanti» del partito, ha battuto il territorio e le tv, s’è prodotta in uno one woman show in un teatro di Parigi, ha cercato aderenti specie fra i giovani e ne ha ottenuto qualche migliaio (ancora ieri si poteva votare per il segretario semplicemente regolando le quote). Io sono l’avvenire, loro, Aubry e gli altri, il passato, ha tempestato in uno sfolgorare di sorrisi, io sono il nuovo, loro il vecchio. Non ha vinto per 42 voti. L’immagine del Ps è in pezzi.
Difficile che Ségolène (già i suoi seguaci chiedono un terzo voto) faccia la seconda di Martine Aubry. La quale – segretaria di un partito dimidiato – dovrà trattare non solo con la sinistra interna, Fabius e Hamon, ma anche con quella fuori, dove si agitano diverse formazioni o ridotte al lumicino, come il Pcf, o in cerca di crescita come la Ligue communiste di Besancenot che propone anch’essa un partito nuovo, anticapitalista.
Le riflessioni che si impongono sono due. La prima è che la ex sinistra appare in Europa sempre più erosa, la società civile, per duri che siano i colpi che riceve, non produce nessun effetto Obama, dando invece spazio alla destra e al centro: in Francia Sarkozy (che ha divorato di fatto l’area del Fronte nazionale di Le Pen) e Bayrou; in Italia Berlusconi, (che ha divorato anche formalmente An) e Casini. La seconda è che la nostra critica dei partiti e della politica in genere non è riuscita a convogliare nulla di durevole e consistente e il malcontento finisce con il buttarsi a centro-destra. Le soggettività di una sinistra progressista e di classe si dibattono nella difficoltà di trovare una qualche sintesi, ma in attesa che si decidano lo spostamento dei rapporti di forze è univoco e brutale. Neanche la crisi più forte del capitalismo dopo il 1929 riesce a intaccarne l’egemonia.

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Rimini, confessano quattro giovani: ‘Abbiamo incendiato noi il clochard’

http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/rimini-senza-casa/quattro-giovani-fermati/quattro-giovani-fermati.html

RIMINI – Hanno confessato i quattro giovani incensurati fermati dalla squadra mobile di Rimini con l’accusa di essere i responsabili del tentato omicidio di Andrea Severi, il clochard tarantino di 44 anni che fu dato alle fiamme mentre dormiva su una panchina lo scorso 10 novembre.
I quattro sono Alessandro Bruschi, 20 anni, barista; Matteo Pagliarani, 19 anni, impiegato in un laboratorio di analisi; Enrico Giovanardi, 19 anni, elettricista; Fabio Volanti, 20 anni, studente. Sono tutti nati a Rimini da famiglie che il capo della mobile Nicola Vitali ha definito “modestissime ma normali”.
Dietro il loro gesto, ha spiegato Davide Ercolani, il pubblico ministero che ha condotto le indagini, non ci sarebbero motivazioni razziali o politiche, ma solo la volontà di compiere una bravata. Nella loro confessione hanno ammesso di essere stati anche gli autori di precedenti vessazioni nei confronti dello stesso clochard, che era già stato preso di mira nei mesi scorsi con lanci di sassi e piccoli petardi.
Gli inquirenti sono partiti dalle testimonianze di alcuni cittadini. Uno di loro aveva segnalato di aver visto una macchina la cui targa conteneva una ‘G’; altri hanno riferito di aver ascoltato strani discorsi da parte di un gruppo di giovani a proposito dell’episodio. La Mobile ha ottenuto l’autorizzazione per piazzare microfoni ambientali nei luoghi dove il gruppetto era solito riunirsi, e sono stati messi sotto controllo i telefoni cellulari di tutti i componenti. Da qui le prove dell’accaduto: i quattro parlavano apertamente del loro gesto, inizialmente soddisfatti del clamore suscitato, poi preoccupati di come le indagini stavano andando avanti. Questa mattina sono stati prelevati dalle loro abitazioni e portati in Questura.
Prima hanno negato tutto, poi hanno finito per confessare, compresi gli episodi precedenti, quando avevano tirato sassi e mortaretti sempre contro Severi.
Il 10 novembre i quattro giovani hanno acquistato la benzina in un distributore, si sono fermati accanto alla panchina dove dormiva il senzatetto e hanno versato il liquido infiammabile: sembra che materialmente il gesto sia stato compiuto da Bruschi. Quando hanno visto che l’uomo si contorceva tra le fiamme sono scappati via senza minimamente pensare a soccorrerlo. Nessun tentativo di giustificare il loro gesto: voleva essere solo una terribile bravata, nessuna matrice politica o razzista.  “Si conoscevano tutti, possiamo definirli una banda, e al telefono tra loro commentavano con soddisfazione sia il risultato del loro gesto sia la risonanza ottenuta”, ha spiegato Vitali a Radio Capital (audio). “Sono ragazzi di famiglie modeste, ma normali, con genitori che lavorano. In passato avevano già preso di mira la vittima con altri episodi” ha aggiunto il funzionario di polizia. Il reato ipotizzato nei loro confronti è di tentato omicidio.
Andrea Severi, ricoverato al centro grandi ustionati di Padova, ora è fuori pericolo ma ha rischiato di morire e ha riportato ustioni di secondo e terzo grado sul cinquanta per cento del corpo.

(24 novembre 2008)

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«Contratti e redistribuzione del reddito: la medicina per rilanciare l’economia»

di Giuseppe Vespo

«La situazione economica rischia di infliggere danni a milioni di persone. La politica deve porvi rimedio». Come? «Partendo dalla redistribuzione dei redditi». Parola di Luciano Gallino, che ai mali estremi della crisi opporrebbe «un concetto che oggi fa paura anche a sinistra», ma che trova una sua ragion d’essere se si guarda – come fa il sociologo – agli ultimi vent’anni della nostra storia economica.
«In questo lasso di tempo – spiega Gallino – otto punti di Pil sono passati dal lavoro dipendente ai profitti e alle rendite finanziarie. Parliamo di circa 120 miliardi di euro sottratti ai lavoratori dipendenti. Bisognerebbe ricominciare da qui, ma mi rendo conto che i rapporti di forza e le teorie economiche di questi tempi non lo permettono».
Quindi?
«Quindi andrebbe almeno salvato il salvabile. Il primo strumento da rinforzare sarebbero i contratti nazionali di lavoro, che oggi invece rischiano di essere smantellati. Poi gli ammortizzatori sociali – «parola barbara» che il professore sostituirebbe con «mezzi per la sicurezza socioeconomica» o «per il reintegro nel mondo del lavoro» – per i quali le risorse sono state sprecate. Per esempio con l’abolizione dell’Ici, il governo Berlusconi ha sottratto ai Comuni due-tre miliardi di euro che potevano essere investiti sul territorio in politiche di tutela a favore di chi perde il lavoro o il contratto».
Come i precari, che in massa oggi non si vedono rinnovati i contratti in scadenza…
«Da qualche anno ormai parlo dei “precari per legge”: ci sono stati presentati come un’innovazione del mercato del lavoro e ora ce ne ritroviamo tra i quattro e i cinque milioni solo nel nostro Paese. Ora che l’economia non gira, le aziende possono liberarsene e loro si trovano senza alcuna tutela. Se si fosse capito subito che si tratta di un fenomeno nocivo, magari oggi ce ne sarebbero la metà.
Eppure, secondo chi li ha sostenuti, i contratti a tempo hanno permesso la creazione di nuovi posti di lavoro.
«Il precedente governo Berlusconi vantava la creazione di un milione di posti di lavoro. In realtà si trattava di occupazione sommersa che è stata regolarizzata ed è rientrata nei campioni di rilevazione dell’Istat.
E Di fronte alle difficoltà di oggi, come si sta muovendo l’esecutivo?
«Va verso il disastro: penso alla Finanziaria, che prevede la privatizzazione di beni pubblici fondamentali come gli acquedotti; penso alla Sanità, alla scuola e alla ricerca, ai trasporti. Privatizzare vuol dire esporre anche queste risorse alla speculazione economica».
Però tutti invocano l’aiuto dello Stato.
«Come è già avvenuto in Gran Bretagna, con la nazionalizzazione delle banche o negli Stati Uniti con l’intervento pubblico a favore dei più grossi enti finanziari, anche in Italia chi fino a sei mesi fa sosteneva l’idea di un mercato libero e sgombro da intralci o regole, chiede l’intervento pubblico. Ma c’è bisogno di un grande salto, di una nuova stagione che trasformi la crisi in un’occasione di riscatto della politica sull’economia. Una politica che non subisca regole e condizionamenti ma che le imponga. Perché il neoliberismo e il medioperiodismo – secondo cui bisogna guadagnare subito, là dove il profitto ottenuto grazie alle plusvalenze azionarie è immediato – è un sistema che ha fatto crac. È fallito.

21 Nov 2008
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Senzatetto a fuoco: Squadra Mobile ferma quattro giovani

La posizione di quattro giovani riminesi poco più che diciottenni, incensurati e di buona famiglia è al vaglio degli inquirenti che stanno indagando sul tentativo di omicidio del 44enne Andrea Severi:

RIMINI | 24 novembre 2008 | il senzatetto tarantino era stato dato alle fiamme mentre dormiva su una panchina a Rimini lo scorso 10 novembre. Severi, che ha riportato ustioni di secondo e terzo grado sul cinquanta per cento del corpo, è ancora ricoverato al centro grandi ustionati di Padova.
I giovani sono stati individuati dalla squadra mobile della questura di Rimini, nell’eventualità di un fermo di polizia giudiziaria per tentativo di omicidio.
I particolari dell’operazione saranno illustrati in una conferenza stampa alle 15 nel Tribunale di Rimini dai vertici della Procura. (ANSA).

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Costruire la Sinistra: il tempo è adesso

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Le ragazze e i ragazzi che in questi giorni portano la loro protesta in tutte le piazze del paese per una scuola che li aiuti a crearsi un futuro ci dicono che la speranza di un’altra Italia è possibile. Che è possibile reagire alla destra che toglie diritti e aumenta privilegi. Che è possibile rispondere all’insulto criminale che insanguina il Mezzogiorno e vuole ridurre al silenzio le coscienze più libere. Che è possibile dare dignità al lavoro, spezzando la logica dominante che oggi lo relega sempre più a profitto e mercificazione. Che è possibile affermare la libertà delle donne e vivere in un paese ove la laicità sia un principio inviolabile. Che è possibile lavorare per un mondo di pace. Che è possibile, di fronte all’offensiva razzista nei confronti dei migranti, rispondere – come fece Einstein – che l’unica razza che conosciamo è quella umana. Che è possibile attraverso una riconversione ecologica dell’economia contrastare i cambiamenti climatici, riducendone gli effetti ambientali e sociali. Che è possibile, dunque,  reagire ad una politica miserabile la quale, di fronte alla drammatica questione del surriscaldamento del pianeta, cerca di bloccare le scelte dell’Europa in nome di una cieca salvaguardia di ristretti interessi.
Cambiare questo paese è possibile. A patto di praticare questa speranza che oggi cresce d’intensità, di farla incontrare con una politica che sappia anche cambiare se stessa per tradurre la speranza di oggi  in realtà. E’ questo il compito primario di ciò che chiamiamo sinistra.
Viviamo in un paese e in un tempo che hanno bisogno  di un ritrovato impegno e di una nuova sinistra, ecologista, solidale e pacifista. La cronaca quotidiana dei fatti è ormai una narrazione impietosa dell’Italia e della crisi delle politiche neoliberiste su scala mondiale. Quando la condizione sociale e materiale di tanta parte della popolazione precipita verso il rischio di togliere ogni significato alla parola futuro; quando cittadinanza, convivenza, riconoscimento dell’altro diventano valori sempre più marginali; quando le donne e gli uomini di questo paese vedono crescere la propria solitudine di fronte alle istituzioni, nei luoghi di lavoro – spesso precario, talvolta assente – come in quelli del sapere; quando tutto questo accade  nessuna coscienza civile può star ferma ad aspettare.  Siamo di fronte ad una crisi che segna un vero spartiacque. Crollano i dogmi del pensiero unico che hanno alimentato le forme del capitalismo di questi ultimi 20 anni. Questa crisi rende più che mai attuale il bisogno di sinistra, se essa sarà in grado di  farsi portatrice di una vera alternativa di società a livello globale.
E’ alla politica che tocca il compito, qui ed ora, di produrre un’idea, un progetto di società, un nuovo senso da attribuire alle nostre parole. Ed è la politica che ha il compito di dire che un’alternativa allo stato presente delle cose è necessaria ed è possibile. La destra orienta la sua pesante azione di governo – tutto è già ben chiaro in soli pochi mesi – sulla base di un’agenda che ha nell’esaltazione persino esasperata del mercato e nello smantellamento della nostra Costituzione repubblicana i capisaldi che la ispirano. Cosa saranno scuola e formazione, ambiente, sanità e welfare, livelli di reddito e qualità del lavoro, diritti di cittadinanza e autodeterminazione di donne e uomini nell’Italia di domani, quel domani che è già dietro l’angolo, quando gli effetti di questa destra ora al governo risulteranno dirompenti e colpiranno dritto al cuore le condizioni di vita, già ora così difficili, di tante donne e uomini?
E’ da qui che nasce l’urgenza e lo spazio – vero, reale, possibile, crescente – di una nuova sinistra che susciti speranza e chiami all’impegno politico, che lavori ad un progetto per il paese e sappia mobilitare anche chi è deluso, distratto, distante. Una sinistra che rifiuti il rifugio identitario fine a sé stesso, la fuga dalla politica, l’affannosa ricerca dei segni del passato come nuovi feticci da agitare verso il presente. Una sinistra che assuma la sconfitta di aprile come un momento di verità, non solo di debolezza. E che dalle ragioni profonde di quella sconfitta vuole ripartire, senza ripercorrerne gli errori, le presunzioni, i limiti. Una sinistra che guardi all’Europa come luogo fondamentale del proprio agire e di costruzione di un’alternativa a questa globalizzazione. Una sinistra del lavoro capace di mostrare come la sua sistematica svalorizzazione sia parte decisiva della crisi economica e sociale che viviamo.
Per far ciò pensiamo a una sinistra che riesca finalmente a mescolare i segni e i semi di più culture politiche per farne un linguaggio diverso, un diverso sguardo sulle cose di questo tempo e di questo mondo. Una politica della pace, non solo come ripudio della guerra, anche come quotidiana costruzione della cultura della  non violenza e della cooperazione come alternativa alla competizione. Una sinistra dei diritti civili, delle libertà, dell’uguaglianza e delle differenze. Una sinistra che non sia più ceto politico ma luogo di partecipazione, di ricerca, di responsabilità condivise. Che sappia raccogliere la militanza civile, intellettuale e politica superando i naturali recinti dei soggetti politici tradizionali. E che si faccia carico di un’opposizione rigorosa , con l’impegno di costruire un nuovo, positivo campo di forze e di idee per il paese. La  difesa del contratto nazionale di lavoro, che imprese e governo vogliono abolire per rendere più diseguali e soli i lavoratori e le lavoratrici è per noi l’immediata priorità, insieme  all’affermazione del valore pubblico e universale della scuola e dell’università e alla difesa del clima che richiede una vera e propria rivoluzione ecologica nel modo di produrre e consumare.
Lavorare da subito ad una fase costituente della sinistra italiana significa  anche spezzare una  condizione di marginalità – politica e persino democratica –  e  scongiurare la deriva bipartitista , avviando   una  riforma delle pratiche politiche novecentesche.
L’obiettivo è quello di lavorare a un nuovo soggetto politico della sinistra italiana attraverso un processo che deve avere concreti elementi di novità: non la sommatoria di ceti politici ma un percorso democratico, partecipativo, inclusivo. Per operare da subito promuoviamo l’associazione politica “Per la Sinistra”, uno strumento leggero per tutti coloro che sono interessati a ridare voce, ruolo e progetto alla sinistra italiana, avviando adesioni larghe e plurali.
Fin da ora si formino nei territori comitati promotori provvisori, aperti a tutti coloro che sono interessati al processo costituente , con il compito di partecipare alla realizzazione, sabato 13 dicembre, di una assemblea nazionale. Punto di partenza di un processo da sottoporre a gennaio a una consultazione di massa attorno a una carta d’intenti, un nome, un simbolo, regole condivise. Proponiamo di arrivare all’assemblea del 13 dicembre attraverso un calendario di iniziative  che ci veda impegnati, già da novembre, a costruire un appuntamento nazionale sulla scuola e campagne  sui  temi    del   lavoro e dei diritti negati, dell’ambiente e contro il nucleare civile e militare e per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Sappiamo bene che non sarà un percorso semplice né breve, che richiederà tempo, quel tempo che è il luogo vero dove si sviluppa la ricerca di altri linguaggi, la produzione di nuova cultura politica, la formazione di nuove classi dirigenti. Una sinistra che sia forza autonoma – sul piano culturale, politico, organizzativo – non può prescindere da ciò. Ma il tempo di domani è già qui ed è oggi che dobbiamo cominciare a misurarlo. Ecco perché diciamo che questo nostro incontro segna, per noi che vi abbiamo preso parte, la comune volontà di un’assunzione individuale e collettiva di responsabilità. La responsabilità di partecipare a un percorso che finalmente prende avvio e di voler contribuire ad estenderlo nelle diverse realtà del territorio, di sottoporlo ad una verifica larga, di svilupparlo lavorando sui temi più sensibili che riguardano tanta parte della popolazione e ai quali legare un progetto politico della sinistra italiana, a cominciare dalla pace, dall’equità sociale e dal lavoro, dai diritti e dall’ambiente alla laicità.
Noi ci impegniamo oggi in questo cammino. A costruirlo nel tempo che sarà richiesto. A cominciare ora.

Roma, 7 novembre 2008

 
Primi firmatari:

Mario    Agostinelli, Vincenzo Aita, Ritanna Armeni, Alberto Asor Rosa, Angela Azzaro, Fulvia     Bandoli, Katia Belillo, Giovanni Berlinguer, Piero Bevilacqua, Jean Bilongo, Maria Luisa Boccia, Luca Bonaccorsi, Sergio Brenna, Luisa Calimani, Antonio Cantaro, Luciana Castellina, Giusto Catania, Paolo Cento, Giuseppe Chiarante, Raffaella Chiodo, Marcello Cini, Lisa Clark, Maria Rosa Cutrufelli, Pippo Delbono, Vezio De Lucia, Paolo De Nardis, Loredana De Petris, Elettra Deiana, Carlo De Sanctis, Arturo Di Corinto, Titti Di Salvo, Daniele Farina, Claudio Fava, Carlo Flamigni, Enrico Fontana, Marco Fumagalli, Luciano Gallino, Giuliano Giuliani, Umberto Guidoni, Leo Gullotta, Margherita Hack, Paolo Hutter, Francesco Indovina, Rosa Jijon, Francesca Koch, Wilma Labate, Simonetta Lombardo, Francesco Martone, Graziella Mascia, Gianni Mattioli, Danielle Mazzonis, Gennaro Migliore, Adalberto Minucci, Filippo Miraglia, Marco Montemagni, Serafino Murri, Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano, Diego Novelli, Alberto Olivetti, Moni Ovadia, Italo Palumbo, Giorgio Parisi, Luca Pettini, Elisabetta Piccolotti, Paolo Pietrangeli, Fernando Pignataro,  Bianca Pomeranzi, Alessandro Portelli, Alì Rashid, Luca Robotti, Massimo Roccella, Stefano Ruffo, Mario Sai, Simonetta Salacone, Massimo L. Salvadori, Edoardo Salzano, Bia Sarasini, Scipione Semeraro, Patrizia Sentinelli, Massimo Serafini, Tore Serra, Giuliana Sgrena, Aldo Tortorella, Gabriele Trama, Mario Tronti, Nichi Vendola

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“Auguri Vitali, ma la sinistra schieri un suo candidato”

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Eugenio Pari

“Stefano Vitali ha dichiarato la propria disponibilità ad essere candidato alle elezioni provinciali per ciò che vale gli faccio i miei sinceri auguri, ma credo che la sinistra debba saper trovare una persona nella cui biografia siano iscritti con fatti concreti i principi di solidarietà e laicità”. Lo sostiene Eugenio Pari dei Comunisti italiani. “Il candidato vincitore delle primarie Pd sarà il candidato di tutto il centrosinistra. Credo che il mondo della sinistra possa trovare un proprio candidato non in contrapposizione a quello del Pd, ma alternativo, che sappia rappresentare un programma e degli ideali. Le primarie basate sulle persone e sui loro dati anagrafici, non possono essere condivise, perché è necessario che il mondo della sinistra trovi al proprio interno un uomo o una donna partendo dai temi della redistribuzione della ricchezza, della laicità, dell’ambiente. E’ necessario ripartire da una grande consultazione del territorio per creare risposte e soluzioni. A Rimini più di 400 lavoratori nelle ultime settimane sono stati messi in cassa integrazione, i recenti fatti di cronaca segnano una rottura del sistema della solidarietà, problemi che la sinistra dovrebbe affrontare individuando una persona nella cui biografia sia presente il costante impegno per risolverli”.

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Che furbetto quel Brunetta

di Emiliano Fittipaldi e Marco Lillo
La trasferta a Teramo per diventare professore. La casa con sconto dall’ente. Il rudere che si muta in villa. Le assenze in Europa e al Comune. Ecco la vera storia del ministro anti-fannulloni http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Che-furbetto-quel-Brunetta/2049037&ref=hpsp

La prima immagine di Renato Brunetta impressa nella memoria di un suo collega è quella di un giovane docente inginocchiato tra i cespugli del giardino dell’università a fare razzia di lumache. Lì per lì i professori non ci fecero caso, ma quella sera, invitati a cena a casa sua, quando Brunetta servì la zuppa, saltarono sulla sedia riconoscendo i molluschi a bagnomaria. Che serata. La vera sorpresa doveva ancora arrivare. Sul più bello lo chef si alzò in piedi e, senza un minimo di ironia, annunciò solennemente: “Entro dieci anni vinco il Nobel. Male che vada, sarò ministro”. Eravamo a metà dei ruggenti anni ’80, Brunetta era solo un professore associato e un consulente del ministro Gianni De Michelis.
Ci ha messo 13 anni in più, ma alla fine l’ex venditore ambulante di gondolette di plastica è stato di parola. In soli sette mesi di governo è diventato la star più splendente dell’esecutivo Berlusconi. La guerra ai fannulloni conquista da mesi i titoli dei telegiornali. I sondaggi lo incoronano – parole sue – ‘Lorella Cuccarini’ del governo, il più amato dagli italiani. Brunetta nella caccia alle streghe contro i dipendenti pubblici non conosce pietà. Ha ristretto il regime dei permessi per i parenti dei disabili, sogna i tornelli per controllare i magistrati nullafacenti e ha falciato i contratti a termine. Dagli altri pretende rigore, meritocrazia e stakanovismo, odia i furbi e gli sprechi di denaro pubblico, ma il suo curriculum non sempre brilla per coerenza. A ‘L’espresso’ risulta che i dati sulle presenze e le sue attività al Parlamento europeo non ne fanno un deputato modello. Anche la carriera accademica non è certo all’altezza di un Nobel. Ma c’è un settore nel quale l’ex consigliere di Bettino Craxi e Giuliano Amato ha dimostrato di essere davvero un guru dell’economia: la ricerca di immobili a basso costo, dove ha messo a segno affari impossibili per i comuni mortali.
Chi l’ha visto Appena venticinquenne, Brunetta entra nel dorato mondo dei consulenti (di cui oggi critica l’abuso). Viene nominato dall’allora ministro Gianni De Michelis coordinatore della commissione sul lavoro e stende un piano di riforma basato sulla flessibilità che gli costa l’odio delle Brigate rosse e lo costringe a una vita sotto scorta. Poi diventa consigliere del Cnel, in area socialista. Nel 1993, durante Mani Pulite firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel 1995 entra nella squadra che scrive il programma di Forza Italia e nel 1999 entra nel Parlamento europeo.
Proprio a Strasburgo, se avessero applicato la ‘legge dei tornelli’ invocata dal ministro, il professore non avrebbe fatto certo una bella figura. Secondo i calcoli fatti da ‘L’espresso’, in dieci anni è andato in seduta plenaria poco più di una volta su due. Per la precisione la frequenza tocca il 57,9 per cento. Con questi standard un impiegato (che non guadagna 12 mila euro al mese) potrebbe restare a casa 150 giorni l’anno. Ferie escluse. Lo stesso ministro ha ammesso in due lettere le sue performance: nella legislatura 1999-2004 ha varcato i cancelli solo 166 volte, pari al 53,7 per cento delle sedute totali. “Quasi nessun parlamentare va sotto il 50, perché in tal caso l’indennità per le spese generali viene dimezzata”, spiegano i funzionari di Strasburgo. Nello stesso periodo il collega Giacomo Santini, Pdl, sfiorava il 98 per cento delle presenze, il leghista Mario Borghezio viaggiava sopra l’80 per cento. Il trend di Brunetta migliora nella seconda legislatura, quando prima di lasciare l’incarico per fare il ministro firma l’elenco (parole sue) 148 volte su 221. Molto meno comunque di altri colleghi di Forza Italia: nello stesso periodo Gabriele Albertini è presente 171 volte, Alfredo Antoniozzi e Francesco Musotto 164, Tajani, in veste di capogruppo, 203.
La produttività degli europarlamentari si misura dalle attività. In aula e in commissione. Anche in questo caso Brunetta non sembra primeggiare: in dieci anni ha compilato solo due relazioni, i cosiddetti rapporti di indirizzo, uno dei termometri principali per valutare l’efficienza degli eletti a Strasburgo. L’ultima è del 2000: nei successivi otto anni il carnet del ministro è desolatamente vuoto, fatta eccezione per le interrogazioni scritte, che sono – a detta di tutti – prassi assai poco impegnativa. Lui ne ha fatte 78. Un confronto? Il deputato Gianni Pittella, Pd, ne ha presentate 126. Non solo. Su 530 sedute totali, Brunetta si è alzato dalla sedia per illustrare interrogazioni orali solo 12 volte, mentre gli interventi in plenaria (dal 2004 al 2008) si contano su due mani. L’ultimo è del dicembre 2006, in cui prende la parola per “denunciare l’atteggiamento scortese e francamente anche violento” degli agenti di sicurezza: pare non lo volessero far entrare. Persino gli odiati politici comunisti, che secondo Brunetta “non hanno mai lavorato in vita loro”, a Bruxelles faticano molto più di lui: nell’ultima legislatura il no global Vittorio Agnoletto e il rifondarolo Francesco Musacchio hanno percentuali di presenza record, tra il 90 e il 100 per cento.

Se la partecipazione ai lavori d’aula non è da seguace di Stakanov, neanche in commissione Brunetta appare troppo indaffarato. L’economista sul suo sito personale ci fa sapere che, da vicepresidente della commissione Industria, tra il 1999 e il 2001 ha partecipato alle riunioni solo la metà delle volte, mentre nel biennio 2002-2003, da membro titolare della delicata commissione per i Problemi economici e monetari, si è fatto vedere una volta su tre. Strasburgo è lontana dall’amata Venezia, ma non si tratta di un problema di distanza. A Ca’ Loredan, nel municipio dove è stato consigliere comunale e capo dell’opposizione dal 2000 al 2005, il nemico dei fannulloni detiene il record. Su 208 sedute si è fatto vedere solo in 87 occasioni: quattro presenze su dieci, il peggiore fra tutti i 47 consiglieri veneziani.
Il bello del mattone
LA MAPPA DELLE PROPRIETA’ DI BRUNETTA http://speciali.espresso.repubblica.it/mappe/brunetta/brunetta.html
Brunetta spendeva invece molto tempo libero per mettere a segno gli affari immobiliari della sua vita. Oggi il ministro possiede un patrimonio composto da sei immobili (due ereditati a metà con il fratello) sparsi tra Venezia, Roma, Ravello e l’Umbria, per un valore di svariati milioni di euro. “Mi piacciono le case e le ho pagate con i mutui”, ha sempre detto. Effettivamente per comprare e ristrutturare la magione di 420 metri quadrati con terreno e piscina in Umbria, a Monte Castello di Vibio, vicino a Todi, Brunetta ha contratto un mutuo di 600 milioni di vecchie lire del 1993. Ma per acquistare la casa di Roma e quella di Ravello, visti i prezzi ribassati, non ne ha avuto bisogno. Cominciamo da quella di Roma. Alla fine degli anni Ottanta il rampante professore aveva bisogno di un alloggio nella capitale, dove soggiornava sempre più spesso per la sua attività politica. Un comune mortale sarebbe stato costretto a rivolgersi a un’agenzia immobiliare pagando le stratosferiche pigioni di mercato. Brunetta no.
Come tanti privilegiati, riesce a ottenere un appartamento dall’Inpdai, l’ente pubblico che dovrebbe sfruttare al meglio il suo patrimonio immobiliare per garantire le pensioni ai dirigenti delle aziende. Invece, in quel tempo, come ‘L’espresso’ ha raccontato nell’inchiesta ‘Casa nostra’ del 2007, gli appartamenti più belli finivano ai soliti noti. Brunetta incluso. Un affitto che in quegli anni era un sogno per tutti i romani, persino per i dirigenti iscritti all’Inpdai ai quali sarebbe spettato. Lo racconta Tommaso Pomponi, un ex dirigente della Rai ora in pensione, che ha presentato domanda alla fine degli anni Ottanta: “Nonostante fossi stato sfrattato, non ottenni nessuna risposta. Contattai presidente e direttore generale, scrissi lettere di protesta, inutilmente”. Pomponi ha pagato per anni due milioni di lire di affitto e poi ha comprato a prezzi di mercato, come tutti. Il ministro, invece, dopo essere stato inquilino per più di 15 anni con canone che non ha mai superato i 350 euro al mese, ha consolidato il suo privilegio rendendolo perpetuo: nel novembre 2005 il patrimonio degli enti infatti è stato ceduto. Brunetta compra insieme agli altri inquilini ottenendo uno sconto superiore al 40 per cento sul valore di stima. Alla fine il prezzo spuntato dal grande moralizzatore del pubblico impiego è di 113 mila euro, per una casa di 4 vani catastali, situata in uno dei punti più belli di Roma. Si tratta di un quarto piano con due graziosi balconcini e una veranda in legno. Brunetta vede le rovine di Roma e il parco dell’Appia antica. Un appartamento simile a quello del ministro vale circa mezzo milione di euro: con i suoi 113 mila euro l’economista avrebbe potuto acquistare un box.
Un tuffo in Costiera Anche il buen retiro di Ravello è stato un affare immobiliare da Guinness. Brunetta, che si autodefinisce “un genio”, diventa improvvisamente modesto quando passa in rassegna i suoi possedimenti campani. “Una proprietà scoscesa”, ha definito questa splendida villa di 210 metri quadrati catastali immersa in 600 metri di giardino e frutteto. Seduto nel suo patio il ministro abbraccia con lo sguardo il blu e il verde, Ravello e Minori.

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Renato Brunetta

Per comprare i ruderi che ha poi ristrutturato ha speso 65 mila euro tra il 2003 e il 2005. “Quanto?”, dice incredula Erminia Sammarco, titolare dell’agenzia immobiliare Tecnocasa di Amalfi: “Mi sembra impossibile: a quel prezzo un mio cliente ha venduto una stalla con un porcile”. Oggi un rudere di 50 metri quadri costa circa 350 mila euro, e una villa simile a quella dell’economista supera di gran lunga il milione di euro. Il ministro ha certamente speso molto per la pregevole ristrutturazione, tanto che ha preso un mutuo da 300 mila euro poco dopo l’acquisto del 2003 che finirà di pagare nel 2018, ma ha indubbiamente moltiplicato l’investimento iniziale.
Ma come si fa a trasformare una catapecchia senza valore in una villa di pregio? ‘L’espresso’ ha consultato il catasto e gli atti pubblici scoprendo così che Brunetta ha comprato due proprietà distinte per complessivi sette vani catastali, affidando i lavori di restauro alla migliore ditta del luogo. Dopo la cura Brunetta, al posto dei ruderi si materializza una villetta su tre livelli su 172 metri quadrati più dépendance, rifiniture in pietra e sauna in costruzione. Per il catasto, invece, l’alloggio passa da civile a popolare. In compenso, i sette vani sono diventati 12 e mezzo. Come è stata possibile questa lievitazione? “Diversa distribuzione degli spazi interni”, dicono le carte. La signora Lidia Carotenuto, che fino al 2002 era proprietaria del piano inferiore, ricorda con un po’ di malinconia: “La mia casa era composta di due stanzette, al massimo saranno stati 40 metri quadrati e sopra c’era un altro appartamento (che misurava 80 metri catastali, ndr) in rovina. So che ora il Comune di Ravello sta costruendo una strada che passerà vicino all’abitazione del ministro. Io non avrei venduto nulla se l’avessero fatta prima…”. A rappresentare Brunetta nell’atto di acquisto della dépendance nel 2005 è stato il geometra Nicola Fiore, che aveva seguito in precedenza anche le pratiche urbanistiche. Fiore era all’epoca assessore al Bilancio del comune, guidato dal sindaco Secondo Amalfitano, del Partito democratico. I rapporti con il primo cittadino è ottimo: Brunetta entra nella Fondazione Ravello. E quest’anno, dopo le elezioni, Amalfitano fa il salto della barricata, entra nel Pdl e lascia la Costiera per Roma dove viene nominato suo consigliere ministeriale.
Il Nobel mancato “Io sono un professore di economia del lavoro, l’ho guadagnato con le unghie e con i denti. Sono uno dei più bravi d’Italia, forse d’Europa”, ha spiegato Brunetta ad Alain Elkann, che di rimbalzo lo ha definito “un maestro della pasta e fagioli” prima di chiedergli la ricetta del piatto. L’economista Ada Becchi Collidà, che ha lavorato nello stesso dipartimento per otto anni, dice senza giri di parole che “Renato non è uno studioso. È prevalentemente un organizzatore, che sa dare il meglio di sé quando deve mettere insieme risorse”. Alla facoltà di Architettura di Venezia entra nel 1982, dopo aver guadagnato l’idoneità a professore associato in economia l’anno precedente. Come ha ricordato in Parlamento il deputato democratico Giovanni Bachelet, Brunetta non diventa professore con un vero concorso, ma approfitta di una “grande sanatoria” per i precari che gravitavano nell’università. Una definizione contestata dal ministro, che replica: avevo già tutti i titoli.
In cattedra Secondo il curriculum pubblicato sul sito dell’ateneo di Tor Vergata (dove insegna dal 1991), al tempo il giovane Brunetta poteva vantare poche pubblicazioni: una monografia di 500 pagine e due saggi. Il primo era composto di dieci pagine ed era scritto a sei mani, il secondo era un pezzo sulla riduzione dell’orario edito da ‘Economia&Lavoro’, la rivista della Fondazione Brodolini, di area socialista, che Brunetta stesso andrà a dirigere nel 1980. Tutto qui? Nel mondo della ricerca esistono diverse banche dati per valutare il lavoro di uno studioso. Oggi Brunetta si trova in buona posizione su quella Econlit, che misura il numero delle pubblicazioni rilevanti: 30, più della media dei suoi colleghi. La musica cambia se si guarda l’indice Isi-Thompson, quello che calcola le citazioni che un autore ha ottenuto in lavori successivi: una misura indiretta e certo non infallibile della qualità di una pubblicazione, ma che permette di farsi un’idea sull’importanza di un docente. L’indice di citazioni di Brunetta è fermo sullo zero.

Le valutazioni degli indicatori sono discutibili, ma di sicuro il mondo accademico non lo ha mai amato: “L’università ha sempre visto in lui il politico, non lo scienziato”, ricorda l’ex rettore dello Iuav di Venezia, Marino Folin. Nel 1991, da professore associato, riesce a trasferirsi all’Università di Tor Vergata. In attesa del Nobel, tenta almeno di diventare professore ordinario partecipando al concorso nazionale del 1992. In un primo momento viene inserito tra i 17 vincitori. Ma un commissario, Bruno Sitzia, rimette tutto in discussione. Scrive una lettera e, senza riferirsi a Brunetta, denuncia la lottizzazione e la poca trasparenza dei criteri di selezione. “Si discusse anche di Brunetta, e ci furono delle obiezioni”, ricorda un commissario che chiede l’anonimato: “La situazione era curiosa: la maggioranza del collegio era favorevole a includere l’attuale ministro, ma non per i suoi meriti, bensì perché era stato trovato l’accordo che faceva contenti tutti. Comunque c’erano candidati peggiori di lui”. Il braccio di ferro durò mesi, poi il presidente si dimise. E la nuova commissione escluse Brunetta. Il professore ‘migliore d’Europa’ viene bocciato. Un’umiliazione insopportabile. Così fa ricorso al Tar, che gli dà torto. Poi si appella al Consiglio di Stato, ma poco prima della decisione si ritira in buon ordine. Nel 1999 era riuscito infatti a trovare una strada per salire sulla cattedra. Un lungo giro che valica l’Appennino e si arrampica alle pendici del Gran Sasso, ma che si rivela proficuo. È a Teramo che ottiene infine il riconoscimento: l’alfiere della meritocrazia, bocciato al concorso nazionale, riesce a conquistare il titolo di ordinario grazie all’introduzione dei più facili concorsi locali. Nel 1999 partecipa al bando di Teramo, la terza università d’Abruzzo. Il posto è uno solo ma vengono designati tre vincitori. La cattedra va al candidato del luogo ma anche gli altri due ottengono ‘l’idoneità’. Brunetta è uno dei due e torna a Tor Vergata con la promozione. Un’ultima nota. A leggere le carte del concorso, fino al 2000 Brunetta “è professore associato a Tor Vergata”. La stranezza è che il curriculum ufficiale – pubblicato sul sito della facoltà del ministro – lo definisce “professore ordinario dal 1996”. Quattro anni prima: errore materiale o un nuovo eccesso di ego del Nobel mancato?

Hanno collaborato Michele Cinque e Alberto Vitucci

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PRESIDIO DI SOLIDARIETA’

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la panchina di Andrea Severi

Danno fuoco a senzatetto: è in gravi condizioni. Ignoti hanno tentato dato fuoco a un senzatetto mentre l’uomo dormiva su una panchina di via Flaminia, zona Colonnella.
Prima gli hanno versato addosso una tanica di benzina. Le ustioni su tutto il corpo si sono rivelate cosi’ gravi da imporne il trasferimento immediato al centro grandi ustionati di Padova, dove l’uomo versa in gravissime condizioni.
La sua identità non é ancora stata accertata: la Polizia scientifica sta cercando di rilevarne le impronte per l’identificazione.
Dovrebbe però trattarsi di un senzatetto di nome Andrea, barba lunghissima che stazionava da tempo in città. Prima in via Santa Chiara, poi al parco al Cervi, al Parco Ausa, e da due anni in zona Colonnella, sulla panchina di fronte alla chiesa, all’altezza del supermercato Dico. Negli anni passati aveva frequentato anche la Caritas Diocesana

Presidio di solidarietà

 

Giovedì 13 novembre – ore 18.00

 

Piazza Cavour – Rimini

 

Siete pregati di diffondere la notizia

Appello alla solidarietà dei cittadini riminesi

di Eugenio Pari

Nella notte dell’11 novembre Andrea Severi, cittadino di Rimini, è stato cosparso di benzina e incendiato. Sempre nella stessa notte sono stati incendiati giacigli di altri cittadini senza fissa dimora a Riccione. Questi due atti dimostrano una inquietante corrispondenza, sono le tappe di un tragitto folle e disumano che qualcuno ha voluto percorrere. Vi sono stati in passato casi molto gravi di violenza su cittadini immigrati, nomadi e senza fissa dimora.

È un gesto indescrivibile, la cui brutalità lascia sgomenti, ma Rimini non può tacere e far finta di nulla deve reagire dimostrando la propria solidarietà e la propria umanità!

Questo fatto segna una ferita profonda per tutta la comunità riminese, una ferita alla sua cultura dell’accoglienza, del rispetto per la differenza e alla solidarietà verso i più deboli che Rimini è sempre stata in grado di dimostrare. Scuote alla base le nostre coscienze e le radici democratiche di Rimini.

La città, le istituzioni, le associazioni e ognuno di noi deve interrogarsi su questo gesto infame e sulla solitudine di sempre più cittadini, solitudine dettata dalle condizioni materiali di vita che in molti casi sono drasticamente peggiorate anche a Rimini.

Ci sono una pluralità di strutture e di soggetti che quotidianamente svolgono una attività meritoria e disinteressata per cercare di sollevare dal disagio sempre più donne e uomini riminesi, praticando con gesti concreti la cultura della solidarietà e dell’accoglienza, ma se non vi sarà una presa di coscienza di tutti noi questo impegno rischia di fallire con gli esiti a cui purtroppo abbiamo assistito.

Quanto è successo non può lasciare indifferente nessuno, tutti siamo coinvolti!

La città deve riflettere sui propri modelli culturali e sociali sulla violenza brutale che sta comunque nelle pieghe della nostra cultura e ricreare da sé, con il sostegno delle istituzioni, gli anticorpi democratici e di solidarietà affinché mai più si debba assistere a un fatti simili.

Una riflessione da cui nasca un’azione che sia in grado di mettere in discussione l’ordine dei valori consegnato da un modello di società basato sui consumi, che troppo spesso riduce la vita umana a semplice merce, quindi, come tale può essere anche espulsa e dove sempre più prevale la ragione del più forte sul diritto del più debole.

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