A Rimini qualcosa deve cambiare

Lettera aperta al Corriere di Rimini, pubblicata il 3 ottobre 2008

Di Eugenio Pari

Da diversi mesi, se non anni, sempre più nella nostra città vi è un senso di disaffezione rispetto alle scelte di governo dell’Amministrazione. Scelte troppo spesso dettate da logiche di gestione del potere piuttosto che improntate verso un chiaro disegno di sviluppo della comunità riminese.
Un’economia basata sulle congiunture e con una classe imprenditoriale concentrata sulla rendita piuttosto che sugli investimenti. Un panorama politico dove sulle questioni decisive per la città si registra un sostanziale unanimismo tra centro destra e centro sinistra, pensieri difformi non sono tollerati.
Il vostro giornale sta ospitando numerose lettere di cittadini e autorevoli rappresentanti della cultura cittadina critici verso scelte di governo del territorio improntate sulla cementificazione che tutti sappiamo andare a vantaggio di pochi e a discapito della maggioranza. Scelte adottate con procedimenti che restringono la partecipazione a pochissimi soggetti, scarsamente rappresentative di una città di 140 mila abitanti. Si direbbe un’avanguardia che dopo diversi anni ha deciso di uscire allo scoperto ed invocare una inversione di rotta specie nelle politiche di governo del territorio. Sarebbe però errato pensare che i nodi problematici di Rimini e delle altre città possano condensarsi unicamente nella “questione urbanistica”.
L’urbanistica, ormai ridotta a strumento di contrattazione tra pubblico e privato, dove quest’ultimo considera la città terreno di conquista e non bene comune, può essere il metro di misura per considerare la privatizzazione dei comuni applicata in tantissimi altri campi, dove più che l’esigenza della collettività sembra sempre più prevalere la logica delle compatibilità finanziarie che sacrificano beni conquistati con decenni di rivendicazioni sociali, beni e servizi che hanno contribuito in modo essenziale al livello di
coesione sociale che ancora è molto alto nella nostra Regione.

Non c’è più un ancoramento ideologico da parte del personale politico e dei cittadini e questioni come l’immigrazione, le politiche per la casa, lo sviluppo cittadino e i servizi sociali sono considerati solo attraverso logiche speculative, quella scelta può portare tot voti; oppure attraverso calcoli ragionieristici che impediscono di aggredire il malessere sociale diffuso dando risposte a chi nonostante gli sforzi non riesce a sbarcare il lunario a fine mese.
Esiste un conflitto ed è bene che ciò emerga e che da un impegno diffuso nella città prenda corpo l’ipotesi di una alternativa. Il conflitto tra due concezioni e due strategie: quella della città come merce, tipica del
neoliberalismo e caratterizzata dal vedere la città come una macchina fatta per arricchire gli appartenenti agli strati alti della società globale, e la città come bene comune, come costruzione collettiva finalizzata alle esigenze, ai bisogni, alla crescita delle persone che vi vivono, vi lavorano, vi abitano.  
Cresce l’ingiustizia, crescono le privatizzazioni, crescono le distruzioni dei beni comuni. Ma ecco allora, all’interno stesso delle condizioni provocate dal dominio dell’ideologia neoliberale e della città come merce, i germi della possibile speranza. Per dirlo con una sintesi, se la città non incontra la politica perché la politica ha scelto altre strade, essa può resistere e rinascere alleandosi con la società. È su questo tentativo che chi fa politica nelle istituzioni deve ritrovarsi, ritrovarsi sulla definizione di idee comuni
partendo da che cosa si possa considerare sviluppo. Nel linguaggio corrente il termine sviluppo non ha più alcuna connessione con la crescita delle capacità dell’uomo di comprendere, amare, godere, essere, dare. Sviluppo significa oggi unicamente crescita quantitativa delle merci, ossia dei prodotti di una produzione obbligata a crescere sempre di più (a sfornare e a vendere sempre più merci) per non morire (per non essere schiacciata dalla concorrenza),e cresce appunto attraverso la produzione indefinita di merci finalizzate solo ad essere vendute, indipendentemente dalla loro utilità. Consistenti correnti di pensiero, che cominciano a tradursi in pratiche, hanno rivelato che questo sviluppo è arrivato a un punto mortale. Si sono manifestati i limiti delle risorse disponibili sul pianeta, e la loro esistenza configge con la natura stessa di questo sistema economico, obbligato alla crescita indefinita. Altro tema è la sussidiarietà tanto invocata, ma alla fine praticata secondo l’assunto che: chi può paga, chi non può pagare non accede ai servizi o accede
a servizi di scarso livello.
Occorre un nuovo modo di fare politica, una politica che sappia parlare a tutta la società e cosa più difficile una politica che oltre trovare l’origine dei problemi e dei disagi sappia trovare risposte.

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