Archivio mensile:settembre 2008

L’esempio Alitalia

Di Galapagos, il manifesto 13 settembre 2008 – www.ilmanifesto.it

La rottura delle trattative – in realtà mai iniziate davvero – tra i sindacati e la Cai di Colaninno e soci sul futuro di Alitalia e dei suoi lavoratori, fa sinistramente il paio con le trattative sul “nuovo” modello contrattuale. Alitalia è il prototipo di quello che Confindustria intende per nuovo modello. Un ultimatum: prendere o lasciare. Una riappropriazione del capitale di tutti i suoi poteri in un contesto politico ultra favorevole. Di nuovo non c’è assolutamente nulla, ma c’è un ritorno al capitalismo dei padroni delle ferriere, per dirla con Ernesto Rossi. A cominciare dal problema della produttività.

 

Nel documento confindustriale la gravità della situazione viene descritta con uno slogan: la bassa produttività. Premesso che i lavoratori italiani lavorano – più ore degli occupati di quasi tutti i grandi paesi industrializzati, la carenza della produttività non dipende dal lavoro, bensì dall’apparato tecnologico – il capitale fisso – che gli imprenditori mettono a disposizione del lavoro. Allora è colpa degli imprenditori che hanno investito poco? Non è del tutto esatto: in dieci anni in Italia i nuovi investimenti hanno raggiunto una cifra pari a quella del Pil. Però il rendimento (la produttività) degli investimenti nostrani è stato poco più della metà dei paesi concorrenti. Di chi la colpa? Non certo del lavoro, ma di un padronato furbetto che – salvo eccezioni – cerca di aumentare la produttività non innovando, ma cercando di contenere il costo del lavoro. Innescando però una spirale deflattiva, visto che i bassi salati si traducono da anni in bassa domanda e bassa crescita del Pil.

 

La siturazione di Alitalia è tragica. Viene il sospetto che il fallimento della trattativa con Air France – Klm sia stato funzionale a una strategia mirata a far crollare il valore della compagnia di bandiera per poterla piazzare a “poco prezzo” in mani amiche. La trattativa attuale è stata farsesca: alla Cai che aveva richiesto uan riduzione del 40% del costo del lavoro, era stato offerto un taglio del 20%. E i sindacati accettavano anche un incremento del 15% della produttività attraverso un aumento del tempo di lavoro. Ma alla Cai non bastava. Anche se i lavoratori sanno che a fine mese rischiano di non incassare lo stipendio, non si può sottostare agli ultimatum. E neanche il sempre accomodante Bonanni se l’è sentita di firmare. Per ora.

 

Anche perché – aspetto non secondario – il piano industriale era solo “fuffa”. Anzi peggio: aver puntato tutto o quasi sui voli interni è una scelta suicida: tra meno di un anno la tratta più ricca (la Roma – Milano e viceversa) rischia di diventare molto meno ricca per la concorrenza dell’alta velocità ferroviaria. Sulla quale, non è un caso, si sono gettati imprenditori privati italiani e stranieri. La Cai (e in particolare il promotore Berlusconi) sostiene di voler difendere l’italianità della compagnia nell’interesse dell’economia nazionale. Ma come si concilia questa dichiarazione d’intenti con lo smantellamento del settore cargo? Cioè il settore che dovrebbe valorizzare le merci prodotte in Italia e speite all’estero? Insomma, c’è qualcosa che non quadra. I lavoratori Alitalia sono consapevoli che dovranno fare molti sacrifici, ma sanno anche che non possono mollare. La dignità del lavoro – quella di tutti i lavoratori – è sulle loro spalle.

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Ddl Carfagna: «ci porta indietro di anni»

Intervista su il manifesto 12 settembre 2008 – di Francesca Pilla

Parla la sociologa Monzini

Le prostitute bambine-immigrate saranno riaccompagnate a casa nel loro interesse, le adulte autoctone e non, andranno in carcere. I clienti pure, basterà acchiapparli. Disegno di legge griffato Carfagna, ma tutto al maschile. Ci sono voluto 50 anni per modificare la legge Merlin e verrebbe da pensare mezza giornata per riscriverla, visto che è stata stralciata ogni traccia di contaminazione con le differenti posizioni e opinioni di un dibattito complesso e decennale. Questione di pudore bigotto? Di ipocrisie perbeniste? Volontà del mutato clima politico o di una comunità sollazzata nei più intimi istinti primordiali? Lo abbiamo chiesto a Paola Monzini, sociologa e autrice di diversi saggi sull’argomento, da sempre impegnata nello studio sociale del fenomeno. «La prima cosa che mi viene in mente sono le carceri che scoppiano. Immaginiamo di incarcerare tutte le prostitute e i loro clienti, è chiaro che si tratta di un progetto fantascientifico, ci vorrebbero altri cinquanta anni per costruire tutti gli istituti di pena necessari. Se affrontiamo invece il problema con razionalità, mi pare che bisogna attendere di vedere come verrà poi applicata la legge e con quale discrezionalità. La nuova normativa è frutto di un pensiero politico che si relaziona ai problemi complessi sempre nel medesimo modo, penalizzando le vittime. Così come accaduto con l’immigrazione, si cerca di punire l’anello debole che è più facile da inquadrare. A livello sociale invece credo che le persone su questo argomento siano molto confuse. L’aspettativa di sicurezza della comunità è un falso problema e rappresenta solo un aspetto di questa problematica».
Eppure si insiste a mantenere ambigua la formula che riguarda le “case chiuse”. Lavorare in luogo “privato” non è né legale né tantomeno un reato…
Sì, da questo punto di vista non è cambiato nulla. Fino a questo momento non era considerato reato esercitare nella propria abitazione, ma bastava farlo nell’appartamento di un’amica per essere fuorilegge, e fare scattare l’accusa di favoreggiamento nei confronti dell’ospite. Questa rinnovata ambiguità è un aspetto che chiaramente favorisce gli sfruttatori. Il doversi nascondere crea maggiore dipendenza. Se prima le ragazze pagavano i protettori ora le percentuali saranno maggiorate. Inoltre, ed è un fattore da non sottovalutare, in Italia e in Europa, c’è un giro di prostitute segregate, nascoste in campagna e nei casolari. Persone che non incontrano nessuno all’infuori dei clienti. È un fenomeno in crescita e questa legge va proprio in quella direzione.
Ma il carcere a clienti e prostitute al di là dell’inconsistenza pratica, può diventare un deterrente o si tratta solo di una foglia di fico?
L’Italia è sempre stata considerato un paese all’avanguardia per la gestione del fenomeno. Siamo stati spesso lodati dalla Comunità europea per il sistema di protezione che attuavamo nei confronti delle vittime. Offrire il permesso di soggiorno, garantire una rete di assistenza e scudo contro le possibili ritorsioni delle organizzazioni di sfruttatori, dava la possibilità alle ragazza di denunciare e uscire dal giro. Ora l’aurea di illegalità le obbligherà a nascondersi, rendendole più vulnerabili. In Germania per esempio le prostitute non possono esercitare in pubblico, ma il fenomeno è molto più esteso che nel nostro paese. D’altra parte già oggi in Italia di bar, locali e privé dove ci si prostituisce “alla luce del sole”, ne esistono a iosa.
Inasprire la norma per quanto riguarda lo sfruttamento minorile ha un senso qualora viene accompagnata dal rientro coatto delle ragazzine e dei ragazzini?
La legge a quanto ho compreso da una prima lettura intende muoversi «nell’interesse del minore», ma è abbastanza complesso decidere in queste situazioni quale sia poi questo «interesse» e come verrà tutelato.
A quanto pare la legge Carfagna è stata pensata al “maschile”, anche se si penalizzano i clienti. Come lei stessa notava «più una merce è clandestina più diventa costosa», e visto che le lucciole e i trans sono l’anello debole saranno quelli che pagheranno di più…
Sicuramente si è buttato in mare il lavoro fatto in tanti anni. Non sono state prese in considerazione le proposte che venivano da quel mondo, dalle associazioni delle prostitute. Da chi lavora in questo campo e sa come vanno le cose. Chi meglio di loro poteva dare input positivi per la gestione del fenomeno? Faccio solo un esempio. Si era discusso della reale possibilità di creare delle cooperative e di legalizzare la professione. Hanno preferito chiudere la porta invece che aprirla.

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Nuovo stadio. la città e i nostri elettori hanno scelto: non è una priorità

Stadio Romeo Neri - Rimini

Rimini, 11 settembre 2008

Dalla stampa locale si apprende l’esito del confronto interno al Pd sulla proposta dello stadio. Non voglio mettere i piedi in casa d’altri ma quanto è avvenuto è importante perchè conferma quello che diciamo da tempo e cioè che Rimini ha altre urgenze come per esempio: asili, viabilità e rete fognaria solo per citarne alcune. Il fatto che lo stesso punto di vista sia stato presentato anche dalla base del Pd significa che le nostre critiche non sono, come invece settori dell’Amministrazione vogliono far credere, svolte con fini elettorali.  
Questo fatto politico permette un’altra riflessione su cui in maggioranza non si è ragionato abbastanza: i cittadini riminesi e gli elettori del centrosinistra non considerano lo stadio come una priorità e non sono pronti a sacrificare un altra parte della città sotto il peso delle edificazioni.
Il progetto dello stadio è cambiato decine e decine di volte, prima le curve, poi i cosiddetti moduli e così via, ma mai è cambiata l’entità del motore immobiliare in nessun caso sceso al di sotto della soglia dei 40.000 metri quadrati. Lo stadio, è bene che si sappia, rischia di diventare il “cavallo di Troia” con cui far passare l’ennesima colata di cemento in variante ai piani esistenti affossando qualsiasi possibilità di rinnovare e rifondare le politiche di governo del territorio a Rimini, quelle politiche su cui i cittadini nel 2006 hanno richiesto discontinuità e che  il Sindaco aveva promesso di garantire.
Non so quale potrà essere l’esito in Consiglio comunale, però credo si possano progettare interventi di miglioramento del “Romeo Neri” con costi di un quarto rispetto a quelli di cui si parla, ma solo se si vogliono effettivamente realizzare le opere di miglioramento, perché se l’Amministrazione non saprà tener testa alle aspettative degli immobiliaristi, non ci potrà essere mediazione alcuna in quanto diverrà evidente che a Rimini e nel centrosinistra stesso ci sono due modi diametralmente opposti di intendere lo sviluppo della città e di far fronte ai suoi problemi, governando le criticità cercando di dare risposte reali alle aspettative dei cittadini che nella stragrande maggioranza non considerano lo stadio una priorità.

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ANPI: «TUTTO IL FASCISMO È UN MALE ASSOLUTO»

Roma, 9 settembre 2008

Sconcertano le recenti dichiarazioni del Sindaco di Roma Gianni Alemanno. È storicamente e moralmente inaccettabile considerare il fascismo un male assoluto solo nella fase in cui produsse le scellerate leggi razziali, queste infatti altro non furono che l’esito naturale di una condotta violenta e liberticida che il fascismo stesso tenne fin dalla sua nascita. Non si può che rimanere turbati dal fatto che siano stati conferiti alti incarichi istituzionali a persone − come il Ministro della Difesa La Russa e il Sindaco di Roma Alemanno − che negano la storia d’Italia ponendosi in conflitto con i princìpi di cui si è fatta interprete la parte più consapevole del popolo italiano con immensi sacrifici di passione civile e sangue, riuscendo a mutare il dna del nostro Paese, da quello del totalitarismo a quello della democrazia.

 

L’ANPI SULLE DICHIARAZIONI DEL MINISTRO IGNAZIO LA RUSSA RILASCIATE L’8 SETTEMBRE 2008 IN OCCASIONE DEL 65° ANNIVERSARIO DELLA DIFESA DI ROMA A PORTA S. PAOLO

«Continuano a sovvertire la storia per dare assalto all’antifascismo, alla democrazia e alla libertà»

 

In seguito alla dichiarazione del Ministro della Difesa Ignazio La Russa secondo la quale «anche i militari dell’RSI combatterono per la difesa della Patria», espressione di un revisionismo che pone sul medesimo piano storico ed etico dittatura e libertà, totalitarismo e democrazia, l’ANPI Nazionale ribadisce quella che è una verità storica inoppugnabile: in Italia c’è chi si è battuto per ridare libertà e dignità alla nazione − i partigiani, i 600.000 militari deportati nei campi di concentramento nazisti e le truppe angloamericane − e chi per riaffermare un dominio assoluto e criminale, ricorrendo anche a stragi di civili innocenti e deportazioni, cui parteciparono attivamente i militari della Repubblica di Salò già considerati dall’allora legittimo governo italiano collaborazionisti dei nazisti e quindi perseguibili penalmente. Con preoccupazione assistiamo all’ennesimo tentativo, da parte di illustri esponenti del Governo, di sovvertire la Storia d’Italia per dare assalto ai valori che l’hanno sorretta per sessant’anni: democrazia, antifascismo e libertà. E per evidenziare sempre di più l’importanza e l’urgenza della Memoria l’ANPI fa sue le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano pronunciate proprio in occasione della celebrazione per il 65º anniversario della difesa di Roma a Porta S. Paolo:

«(…) ho parlato e l’ho sempre sottolineato anche nelle celebrazioni della festa del 25 aprile – a Cefalonia come a Genova − di un duplice segno della Resistenza: quello della ribellione, della volontà di riscatto, della speranza di libertà e di giustizia di tanti giovani che combatterono nelle formazioni partigiane sacrificando in non pochi la loro vita; e quello del senso del dovere, della fedeltà e della dignità che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei 600mila deportati nei campi tedeschi che rifiutarono l’adesione alla Repubblica di Salò».

 

 

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Spazio pubblico? Distrutto

Left n.34 del 22 agosto 2008Città e territorio sono sotto attacco. I nuovi barbari al potere demoliscono i luoghi destinati alla società e il diritto alla casa, in nome del mercato e dell’individualismo.
di Edoardo Salzano, left 22 agosto 2008

Stanno distruggendo tutto. Dai valori fondanti del nostro Stato al ruolo del lavoro, dai bilanci delle famiglie alla solidarietà. Operano modificando il modo in cui le persone pensano, giudicano, valutano, scelgono, e le abitudini quotidiane, ciò che si compra, si mangia, si indossa, si guarda. Non ci sarebbe nulla di male, se distruggessero ciò che non serve più. Invece no. Stanno distruggendo tutto quello che conta, tutto quello che è stato costruito in un faticoso processo di sviluppo: quello vero, quello che migliora le persone e il loro modo di vivere con gli altri, di essere e di sentirsi uguali e ugualmente degni di rispetto, non quello consistente nell’aumento della produzione di merci utili, inutili o dannose.
Stiamo parlando dei nuovi barbari, quelli che sono rappresentati e conquistati da Silvio Berlusconi. Ma in realtà dovremmo parlare, più che di Berlusconi, del “berlusconismo”: quella ideologia che pervade larghissima parte dello schieramento politico, che nacque con le “modernizzazioni” di Bettino Craxi e con l’insofferenza delle regole comuni, che ha la sua cornice mondiale in ciò che oltralpe e oltreoceano si chiama “neoliberalismo”. È un’ideologia che ha il suo centro nell’affermazione più piena, sfrenata, “libera” dell’individuo, il cui metro di misura è costituito unicamente dalla ricchezza e dal potere che è in grado di accumulare, quali che siano i mezzi impiegati. L’unico strumento valido per misurare le cose (tutte le cose, dalle merci ai sentimenti) è il mercato; l’unica dimensione della vita sociale che conti è quella economica (e dell’economia data, dell’economia capitalistico-borghese).
Molti hanno compreso e denunciano numerosi aspetti di questa ideologia, e delle pratiche sociali che ne conseguono: nella sinistra “radicale”, nei gruppi intellettuali e sociali che criticano la globalizzazione neoliberista, in parti consistenti del mondo dell’ambientalismo e di quello cattolico. Molto scarsa è invece la consapevolezza del danno enorme che i barbari stanno apportando nel campo dell’organizzazione dell’habitat dell’uomo: nella città e nel territorio. Qui, nella città e nel territorio la devastazione che sta avvenendo è immane. E che il grosso dell’opinione pubblica (a partire dai politici) non se ne accorga rende il danno ancora più preoccupante. Riflettiamo su alcuni aspetti di ciò che sta avvenendo.
Gli spazi pubblici.
Gli spazi e gli edifici destinati alla vita e alle funzioni sociali (dalle piazze alle scuole, dai parchi agli ospedali) sono spazi pubblici per definizione, e aperti alla pubblica fruizione: tali sono stati da quando la città esiste (la nostra città, la città europea, la città come luogo del municipio e della libertà, dell’autogoverno e della cittadinanza). Il loro peso nella città è cresciuto, nella storia, man mano che si sono sviluppate le funzioni legate alla solidarietà, alla diffusione della cultura, alla cura della salute, agli impieghi del tempo libero. Sono stati una componente di rilevo del welfare state. In Italia la loro conquista è stato il risultato di una lunga lotta del movimento delle donne, del sindacato dei lavoratori, della cultura progressista, dei partiti della sinistra. Si era ottenuto che nei piani urbanistici venissero riservati a queste necessità aree di dimensioni adeguate, da acquisire alla proprietà pubblica e alla pubblica gestione (gli “standard urbanistici”, con una legge del 1967). Si era ottenuto poi che ogni intervento edilizio dovesse destinare una quota del maggior valore ottenuto dai proprietari alla realizzazione delle previsioni pubbliche dei piani (gli “oneri di urbanizzazione”, con una legge del 1977).
Oggi è in marcia la loro demolizione, adoperando tre strumenti. 1) La riduzione delle risorse destinate alla loro acquisizione, realizzazione, gestione: quegli “oneri di urbanizzazione” che erano destinati a ciò sono utilizzati dai Comuni per coprire i loro deficit di bilancio, per pagare stipendi e altre spese correnti. 2) La progressiva privatizzazione degli spazi pubblici: il percorso era stato avviato trasformando le piazze in parcheggi, prosegue oggi sollecitando i Comuni a “valorizzare” le proprietà pubbliche (venderle o trasformarle in utilizzazioni commerciali), e proponendo di utilizzare le aree vincolate a spazi pubblici per realizzarvi edilizia residenziale solo provvisoriamente “sociale”, poi utilizzabile dagli immobiliaristi più o meno “furbetti”. 3) l’abolizione dell’obbligo di rispettare gli standard urbanistici, prevista da una legge bloccata in extremis nella scorsa legislatura e ripresentata in quella attuale, ma già anticipata in alcune regioni.
Il diritto alla casa a un prezzo equo.
La rivendicazione popolare della “casa come servizio sociale” era stata tradotta, negli anni Settanta, in una strategia che prevedeva la programmazione decennale dell’intervento pubblico nel settore (con l’edilizia pubblica per i ceti meno abbienti e quella privata convenzionata e agevolata, l’una e l’altra su aree parzialmente depurate degli incrementi della rendita fondiaria) e il controllo dei prezzi del mercato edilizio esterno all’area dell’intervento pubblico (l’equo canone), Tutto ciò è stato smantellato. Non solo: fedeli al principio di utilizzare anche la povertà per arricchire i già ricchi, prevedono di finanziare interventi immobiliari privati, agevolati dal contributo pubblico, con il solo vincolo di affittare le case a prezzi contenuti ai meno abbienti.
Tutto ciò costituisce la sostanza della politica aggressiva della destra al potere. Ma è stato avviato per più d’un aspetto nella politica del centrosinistra, ogni volta che si è dimenticato che il mercato, se è utile per misurare il valore delle merci, non serve né a comprendere né a governare qualcosa che merce non è: come la città e il territorio. La speranza di arrestare la privatizzazione dell’habitat dell’uomo è affidata soprattutto alla resistenza di chi ha compreso ciò che sta accadendo, e sa unirsi agli altri per difendere ciò che fa della città un bene comune: a partire dagli spazi pubblici.

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Die Linke. La Sinistra.

Si tenta di arginare la caduta libera socialdemocratica. Die Linke data in forte crescita . «L’Spd cambia guida più spesso di una squadra di calcio in zona retrocessione», forse perché Die Linke «le toglie l’aria per respirare ed appende alla sua parete un trofeo dopo l’altro» 

Questa l’interpretazione della Frankfurter Allgemeine Zeitung di fronte al cambio dei vertici nel partito socialdemocratico. E non manca di aggiungere, rivolgendosi a Oskar Lafontaine, che «deve fregarsi le mani per la gioia nel vedere come il suo vecchio partito si contorce per i crampi e si avvicina sempre di più al suo livello. Questa tendenza non riusciranno a bloccarla né il candidato alla cancelleria, né il nuovo presidente del partito, o comunque non per molto».
Frank-Walter Steinmeier, attuale ministro degli Affari Esteri nel Governo di Grande Coalizione guidato dal cancelliere Angela Merkel, è stato nominato candidato-cancelliere ed incaricato di rilanciare il partito, aprendo un «capitolo nuovo». Contestualmente sono state accettate le dimissioni del presidente Kurt Beck, che verrà sostituito da un grande vecchio del movimento politico, già leader dell’Spd tra il 2004 e il 2005, Franz Müntefering. Scelta inattesa da parte dei dirigenti riunitisi a Werder, vicino a Potsdam e Berlino, si tratta del quinto presidente in cinque anni.
Entrambi i designati appartengono all’ala modernista e moderata del partito, ex collaboratori del cancelliere Gerhard Schröder, che si troveranno a fare i conti con un’ala sinistra interna enormemente rafforzata negli ultimi anni. Secondo Lafontaine – presidente dell’Spd alla fine degli anni ‘90 e ora alla guida di un partito nato dalla fusione dell’ex Pds erede del partito comunista tedesco orientale con un gruppo di fuoriusciti della Spd – «con queste decisioni i socialdemocratici continuano a seguire una strada anti-sociale che ha trascinato il movimento a disfatte elettorali e al calo degli iscritti».
Non risparmia critiche anche della Frankfurter Rundschau, quotidiano molto vicino al partito socialdemocratico: «Se Steinmeier va a sinistra, perde la sua credibilità. Ma se la Spd va al centro verso Steinmeier, perde la sua anima. Il candidato Steinmeier rappresenta la Spd di Schroeder, che non esiste più. È stato l’architetto dell’Agenda 2010, con cui Schroeder e la Spd hanno subito il fallimento». La Süddeutsche Zeitung ha parlato di un vero e proprio «putsch» per contrastare il drammatico calo di popolarità del partito, stretto a sinistra da Die Linke e al centro dalla Cdu. Le prossime elezioni federali sono previste per l’autunno 2009 e, nell’ultimo sondaggio pubblicato lo scorso settembre, la Cdu è al 36%, l’Spd intorno al 26%, Die Linke al 13%, i Liberali all’11% e i Verdi al 10%.

http://www.larinascita.org/ (8.9.08)

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VI Forum di Sbilanciamoci

L’impresa possibile

Il documento finale del IV Forum di Sbilanciamoci

Cento proposte di finanziaria per il bene comune

Di Mauro Ravarino, Torino

il manifesto, 7 settembre 2008

 

Uno dei problemi sollevato nei dibattiti di questi giorni è come fare massa critica, come un patrimonio di saperi possa diventare elemento di mobilitazione. Detto fatto, o almeno ci si prova. Le “100 proposte per un’Italia capace di futuro” ci sono, sono state presentate nell’ultima giornata del forum di Sbilanciamoci. Una vera e propria finanziaria per il bene comune, elaborata dalle 50 organizzazioni che aderiscono alla campagna. Il passo in più ora, lo scarto, è il lancio di una giornata di mobilitazione in tutta Italia per la giustizia e la legalità fiscale, un Tax Justice Day per il prossimo autunno. Perché la fiscalità generale ritorni a essere uno strumento di redistribuzione.

“Con il governo Berlusconi – ha spiegato Giulio Marcon illustrando il documento finale – si afferma l’anacronistica politica economica che colpisce la sanità, l’istruzione, le politiche sociali, l’ambiente e i servizi offerti dagli enti locali; il tutto condito con la motivazione demagogica dei tagli alla spesa pubblica. Con le nostre cento proposte rilanciamo invece un modello di sviluppo fondato sull’equità sociale, sulla sostenibilità ambientale, la pace e la solidarietà internazionale”. Vediamo allora nel dettaglio la finanziaria di Sbilanciamoci, che verrà presentata ai partiti, al parlamento e al governo. Inizia proprio dal tema fiscale, prevedendo la tassazione delle rendite finanziarie al 23% (avvicinandoci così alla media europea) da cui potrebbero giungere risorse utili per il fondo della non autosufficienza, oggi cancellato, o a costruire 3 mila asili nido. Poi c’è anche l’istituzione di una carbon tax sulle emissioni inquinanti per rilanciare le energie rinnovabili.

Perché l’Italia riscopra un ambiente sano, non serve una nuova avventura nucleare e tante infrastrutture strategiche. Meglio – dicono a Torino – massicci investimenti pubblici per la mobilità sostenibile nelle aree metropolitane e per il riequilibrio modale (in Italia viaggia su gomma il 92,4% del traffico passeggeri e il 65,8% del traffico merci). Indispensabile l’abbandono della logica delle grandi opere a favore della ottimizzazione delle reti esistenti. E qui, a due passi dalla Val Susa, non possono che essere d’accordo.

A proposito di pace, il forum ha chiesto la riduzione delle spese militari e lo storno delle risorse su capitoli etici del bilancio dello stato, che può salvare la cooperazione allo sviluppo italiana e sostenere ricerca e innovazione. Passando alla scuola pubblica, una delle istituzioni – dopo l’assalto tremontiano – maggiormente sotto attacco, la proposta, oltre al ritiro dei 7,8 miliardi di euro di tagli previsti, è un fondo di 300 milioni per garantire il rispetto dell’innalzamento dell’obbligatorietà scolastica e di 350 milioni per l’edilizia (la maggior parte degli istituti non rispetta la legge 626). Il capitolo welfare è quello più articolato. Per quanto riguarda la casa: almeno 100 milioni per il sostegno sociale all’affitto per le classi a basso reddito e 1 miliardo per il rilancio dell’edilizia pubblica residenziale. Contrariamente a quanto pensa il governo, bisogna incentivare i processi di inclusione rivolti agli immigrati, partendo dalla chiusura dei centri di identificazione ed espulsione. Inoltre, le risorse individuate per militarizzare inutilmente le nostre città (100 milioni previsti dalla finanziaria del governo) potrebbero essere investite per dare soluzioni abitative dignitose che consentano ai rom di abbandonare i campi. Arriviamo al lavoro, il tema del forum: la proposta è un finanziamento di 1 miliardo di euro sotto forma di credito di imposta per le imprese che decidano di trasformare i co.co.pro in lavoratori dipendenti, regolarizzando cos’ 250 mila persone. Via poi il lavoro ad intermittenza e i provvedimenti che indeboliscono il Testo Unico. I movimenti chiedono, invece, un’indennità sociale di disoccupazione fino a 6 mesi per tutti i lavoratori che dopo 6 mesi di contratto di collaborazione subiscano l’interruzione del contratto e si trovino senza occupazione stabile. E se gli elevati stipendi dei parlamentari vanno ridotti, al contempo si dovrebbe incentivare la politica partecipata, con un fondo per lo sviluppo di democrazia diretta.

 

Scarica da questo link il documento con le 100 proposte del VI Forum di Sbilanciamoci

http://www.sbilanciamoci.org/forum2008/fin2009_centopunti.pdf

 

 

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Violante 1 Violante 2

LE DICHIARAZIONI DI LUCIANO VIOLANTE SULL’OBBLIGATORIETA’ DELL’AZIONE PENALE DEI PM CHE IL GOVERNO BERLUSCONI SI APPRESTA A CANCELLARE

Ieri

” L’obbligatorietà dell’azione penale è un principio da non toccare, è la garanzia dell’indipendenza della magistratura. Dove non è prevista c’è una continua riduzione del potere dei PM”.

Luciano Violante versione 2001

 

 

 Oggi

“La politica criminale non può essere demandata a ciascuno dei 2000 PM italiani, ci vuole l’intervento dell’autorità politica sui criteri di esercizio dell’azione penale”.

Luciano Violante a “il Giornale” settembre 2008

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HERA. L’APERTURA ALLA BORSA NON PUO’ ESSERE IL FINE, MA IL MEZZO PER CONSEGUIRE OBIETTIVI SOCIALI, INDUSTRIALI ED ECONOMICI

Di Eugenio Pari

Rimini, 3 settembre 2008

La rete idrica di Rimini e Provincia soffre di una vetustà che, come nel recente caso, rischia di trasformarsi in un problema concreto per la città. Vi sono situazioni in cui più della metà dell’acqua trasportata si disperde ben prima che arrivi nelle case e nelle attività dei cittadini. I risultati di esercizio “premiano” la collocazione in Borsa di Hera, ma casi come quello del sottopasso di via Rodi dimostrano che la politica industriale e il servizio erogato ne risentono. Infatti, nonostante i profitti e l’aumento delle tariffe quest’ultimo accresciuto in un solo anno  dell’11%, nemmeno un quarto della rete ha meno di dieci anni e sarebbe interessante sapere quanta parte di questa sia stata eseguita da quando è stata creata Hera.
Il punto è che gli utili di Borsa producono sovrapprofitti monopolisti per l’azienda, ricavi altissimi per i soci e i comuni (soci pubblici dell’azienda), ma questi ultimi troppo spesso utilizzano queste risorse per tutt’altri interventi rispetto all’ammodernamento della rete e quindi al miglioramento del servizio erogato.
L’apertura al mercato finanziario per intercettare denaro “fresco” teso a realizzare nuovi investimenti, non può essere il fine, piuttosto il mezzo per conseguire determinati obiettivi di ordine industriale, economico e, in ragione delle attività svolte, sociali.
Dal nostro punto di vista occorre stabilire le seguenti priorità:
1. Nessuna razionalizzazione a danno della occupazione ma sviluppo dei servizi all’utenza;
2. Indirizzare gli utili sui territori per rafforzare le potenzialità in tema di ricerca e innovazione di nuove realtà produttive e tecnologiche ad alta specializzazione in campi dove la compenetrazione di idee è alla base come nelle cd “nuove tecnologie” o soft economy, alle attività di riferimento come ad esempio le energie rinnovabili, la raccolta differenziata e il risparmio idrico;
3. Una politica tariffaria sempre più socialmente connotata in favore delle fasce a basso reddito (pensionati, famiglie monoreddito);
4. Una programmazione partecipata delle scelte e degli obiettivi industriali che individui il cosa, il come e il chi realizza i servizi;
5. È necessario che il Comune disponga di un efficace e penetrante potere di indirizzo e controllo e verifica nei confronti del soggetto gestore che deve superare ampiamente il semplice esercizio degli strumenti previsti dal diritto societario, riassumendo funzioni sostanziali di intervento sui bilanci di previsione e sui piani industriali.

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