La strage di San Gennaro

ACCADE IN ITALIA

Guglielmo Ragozzino

 

I sei africani uccisi a colpi di kalashnikov a Castel Volturno venivano dal Togo, dalla Liberia, dal Ghana. Samuel, Christofer, Julius, Erik, Alex. E un altro ancora senza nome, per le cronache. Il più grande aveva 31 anni; il più giovane 26. Erano arrivati in Italia per lavorare. Senza saperlo, come è probabile, erano arrivati, alla fine di un percorso assai difficile, in un luogo famoso per il suo nome: Terra di Lavoro. I sei africani sapevano di sicuro di essere sbarcati in un posto duro, dove avrebbero lavorato tanto per una paga misera, ma non pensavano di arrivare in una terra di assassini. Puntavano a un tetto, un giaciglio comodo, un po’ di cibo, qualche soldo da mandare alle famiglie, giù in Africa, un posto da vedere, gente da conoscere, cose da imparare: niente di più. Ma si sono resi conto presto che i lavori da manovali in edilizia erano ormai scarsi, l’industria tendeva a licenziare, il terziario era soprattutto occupazione stagionale. Restava l’agricoltura e restavano le attività fuorilegge. Nella piana tra Caserta e il mare l’agricoltura era stata nei secoli l’attività portante. Ancora venti anni fa, ai tempi di Jerry Maslo, venuto dal Sudafrica per essere ucciso nel 1989 a Villa Literno, la raccolta del pomodoro era un’attività redditizia. Poi le proprietà sono passate di mano; molti tra gli acquirenti erano interessati più a sbiancare i capitali che a trarre profitto dall’investimento e quindi non avevano intenzione di meccanizzare la raccolta. Così è rimasto il lavoro africano, l’unico disponibile, l’unico che fosse possibile sfruttare, in quell’angolo della Terra di lavoro; dequalificato al massimo, volutamente clandestino, legato alla terra come ai tempi degli antichi servitori della gleba. Come ai tempi di Spartaco che raccolse proprio da quelle parti gladiatori e contadini, schiavi e donne liberate. Alcuni osservano che imprenditori locali, organizzati o meno dalla camorra, si sono serviti della zona per scavare pietrisco per la vicina Alta velocità e poi riempire di rifiuti – pericolosi, tossici – le cave risultanti. I campi di pomodoro nelle vicinanze non ne hanno guadagnato, per via delle infiltrazioni profonde e il prodotto ha perso in qualità, con il risultato sicuro di abbassare ancora i compensi ai braccianti, tutti neri, tutti in nero. Anche vicino al mare l’abuso edilizio era la regola, da decenni. Costruzioni senza regolari permessi, servite da scarse strade e fogne inesistenti, ecomostri in quantità. E poca volontà di intervenire da parte dell’autorità statale o regionale, con una società civile fragile e messa sempre a tacere. In questo ambiente di illegalità diffusa, che sale dal mare, dai campi, dalle case, dalle cave, come un vapore mefitico, è difficile essere buoni. E’ possibile che uno (o forse più) dei sei ragazzi africani avesse così trovato soltanto un lavoro nell’attività più marginale di tutte, lo spaccio. Ma non per questo è stato giustiziato, ma per essersi ribellato al potere illegale cui tutti si adattano. Ora l’Italia, con carabinieri e soldati, è tornata in forze e chiede ordine. Arriva tardi, ancora una volta.

CAMORRA

La rivolta degli immigrati

Centinaia di africani in corteo protestano contro l’uccisione dei sei ragazzi assassinati giovedì sera. «Quale droga, non siamo criminali». Castelvolturno si infiamma: vetrine infrante, auto rovesciate e tensione

Ilaria Urbani – CASTELVOLTURNO (CASERTA) – www.ilmanifesto.it

 

il manifesto

 

ANALISI

Dietro la strage la sfida lanciata dagli scissionisti

Mimmo Spagnoli

 

L’obettivo non erano loro, o meglio i poveri Kwaku, Cristopher, Antwi e gli altri immigrati massacrati l’altra notte a Castelvolurno dagli scissionisti del clan Bidognetti valevano quanto altri: neri, insomma, uccisi per dare una lezione agli altri neri, quelli che avevano violato le regole dello spaccio e della camorra. «I morti erano puliti», si è lasciato sfuggire un inquirente a poche ore dalla strage. Un necrologio rispettoso non solo perché, già dalle prime verifiche, viene fuori – in un quadro normale e articolato come di solito si incontra in questa zona – che, ad esempio, Cristopher Adams aveva ottenuto il permesso di soggiorno dalla prefettura di Agrigento; che Francis Antwi era stato in passato fermato dalla polizia ed era destinatario di un decreto di espulsione dall’Italia; che regolare permesso di soggiorno, rilasciato dalla prefettura di Napoli aveva ottenuto anche Joseph Ayimbora o che, infine, la richiesta di permesso di soggiorno per motivi umanitari era stata invece richiesta dal liberiano Alex Geemes. I bidognettiani, infatti, secondo l’ultima ricostruzione dei fatti, dopo il primo delitto risalgono il litorale a caccia di altri «insolventi» a cui dare una lezione definitiva: rimontano in auto (almeno due quelle impiegate dal gruppo di fuoco, ma forse sono tre o quattro quelle complessivamente usate nell’operazione) e continuano in direzione Napoli fin quando, dopo almeno un altro tentativo, non si imbattono nella sartoria, ancora in attività nonostante l’ora. Ammazzano i primi due che disgraziatamente stanno soppraggiungendo proprio in quel momento e continuano a colpi di kala e di 9×21 (accoppiata che usata come una vera e propria firma) avanzando in direzione del locale. A chi tocca tocca. Quasi certo allora il movente («pizzo» non pagato nonostante i minacciosi avvertimenti), quasi sicuri i mandanti della sanguinosa rappresaglia. Anche se nessuno lo dice apertamente i sicari sono gli stessi che terrorizzano gli imprenditori dell’agro aversano e che puntano dritto al controllo dei lucrosi affari gestiti un tempo da Francesco Bidognetti (detto «Cicciotto ‘e mezzanotte»). Agli ordini, molto probabilmente, di Alessandro Cirillo e Giuseppe Setola, latitanti da meno di un anno. Cirillo sarebbe stato indicato da Anna Carrino, la compagna del boss che ora collabora con gli inquirenti, come una sorta di «reggente» del clan. E’ irreperibile da quando è riuscito, in primavera, a sfuggire a una maxioperazione dei carabinieri. Setola invece è uccel di bosco dopo essere evaso da una clinica di Pavia dove era stato ricoverato agli arresti domiciliari (ma era stato già condannato all’ergastolo) per subire un intervento ad un occhio. Intorno ai due un nutrito gruppo di luogotenenti insediati sul litoriale, come Oreste Spagnolo, la cui casa fu immediatamente perquisita dopo l’omicidio di Domenico Noviello, titolare di un’autoscuola ucciso perché si era ribellato al racket. O come Giovanni Letizia, i cui interessi sono a Castelvolturno. A loro gli inquirenti attribuiscono gli ultimi delitti, dal padre del pentito Bidognetti a Michele Orsi, l’imprenditore dei rifiuti che aveva iniziato a collaborare con i magistrati. Una costola «militare» del clan guardata con interesse dai latitanti eccellenti come Antonio Iovine e Michele Zagaria. «La base del clan chiede il sangue», dice qualcuno.

 

Articoli tratti da www.ilmanifesto.it – 20/ 09/2008

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