Archivi giornalieri: 02/09/2008

LA FRITTATA DI SAAKASHVILI

Giulietto Chiesa, il manifesto 31/08/08

http://www.giuliettochiesa.it/

Il riconoscimento esplicito della sovranità dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia da parte della Russia ha sollevato ondate di indignazione in quasi tutte le cancellerie occidentali. Che sembrano essere state colte di sorpresa. In realtà Dmitrij Medvedev non ha fatto altro che dare corso a ciò che aveva già detto esplicitamente a combattimenti ancora in corso. Il governo russo – aveva dichiarato il capo del Cremlino – si regolerà in base alla volontà espressa dai popoli dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia. E uniformerà la propria politica estera in base a quella volontà.

Un minimo di realismo ci vorrebbe: la Russia non tornerà indietro, quindi chiederle di farlo è senza senso. Purtroppo per la Georgia e la sua gente questa è la conseguenza tanto inevitabile quando logica del tremendo errore di calcolo di Saakashvili e dei suoi consiglieri americani, chiunque siano stati.

Non si dovrebbe dimenticare – a coloro che continuano a descrivere le “prepotenze” dell’orso russo e le sue “crudeli astuzie” – che Mosca, prima dell’aggressione georgiana all’Ossetia del Sud, non aveva riconosciuto la sovranità di nessuna delle due regioni proclamatesi indipendenti da Tbilisi. E che questa situazione durava da ben 16 anni. Quali che ne fossero le ragioni, resta il dato che Mosca non ha voluto forzare la situazione né creare scelte irreversibili fino agli eventi di questo agosto.

Ora la frittata è stata fatta. A farla è stato Saakashvili, non Putin o Medvedev. Chiedere alla Russia di ritornare alle uova originarie è senza senso. Ora ci vorrà molto sangue freddo e un riesame di tutti i panorami. Invece il nervosismo americano trasuda in Europa attraverso Tallin, Riga, Vilnius, Varsavia e – più di ogni altro luogo – da Kiev.

E’ stato evidente fin dai primi minuti dopo la devastante sconfitta militare georgiana che l’Europa reagiva in ordine sparso. Due percezioni diverse e, in qualche misura opposte, si sono viste quando i presidenti delle Repubbliche baltiche europee, più Kascinski e Jushenko, si sono radunati a Tbilisi a sostegno dell’aggressore, mentre il resto dell’Europa prendeva tempo e fiato. Da quel momento, sostenuti dai venti di Washington, si sono moltiplicati i solleciti alla linea dura contro Mosca e, sebbene Sarkozy abbia tenuto la testa a posto a Mosca, contribuendo a fissare i lineamenti della tregua, la situazione politico diplomatico militare si è seriamente deteriorata, fino all’agghiacciante danza delle navi Nato nel Mar Nero, di fronte a quelle russe.

Ora bisognerebbe evitare che qualcuno cerchi di fare buchi nel fragilissimo tessuto della tregua.

Anche perchè i punti in cui quel tessuto è molto esile sono visibili da subito. La Russia basa ora la sua posizione sul documento prodotto nel 1999 dalla Commissione Congiunta di Controllo (JCC) sotto la mediazione dell’OSCE, Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa. Quel documento fu firmato dai quattro membri della JCC: i governi di Russia e Georgia e i rappresentanti dell’Ossetia del Nord (Repubblica autonoma e soggetto federativo della Russia) e dell’Ossetia del Sud, entità senza definizione giuridica precisa, proclamatasi indipendente.

Quel documento non solo riconosceva alla Russia il compito di peacekeeping , ma autorizzava le sue forze d’interposizione a controllare un “corridoio di sicurezza” largo circa 8 chilometri , a partire dalla linea di frontiera definita dall’accordo di Dagomys del 1992, con cui si era conclusa – in quel caso con la mediazione della Comunità di Stati Indipendenti (CSI) – la prima guerra tra Georgia e Ossetia del Sud.

Le forze d’interposizione russe erano autorizzate a presidiare alcune zone del territorio georgiano, tra cui una parte dell’arteria principale autostradale che attraversa la Georgia orizzontalmente da est a ovest. In realtà i russi non avevano fatto uso di questa autorizzazione, si erano stanziati all’interno dell’enclave sud ossetina e prendevano parte alle guarnigioni quadripartite e disarmate che controllavano la linea di confine. Il tutto monitorato da un gruppo di osservatori europei che avevano possibilità limitate di movimento in territorio ossetino ed erano acquartierati a Tzkhinvali.

Si noti infine che la linea di demarcazione di Dagomys concedeva all’Ossetia del Sud circa la metà del territorio che ai tempi sovietici era stato assegnato al Distretto Autonomo dell’Ossetia del Sud all’interno della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia.

Da qui nascono ora le polemiche sul “ritiro” russo. Tutto dipende da cosa s’intende. Mosca dichiara di averlo effettuato, e intende che sta presidiando adesso l’intero corridoio previsto dall’accordo JCC. La Georgia , e molti giornalisti occidentali che vedono le truppe russe presidiare la strada georgiana, affermano che i russi sono fuori dal territorio dell’Ossetia del Sud. Il che è vero, ma non implica alcuna violazione degli accordi precedenti. E, dopo quello che è accaduto, sembra difficile pretendere ora che i russi non sorveglino i movimenti eventuali delle truppe georgiane troppo a ridosso della frontiera.

Tanto più che Saakashvili aveva fatto una mossa molto chiara, nel marzo scorso, uscendo unilateralmente dai colloqui quadripartiti del 1999, comunque paralizzati da circa quattro anni. Ovvio che quella mossa aveva messo in allarme il Cremlino. E questo spiega perfettamente – oltre a molte altre cose su cui qui non c’è spazio per approfondire – perchè Mosca non è stata colta di sorpresa dall’attacco georgiano del 7 agosto.

Ma ora non solo la JCC non esiste più. La Georgia è uscita anche dalla CSI, quella comunità di Stati Indipendenti che Eltsin aveva creato come foglia di fico per nascondere il collasso sovietico e tenere insieme in qualche modo le restanti 12 repubbliche ex sovietiche (tutte meno le tre baltiche).

Dunque formalmente la Georgia di oggi non riconosce più né gli accordi di Dagomys, né la JCC del 1999, né il ruolo delle forze d’interposizione russe. E, ultima rottura, ha chiuso ogni relazione diplomatica con Mosca. Basta ora un cerino per far scoppiare un incendio.

Il riconoscimento della sovranità delle due repubbliche – e gli accordi di cooperazione, anche militare, che immediatamente seguiranno – è ora la motivazione giuridica che autorizzerà la presenza delle truppe russe. E’ una giurisprudenza assai debole. Si tratta ora di vedere se l’Europa sarà capace di convincere la Georgia a tornare allo status precedente, magari chiedendo alla Russia di consentire in quel corridoio la presenza di un contingente europeo di osservazione. Ma, in ogni caso, la “integrità territoriale” che poteva essere diplomaticamente rivendicata, almeno teoricamente, da Tbilisi, non ha più alcuna possibilità di essere ripristinata. In questa nuova situazione la Georgia ha perduto definitivamente perfino la possibilità – del tutto comunque teorica (che rimane invece a Moldova, e Azerbajgian, di ritornare in possesso, chissà quando, dell’Oltre Dnestr e del Nagorno-Karabakh) – di poter riprendere il controllo dei territori che rivendica.

Un suo ingresso nella Nato trasformerebbe ora la crisi in un confronto militare diretto con la Russia. Un suo ingresso in Europa porterebbe la guerra in Euro.

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Brand Mussolini

La memoria se ne va e il fascismo torna di moda sottoforma di gadget. Riflessione sull’Italia di oggi, il paese dove vendere busti di Mussolini non è reato. 

 

Di Fabio Pazzaglia

Consigliere Comunale Pd Rimini

Quando Daniele ci ha chiesto di intervenire in merito all’oggettistica fascista, tema da lui sollevato prima dell’articolo uscito proprio in questi giorni sui quotidiani locali e tratto dalla rubrica che Ilvo Diamanti tiene su Repubblica, mi sono chiesto che tipo di contributo potessi dare agli amici e compagni dell’ANPI di Rimini.

Premesso che condivido la proposta di presentare un ordine del giorno in Consiglio Comunale, in questi giorni ho cercato, nei pochi ritagli di tempo a disposizione, di realizzare un contributo da girarvi, concentrandomi sui due aspetti il primo riguarda la domanda che Daniele pone quando scrive se “non si può intervenire in qualche modo per proibire la vendita di questi oggetti, che penso violino la famosa legge scelba?”

Il secondo aspetto è l’invito che lui fa a tutti quando chiede di reagire: “è ora di dire qualcosa sul questo uso “disinvolto” dei simboli del FASCISMO”

Alla domanda se se sia possibile “premere” politicamente affinchè si vieti la vendita di gadgets di stampo fascista potrei rispondere che è doveroso da parte nostra (intendo amminstratori) fare tutto quello che è nelle nostre prerogative (vedi ordine del giorno in Consiglio) pur essendo consapevoli che, purtroppo, vendendo busti di Mussolini non si compie il reato di apologia del fascismo.

Si avete capito bene. Vendere busti di Mussolini e tutta la paccottaglia nera non è reato.

Non lo dico io, lo dice una sentenza emessa circa 15 anni fa da un PM di Torino, Giuseppe Ferrando, che nell’agosto del ’94 chiese l’archiviazione di un’ inchiesta sui titolari di un autogrill della tangenziale di Torino dove il busto del Duce stazionava sugli scaffali dell’area di servizio dell’Agip che sorge nel comune di Rivoli. Le statuette, pensate un pò, erano prodotte da una ditta di Rimini che non so nemmeno se esista ancora, si chiamava Par Export.  

La presenza dei  busti fu notata da un consigliere comunale di Torino del Ppi, Mauro Battuello, che si era fermato in autostrada per fare benzina. Scrisse al sindaco di Rivoli dell’epoca, Antonino Saitta, e al presidente della giunta regionale del Piemonte, Giampaolo Brizio, esprimendo la sua indignazione e chiedendo di intervenire. I due informarono il commissariato di Rivoli e il questore di Torino il quale ordinò il sequestro dei busti in vendita e quelli in magazzino.

Il sindaco Saitta dichiarò: “Rivoli non e’ Predappio. Oltretutto, l’autogrill e’ il primo punto di ristoro autostradale italiano per chi arriva dalla Francia. E’ scandaloso che si vendano i busti di Mussolini come souvenir dell’ Italia. Pensiamo all’ effetto che avrebbe su di noi la vendita di statuette di Hitler appena entrati in Germania“. Il sostituto procuratore Ferrando pero’ ritenne che un conto sono l’ indignazione politica e i timori per la cattiva immagine del nostro Paese, un altro la violazione di una norma penale; in questo caso la legge del ‘ 52 che vieta la ricostituzione del Partito fascista. Il magistrato non ritenne di dover incriminare nessuno perchè: “Fare una statuetta del Duce non e’ esaltazione del fascismo, ma solo un’ attivita’ creativa nei confronti di un personaggio storico“, questo in sintesi il pensiero del PM.

Quindi il primo dato importante è che nonostante ci trovassimo difronte ad un caso di buona politica, dove la reazione da parte degli amministratori dell’epoca fu netta e senza reticenze, alla fine gli organi competenti (la magistratura) diedero ragione ai commercianti di busti.

La frase del Sindaco Saitta, Rivoli non è Predappio, la dice lunga su quanto la Romagna sia percepita nell’immaginario nazionale come il simbolo della triste, e da parte nostra odiosa, convivenza tra Sinistra di governo ed economie locali. In questo caso il mondo degli affari neri, quelli che si fanno vendendo gadget fascisti. 

Secondo me questo è il punto che dovremmo approfondire.

La tolleranza in terra di romagna del brand mussoliniano, dovuta al mero fattore economico, viene evidenziata anche dallo storico, scrittore, giornalista Sergio Romano in una risposta data ad un lettore sul Corriere della Sera del dicembre scorso. Il lettore gli chiedeva come mai in Italia imperversano in bancarelle e negozi poster di Benito Mussolini, gadget con fasci littori e croci celtiche. Come se ci fossimo dimenticati la dittatura, la guerra assieme alla Germania nazista che voleva dominare il mondo e le aggressioni militari ad altri paesi, e la persecuzione degli ebrei rastrellati e consegnati ai nazisti dalle milizie fasciste. Come non condividere.

La risposta di Romano al lettore però si concludeva così: “Le segnalo che Predappio, patria di Mussolini, ha due empori di bric à brac fascisti ed è luogo di continui pellegrinaggi. Ma il sindaco, rigorosamente di sinistra, chiude un occhio e lascia fare”.

Inoltre Romano diceva che: “Uno Stato liberale non deve vietare tutte le stranezze dei suoi cittadini e dovrebbe intervenire con misure di polizia soltanto quando l’uso ostentato di certi simboli minacci l’ordine pubblico”. Non voglio entrare nel merito di quest’ultima considerazione, mi chiedo solo come se sia possibile che uno storico come Romano non comprenda la differenza tra “certe stranezze” e un brand che sta tornando di moda, che è quello del Fascismo. Però su una cosa ha ragione: alcuni dei nostri politici locali di sinistra a mio parere nutrono un sentimento di simpatia nei confronti del Duce. Col passare degli anni si sa la memoria fa brutti scherzi se non la si coltiva. 

Dopo l’irruzione del fenomeno leghista, ho notato col passare degli anni nei confronti di Mussolini una sorta di riconoscimento, passatemi il termine, campanilista da parte dei politici locali, intendo romagnoli. L’inaugurazione di Villa Mussolini da parte del Sindaco di Riccione ne è una conferma.

Mussolini percepito quindi come un uomo delle nostre terre che sta per diventare patrimonio anche della sinistra locale? La domanda non mi sembra così campata per aria. Anzi.

Col berlusconismo, abbiamo visto non solo sdoganare i missini, ma introdurre pratiche di governo di tipo autoritario. Queste pratiche ha fatto presa anche su alcuni di noi. Per noi intendo parte dell’apparato del centrosinistra. A tutt i livelli.

A 65 anni dalla caduta del regime la necessità non solo di preservare la memoria di cosa sia stata la dittatura nel nostro paese ma di compararla quotidianamente con i modelli di oggi, vedi il berlusconismo e il leghismo, fenomeni permeati da tracce di neofascismo che vengono vendute ai più sottoforma di autoritarismo dolce, sia l’unico modo per tentare di opporsi al conformismo dilagante. Conformismo di natura economica che ostenta benevolenza verso la figura di Benito Mussolini. E di conseguenza conformismo di tipo politico verso la storia dell’Italia fascista.

Io penso che su questo tema potremmo anche fare delle iniziative.

Prima però penso occorra approfondire.

 

 

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