Archivio mensile:settembre 2008

Compagni di merende

Di Loris Campetti, il manifesto 23 settembre 2008 – www.ilmanifesto.it

Una compagnia di giro incombe sui cieli d’Alitalia. Brandendo un cannone che ha sovrimpressa la parola d’ordine della cordata, “italianità”, minaccia di abbattere la nostra flotta. Berlusconi ha arruolato 16 capitani, sottotenenti e marescialli – coraggiosi di fa per dire, dato che dall’inizio sognano solo di imboscarsi per poi ritirarsi in buonordine. Ma la delega più importante il Cavaliere l’ha affidata ai giornali e alle tv di complemento. In un mondo dove una notizia esiste solo se lo decidono i media, se non esiste se la inventano, Berlusconi non si accontenta di dettar legge sulla metà delle reti e dei giornali, di cui è padrone, e a colpi di egemonia si fa largo fino in via Solferino (patria del Corriere), straborda a Saxa Rubra (la corazzata Rai, non esclusa l’ammiraglia Tg1) e arriva fino a piazza Barberini (voi non lo sapete, è qui che viene elaborato il Riformista – pensiero).

I compagni di merenda hanno un obiettivo chiaro: colpire a morte la Cgil, causa di tutti i mali. L’arma usata è, per ora, l’Alitalia e i suoi 18.500 ostaggi, usati come proiettili da spedire contro Guglielmo Epifani e il suo quartier generale. È colpa del segretario della Cgil se il più improbabile e odioso dei piani per liberarsi della compagnia di bandiera è fallito. Domani potrebbe essere ancora Epifani il killer, da mettere alla gogna, di un altrettanto improbabile accordo con Federmeccanica che pretende dai sindacati subalternità e complicità e dai lavoratori braccia, cervello e sangue – prendi tre paghi uno. Direttori ed editorialisti non pretendono da Epifani il consenso sull’operazione truffaldina di Berlusconi, si accontentano di una firma, insomma che si adegui.

Se poi Epifani risponde: trattiamo ancora, cerchiamo un’intesa condivisa, ma ottiene un secco rifiuto da chi vuole comandare e non trattare, i cannoni si posizione e sparano ad alzo zero contro di lui. I compagni di merenda sognano un campo di battaglia in cui siano gli stessi lavoratori a colpire a morte la Cgil. A questo scopo intervistano quinte colonne e agitano una seconda “marcia dei 40mila” arruolando piloti e dissidenti: purtroppo per loro, riescono ad armarne non più di un’ottantina.

Quel che non si accetta della “resistenza” di Epifani è l’idea che senza il consenso dei piloti e degli assistenti di volo, cioè di chi consente ai nostri aerei di alzarsi in cielo, qualsiasi accordosarebbe carta straccia, destinato al fallimento. Ma cosa volete che capisca di queste “sottigliezze”, chi ha in testa un modello autoritario e centralista delle relazioni sindacali, ma anche sociali, politiche, umane? Arruolare Epifani nelle fila dell’ “estremismo”, come fa il vicedirettore del Corriere ed ex sindacalista (della Uilm, frazione di sinistra), Dario Di Vico, vuol dire ignorare la sofferenza con cui il segretario della Cgil, a differenza dei suoi colleghi di Cisl e Uil, sceglie di non adeguarsi, cioè di non accettare quel che non è accettabile dai lavoratori e dal suo stesso sindacato e di non firmare a nome di chi non rappresenta. La democrazia non è un fatto di metodo, è sostanza.

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“Niente razzismo, questo è uno scontro tra clan”

Una intervista pubblicata su il manifesto del 20/09/2008

Parla Francesco Barbagallo, docente di storia all’Università Federico II di Napoli

Di Enrico Miele – www.ilmanifesto.it

“Sette omicidi non possono corrispondere a logiche razziste. La criminalità locale non vuole cedere il controllo del casertano a organizzazioni provenienti da altri paesi. Questo non è razzismo, ma scontro tra clan”. È netto il pensiero di Francesco Barbagallo, professore di storia all’Università Federico II di Napoli, nel descrivere la guerriglia urbana avvenuta ieri a Castelvolturno.

Un conflitto per il controllo del territorio quindi…

In queste zone una parte dei migranti tende ad organizzarsi come gruppo criminale strutturato che con il passare del tempo si espande, entrando in conflitto con i clan della zona. Ma la risposta dei casalesi nasconde uno scontro sulle modalità di sviluppo dell’attività criminale.

C’è un tentativo dei casalesi di reclutare i migranti che arrivano in quelle zone?

Io ribalterei il problema. In Campania tutta una serie di attività economiche si svolgono sotto il controllo dei clan. Non solo lo spaccio della droga, ma anche altri commerci in cui operano comunità di provenienza africana. Non è possibile svolgere alcuna attività senza che intervenga la criminalità locale, perché i clan controllano il mercato del lavoro.

Però un corteo spontaneo non è usuale nel casertano. Perché stavolta i migranti sono scesi in piazza?

L’uccisione di sei persone ha prodotto emozione nei gruppi di cui facevano parte. Le comunità di stranieri sono numerose nella zona. È chiaro che alcune sono estranee ai giri criminali. È più una “mistura” tra migranti coinvolti in traffici illeciti e altri più esterni ai circuiti criminali, ma in qualche modo collegati, che reagiscono alla violenza subita.

Lo Stato come classica risposta manderà l’esercito. Può servire in un contesto del genere?

(Ride) Qui l’esercito non serve a niente. I militari sono assoldati dai clan, com’è accaduto nella guerra di Scampia dove, al fianco dei Di Lauro vi erano ex militari delle guerre balcaniche che tenevano in scacco le forze dell’ordine.

Stampa, processi sotto i riflettori, condanne,. I clan del casertano sembrano in difficoltà…

Negli ultimi tempi c’è una reazione forte dei casalesi proprio perché vengono attaccati intensamente. Reagiscono per dimostrare di poter mantenere il controllo della situazione. Se alle confessioni che stanno facendo i pentiti si aggiunge anche la rivolta dei migranti sono costretti a reagire.

Quindi un effetto dell’attenzione mediatica c’è stato?

Certo, perché Saviano ha attuato un’opera d’informazione che è diventata patrimonio comune nella società civile. Prima di Gomorra nessuno conosceva i casalesi. Ora i clan del casertano sono celebri, anche se negano di essere criminali. Loro si considerano imprenditori, una multinazionale. Se poi qualcuno gli pesta i piedi lo ammazzano, che sia bianco o nero.

 

 

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Le altre mafie e i flussi criminali

L’attualità attraverso le carte – Limes 19/09/08

di Alfonso Desiderio – carta di Laura Canali
Le aree di azione in Italia delle mafie internazionali e le loro vie di penetrazione. La collaborazione/competizione con le mafie italiane
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Strage nel Casertano, un altro morto

Si aggrava il bilancio dell’agguato a Castel Volturno: muore uno dei ricoverati. Per gli inquirenti un’azione punitiva contro gli immigrati che non pagavano le tangenti ai Casalesi. La folla ha percorso oltre 10 chilometri, tra numerosi atti di vandalismo. Il prefetto Monaco: “Potrebbe arrivare l’esercito”

La Repubblica, 19/09/08

CASERTA – Una protesta partita per manifestare la propria rabbia contro la strage di extracomunitari, si è conclusa in una vera e propria guerriglia urbana con il ribaltamento di automobili e il lancio di pietre. Amici, parenti e semplici appartenenti alla comunità africana di Castel Volturno hanno sfilato in corteo per alcune ore, fermandosi solo dopo un incontro con il sindaco del comune. Mentre in strada si scatenava la protesta, gli inquirenti andavano avanti nelle indagini, seguendo la pista della “punizione” inferta dai casalesi a quegli spacciatori che non volevano rispettare le regole imposte dalla camorra. Un’ipotesi non accettata dalla comunità africana che rivendica l’innocenza delle vittime, sottolineando che nessuna di questa era di origine nigeriana, l’etnia che gestisce una parte del traffico di droga in campania.
Il bilancio di morte si è aggravato. Sette le vittime nei due agguati. Sei i morti nella mattanza di Castel Volturno, sulla Domiziana: tre ghanesi, un liberiano e un immigrato del Togo morti sul posto più un altro liberiano morto stamane in ospedale, tutti tra i 25 e i 34 anni. Resta in gravi condizioni un altro straniero. E poi c’è il titolare della sala giochi di Baia Verde, massacrato con venti colpi di mitraglietta 20 minuti prima dell’esecuzione degli immigrati. “Due episodi collegati”, ripetono le forze dell’ordine.
Rafforzata la sicurezza. Per affrontare l’emergenza si è riunito il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza a Caserta. “Il quadro è allarmante. E’ stata esaminata la possibilità di irrobustire presidio del territorio in parallelo all’attività investigativa già in corso – ha spiegato il direttore centrale del servizio anticrimine della Polizia di Stato Francesco Gratteri -. Sono previsti carabinieri, finanzieri e poliziotti. In seguito, ci saranno riunioni tecniche per definire nel dettaglio il dispositivo di intervento”. Non esclude l’intervento dell’esercito il prefetto di Caserta Ezio Monaco, dopo aver contattato telefonicamente il capo della Polizia Manganelli. “Stiamo riflettendo anche sulla possibilità di usare l’esercito. Quello che è successo è il massimo, ma ci sono stati episodi simili che si sono verificati prima di questo commessi in tranquillità. Siamo di fronte a una emergenza criminale”.
Perquisizioni e interrogatori. All’alba, agenti del commissariato di Castel Volturno e della Squadra Mobile di Caserta hanno perquisito le case di parecchi spacciatori d’origine africana e interrogato alcuni pregiudicati affiliati al clan dei Casalesi, “padroni” nella zona dove spacciavano gli extracomunitari uccisi la scorsa notte. Nessun fermo finora, ma le indagini puntano dritto verso il clan egemone nel Casertano.
Indagini su tre latitanti. Le autorità concentrano gli sforzi investigativi su tre latitanti dei Casalesi, Alessandro Cirillo, detto ‘o sergente’ , Giuseppe Setola e Giuseppe Letizia detto ‘o zuoppo’. I tre, insieme con i boss Antonio Iovine e Michele Zagaria, sono considerati tra i latitanti più pericolosi d’Italia. Da mesi stanno portando avanti, tra Villa Literno, Casal di Principe ed il litorale domiziano, una vera strategia del terrore.
Sette i killer. La notte scorsa i killer erano almeno 6 o 7. Hanno sparato più di cento colpi: una pioggia di piombo contro il nuovo clan degli immigrati. I sicari indossavano i giubbetti dei carabinieri. Sono piombati dentro la sartoria retta dagli extracomunitari, centro di spaccio secondo le forze dell’ordine, intorno alle nove e mezza di sera e hanno sparato con kalashnikov e pistole calibro 9. Non hanno lasciato scampo neppure a un giovane di colore che era a bordo di un’auto ferma lì vicino: i carabinieri lo hanno trovato ancora seduto al volante, la cintura di sicurezza ancora allacciata. Tra le vittime forse anche degli innocenti senza alcun legame con il narco traffico.
Barricate e cortei: “Siete razzisti”. “Noi con la camorra non c’entriamo niente, lavoriamo dalla mattina alla sera”, si disperano gli amici delle vittime. Davanti al negozio Ob Ob exotic Fashions, teatro dell’agguato, c’è anche lo zio di una delle vittime. Steven, ghanese, fa il giardiniere: “Mio nipote Giulios non ha mai fatto nulla di male”, dice mostrando le mani indurite dalla fatica per dimostrare che “noi non siamo camorristi”. “Siete razzisti”, gridavano stamane gli amici nordafricani delle vittime, “Ci vogliono cacciare, ce l’hanno con noi, ma non siamo camorristi”. Davanti al negozio della strage, hanno bloccato la Domiziana costruendo una barricata con cassonetti della spazzatura, materassi e vecchi mobili ed hanno dato vita ad un corteo spontaneo. Nella protesta, che è degenerata in una guerriglia urbana, sono state scagliate pietre, ribaltate auto e distrutte le vetrine di vari negozi: “Italiani bastardi” è il coro intonato dalla folla, che ha percorso oltre 10 chilometri.
Dopo alcune ore di caos, i dimostranti si sono fermati dopo un incontro tra il sindaco e cinque delegati degli immigrati in cui sono stati rassicurati sulla velocità delle indagini. Come gesto di distensione i manifestanti si sono detti pronti ad aiutare gli addetti del comune che da domani ripuliranno le strade di Castel Volturno.
Le parole del Cardinale. Durante le celebrazioni di San Gennaro, il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, ha lanciato un duro monito alla camorra e ai sicari, definendoli “serpenti velenosi”. “Deponete le armi, queste armi con cui uccidete domani uccideranno anche voi, le vostre famiglie e i vostri figli. Questa terra, questa città, non può morire e non morirà. Lo ripeto con forza e con convinzione perchè il popolo napoletano ha con sè il coraggio delle sue radici e della sua identità”.
Agguato nella sala giochi. Poco prima della mattanza a Castel Volturno, i sicari erano passati dalla sala giochi in via Giorgio Vasari a Baia Verde. Avevano il volto coperto, erano armati di pistole dello stesso calibro di quelle usate contro i sette immigrati. Hanno esploso 20 colpi contro il titolare del locale, Antonio Celiento, 53 anni, ritenuto affiliato al clan degli Schiavone. Era solo; l’hanno centrato all’addome e alla testa. E’ morto poco dopo in ospedale senza più riprendere coscienza.

http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/morto-in-ospedale/morto-in-ospedale.html

 

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Gomorra fronte del nord

L'arresto di Francesco "Sandokan" Schiavone

Un articolo molto interessante sull’ultimo numero de L’Espresso del 18/09/2008 – di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi

Bologna, Modena, Parma, Reggio: è la nuova terra di conquista dei casalesi. Il pentito Bidognetti descrive l’assalto camorrista. Con il gioco d’azzardo, il racket, l’ingresso nei cantieri. E con la sfida dei padrini campani a Felice Maniero: ‘Fatti da parte’

Tra la via Emilia e il West, nella Modena cantata da Francesco Guccini, c’è gente che le pistole le usa davvero. “Gli interessi dell’organizzazione dei casalesi si estendono oltre la provincia di Caserta, anche ai territori dell’Emilia-Romagna, e in particolare alle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna. L’interesse dei casalesi e la loro presenza sul territorio inizia sin dalla fine degli anni Ottanta, ma in realtà molti miei concittadini, per motivi attinenti ad attività da loro prestate, in modo particolare nel settore edile, si trasferirono in Emilia già negli anni ’70. Oggi si può dire che, vista la numerosa presenza di casalesi in quella zona, Modena e Reggio Emilia corrispondono a Casal di Principe e San Cipriano D’Aversa….”.

Domenico Bidognetti è stato un protagonista del romanzo criminale che in vent’anni ha portato i camorristi di tre paesini alla costruzione di un impero. Lui Gomorra l’ha vista crescere e prosperare. È cugino del padrino Francesco Bidognetti, quel Cicciotto ‘e Mezzanotte che anche dal carcere ha dominato l’ascesa dei mafiosi campani. La sua collaborazione con i magistrati, che va avanti da un anno, sta svelando nuove dimensioni della conquista casalese. Partendo dall’occupazione di quelle province del Nord dove maggiore era la prospettiva di guadagno e minore il rischio di entrare in guerra con le cosche siciliane e calabresi, radicate in Lombardia e Piemonte: l’Emilia-Romagna, appunto, e parte del Veneto. Con il sogno proibito di mettere un piede a Milano, realizzando quell’assalto alla capitale morale già tentato da Raffaele Cutolo nei primi anni Ottanta.

Giochi d’azzardo
Il contagio avviene sempre partendo dai soldi. Prima le bische e gli investimenti immobiliari. Solo in una seconda fase si mettono sul tavolo le armi e la violenza per imporre il racket. Con un obiettivo strategico: entrare nel giro delle grandi opere, trasferendo sopra la linea gotica gli accordi con le aziende padane collaudati nei cantieri campani dell’Alta velocità. Si comincia quindi dall’industria dell’allegria. Bidognetti elenca night e ristoranti gestiti dagli affiliati, racconta della spartizione del territorio con i calabresi e con il boss del Brenta Felice Maniero, parla delle mazzette estorte ai costruttori Pizzarotti di Parma, in un’Emilia inedita in cui i camorristi sembrano muoversi come fossero a casa loro.

Rivelazioni pagate a caro prezzo
Il padre di Bidognetti è stato assassinato tre mesi fa. Lui invece è andato avanti. Le sue parole intersecano e completano anni di indagini della Procura antimafia di Napoli, che già hanno svelato la penetrazione della famiglia Zagaria a Parma. Ma anche l’altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, fornisce retroscena illuminanti sui traffici di cocaina tra Riviera romagnola e Costa domiziana, completando l’affresco dell’arrembaggio malavitoso.

Soldi facili
La scoperta della terra promessa avviene secondo il modello classico: il soggiorno obbligato. Un capoclan spedito dai giudici a Modena fa di necessità virtù criminale: sfrutta le colonie di emigrati campani onesti per imporre il modello camorrista. “Accadeva tra l’89 e il ’90. All’epoca noi ritenevamo questa zona molto sicura, una sorta di fortezza. Sui casalesi e i sanciprianesi residenti lì esercitavamo pressioni, quando eravamo a Modena o Reggio per latitanza o provvedimenti di natura giudiziaria”. Domenico Bidognetti si trasferisce in Emilia una prima volta a 15 anni: è apprendista di una ditta casertana, ma dopo tre mesi torna indietro “perché mi sentivo sfruttato”.
Scopre così che ci sono soldi molto più facili. Le bische, ad esempio, e i videopoker che i casalesi decidono di gestire “in regime di monopolio”. La rete che unisce Caserta, Modena e Reggio frutta oltre 200 milioni di lire al mese, che i boss venuti dal Sud non vogliono dividere con nessuno. “Venimmo a sapere che c’era un gruppo riconducibile a Felice Maniero e a un calabrese che volevano inserirsi in quell’attività. Decidemmo di incontrare il Maniero, e da Casal di Principe partì una squadra di notevole spessore criminale”: una delegazione che somma diverse condanne all’ergastolo. Due auto con pezzi da novanta come i cugini Bidognetti, Raffaele e Giuseppe Diana e l’imprendibile latitante Antonio Iovine. “Nell’incontro imponemmo a Maniero di lasciar perdere. Quando tornammo, mio cugino Cicciotto commentò l’inutilità del loro intervento, dando del ‘drogato’ a Maniero”. L’atteggiamento cambia nei confronti della ‘ndrangheta. I padrini casertani si fanno più rispettosi e stringono patti. Le zone dove incassare il racket vengono divise in base alla provenienza: ognuno impone il pizzo a negozianti e ditte create in Emilia da emigrati della zona d’origine, riproducendo al Nord omertà e regole di casa. È una situazione paradossale: nella gogna finiscono imprenditori che avevano lasciato il Sud proprio per sfuggire alla prepotenza dei clan. Per i boss invece le spedizioni hanno parentesi felici: nei ristoranti e nei night emiliani non devono chiedere, tutto viene offerto, tutto è gratis. “Tirammo fuori solo una mancia per le ragazze che ci avevano intrattenuto…”.

Caccia all’uomo
Le faide si spostano spesso da Caserta al Nord. Bidognetti descrive inseguimenti nella nebbia e vendette incrociate lungo la direttrice dell’Autosole. C’è il pedinamento nel centro di Modena condotto durante i giorni di Natale: dopo lunghi appostamenti, il bersaglio viene sorpreso in una piazzetta, ma all’ultimo momento arriva un’auto e i killer rinunciano a colpire. Solo un rinvio: la condanna verrà poi eseguita ad Aversa. A Modena ci sono parenti fidati che custodiscono le armi e altri designati come autisti per la conoscenza dei luoghi. Ma al volante non si dimostrano all’altezza: uno degli agguati fallisce proprio perché la vittima riesce a seminare il commando. Le sentenze nascono anche da semplici sospetti. Uno degli ambasciatori delle famiglie si vanta di guidare senza patente e non temere i controlli della polizia. E due boss venuti da Caserta per incontrarlo vengono invece bloccati dagli agenti: quanto basta per qualificarlo come infame e decretarne l’esecuzione.

La legge del clan
Il pentito non lesina dettagli. Elenca i capi militari a cui era affidata la custodia del fronte Nord. “Nel 1995 Francesco ‘Sandokan’ Schiavone ci rappresentò la necessità di sottoporre a estorsione non solo i commercianti casertani, ma anche quelli non campani, come ad esempio gli emiliani. Per noi fu una novità: sino ad allora le estorsioni venivano praticate solo a danno di imprenditori che realizzavano grossi appalti”. La richiesta è legata a un momento di grande crisi economica del clan, con le prime operazioni antimafia che avevano fatto finire in cella capi e gregari e quindi la necessità di mantenere le famiglie. Anche in questo caso c’è un’osmosi tra le attività campane e quelle emiliane. Le commesse pubbliche più importanti a Caserta andavano spesso a colossi del Nord, che poi accettavano la legge dei camorristi, concedendo quote di lavoro e mazzette cash. Il collaboratore ripercorre la storia della Pizzarotti di Parma, che scese a patti per la costruzione del nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, destinato a custodire proprio i camorristi. Un appalto da 82 miliardi di lire, portato avanti dal ’93 in poi, quando Mani Pulite aveva azzerato i cantieri settentrionali. A vincerlo è un consorzio guidato dalla celebre coop ravennate Cmc e dalla Pizzarotti. Gli emissari delle aziende emiliane e i loro geometri vennero intimiditi con schiaffi, percosse e pistole spianate. “Partecipai a una riunione con l’ingegnere della Pizzarotti per sollecitare i lavori che spettavano a una delle nostre ditte di fiducia”. I boss ottengono un duplice vantaggio: denaro in nero, pagato attraverso giri di fatture false, e contratti leciti per entrare in una dimensione imprenditoriale.

Scacco alle due torri
“Anche a Bologna da tempo i casalesi hanno propri interessi economici”. Bidognetti però sugli investimenti non sa essere più preciso: è un uomo d’azione, che ricorda tutto delle pistolettate, ma non ha amministrato capitali. Sul riciclaggio sotto le due torri gli investigatori lavorano da tempo nel segreto. Ma le indagini hanno già smantellato parte della rete creata a Parma dagli Zagaria, assieme ai Bidognetti e agli Schiavone la terza grande famiglia casalese: lì si erano uniti a immobiliaristi locali, trovando agganci nella politica cittadina e sfiorando il colpo grosso. Uno degli Zagaria riesce a incontrare Giovanni Bernini, leader emergente di Forza Italia e presidente uscente del consiglio comunale ma soprattutto consigliere dell’allora ministro Pietro Lunardi. Dalle intercettazioni emerge come la ricerca di un contatto con Lunardi e con i costruttori parmensi fosse quasi un’ossessione per gli Zagaria. Non è un caso. Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna scandiscono l’asse delle opere più importanti in ballo: l’Alta velocità, le tangenziali, le nuove corsie dell’autostrada. Un Eldorado di cantieri e subappalti che hanno tentato in tutti i modi di infiltrare. Finora non c’è prova che ci siano riusciti. Ma i padrini casertani contano sul fattore protezione: quasi tutti i colossi italiani hanno costruito nel territorio chiave tra Roma e Napoli. Dove avrebbero ricevuto dai casalesi servizi importanti: sicurezza, manodopera a basso costo e pace sindacale. Il tutto in cambio di subappalti, portati a termine con efficienza. Un contratto che molti manager settentrionali hanno trovato vantaggioso.

La dama bianca
In Romagna i casalesi scoprono anche delle professionalità innovative. Ne parla Gaetano Vassallo, ‘il ministro dei rifiuti’ della camorra, descrivendo l’ammirazione del clan per un narcos romagnolo, che apre una nuova rotta per i rifornimenti di cocaina dal Sudamerica. Un personaggio che viene subito ammesso nella cerchia che conta per la capacità di far entrare fiumi di droga attraverso tanti corrieri insospettabili: dieci chili a settimana, 40 al mese. Li chiamavano ‘criature’, ossia bambini. Ma l’amico della Romagna era anche in grado di fornire rifugi sicuri per i latitanti che volevano stare alla larga dalle retate e dai killer avversari. Quando il clima ad Aversa e a Casal di Principe si faceva teso, quale migliore esilio che il divertimentificio adriatico?

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Gomorra-fronte-del-nord/2041523//0

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Il Blog del comitato anti inceneritore di Raibano

Vivere intorno ad una fonte di emissione di mercurio quale una centrale a carbone o un inceneritore aumenta il rischio di ammalarsi di autismo.

 

Lunedì 15 settembre 2008
La parola “autismo” deriva dal greco “autús” che significa “se stesso” e, come malattia o modello particolare di struttura psichica, si evidenzia drammaticamente per l’isolamento, l’anestesia affettiva, la scomparsa dell’iniziativa, le difficoltà psico-motorie, il mancato sviluppo del linguaggio.
Accanto a queste espressioni, di per se già disturbanti e fortemente disabilitanti, gli autistici dimostrano un’importante incontinenza emotiva che si espleta con urla, corse afinalistiche, ipercinesie, a volte aggressività, angoscia e terrore.
Avere un figlio affetto da autismo richiede un enorme impegno da parte dei famigliari ed è causa di una grande, costante preoccupazione.
I risultati di questa ricerca coincidono con quelli di numerosi altri studi che confermano l’elevata quantità di mercurio presente nelle piante, negli animali e negli esseri umani che vivono vicino a una fonte di emissione di questo elemento.
Il prezzo che i bambini pagano è sicuramente il più alto. Infatti, l’esposizione anche a dosi estremamente basse di numerosi inquinanti quali il mercurio, quando avviene durante quel periodo critico di formazione e sviluppo del sistema nervoso, in soggetti geneticamente predisposti, può aumentare il rischio di gravi patologie quali l’autismo.
La combustione del carbone è una delle cause più importanti di emissione nell’ambiente di mercurio; il carbone può contenere fino a 150 volte la quantità di mercurio presente nell’olio combustibile (Ambient Air Pollution by Mercury (HG). Position Paper. European Communities, 2001).
Gli autori dello studio hanno esaminato i dati di emissione di 39 centrali a carbone e di altre 56 sorgenti industriali presenti in Texas e li hanno messi a confronto con l’incidenza dell’autismo nei bambini che frequentavano 1.040 distretti scolastici.
I risultati sono stati molto chiari. Vivere intorno ad una fonte di emissione di mercurio quale una centrale a carbone o un inceneritore, aumenta in modo statisticamente significativo il rischio di ammalarsi di autismo. L’aumento d’incidenza della malattia ha mostrato una riduzione dell’1-2 % per ogni 16 chilometri di distanza dalla fonte stessa.
Parte del mercurio emesso nell’ambiente si deposita al suolo e, in seguito all’azione di alcuni batteri, viene trasformato in metilmercurio, una forma estremamente tossica. La contaminazione degli ecosistemi acquatici ne comporta il suo accumulo nel tessuto dei pesci e il suo ingresso nella catena alimentare.
In Inghilterra, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Canada e Australia, a causa di livelli elevati di metilmercurio nel pesce, allo scopo di proteggere la popolazione più a rischio (bambini e donne durante la gravidanza), viene consigliato di non mangiare o limitare l’assunzione di quei tipi di pesce nei cui tessuti è stata trovata una dose pericolosa di mercurio (Chief Medical Officier Urgent Comunication: Food Standard Agency: 14 May 2002).
Mentre l’esposizione al mercurio attraverso il consumo di pesce è ben documentata, si conosce molto poco su altre forme di esposizione quali l’aria e l’acqua potabile.
L’agenzia degli Stati Uniti per la Protezione dell’Ambiente (EPA) stima che di 158 di tonnellate annue di mercurio emesse, il 33 % proviene dalla combustione del carbone e il 29 % dalla combustione dei rifiuti.
A conferma, inoltre, delle giuste preoccupazioni dei cittadini che lottano contro l’uso del carbone nella centrale di Civitavecchia, nel decreto del governo di Valutazione dell’Impatto Ambientale (V.I.A.) della centrale stessa si legge:
“Si esprime perplessità riguardo al fatto che le emissioni di mercurio possano essere effettivamente contenute nel valore dichiarato di 0.8 microgr/Nm3” (pag. 18, riga 16)
“Con la centrale a carbone ci sarà un aumento del 50 % delle emissioni di mercurio” (pag. 39, riga 26 – relazione istruttoria)
L’aumento delle emissioni di mercurio contrasta con l’EU Legislation and Policy Relating to Mercury and its compounds, Working document, March 2004, 1.1. Regulatory area: Main rilevant Provision. In questo documento si afferma, infatti, la forte volontà della Commissione Europea di ridurre l’inquinamento da mercurio presente nell’aria, nell’acqua e nel terreno, al fine di ottenere un alto livello di protezione per la popolazione.
Non è possibile valutare la quantità di mercurio che verrà emessa nell’aria in forma ossidata e in forma elementare. La prima porrà un rischio d’inquinamento da mercurio per le popolazioni che risiedono in un raggio di centinaia di km dalla centrale a carbone; le emissioni di mercurio in forma elementare causeranno invece un danno su scala mondiale (U.S. Department of Energy National Energy Technology Laboratory – Five Year Research Plan on Fine Particulate Matter in the Atmosphere.

FY2001-FY2005.8, pag. 27).

 

No inceneritore Raibano0 commenti

http://noinceneritoreraibano.blogspot.com

 

 

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Le delibere approvate dalla Giunta comunale di Rimini del 16/09/08

        SVINCOLI, ROTATORIE E MOBILITA’. ROTATORIA VIA XXIII SETTEMBRE ‑ VIA TONALE. APPROVAZIONE DEL PROGETTO PRELIMINARE/DEFINITIVO CON DICHIARAZIONE DI PUBBLICA UTILITA’

        NUOVO ASSETTO DELLE INTERSEZIONI STRADALI FRA VIA POPILIA ‑ VIA DEI CIPRESSI ‑ VIA EMILIA ‑ PARCO DELLA PACE. APPROVAZIONE DEL PROGETTO PRELIMINARE/DEFINITIVO DEL 2° LOTTO, CON DICHIARAZIONE DI PUBBLICA UTILITA’ DEI LAVORI

        APPROVAZIONE DELLE CONVENZIONI CON L’ASSOCIAZIONE PASCOLI, CON IL COMITATO TURISTICO AREA NOVA DI RIVAZZURRA E CON L’ASSOCIAZIONE CELLE.COM AI FINI DELLA PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE DI CONTRIBUTO DI CUI ALL’ART. 10 BIS DELLA L.R. N. 41 DEL 10.12.1997

        NUOVO ASSETTO DELLE INTERSEZIONI STRADALI FRA VIA POPILIA, VIA DEI CIPRESSI, VIA EMILIA E PARCO DELLA PACE. 1′ LOTTO. APPROVAZIONE DEL PROGETTO PRELIMINARE/DEFINITIVO/ESECUTIVO.

 

L’esempio Alitalia

Di Galapagos, il manifesto 13 settembre 2008 – www.ilmanifesto.it

La rottura delle trattative – in realtà mai iniziate davvero – tra i sindacati e la Cai di Colaninno e soci sul futuro di Alitalia e dei suoi lavoratori, fa sinistramente il paio con le trattative sul “nuovo” modello contrattuale. Alitalia è il prototipo di quello che Confindustria intende per nuovo modello. Un ultimatum: prendere o lasciare. Una riappropriazione del capitale di tutti i suoi poteri in un contesto politico ultra favorevole. Di nuovo non c’è assolutamente nulla, ma c’è un ritorno al capitalismo dei padroni delle ferriere, per dirla con Ernesto Rossi. A cominciare dal problema della produttività.

 

Nel documento confindustriale la gravità della situazione viene descritta con uno slogan: la bassa produttività. Premesso che i lavoratori italiani lavorano – più ore degli occupati di quasi tutti i grandi paesi industrializzati, la carenza della produttività non dipende dal lavoro, bensì dall’apparato tecnologico – il capitale fisso – che gli imprenditori mettono a disposizione del lavoro. Allora è colpa degli imprenditori che hanno investito poco? Non è del tutto esatto: in dieci anni in Italia i nuovi investimenti hanno raggiunto una cifra pari a quella del Pil. Però il rendimento (la produttività) degli investimenti nostrani è stato poco più della metà dei paesi concorrenti. Di chi la colpa? Non certo del lavoro, ma di un padronato furbetto che – salvo eccezioni – cerca di aumentare la produttività non innovando, ma cercando di contenere il costo del lavoro. Innescando però una spirale deflattiva, visto che i bassi salati si traducono da anni in bassa domanda e bassa crescita del Pil.

 

La siturazione di Alitalia è tragica. Viene il sospetto che il fallimento della trattativa con Air France – Klm sia stato funzionale a una strategia mirata a far crollare il valore della compagnia di bandiera per poterla piazzare a “poco prezzo” in mani amiche. La trattativa attuale è stata farsesca: alla Cai che aveva richiesto uan riduzione del 40% del costo del lavoro, era stato offerto un taglio del 20%. E i sindacati accettavano anche un incremento del 15% della produttività attraverso un aumento del tempo di lavoro. Ma alla Cai non bastava. Anche se i lavoratori sanno che a fine mese rischiano di non incassare lo stipendio, non si può sottostare agli ultimatum. E neanche il sempre accomodante Bonanni se l’è sentita di firmare. Per ora.

 

Anche perché – aspetto non secondario – il piano industriale era solo “fuffa”. Anzi peggio: aver puntato tutto o quasi sui voli interni è una scelta suicida: tra meno di un anno la tratta più ricca (la Roma – Milano e viceversa) rischia di diventare molto meno ricca per la concorrenza dell’alta velocità ferroviaria. Sulla quale, non è un caso, si sono gettati imprenditori privati italiani e stranieri. La Cai (e in particolare il promotore Berlusconi) sostiene di voler difendere l’italianità della compagnia nell’interesse dell’economia nazionale. Ma come si concilia questa dichiarazione d’intenti con lo smantellamento del settore cargo? Cioè il settore che dovrebbe valorizzare le merci prodotte in Italia e speite all’estero? Insomma, c’è qualcosa che non quadra. I lavoratori Alitalia sono consapevoli che dovranno fare molti sacrifici, ma sanno anche che non possono mollare. La dignità del lavoro – quella di tutti i lavoratori – è sulle loro spalle.

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Ddl Carfagna: «ci porta indietro di anni»

Intervista su il manifesto 12 settembre 2008 – di Francesca Pilla

Parla la sociologa Monzini

Le prostitute bambine-immigrate saranno riaccompagnate a casa nel loro interesse, le adulte autoctone e non, andranno in carcere. I clienti pure, basterà acchiapparli. Disegno di legge griffato Carfagna, ma tutto al maschile. Ci sono voluto 50 anni per modificare la legge Merlin e verrebbe da pensare mezza giornata per riscriverla, visto che è stata stralciata ogni traccia di contaminazione con le differenti posizioni e opinioni di un dibattito complesso e decennale. Questione di pudore bigotto? Di ipocrisie perbeniste? Volontà del mutato clima politico o di una comunità sollazzata nei più intimi istinti primordiali? Lo abbiamo chiesto a Paola Monzini, sociologa e autrice di diversi saggi sull’argomento, da sempre impegnata nello studio sociale del fenomeno. «La prima cosa che mi viene in mente sono le carceri che scoppiano. Immaginiamo di incarcerare tutte le prostitute e i loro clienti, è chiaro che si tratta di un progetto fantascientifico, ci vorrebbero altri cinquanta anni per costruire tutti gli istituti di pena necessari. Se affrontiamo invece il problema con razionalità, mi pare che bisogna attendere di vedere come verrà poi applicata la legge e con quale discrezionalità. La nuova normativa è frutto di un pensiero politico che si relaziona ai problemi complessi sempre nel medesimo modo, penalizzando le vittime. Così come accaduto con l’immigrazione, si cerca di punire l’anello debole che è più facile da inquadrare. A livello sociale invece credo che le persone su questo argomento siano molto confuse. L’aspettativa di sicurezza della comunità è un falso problema e rappresenta solo un aspetto di questa problematica».
Eppure si insiste a mantenere ambigua la formula che riguarda le “case chiuse”. Lavorare in luogo “privato” non è né legale né tantomeno un reato…
Sì, da questo punto di vista non è cambiato nulla. Fino a questo momento non era considerato reato esercitare nella propria abitazione, ma bastava farlo nell’appartamento di un’amica per essere fuorilegge, e fare scattare l’accusa di favoreggiamento nei confronti dell’ospite. Questa rinnovata ambiguità è un aspetto che chiaramente favorisce gli sfruttatori. Il doversi nascondere crea maggiore dipendenza. Se prima le ragazze pagavano i protettori ora le percentuali saranno maggiorate. Inoltre, ed è un fattore da non sottovalutare, in Italia e in Europa, c’è un giro di prostitute segregate, nascoste in campagna e nei casolari. Persone che non incontrano nessuno all’infuori dei clienti. È un fenomeno in crescita e questa legge va proprio in quella direzione.
Ma il carcere a clienti e prostitute al di là dell’inconsistenza pratica, può diventare un deterrente o si tratta solo di una foglia di fico?
L’Italia è sempre stata considerato un paese all’avanguardia per la gestione del fenomeno. Siamo stati spesso lodati dalla Comunità europea per il sistema di protezione che attuavamo nei confronti delle vittime. Offrire il permesso di soggiorno, garantire una rete di assistenza e scudo contro le possibili ritorsioni delle organizzazioni di sfruttatori, dava la possibilità alle ragazza di denunciare e uscire dal giro. Ora l’aurea di illegalità le obbligherà a nascondersi, rendendole più vulnerabili. In Germania per esempio le prostitute non possono esercitare in pubblico, ma il fenomeno è molto più esteso che nel nostro paese. D’altra parte già oggi in Italia di bar, locali e privé dove ci si prostituisce “alla luce del sole”, ne esistono a iosa.
Inasprire la norma per quanto riguarda lo sfruttamento minorile ha un senso qualora viene accompagnata dal rientro coatto delle ragazzine e dei ragazzini?
La legge a quanto ho compreso da una prima lettura intende muoversi «nell’interesse del minore», ma è abbastanza complesso decidere in queste situazioni quale sia poi questo «interesse» e come verrà tutelato.
A quanto pare la legge Carfagna è stata pensata al “maschile”, anche se si penalizzano i clienti. Come lei stessa notava «più una merce è clandestina più diventa costosa», e visto che le lucciole e i trans sono l’anello debole saranno quelli che pagheranno di più…
Sicuramente si è buttato in mare il lavoro fatto in tanti anni. Non sono state prese in considerazione le proposte che venivano da quel mondo, dalle associazioni delle prostitute. Da chi lavora in questo campo e sa come vanno le cose. Chi meglio di loro poteva dare input positivi per la gestione del fenomeno? Faccio solo un esempio. Si era discusso della reale possibilità di creare delle cooperative e di legalizzare la professione. Hanno preferito chiudere la porta invece che aprirla.

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