Gran Bazar Mussolini

Di Ilvo Diamanti

Domenica scorsa, tardo pomeriggio, sono passato per Rimini con la famiglia. Il tempo di una vasca lungo le vie parallele al lungomare, in attesa di recarci a cena da amici. Ci siamo, così, tuffati in mezzo ai turisti che, di ritorno dalla spiaggia, sciamavano, in massa, costeggiando un’infinita teoria di botteghe, bar, ristoranti, pizzerie, minimarket, fast-food, gelaterie, pasticcerie, piadinerie. Come in ogni città turistica che si rispetti. E Rimini non è “una”, ma “la” città turistica del lungomare di Romagna. Una città speciale, capace di non perdere la propria identità.
Perché Rimini ha un centro storico molto bello e ben tenuto. Una società (e una classe dirigente) locale ancora solida e resistente. Una storia e una tradizione artistica e culturale di tutto rispetto. Come rammentano le vie del lungomare che echeggiano i film di Federico Fellini. Rimini è una città “memorabile”, in senso letterale: degna di memoria. Oltre l’amarcord: anche per la spiaggia, il lungomare e le vie dedicate allo struscio dei turisti. Il vecchio e il nuovo, insieme.
Questa breve visita occasionale mi ha, tuttavia, riservato una scoperta inattesa. L’immagine del duce, Benito Mussolini, disseminata lungo il passeggio commerciale. Esposta in numerosi negozi (davvero tanti). Mussolini: in vendita, come un prodotto di consumo popolare. Tra una piadina e la coca-cola, ecco il busto del duce, in diversi formati, ma soprattutto la faccia del duce: su magliette, camicie, poster, bandierine, adesivi, quadretti già incorniciati, bicchieri e sottobicchieri, piatti, penne, sulle etichette di bottiglie di vino, dal contenuto improbabile.
Ma l’iconografia del Ventennio non si riduce alla sola immagine del duce – proposto perlopiù in primo piano, di profilo, la mascella volitiva e l’elmo bellicoso. Su t-shirt, poster, stoviglie e bottiglie incontriamo massime del duce e slogan del regime. Gli stessi che resistono – talora sbiaditi dal tempo, talora rinfrescati – ancora in alcuni edifici del tempo. Tipo: “è l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”; oppure il noto “molti nemici, molto onore” … Inoltre, molte immagini del führer Adolf Hitler. Spesso accostato al Duce. Lungo il passeggio, in bella evidenza, un grande mobile- cantina, carico di decine di bottiglie allineate. Il sangiovese di Benito alternato al nero di Adolf. Tutto ciò esposto alla luce del sole (domenica sera era ancora forte e caldo). Senza pudore e senza problemi. Perché, evidentemente, un problema di pudore non esiste, in questo caso. Prodotti come gli altri.
Se dedico una Bussola a questo argomento, tuttavia, non è per manifestare indignazione. Anche se lo spettacolo mi ha dato fastidio. (Ma se infastidisce solo me, che problema c’è?). Tanto meno per sollecitare provvedimenti restrittivi e proibizionisti. Probabilmente non servono, sicuramente non mi piacciono. Neppure per sollevare polemiche sul revisionismo dilagante, sul rischio di un “nuovo fascismo” o sul silenzio della memoria democratica. Questioni troppo impegnative per inseguirne le tracce a partire da cavatappi, magliette, bottiglie e sottobicchieri. (E poi non scrivo mica su Famiglia Cristiana…).
E’ probabile, peraltro, che si tratti di un fenomeno più esteso. A Rimini (città di centrosinistra) appare più evidente perché luogo ad alta intensità turistica. Non lontano dalla terra del duce. I riminesi, che evitano le vie più affollate dai turisti, forse, non ci hanno fatto caso.
Comunque, nel passato, in alcuni mercati si incontravano (e ho incontrato) stand specializzati, che esponevano bottiglie fasciste, affiancate ad altre soviet-comuniste. Mussolini e Stalin vicini, in nome del vino. Poi, Stalin è scomparso. Mussolini, invece, resiste. E oggi fa concorrenza a Che Guevara (da tempo icona consumista, consumata negli accendini usa e getta e sulle copertine dei diari scolastici).
Nessuno scandalo. Anzi. Proprio questo mi ha colpito maggiormente: la “normalità” (neppure la normalizzazione) del fenomeno, ormai sospeso fra ideologia popolare e senso comune, fra politica e costume. La “banalizzazione del fascismo”, commercializzato come un prodotto qualsiasi. Un consumo nazionalpopolare (nazipop?). L’immagine di Benito impressa su una t-shirt – accanto a quella di James Dean, George Clooney, Ronaldinho e Homer Simpson. Un gadget. Fra una piadina, una crescia, una birra e una coca-cola. Una porchetta e un sangiovese. Nell’aria echeggia la voce di De André … “E un errore ho commesso – dice – un errore di saggezza abortire il figlio del bagnino e poi guardarlo con dolcezza. Ma voi che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere non fate più scommesse sulla figlia del droghiere”.
Coro: “Ri-mi-ni”.

(26 agosto 2008)

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2 thoughts on “Gran Bazar Mussolini

  1. Paolo ha detto:

    Guarda, per scrivere queste cose tu devi esse proprio uno sporco compagnho.Se ci fosse stalin,che guevara,lenin o qualche altro,sono sicuro che tu non perdevi tempo per scrivere queste 4 cazzate.Ciao

  2. Paolo ha detto:

    Guarda, per scrivere queste cose tu devi essere proprio uno sporco compagno.Se ci fosse in quelle vetrine stalin,che guevara,lenin o qualche altro,sono sicuro che tu non perdevi tempo per scrivere queste 4 cazzate.Scrivo dal Brasile.Ciao

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