Archivi giornalieri: 12/08/2008

Chi gioca con la guerra

I morti si moltiplicano e si fanno visibili. quelli che compaiono oggi sulle «prime» dei media internazionali sono morti georgiani, civili, pacifici cittadini colpiti nelle loro case da bombe lanciate da aerei russi; ma ci sono altri morti, tanti altri, le cui immagini tragiche per ora non sono arrivate fino alle prime pagine; e sono sud-ossetini, civili, pacifici cittadini colpiti nelle loro case da bombe lanciate da aerei – o da artiglierie – dei georgiani.
Quel che è peggio, non è finita qui.La guerra che si è accesa nel Caucaso non sembra una guerra-lampo – se mai questo termine ha un senso nel mondo moderno, dove le guerre sono sempre fatte contro i civili: è una guerra che sta sfuggendo di mano a chi dalle due parti l’ha voluta; una guerra che di fatto si sta allargando e coinvolgendo altri protagonisti, una guerra che si annuncia lunga e orribile, perché nè gli uni né gli altri possono davvero vincerla.
E perché gli spettatori esterni – gli Occidentali, cioè noi, e gli altri governi che occupano la scena internazionale odierna – non sono capaci di esercitare una seria influenza sulle due parti: sono disposti gli europei, che hanno voluto convincere la Serbia a rinunciare al Kosovo, a far lo stesso con la Georgia filoamericana, convincendola a rinunciare all’Ossezia e all’Abkhazia? Altri, addirittura, cercano di approfittare del conflitto per guadagnare posizioni di forza – l’esempio di George Bush, che dopo aver soffiato sul fuoco per mesi adesso si offre come «mediatore di pace», è fin troppo evidente.
Ma ora che tra Georgia e Russia c’è la guerra vera, con veri eserciti regolari che si sparano e sparano sulle altrui popolazioni, occorre anche cercare un po’ di chiarezza sulle ragioni e sui misteri che stanno dietro a una simile catastrofe politica, diplomatica e umana. Perché le guerre non arrivano per caso e non sempre i motivi che le accendono sono facilmente intuibili. 

Cominciamo alla lontana, dicendo che la guerra scoppiata giovedì notte con l’invasione georgiana della Sud-Ossezia non è che la prosecuzione della guerra che ha infuriato negli stessi luoghi fra il 1991 e il 1992, quando le milizie locali combatterono contro l’esercito di Tbilisi che aveva revocato alla regione il suo status di autonomia. L’esercito sovietico – fino al dicembre 1991 esisteva ancora l’Urss, e la Georgia ne faceva legalmente parte – era presente in tutta la zona: cercò di interporsi tra i belligeranti (appoggiando de facto i sud-ossetini contro i nazionalisti georgiani, che in quel periodo proclamarono la piena indipendenza) e alla fine, diventato nel frattempo esercito russo invece che sovietico, impose un cessate-il-fuoco che lasciava la regione di fatto nelle mani delle milizie locali, con una forza di interposizione benedetta dall’Onu e composta da due-tremila soldati, parte russi e parte georgiani. Questa situazione, pur tra continue tensioni, incidenti, sparatorie, è andata avanti inalterata per sedici anni. Quest’estate le tensioni, gli incidenti e le sparatorie sono andate rapidamente crescendo, fino alla decisione di Tbilisi di chiudere la partita invadendo la regione con il suo esercito. Con la conseguente contro-invasione russa e tutto quel che stiamo vedendo in queste ore.
Ma cos’è l’Ossezia del sud? Una piccola regione montuosa, con circa 70-80mila abitanti di prevalente etnia osseta, sparsi in villaggi inframmezzati da villaggi georgiani. Tskhinvali, la «capitale», è poco più di un insieme di villaggi attaccati uno all’altro. L’unica caratteristica importante del luogo è che sta a cavallo dell’unica strada che collega Russia e Georgia (e Armenia, e Iran) attraverso l’impervia catena del Caucaso. Chi controlla quella strada controlla un flusso commerciale importante. Guardacaso, la leadership separatista sud-ossetina in questi sedici anni ha trasformato la regione in una sorta di centrale del contrabbando, avamposto di traffici d’ogni genere. A parte il contrabbando e una magra agricoltura di sussistenza, l’unico reddito della regione è costituito dai finanziamenti russi.
Perché i georgiani vogliono riprendere l’Ossezia del sud? Al fondo, per puro principio nazionalista: i nostri confini sono quelli, l’Ossezia vi è compresa e questo è quanto. Il primo presidente georgiano, Zviad Gamsakhurdia, portò il paese al disastro e alla guerra civile per togliere l’autonomia agli osseti e agli abkhazi, con una serie di scelte più adatte a un evaso dall’ospedale psichiatrico che a un presidente; il suo successore Eduard Shevardnadze fece finta di niente e riuscì a mantenere la pace; l’attuale Mikheil Saakashvili è arrivato al potere promettendo la riunificazione del paese, oltre che benessere per tutti, sviluppo, progresso e via dicendo. Non ha ottenuto nulla e ora pensa che almeno la riconquista dell’Ossezia potrebbe ridargli lustro.
Perché i russi vogliono l’Ossezia del sud?
Anche qui, al fondo, c’è un puro principio imperiale: abbiamo lì degli interessi, abbiamo dei soldati autorizzati a starci, non sarà un qualunque presidente georgiano a mandarci via, tantomeno con le armi. Inoltre le autorità separatiste sono notoriamente legatissime, sul piano personale, a vari esponenti delle forze armate e di altri siloviki, «uomini della forza», di Mosca; per loro, il mantenimento di un punto di frizione internazionale forte come questo è una garanzia di mantenimento di un potere di ricatto sul Cremlino. Peraltro, Mosca ha concesso a molte migliaia di sud-ossetini la cittadinanza russa: va tenuto presente che al tempo della prima guerra, nel ’91, decine di migliaia fuggirono dalla regione per stabilirsi nell’Ossezia del nord, regione più grande che fa parte della Federazione Russa, abitata da gente della stessa etnia. Questi profughi ebbero la cittadinanza russa, ma poi tornarono al sud, anche perché la loro presenza al nord fu causa di un altro conflitto, questa volta con gli ingusci (ma non allarghiamoci troppo in questo spaventoso puzzle caucasico). Rientrarono a sud, da cittadini russi: e ovviamente Mosca pensa di doverli proteggere da una reconquista georgiana.
A chi fa comodo la guerra? Ai militari, ovviamente: russi, georgiani e sud-ossetini. Ma questo spiega poco, se non la spaventosa facilità con cui si sono susseguite nelle ultime settimane le provocazioni reciproche. Apparentemente, un conflitto su vasta scala nuoce a tutti: l’Ossezia rischia la pura e semplice cancellazione dalla carta geografica; la Georgia rischia distruzioni tremende e l’annientamento delle proprie forze armate, nonché – i precedenti insegnano, e la rissosità delle fazioni politiche di Tbilisi conferma i timori – lo scatenamento di una guerra civile. La Russia rischia un drammatico isolamento internazionale – davvero drammatico, assai più di quanto si possa immaginare ora – e al tempo stesso un disastro politico-militare, perché non è affatto detto, nonostante l’apparente sproporzione di forze, che riesca a «vincere» in senso pieno questa guerra. Anzi.
Chi ha provocato la guerra? Si direbbe che sia i russi sia i georgiani siano caduti in trappole reciproche ben congegnate. Medvedev, è chiaro che non si aspettava di essere coinvolto su questa scala e in tempi così brevi: lo dimostra la tardività delle reazioni politiche all’invasione georgiana (quasi un giorno è passato prima che dal Cremlino uscisse verbo) ma anche l’inadeguatezza della risposta militare. Teoricamente la Russia aveva i mezzi per annichilire in poche ore le forze georgiane avanzanti, usando solo aviazione, elicotteri e paracadutisti; invece l’aviazione è stata usata poco e male, con vecchi aerei (uno di quelli abbattuti dai georgiani, il Tu-22, risale agli anni ’60 e non ha strumenti di difesa dalla contraerea moderna) che hanno bombardato a casaccio la Georgia; di elicotteri non se ne sono visti e i paracadutisti sono stati usati solo nella fase finale della battaglia di Tskhinvali. Al contrario, i generali russi stanno facendo lentamente affluire mezzi corazzati e truppe con uno stile da II guerra mondiale, per giunta in quantità non sufficiente a ottenere una vittoria-lampo. Un errore costante degli alti comandi, che nel ’94 portò alla prima catastrofica spedizione in Cecenia.
Anche Saakashvili, peraltro, sembra essere caduto in una trappola. Contava probabilmente a) nella buona preparazione delle sue truppe, che in effetti non si sono date alla fuga al primo impatto come avvenne sedici anni fa; b) in una non-reazione russa (e non è escluso che qualcuno, a Mosca, glielo abbia fatto credere) o infine c) in un immediato e fortissimo sostegno americano. Promesso o più probabilmente solo sperato. Fatto sta che la reazione russa c’è stata e il sostegno americano si è finora mostrato assai più verboso che concreto. Domani, ovviamente, le cose potranno cambiare, ma per ora Saakashvili non ha avuto dall’Occidente altro che appelli al cessate-il-fuoco e generiche difese della «sovranità georgiana», mentre è costretto a subire l’apertura di un secondo pericolosissimo fronte a ovest, dove i secessionisti abkhazi (assai più solidi e attrezzati degli ossetini) sembrano aver deciso di approfittare della situazione per guadagnare importanti posizioni strategiche.
Persino i leader sud-ossetini sono apparsi sorpresi dagli avvenimenti, nonostante siano stati protagonisti almeno tanto quanto i georgiani delle più recenti provocazioni armate lungo l’incerta linea di demarcazione. Forse pensavano di poter continuare a tirare la corda all’infinito per giustificare la loro stessa esistenza, di fronte a un atteggiamento di Mosca sempre più impaziente nei loro confronti.
Infine: che farà il Cremlino? Il nuovo presidente Medvedev, dopo il lungo silenzio iniziale, ha usato parole dure ma è stato molto attento a giustificare «legalmente» l’azione militare russa con la necessità di difendere a) i militari russi legittimamente di stanza in Ossezia come «peacekeepers» e attaccati dai georgiani; b) i pacifici cittadini dell’Ossezia, la maggior parte dei quali come visto ha un passaporto russo, e che sarebbero stati oggetto di «pulizia etnica» da parte delle truppe d’invasione di Tbilisi. E da parte sua Vladimir Putin si è fiondato direttamente da Pechino a Beslan – sì, proprio il posto del massacro di bambini del 2003 – che è diventato non il centro operativo delle forze armate ma quello dell’«emergenza umanitaria», dove vengono accolti e curati i civili in fuga dal sud. Tutto ciò fa presupporre che prima o poi anche a Mosca verrà tirato fuori il termine «guerra umanitaria». Occorrerà vedere come si sviluppano le operazioni sul terreno: finora, a due giorni dall’inizio dei combattimenti, i russi sono ancora lontani dall’aver conseguito il risultato necessario, cioè la completa «liberazione» dell’Ossezia dalle truppe georgiane. Al contrario, sono ancora sotto tiro e continuano a subire perdite. Questo potrebbe indurre gli alti comandi ad agire «come al solito»: cioè aumentando i bombardamenti sulla Georgia e rendendoli sempre più casuali e indiscriminati.

Astrit Dakli, il manifesto 10/08/2008

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Un progetto che riunisca

 

http://www.eddyburg.it/article/author/view/448

Di Rossana Rossanda, il manifesto 10 agosto 2008

Se la sinistra non cercherà innanzitutto di capire che cos’è il capitalismo oggi nel mondo, non andrà davvero lontano. Il manifesto, 10 agosto 2008

Siamo a uno dei punti più bassi della nostra storia: Alberto Asor Rosa ha ragione. Siamo a una crisi intellettuale e morale degli italiani – metà dei quali hanno votato per la terza volta una banda di affaristi ex fascisti e separatisti e l’altra metà si è divisa. Occorre dunque, scrive Asor, un soggetto politico nuovo, pulito e con un’idea di nazione che guardi a sinistra e non insegua fisime comuniste. Nel documento del Crs, Mario Tronti diceva qualcosa di analogo precisando che deve essere una grande forza popolare.
Non che mi piaccia essere una fisima, ma pazienza. Però, allo stato delle cose, non vedo dove questa forza politica sia. Veltroni direbbe: ma come, quella forza sono io, e il Pd. Abbiamo il 34 per cento dei voti, non siamo una combriccola di affaristi, abbiamo un’ipotesi riformista e una moderna icona morale in Robert Kennedy, abbiamo chiuso con ogni tipo di comunismo. Già, solo che l’opposizione a Berlusconi il Partito democratico non la sta facendo. Solo che raramente si è veduto un partito di sinistra così monocratico e poco popolare, se per democratico e popolare si intende un minimo di democrazia partecipata. Solo che, per dirla tutta, che cosa sia il Pd non si è capito ancora: gli avevano dato vita la Margherita e i Ds, ma della Margherita mancano ormai Prodi e Parisi, e Rosi Bindi sembra tenere più per coerenza che per persuasione. Neanche i Ds sembrano un blocco: D’Alema giura per il Partito democratico ma la sua fondazione ha accenti alquanto diversi da quelli di Veltroni. Chi può giurare che al primo congresso questa chimera diventi un animale affidabile?
Fuori del Pd le cose non vanno meglio. La frettolosa coalizione della sinistra Arcobaleno è stata addirittura espulsa dal Parlamento, il suo proprio elettorato avendole giurato vendetta per essersi fatta trascinare nell’avventura di governo. La Sinistra democratica di Mussi ha perduto qualche foglia invece che guadagnarne. I Verdi lo stesso. Rifondazione si è spaccata in due tronconi che neppure si parlano: la maggioranza di Ferrero punta tutto sul conflitto sociale dal basso, la minoranza di Niki Vendola su una raccolta di aree radicali fra le quali quella comunista potrebbe essere una cultura fra le altre, dell’ambientalismo che è più vasto dei Verdi, del femminismo, dei movimenti.
Non vedo perciò, allo stato dei fatti, un soggetto in grado di fare fronte alla slavina di destra. Vedo una quantità di orfani che vorrebbero questo soggetto ma sui quali da diversi anni passano grandinate che li disperdono vieppiù. Ma qual è la causa delle grandinate? Sta soltanto nella risolutezza e la sfacciataggine di Berlusconi? Non credo. La banda che ci governa ripete esattamente forme, metodi e misure di tutti gli esecutivi europei dagli anni ’80: la potente spinta alla disuguaglianza, all’arricchimento di pochi, all’impoverimento dei più, cioè l’ondata neoliberista che ha seguito i «trent’anni gloriosi». È una ripresa della linea che era già stata sconfitta in Europa e negli Usa dopo gli anni ’20.
Ma ora, osserva Asor, essa è già arrivata a un punto morto. Vero, ma non per la forza della sinistra. È nei guai con se stessa. Dal liberismo si oscilla al protezionismo, dal mercato unico alle guerre commerciali simili a quelle del XIXmo secolo – ecco dove stiamo ritornando. Gli Stati uniti hanno l’egemonia militare ma non più economica; questa gli è contestata dalla Cina e dall’India in poderosa crescita. E l’arroganza di Bush ha infilato la sua supremazia militare nella trappola del Medio oriente, mentre l’Europa è insabbiata in una moneta relativamente forte, in un’economia debolissima e in un’iniziativa politica pari a zero.
Questo è il quadro cui siamo davanti. Crediamo davvero che si potrà batterlo con i conflitti sociali dal basso o con l’adunata dei renitenti al veltronismo? Non lo penso. Se vogliamo non solo battere Berlusconi ma dirci dove l’Italia può andare, su quali basi si può ricostruirne una fisionomia intellettuale e morale bisognerà pur passare dalle proteste divise e poco comunicanti a un progetto capace di credibilità, persuasione e mobilitazione. Per questo non serve il Partito democratico, che del liberismo condivide gli orizzonti, né bastano le due anime di Rifondazione: la vastità dell’impegno implica una raccolta di forze che vada molto oltre la sinistra Arcobaleno e la natura dell’impresa implica una dimensione del conflitto che non si risolve dal basso. Del resto, qual è il basso della globalizzazione?
E qui torna la mia fissazione: se siamo, come credo, una tessera di una tendenza mondiale, prima di tutto ad essa dobbiamo dare un nome e di essa definire la mappa. Il nome è il capitalismo dall’ultimo quarto del Novecento agli inizi del Duemila. La mappa è quella dell’intero pianeta. Finiamo di balbettare che tutto è cambiato e perciò niente si può dire, e cominciamo a precisare che cosa questo capitalismo è diventato. Non ci sono più vittorie puramente locali contro di esso. Come i dipendenti di una fabbrica non possono battersi da soli contro la delocalizzazione dell’azienda così un paese europeo non può battersi da solo contro la recessione, quali che siano le pensate protezioniste di Tremonti. Ma quando alla crisi delle classi dirigenti si somma il caos della sinistra il rischio è di essere trascinati via tutti.
Può questo rischio trasformarsi in occasione? Questa è a mio avviso la domanda vera. Credo che sì, per l’ampiezza dei soggetti coinvolti e per la profondità non solo materiale e pecuniaria del disastro ma appunto intellettuale e morale – non è per caso che all’apatia culturale dell’Occidente ormai non si oppongano che nazionalismi o fondamentalismi.
Ma nel medio termine temo che non si possa dare una parola d’ordine rivoluzionaria, almeno nel senso che abbiamo dato a questa parola fino a poco tempo fa: l’esito del ’68 dimostra quanto eravamo già arretrati e quel che è seguito all’89 impedisce anche ai più ostinati di sognare una riedizione dei socialismi reali. Ma la sofferenza sociale e l’ampiezza delle ineguaglianze sono diventate così forti da rendere fragile la stessa tenuta e coesione di ogni singolo paese. Non è con le riforme istituzionali che si può aggiustare la baracca. Potrebbe essere aggiustata, per difficile che sia, con una inversione di tendenza: un intervento che restituisca il primato alla politica piuttosto che ai meccanismi dell’economia, che dia luogo a linee di sviluppo, incluso uno «sviluppo di decrescita», che ridistribuisca la ricchezza a sfavore delle zone forti e a favore di quelle deboli, che decida il taglio dei privilegi sociali, il rilancio su un piano mondiale dei mercati interni (l’impossibilità di procedere del Wto parla chiaro).
Non sarà un’operazione indolore, ma può non essere impossibile. Chi non si ritroverebbe in questo progetto? Soltanto i boss delle stock option d’oro. Non sarà la rivoluzione, ma oggi come oggi sarebbe certamente una rivoluzione culturale.

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