Archivio mensile:agosto 2008

“LE CROCIATE DI RENZI (AN) ALIMENTANO ISTERISMO E SONO UN BOOMERANG PER CHI LE LANCIA”

Rimini, 30 agosto 2008

Di Eugenio Pari

L’ennesima crociata di Gioenzo Renzi, come giustamente fatto rilevare dagli operatori economici di Via Giovanni XXIII, rischia di provocare danni economici oltre che alimentare una isteria collettiva già vicina al punto di saturazione.
Renzi, nelle sue passeggiate con Gasparri, dimentica furbescamente di dire che chi affitta le attività economiche agli immigrati è italiano, così come italiani sono coloro che a prezzi osceni affittano appartamenti a venditori abusivi facendoli vivere in condizioni vergognose e speculando senza dichiarare un euro al fisco. Perché non si invoca il pugno duro anche per questi?
Siamo disponibili a discutere e confrontarci sull’ordine pubblico e sul tema della sicurezza, ma chi veramente intende fare propaganda su questi temi scorazza baldanzosamente per le vie della città accompagnando uno dei colonnelli del proprio partito e invocando con livore la “tolleranza zero”.
Non ci può essere sicurezza senza sicurezze sociali, senza il minimo di garanzie per le famiglie di arrivare a fine mese, altro che impronte digitali ai bambini rom. Occorre, dal nostro punto di vista, coniugare legalità e coesione sociale, invece la destra e il governo intendono dare solo risposte militari, risposte alle pulsioni e alla pancia così non si risolvono i problemi, ma, anzi, si aggravano.
Renzi e la destra riminese, se ci riuscissero, dovrebbero riflettere sulle dichiarazioni degli operatori di Via Giovanni XXIII per comprendere che, come nella nota fiaba, gridare “al lupo” molto spesso rischia di essere un boomerang.

Comiso, la destra cancella Pio La Torre

Di Claudio Fava (Coordinatore nazionale SD)

Pio La Torre

Quando la mafia ammazzò Pio La Torre, l’attuale sindaco di Comiso Giuseppe Alfano aveva solo otto anni. Pochi. Un’età in cui le cose della vita hanno ancora contorni sfumati, e anche il dolore di un popolo, la violenza, la rabbia sono parole sfocate, concetti astratti. Non so se sia questo vizio di memoria a non permettere al sindaco Alfano di capire la gravità del suo gesto. Che non è solo un gesto inconsulto o uno sberleffo agli avversari sconfitti: è un gesto mafioso. Nel senso che riproduce l’intima cultura della mafia, la sua vocazione a cancellare uomini e memorie, a pretendere che si parli d’altro, che ci si preoccupi d’altro, che si guardi altrove.
Pio La Torre, a Comiso, non è il nome di un aeroporto: è la storia di un popolo, raccolta in uno dei suoi rari e felici momenti di indignazione. Pio La Torre sono i centomila siciliani che ventisei anni fa si presero le piazze e le strade di quel paese e andarono a manifestare davanti ai cancelli della base americana contro i missili cruise. Io c’ero, e ne porto memoria non come una consolazione o come un privilegio: c’ero e basta, confuso tra gli altri, convinto che quel giorno finiva qualcosa, forse il tempo di un’adolescenza che si era protratta troppo a lungo, e che dopo quella manifestazione nessuno di noi avrebbe potuto fingere di non capire.
Pio La Torre lo ammazzarono ventisei giorni dopo. Anche per quella mobilitazione, per i centomila in piazza, per il milione di firme che seppe raccogliere in poche settimane, per aver mostrato ai mafiosi l’esistenza di un’altra Sicilia, d’un altro modo di stare al mondo e di battersi contro le cose oscene di quel mondo. Per questo gli hanno avevano intitolato l’aeroporto di Comiso un quarto di secolo dopo la sua morte. Tardi. Ma comunque in tempo a recuperare il filo di quella storia e di quella morte.
Adesso arriva questo sindaco di trent’anni scarsi, s’appunta sul petto la sua stella da sceriffo e – come gli hanno mostrato tanti suoi colleghi sceriffi, da destra e da sinistra – si convince anche lui che la politica é far rumore, maneggiare delibere come pistole, dettare la propria legge. Solo che altrove se la prendono con i filippini o i lavavetri; in Sicilia, con i morti di mafia.
Ci aveva già provato Gianfranco Micciché, quando faceva il gran cerimoniere all’Assemblea regionale siciliana: “Liberiamoci da questa vocazione al lutto, da questi repertori di lapidi, basta parlar sempre di mafia: togliamo i nomi di Falcone e Borsellino dall’aeroporto di Palermo…”. E’ per il turismo, si giustificò Miccichè il giorno dopo. Geniale, davvero. Stavolta é peggio. Stavolta il sindaco di Comiso pretende di darsi ragione da solo, e lo fa con poveri argomenti, con parole di miseria: ”Come rileva un sondaggio effettuato a suo tempo, l’intitolazione a La Torre aveva riscontrato scarso gradimento fra i cittadini”. Ecco: è tutto là, in quell’espressione da mercatino televisivo, da auditel della politica: scarso gradimento. E pazienza per Pio La Torre, per le sue battaglie, per il modo in cui è crepato. Pazienza per questi morti di mafia, che ha ragione signor sindaco, troppi morti, tutti lì a prendersi in faccia il vento invece di ripiegarsi come giunchi ad aspettare che la mala giornata fosse passata. Pazienza anche per quei siciliani che per un giorno ebbero l’illusione di essere un popolo fiero e libero. Adesso é tempo che di mafia si torni a parlare a bassa voce. E che si riscriva per benino la storia restituendo all’aeroporto di Comiso il nome che la storia gli aveva dato: quello del generale Vincenzo Magliocco, morto in Africa nel 1936. Altro che mafia.

Chi era Pio La Torre

Pio La Torre è una delle tante vittime della mafia. E’ figlio di contadini poverissimi, è un siciliano che viene dalla terra più misera. E’ nato nella borgata di Altarello di Baida, frazione di Palermo. In casa dormivano insieme alle bestie, non avevano la luce elettrica. Ha fatto le lotte dei braccianti, la dura trafila politica dei comunisti siciliani, ed è arrivato fino a Roma, come deputato nazionale e membro della Commissione antimafia. Ma nel 1981 ha chiesto al partito di tornare a Palermo, e il suo desiderio è stato subito esaudito: a Botteghe Oscure, i fatti siciliani sono sempre difficili da capire, e, se si trova un volontario, lo si accontenta subito. La Torre, poi, ha persino preparato una proposta di legge antimafia, molto articolata, in cui si chiede di indagare sui patrimoni, oltre che sulle persone. Una novità. Strana, come tutte le novità. A Palermo si è subito buttato nella propaganda contro la base missilistica di Comiso. Spiega ogni giorno che, se entrerà in funzione, arriveranno 10.000 soldati americani, la Sicilia diventerà una specie di portaerei, porto franco, e tutti i traffici illeciti con gli Stati Uniti diventeranno più facili. Promuove petizioni, raccoglie firme. Alla federazione di Palermo non è che siano entusiasti di lui, dell’ex contadino che guidava le lotte dei braccianti e che ora si appassiona ai pacifisti di Comiso. Anche nel Pci siciliano ci sono dirigenti che si sono stufati di vivere nel passato, e vogliono poter dire la loro sul futuro. E se il futuro sono grandi appalti, grandi opere, allora non bisogna restarne fuori.

Comiso, Comiso… I missili. I pacifisti tedeschi, i monaci buddisti che digiunano, le dolenti femministe inglesi, gli autonomi di Roma, i ragazzi con il sacco a pelo. Gli occhi dell’Europa sono puntati su quel piccolo paese della provincia di Ragusa.

Perché   è stato ammazzato Pio La Torre?

Per Comiso?

Tanti dicono di sì. L’ha ucciso il “potere occulto sovranazionale”, termine che ha sostituito “criminalità organizzata”, a   sua volta eufemismo di mafia.  

Ma La Torre è uno che ha visto anche gli arricchimenti; a lui i nomi dei morti di Palermo dicono qualcosa. Spulcia negli elenchi della camera di commercio e nota che sono registrate aziende che partono con un capitale di un milione e in tre anni lo aumentano fino a tre miliardi. Ogni mese un aumento di capitale. Di queste cose parla nelle riunioni politiche; dice di fare attenzione a quelli che consigliano di entrare finalmente a fare parte del governo effettivo della città.                 

Viene ucciso il 30 aprile 1982. Lui e Rosario Di Salvo stanno attraversando il quartiere della Zisa, a Palermo, a bordo di una FIAT 132, quando vengono affiancati da una motocicletta. Partono raffiche di mitra. Di Salvo estrae la rivoltella e spara anche lui, ma i suoi colpi vanno a vuoto. I due uomini vengono ritrovati coperti di sangue, con un’espressione irritata sulla faccia. Dopo mezz’ora arriva una telefonata anonima che rivendica l’attentato a nome dei Gruppi proletari organizzati, o qualcosa del genere. E’ da trent’anni che in Sicilia non veniva ammazzato un dirigente comunista.

Ma allora perché è stato  ucciso Pio La Torre?   ordine di Totò Riina, capo dei corleonesi, preoccupato per il suo attivismo e in particolare per la sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi. Riina incaricò dell’uccisione Loreto Plicato,di Vallelunga, uno stiddaro che costruiva armi da fuoco. Plicato uccise La Torre, disse Messina, ma Riina non si fidava totalmente di lui, così dopo una settimana lo fece uccidere.

Per nove anni non se n’è saputo nulla; se trapelava qualcosa erano solo voci velenose. Nel marzo del 1991, i giudici di Palermo chiusero l’istruttoria, denunciando, come mandanti del delitto, nove boss mafiosi, all’epoca membri della Cupola di Cosa Nostra (da notare che sia la parola Cupola sia la sigla Cosa Nostra erano sconosciute nel 1982), ma lasciando nel vago il movente. O, che è la stessa cosa, indicandone parecchi. Poteva essere stato ucciso per la sua opposizione alla base missilistica di Comiso. Oppure per “ostilità interne al partito comunista”. O anche per essersi opposto ad un appalto per la costruzione di un palazzo dei congressi, ambito sia dal cavalier Carmelo Costanzo di Catania che dalla ditta Tosi di Palermo. Oppure per un altro grande appalto che riguardava il risanamento della costa palermitana…
Nell’estate del 1992 arrivò però un’altra versione, fornita da Leonardo Messina, mafioso pentito del paese di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta. Secondo Messina, La Torre fu ucciso su

 

Pio La Torre (Palermo24 dicembre 1927 – Palermo30 aprile 1982) è stato un politico italiano.

Sin da giovane si impegnò nella lotta a favore dei braccianti, prima nella Confederterra, poi nella Cgil (come segretario regionale della Sicilia) e, infine, aderendo al Partito comunista italiano. Nel 1960 entrò nel Comitato centrale del PCI e, nel 1962 fu eletto segretario regionale. Nel 1969 si trasferì a Roma per dirigere prima la direzione della Commissione agraria e poi di quella meridionale. Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo fece entrare nella Segreteria nazionale di Botteghe Oscure. Nel 1972 venne eletto deputato; in Parlamento occupandosi di agricoltura.[1] Propose una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi (scopo poi raggiunto dall’associazione Libera, che raccolse un milione di firme al fine di presentare una proposta di legge, che si concretizzò poi nella legge 109/96).

Nel 1981 decise di tornare in Sicilia per assumere la carica di segretario regionale del partito. Svolse la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base missilistica a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia; per questo raccolse un milione di firme in calce ad una petizione al Governo. Ma le sue iniziative erano rivolte anche alla lotta contro la speculazione edilizia.

La mattina del 30 aprile 1982, insieme a Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo in auto (una Fiat 132) la sede del partito. Alla macchina si affiancarono due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette spararono decine di colpi contro i due uomini. Pio La Torre morì all’istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.

Poco dopo l’omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici del tribunale di Palermo chiusero l’istruttoria rinviando a giudizio nove boss mafiosi aderenti alla Cupola mafiosa di Cosa Nostra. Per quanto riguarda il movente si fecero varie ipotesi, ma nessuna di queste ottenne riscontri effettivi. Nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, rivelò che Pio La Torre fu ucciso su ordine di Totò Riina, capo dei corleonesi, a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi.

Il 30 aprile 2007 venne intitolato a Pio La Torre, dalla giunta di centrosinistra, il nuovo aeroporto di Comiso. Nell’agosto del 2008, la nuova giunta di centrodestra decide di togliere l’intitolazione a La Torre per tornare a quella precedente.

 

Una replica alla corrispondenza di amorosi sensi tra Maurizio Melucci e Roberto Formigoni

Di Eugenio Pari

Rimini, 28 agosto 2008

L’assessore Maurizio Melucci si è detto d’accordo con Roberto Formigoni al 100% su ciò che riguarda il governo del territorio e le modalità di sviluppo delle città. Si sostiene che l’unico modo per poter governare le nostre città ed il territorio non possa che passare dalla contrattazione tra pubblico privato ed i project financing sono l’unico strumento per mettere in pratica l’ideologia che, secondo me, rischia di svendere il territorio agli interessi degli
immobiliaristi rendendo di fatto impossibile qualsiasi livello di pianificazione e di regolazione degli usi per gli spazi.
Molto semplicemente il “rito ambrosiano” nel governo del territorio, quello di cui Formigoni è il paladino, sancisce che il territorio è un semplice campo di speculazione in cui saltano regole e piani sostituiti dalla contrattazione tra soggetto pubblico e attori privati. Mi pare prima di tutto di poter evidenziare una profonda contraddizione non solo con la tradizione amministrativa della nostra Regione che invece ha sempre posto la pianificazione territoriale a caposaldo delle proprie scelte, ma soprattutto rispetto alle norme attualmente in vigore in Emilia Romagna (l. 20 del 20 marzo 2000) che pongono il soggetto pubblico al centro dell’azione di governo del territorio e delle scelte che sul territorio si adottano di volta in volta. Contraddizione che si spiega anche per il fatto che Rimini è l’unico capoluogo di provincia a non aver mai neppure accennato gli atti per predisporsi ai nuovi strumenti previsti dalla l. 20/2000 ossia PSC, POC e RUE.
Chi si pone criticamente rispetto ai project financing non è un “minimalista” come sostiene Melucci, bensì considera la città come un bene comune e non come un territorio di conquiste speculative da parte degli “attori privati”.
Affermare che la città è un bene comune significa in primo luogo riconoscere che essa è un bene, non una merce; qualcosa che vale di per sè, non in quanto può essere scambiato con altri beni o con la moneta. Comune, quindi non individuale: un insieme di elementi materiali e immateriali che solo temporaneamente e occasionalmente possono essere goduti o fruiti da uno dei membri della comunità, ma che appartengono alla comunità nel suo insieme.
Il nocciolo della definizione sta nel processo stesso di formazione (di invenzione) della città: nel suo essere nata in funzione del soddisfacimento di esigenze che i singoli individui, famiglie, tribù non erano in grado di soddisfare senza unirsi, collaborare, condividere. E infatti la città, nei suoi più alti momenti fondativi, si organizza e diventa forma compiuta attorno ai luoghi delle attività e delle funzioni comuni. La piazza, il luogo dello scambio e del rito, dell’incontro e della rappresentazione,della concentrazione degli edifici e dei servizi pubblici, è l’essenza e il simbolo della città.
Da qui, dalla storia stessa della città, il ruolo determinante degli spazi pubblici, della loro fruizione aperta, della loro appartenenza pubblica, della loro gestione condivisa. Lo si comprese lungo quel percorso culturale, sociale e politico che condusse agli “standard urbanistici”. E da qui, dalla perdita di un simile ruolo, dalla negazione e dalla privatizzazione degli spazi pubblici, la testimonianza e, al tempo stesso, una causa rilevante della crisi della
città e della società.
Affermare che la città è un bene comune significa quindi considerare e riallacciare con l’azione amministrativa due elementi: la centralità degli spazi pubblici e il carattere sociale della residenza. E significa anche collegarsi a un altro rilevante principio, presente da tempo nella letteratura mondiale: il diritto alla città. Se quest’ultima espressione si riferisce principalmente ai soggetti – ai cittadini – si può dire che la città come bene comune rappresenta lo stesso concetto dal punto di vista dell’oggetto – la città – che al soddisfacimento di quel diritto è ordinato. Pensare e organizzare la città come bene comune è un modo (l’unico modo) di garantire a tutti il diritto alla città.
Ideologie “moderniste” come quella di Melucci – Formigoni , sono quanto di più vecchio e illiberale possibile, fanno saltare regole e confini entro cui ogni riformismo, nell’interesse della collettività ha sempre cercato di porre il peso tracotante della rendita immobiliare e segnano, cosa ancora più grave, l’abbandono della città ai soli interessi del mercato da parte della politica.
In definitiva dobbiamo concludere che, abbandonata dalla politica, l’urbanistica (e il suo strumento, la pianificazione) si è allontanata anche dalla società. Qui, forse, la ragione del suo declino. Ma qui anche, allora, la possibilità del suo riscatto, della sua ripresa. L’urbanistica infatti (ma preferiamo dire le ragioni della città come “casa della società”, come luogo, come prodotto e strumento di una comunità di cittadini) può ritrovare un suo ruolo e una sua utilità se si collega a quelle tensioni e interessi ch ormai si manifestano in quasi tutte le regioni d’Italia e si concretano spesso nella formazione e nelle attività di un numero crescente di “comitati”.

OCCORRE FAR PREVALERE LA CULTURA DELLA LEGALITA’, QUELLE DI CREMASCHI SONO PROVOCAZIONI CHE SI POTEVA RISPARMIARE

Rimini, 27 agosto 2008

 

di Eugenio Pari

 

Anche questa estate il fenomeno dell’abusivismo commerciale porta con sé il proprio carico di polemiche e provvedimenti al limite dell’emergenza sociale, gli amministratori non si sono sottratti dal rinfocolare gli animi. La politica se ci riuscisse dovrebbe fare autocritica, ma al tempo stesso l’Amministrazione comunale dovrebbe fare chiarezza sulla denuncia di casi di violenza compiuti da parte di agenti della polizia municipale ai danni di venditori abusivi al momento del loro arresto. È vero ciò che dice la segretaria della CGIL Meris Soldati “non ci sono buoni o cattivi a prescindere, sia che abbiano la pelle scura o la testa rasata”, proprio per questo occorre fare chiarezza a tutela anche del Corpo di Polizia municipale.

Noi Comunisti Italiani abbiamo inoltrato richiesta formale al Presidente della commissione preposta e al Presidente del Consiglio comunale, di convocare in audizione l’assessore Biagini ed il comandante Talenti per comprendere quali sono i contorni delle vicende degli ultimi giorni e le regole di ingaggio. Mi auguro che l’Assessore accetti proprio per non lasciare ombra di dubbio su queste vicende che presentano dei tratti non chiari.

Per quanto riguarda le parole di Giorgio Cremaschi credo che il ricorso al “boicottaggio di Rimini” sia solo una provocazione che forse avrebbe fatto meglio a risparmiarsi, è evidente però che si vuole strumentalizzare altrettanto provocatoriamente queste frasi dette con troppa leggerezza, senza considerare che l’isterismo politico e sociale sulla sicurezza rischia di snaturare le fondamenta democratiche della nostra città e del nostro Paese. Si tratta, a mio avviso, di posizioni condivisibili dal punto di vista emotivo (sempre che corrispondenti al vero), ma del tutto nocive dal punto di vista politico perché non spostano di una virgola lo stato dei fatti, anzi provocano una reazione contraria alle premesse. In questo caso la relazione causa – effetto allontana di molto il senso comune dagli obiettivi preposti, in poche parole un boomerang politico per la sinistra. Io sono assolutamente convinto del fatto che qualsiasi cittadino di fronte a fatti che possono avere rilevanza penale, in questo caso quello delle violenze delle forze dell’ordine durante un arresto, abbia un obbligo: quello della denuncia agli organi preposti. I problemi, infatti, non si affrontano contrapponendo una propaganda ad un’altra, le pulsioni xenofobe e la deriva securitaria – a cui anche il Pd molto spesso cede – non si affrontano con lettere, sia pure condivisibili, a Liberazione.

Occorre far prevalere la cultura della legalità a tutti i livelli e per sanzionare un reato, va da se, non si può commettere un altro reato.

Da tempo lo diciamo: nonostante l’esponenziale aumento di risorse ed energie profuse dal Comune per reprimere l’abusivismo commerciale, questo fenomeno non accenna a diminuire e a questo punto sarebbe saggio, oltre che logico, riuscire a modificare le strategie.

Il problema dell’abusivismo commerciale ha mille sfaccettature. Per esempio il fatto che i venditori abusivi commercializzano le stesse identiche cose in qualità, ma a prezzo inferiore, che i bagnanti possono trovare nei negozi del lungomare.

 

Credo che per la nostra città sia arrivato il momento di assumersi l’impegno politico, sociale e culturale di riflettere sul più vasto e oneroso tema della legalità partendo dalle importanti dichiarazioni di pochi giorni fa fatte da Presidente della provincia e Sindaco sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico della nostra comunità. Occorre, insomma, dare una priorità delle politiche e delle strategie in tema di legalità sapendo che i fenomeni di disordine economico, come il pizzo e l’usura, sono per tanti commercianti elementi ben più gravi dei venditori abusivi e sintomi ben più negativi per la nostra comunità su cui mai e poi mai possiamo permetterci di abbassare la guardia.

 

 

Eugenio.Pari@comune.rimini.it

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Presunta violenza su abusivo. Cremaschi (Segretario FIOM CGIL): ‘Boicottare Rimini’

RIMINI | 27 agosto 2008 | Sotto accusa, le presunte violenze di alcuni vigili urbani sui venditori abusivi in spiaggia. L’articolo di Liberazione:

Spiaggia di Rimini, domenica di fine agosto.
Giorgio Cremaschi.

Sulla battigia c’è il mercatino degli ambulanti, con i turisti che si soffermano, contrattano, scherzano. Improvvisamente tutte e tutti cominciano a fuggire, infagottando alla meglio le merci, piegando gli sgabelli, alcuni lasciando tutto lì.
Si forma improvvisa una corona fitta di persone silenziose. Al centro di essa vola da un lato all’altro una testa nera coperta di sabbia. Scompare, riappare sopra la linea delle teste che guardano, come chi rischia di affogare nel mare. Con tutta la famiglia ci facciamo largo e vediamo al centro dell’arena due giovani palestrati, con la testa rasata, a torso nudo e bermuda che stanno rotolando sulla sabbia un lungo africano in maglietta. Dopo un po’ ci si siedono sopra e lo ammanettano, la folla intorno è muta, all’inizio nemmeno capisce chi siano quei due giovani così violenti. Ma ben presto sono essi a tranquillizzare la folla: «siamo poliziotti». Qualcuno, non si capisce bene se con soddisfazione o disgusto dice: «Mamma mia quante gliene hanno date».

A quel punto dalla folla si alzano anche voci di protesta e una signora anziana, con il più puro degli accenti emiliani urla: «Vergognatevi!». Allora il poliziotto che sta seduto sopra l’africano ammanettato le risponde che ha ricevuto quattro pugni sulla pancia.
Ma non convince visto che le voci di protesta aumentano. Allora qualcuno minaccia: «smettetela o tocca anche a voi». Fuori dalla mischia una ragazza con la maglietta bianca con la scritta vigili urbani, con il volto terreo parla ad una radio portatile. Poi i due agenti in bermuda cominciano a trascinare l’africano verso la strada, dove finisce la spiaggia.
Rimini vanta di essere la spiaggia più larga d’Europa e così è lungo l’attraversamento delle file di ombrelloni. I due poliziotti trascinano nella sabbia l’africano che urla disperatamente in mezzo i bagnanti che osservano stupiti. I bambini alle urla si mettono a piangere mentre si forma un piccolo gruppo che segue i poliziotti e protesta. Il pianto dei bambini cresce, del resto come si fa a spiegare a un bambino che una tale violenza è solo determinata dal fatto che non si può vendere abusivamente in una spiaggia. C’è troppa sproporzione e poi fino a un minuto prima quel mercatino pareva così amichevole e sereno. Invece sarebbe un atto criminale. No, un bambino non capisce, non coglie il nesso tra causa ed effetto. Ed è allora che la spiaggia si divide. Chi approva il comportamento dei due uomini in bermuda, deve andare oltre, deve dire che oggi quei negri non pagano le tasse, portano le malattie, rubano, sono un danno per tutti. Chi si sdegna non può che parlare di razzismo e i diversi punti di vista diventano scontro tra bagnanti, mentre i poliziotti in bermuda e l’africano spariscono. E alla fine chi li sostiene urla a chi protesta: «smettetela tanto la sinistra non c’è più!». Rimini è da sempre il centro delle vacanze popolari e a buon mercato e per questo la sua spiaggia corrisponde a un’idea democratica e popolare di inclusione e tolleranza.
Oggi non è più così. Rancore, cattiveria, intolleranza percorrono la riviera sotto traccia. Sono i commercianti, si dice, che hanno preteso e sostenuto la caccia all’uomo che si è scatenata metodicamente sulle spiagge. Essi sostengono che gli ambulanti abusivi portano via gli affari. E allora questo che c’entra con il razzismo? Pochi giorni prima un gruppo di arabi mal vestiti era stato scacciato da una discoteca perché stonava con l’ambiente, poi si è scoperto che erano un gruppo di ricchissimi giovani sceicchi. Che c’entra il razzismo? La riviera è piena di extra comunitari, donne e uomini dell’est Europa, dell’Africa e dell’Asia che mandano avanti alberghi, ristoranti, servizi di tutti i tipi. Non è razzismo allora quello che fa titolare un giornale locale: «Belva africana si scaglia contro i poliziotti sulla spiaggia» e che fa reclamare all’assessore locale la necessità di una punizione esemplare per questa belva feroce. Non è razzismo di quello classico, perché il razzismo di oggi è meno ideologico e ma censitario. Non ce l’ha per principio con l’asiatico o l’africano, ma con chi oltre ad essere diverso, è povero. Se quegli arabi si fossero presentati alla discoteca vestiti da sceicchi, sarebbero stati accolti come nel film Amarcord. E’ essere migranti e poveri che non va, questi sono gli esseri inferiori che possono essere trattati come animali. Non so se Rimini sia oggi specchio dell’Italia, dove secondo alcuni giornali anglosassoni è meglio non venire perché sono vietate le cose che altrove sono permesse e restano impunite tutte quelle che altrove sono represse. So però che non voglio più vergognarmi di andare in una spiaggia e di sentirmi impotente di fronte a scene degne dell’Alabama degli anni Cinquanta.
Perciò nonostante la gentilezza e l’ospitalità di tanti penso che si debba boicottare Rimini. Si tratta di reagire alla caccia all’uomo nelle spiagge nell’unico modo che chi l’ha promossa davvero capisce: «il calo del turismo». Certo si sfidano così grandi numeri, ma a volte anche un piccolo boicottaggio può servire. Il sindaco ed i commercianti di Rimini devono sapere che la politica sicuritaria può servire a far vincere le elezioni perché lì basta il 51%. Ma può far andar male gli affari. La sinistra, che nel paese e anche nelle spiagge esiste ancora, può non aver più voglia di andare in riviere dove vigono gli indirizzi di Maroni, Calderoli e La Russa. E se anche solo una parte di questa sinistra a Rimini non ci va più, l’effetto si farà sentire. Perché proprio il mercato insegna che anche solo il 3% in meno di affari, può fare un bel danno.

(dal sito www.liberazione.it)

Gran Bazar Mussolini

Di Ilvo Diamanti

Domenica scorsa, tardo pomeriggio, sono passato per Rimini con la famiglia. Il tempo di una vasca lungo le vie parallele al lungomare, in attesa di recarci a cena da amici. Ci siamo, così, tuffati in mezzo ai turisti che, di ritorno dalla spiaggia, sciamavano, in massa, costeggiando un’infinita teoria di botteghe, bar, ristoranti, pizzerie, minimarket, fast-food, gelaterie, pasticcerie, piadinerie. Come in ogni città turistica che si rispetti. E Rimini non è “una”, ma “la” città turistica del lungomare di Romagna. Una città speciale, capace di non perdere la propria identità.
Perché Rimini ha un centro storico molto bello e ben tenuto. Una società (e una classe dirigente) locale ancora solida e resistente. Una storia e una tradizione artistica e culturale di tutto rispetto. Come rammentano le vie del lungomare che echeggiano i film di Federico Fellini. Rimini è una città “memorabile”, in senso letterale: degna di memoria. Oltre l’amarcord: anche per la spiaggia, il lungomare e le vie dedicate allo struscio dei turisti. Il vecchio e il nuovo, insieme.
Questa breve visita occasionale mi ha, tuttavia, riservato una scoperta inattesa. L’immagine del duce, Benito Mussolini, disseminata lungo il passeggio commerciale. Esposta in numerosi negozi (davvero tanti). Mussolini: in vendita, come un prodotto di consumo popolare. Tra una piadina e la coca-cola, ecco il busto del duce, in diversi formati, ma soprattutto la faccia del duce: su magliette, camicie, poster, bandierine, adesivi, quadretti già incorniciati, bicchieri e sottobicchieri, piatti, penne, sulle etichette di bottiglie di vino, dal contenuto improbabile.
Ma l’iconografia del Ventennio non si riduce alla sola immagine del duce – proposto perlopiù in primo piano, di profilo, la mascella volitiva e l’elmo bellicoso. Su t-shirt, poster, stoviglie e bottiglie incontriamo massime del duce e slogan del regime. Gli stessi che resistono – talora sbiaditi dal tempo, talora rinfrescati – ancora in alcuni edifici del tempo. Tipo: “è l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende”; oppure il noto “molti nemici, molto onore” … Inoltre, molte immagini del führer Adolf Hitler. Spesso accostato al Duce. Lungo il passeggio, in bella evidenza, un grande mobile- cantina, carico di decine di bottiglie allineate. Il sangiovese di Benito alternato al nero di Adolf. Tutto ciò esposto alla luce del sole (domenica sera era ancora forte e caldo). Senza pudore e senza problemi. Perché, evidentemente, un problema di pudore non esiste, in questo caso. Prodotti come gli altri.
Se dedico una Bussola a questo argomento, tuttavia, non è per manifestare indignazione. Anche se lo spettacolo mi ha dato fastidio. (Ma se infastidisce solo me, che problema c’è?). Tanto meno per sollecitare provvedimenti restrittivi e proibizionisti. Probabilmente non servono, sicuramente non mi piacciono. Neppure per sollevare polemiche sul revisionismo dilagante, sul rischio di un “nuovo fascismo” o sul silenzio della memoria democratica. Questioni troppo impegnative per inseguirne le tracce a partire da cavatappi, magliette, bottiglie e sottobicchieri. (E poi non scrivo mica su Famiglia Cristiana…).
E’ probabile, peraltro, che si tratti di un fenomeno più esteso. A Rimini (città di centrosinistra) appare più evidente perché luogo ad alta intensità turistica. Non lontano dalla terra del duce. I riminesi, che evitano le vie più affollate dai turisti, forse, non ci hanno fatto caso.
Comunque, nel passato, in alcuni mercati si incontravano (e ho incontrato) stand specializzati, che esponevano bottiglie fasciste, affiancate ad altre soviet-comuniste. Mussolini e Stalin vicini, in nome del vino. Poi, Stalin è scomparso. Mussolini, invece, resiste. E oggi fa concorrenza a Che Guevara (da tempo icona consumista, consumata negli accendini usa e getta e sulle copertine dei diari scolastici).
Nessuno scandalo. Anzi. Proprio questo mi ha colpito maggiormente: la “normalità” (neppure la normalizzazione) del fenomeno, ormai sospeso fra ideologia popolare e senso comune, fra politica e costume. La “banalizzazione del fascismo”, commercializzato come un prodotto qualsiasi. Un consumo nazionalpopolare (nazipop?). L’immagine di Benito impressa su una t-shirt – accanto a quella di James Dean, George Clooney, Ronaldinho e Homer Simpson. Un gadget. Fra una piadina, una crescia, una birra e una coca-cola. Una porchetta e un sangiovese. Nell’aria echeggia la voce di De André … “E un errore ho commesso – dice – un errore di saggezza abortire il figlio del bagnino e poi guardarlo con dolcezza. Ma voi che siete a Rimini tra i gelati e le bandiere non fate più scommesse sulla figlia del droghiere”.
Coro: “Ri-mi-ni”.

(26 agosto 2008)

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CAPOGRUPPO PDCI RIMINI): “OCCORRE CONTRASTARE IL CRIMINE, MA NESSUNA ACCONDISCENDENZA VERSO ATTEGGIAMENTI DA GIUSTIZIERI DELLA NOTTE”.

 

giustiziere della notte

 

Se davvero agenti della Polizia municipale si sono macchiati di abuso di potere occorrerebbe severità, quali fossero gli organi deputati a sancire questi episodi lo sappiamo, ma sappiamo altrettanto bene che si possono prefigurare anche ipotesi di sanzioni e possibilità do indagine da parte dell’Amministrazione comunale. Occorre chiarezza e soprattutto isolare gli esaltati che possono nascondersi anche nel corpo di PM riminese. Sentenze di condanna o assoluzione tout court non servono a reprimere eventuali abusi di potere. Chiedere chiarezza, soprattutto, non significa assolutamente criminalizzare il corpo dei vigili urbani riminesi, che sappiamo operare troppo spesso con difficoltà e carenza di mezzi.
Sta di fatto che da troppo tempo anche il PD è prono verso la demagogia sicuritaria della destra, anzi, insegue la destra che arriva ad approvare provvedimenti xenofobi che gli hanno valso la critica non dei comunisti ma di ampi settori dell’ambiente cattolico rappresentati da Famiglia Cristiana.
Provvedimenti che, va detto, non danno nessuna risposta alla sacrosanta richiesta di legalità dei cittadini, ma esasperano gli animi e procurano allarmi molto spesso infondati.
I reati vanno perseguiti. Nessuna indulgenza verso il crimine, ma nessuna accondiscendenza verso gli atteggiamenti da “giustizieri della notte”, atteggiamenti che laddove vengano accertati vanno perseguiti altrettanto risolutamente.

Una grande campagna per difendere gli spazi comuni

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/11777/0/293/

Nel primo numero di Carta di quest’anno scrivevo: “Per tutelare i diritti dei cittadini eddyburg propone di aprire nel 2008 una vertenza sulla questione degli spazi pubblici e d’uso pubblico nelle città. Si tratta della difesa dalla progressiva erosione di quella grande conquista che furono gli standard urbanistici”. Quella erosione degli spazi comuni si è sviluppata con la velocità di una frana. Oggi è più urgente che mai aprire quella vertenza, e farla diventare di massa.

Sta succedendo il finimondo. Le armate dei barbari galoppano nella corsa forsennata alla privatizzazione di tutto ciò che è comune, pubblico, di tutti. Gli uomini di Berlusconi, preceduti dalle staffette mercatistiche di centro-sinistra, approvano leggi che consentono di costruire residenze nelle aree destinate ai servizi pubblici. Spingono i comuni a vendere, o comunque “valorizzare”, i loro patrimoni immobiliari. Le residenze di proprietà pubblica destinate ai meno abbienti vengono cedute in proprietà. I comuni sono spinti ad allargare l’area delle lottizzazioni urbanistiche (prive d’ogni utilità sociale) per sottrarsi alla morsa finanziaria mediante la distrazione dal loro impiego naturale degli oneri di urbanizzazione. Non basta che piazze e marciapiedi siano invasi dalla ferraglia delle automobili, adesso diventano sempre più privatizzati dall’espansione recintata di caffè e ristoranti: aumenta il gettito della tassa sul plateatico, diminuisce lo spazio pubblico disponibile per i cittadini. Non parliamo delle spiagge, non parliamo dei parchi e delle riserve naturali, né dei musei e dei monumenti, che una visione aggiornata degli standard urbanistici inviterebbe ad aggiungere alle dotazioni degli altri spazi d’uso pubblico.

Questa cavalcata forsennata va arrestata. Non solo distrugge ogni componente territoriale del welfare, ma distrugge l’idea stessa di città. La città è un bene comune. Il suo cuore sono gli spazi comuni: è lì che gli individui diventano società. Uniamo le forze per la difesa degli spazi comuni; denunciamo ogni attentato al patrimonio di tutti. Costruiamo una rete per proteggerli.

Abuso di potere

Di Alessandro Robecchi, il manifesto 14 agosto 2008

 

Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l’obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata – almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi – dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un’ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo. A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d’Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l’unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare». Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l’inizio.
L’arrivo – ci siamo – è l’immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell’abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un’emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell’Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos’ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere. Ai tempi del colera.

L’allarme di Famiglia Cristiana «Rischio di un nuovo fascismo»

Ma per il Pdl sono «cattocomunisti»

Tullia Fabiani http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78002

Per liquidare le accuse invece che rispondere sui contenuti, gli uomini del Governo tirano in ballo il cattocomunismo. Una categoria datata e passata alla storia. O lanciano un termine di nuovo conio, pensato ad hoc e allora quelli di “Famiglia Cristiana” diventano criptocomunisti. Magari cristiani, ma in fondo in fondo comunisti. E la polemica sta tutta qua. Senza argomenti. Perché «non si hanno argomenti e allora si lanciano accuse fuori luogo», risponde Don Antonio Sciortino, direttore del settimanale.

«Oggi cattocomunista non significa più nulla» spiega Sciortino in una intervista a La Stampa, e «noi usiamo con tutti lo stesso metro». Perché l’unico schieramento riconosciuto dalla rivista dei Paolini è quello «con le famiglie». Così come vengono date precisa priorità sui temi politici, e una di queste è la povertà, sempre più diffusa, su cui «non si fa nulla. Anzi si getta fumo sull’opinione pubblica per nascondere l’incapacità di dare risposte concretee».

Ma a replicare alle critiche della maggioranza dopo l’editoriale in cui il settimanale dei Paolini contestava la politica del governo in materia di sicurezza, non è solo il direttore. Dopo le accuse del sottosegretario Carlo Giovanardi, di dribblare sui fatti e «non rappresentare la vera dottrina della Chiesa», arriva la risposta di Beppe Del Colle in un articolo di prossima pubblicazione, nel quale si ribadisce: «Siamo e saremo sempre in prima linea su tutti i temi eticamente irrinunciabili». Citando poi un rapporto dell’organizzazione Esprit, si augura che «non sia vero il sospetto» che in Italia «stia rinascendo il fascismo sotto altre forme».

E rinfresca un po’ la memoria a chi sembra perderla quando fa comodo: «Una volta eravamo conosciuti come un giornale di gente coraggiosa, ‘inviati’ che andavano nell’Est europeo, sfidando polizie occhiutissime, a cercare le testimonianze del lungo martirio dei cristiani sotto il comunismo», scrive Del Colle in un editoriale del prossimo numero in edicola. «Non siamo mai cambiati nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani. Eppure, di tanto in tanto arrivano lettere: siete cattocomunisti. Perché? Perché critichiamo l’attuale governo, come abbiamo fatto con tutti i governi, anche democristiani, quando ci sembrava giusto e cristiano farlo».
E proprio a Giovanardi e ai suoi colleghi sottolinea: «No, onorevole. Non siamo cattocomunisti. Tantomeno ‘criptocomunisti’, come dichiarato dal loquacissimo Gasparri e da altri politici (Rotondi, Bertolini, Quagliariello), senza argomenti. Abbiamo definito ‘indecente’ la proposta del ministro Maroni sui bambini rom perché da un lato basta censirli, aiutarli a integrarsi con la società civile in cui vivono marginalizzati, ma dall’altro bisogna evitargli la vergogna di vedersi marcati per tutta la vita come membri di un gruppo etnico considerato in potenza tutto esposto alla criminalità».
Inoltre se tali politici pensano che la linea del settimanale sia antagonista a quella delle gerarchie,a titolo di cronaca viene osservato: «Nessuna autorità religiosa ci ha rimproverato nulla del genere. E Giovanardi non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale». Come pure Gasparri «non abilitato a dare patenti di cattolicità», tra quelli che «predica bene e razzola male», richiama Sciortino.

Un linguaggio duro quello usato da Famiglia cristiana. «Sbagliato» secondo il ministro per l’Attuazione del Programma di Governo Gianfranco Rotondi. Ma non secondo la maggior parte dei lettori che li invitano «ad andare avanti con coraggio».

Il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, ha dato mandato ai suoi avvocati per «querelare don Antonio Sciortino, per le espressioni ingiuriose usate nei miei confronti in una intervista a ‘La Stampa’». E aggiunge: «Sono rammaricato per la caduta di stile di una persona travolta da un crollo di vendite oggi documentato anche dal ‘Sole 24 Ore’». Affermazione che nello stile certo non brilla.

A differenza del commento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta: «Come sapete non faccio polemiche. Mi astengo».