Archivio mensile:luglio 2008

Sul VII Congresso del PRC

Ho letto diversi articoli sul tanto atteso intervento di Bertinottti al Congresso del PRC. Gli inviati hanno sostenuto che l’ex Presidente della camera e Segretario del Prc abbia fatto autocritica, a me non è sembrato dalle letture. Il punto però non è tanto questo, perchè credo che a fronte della Caporetto della sinistra alle elezioni il minimo che i leaders dei  partiti possano fare è proprio l’autocritica, anche se ormai rischia di essere solo acqua fresca nel mare tempestoso in cui ci ritroviamo a navigare. La sfida vera è come reagire alla botta che abbiamo preso, che progetto mettere a disposizione non tanto dei gruppi dirigenti quanto della nostra gente per tornare ad essere forza di rappresentanza e di trasformazione nella società.

Allora trovo molto interessanti e condivisibili le parole di Bertinotti laddove dice che si deve “ripartire dagli avi” ripartire dalle “case del popolo, dalla non-delega”, ripartire dal “mutuo soccorso” per la partecipazione degli strati popolari e dei lavoratori nella gestione della cosa pubblica. Occorre insomma che il blocco sociale venga sollecitato dalla sinistra a riappropriarsi del proprio futuro e del proprio destino. In questo quadro occorre ripartire anche dal Sindacato, in particolare dalla CGIL che invece sta dimostrando una sudditanza rispetto al Pd e alla volontà di quel partito di attutire, sedare e quindi annullare il conflitto sociale che è presente e si esprime, da ormai molto tempo, con il voto di protesta alla Lega da parte degli operai iscritti alla FIOM.

Il prossimo autunno sarà una tappa per sancire la riprese non tanto della sinistra in Italia ma del conflitto sociale come elemento di emancipazione dei diritti delle classi subalterne, come strumento di difesa dei diritti.

Quei principi bruciati

Intervista a Stefano Rodotà: «Non c’è solo il lodo Alfano a minacciare l’uguaglianza. E’ in corso una revisione costituzionale quotidiana». Il manifesto, 24 luglio 2008

«In un breve lasso di tempo si è consumato in Italia un cambiamento istituzionale e costituzionale di enorme portata. Anche se sia da parte di chi l’ha promosso, sia da parte di chi non è in grado di contrastarlo efficacemente, si tenta di ridurne la rilevanza. Prima continuavano a dire che non bisognava demonizzare Berlusconi, adesso si preoccupano di non rompere le condizioni del dialogo…» Stefano Rodotà esordisce così e lungo un’ora di conversazione non abbasserà la gravità della sua diagnosi.
Si può parlare di un cambio di regime, senza sentirsi rispondere che non c’è il fascismo alle porte?
Quella sul regime mi sembra una disputa nominalistica. Chiamiamolo come ti pare, io registro i fatti. Prima c’è stato un cambiamento del sistema politico indotto dalla legge elettorale. Adesso c’è un’accelerazione evidente della pressione sul sistema costituzionale. Che non incide soltanto, come s’è sempre predicato che si doveva fare, sulla seconda parte della Costituzione: tocca pesantemente la prima. Il principio di uguaglianza è stato violato eclatantemente, e tutto il quadro dei diritti è in discussione.
Ti riferisci al lodo Alfano?
Ovviamente, ma non solo. Mi riferisco al razzismo delle impronte ai bambini rom, alla xenofobia discriminatoria dell’aggravante per i clandestini, alla logica dei tagli in finanziaria che produrrà ulteriori diseguaglianze sociali, all’idea della stratificazione di classe ratificata con la tessera dei poveri. Come diceva…., i princìpi costituzionali non sono dei caciocavalli appesi: per essere effettivi richiedono una strumentazione adeguata. Una finanziaria come quella che stanno votando non è una strumentazione adeguata. E un’altra strumentazione decisiva gliela toglierà la riforma del sistema giudiziario annunciata per l’autunno.
Ma nel discorso corrente il sistema giudiziario non ha niente a che vedere con i diritti, è solo la macchina persecutoria di Silvio Berlusconi...
E invece l’autonomia della magistratura fu voluta dai costituenti – l’hanno ricordato Scalfaro e Andreotti – proprio come garanzia che i diritti delle minoranze non venissero cancellati dalla maggioranza di turno. L’autonomia non garantisce i magistrati, garantisce i cittadini. E mette un limite alla legittimazione politica: dice che la legittimazione popolare non autorizza chi vince le elezioni a mettere le mani sui diritti. L’esatto contrario del discorso di Berlusconi per cui chi vince può fare quello che vuole, e per fare quello che vuole dev’essere immunizzato dall’azione della magistratura. E’ un punto cardinale dell’impianto costituzionale, se cade questo scricchiola tutto. La ministra francese della giustizia, aveva provato a fare un discorso simile a quello della destra italiana, ma è stata subito bloccata. In Italia invece gli anticorpi non ci sono, o quelli che ci sono non bastano. Ha ragione Zagrebelsky: o la Costituzione la si rilegittima non a parole ma a partire dai comportamenti dell’opposizione, o decade di fatto. Senonché come ben sappiamo è stata proprio la parte maggioritaria della sinistra ad aprire una breccia alla sua delegittimazione, insistendo per anni su una revisione della seconda parte della Carta che fosse funzionale all’efficienza del sistema politico, invece di verificare che fosse adeguata a rendere effettivi i principi della prima.
A proposito, di recente D’Alema, e con lui 15 fondazioni politico-culturali, ha rilanciato la forma di governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco, con relativa autocritica sugli esiti di presidenzialismo strisciante del bipolarismo forzoso. Tu sarai contento, o no?
Certo che sì, proposi il sistema tedesco, con Aldo Tortorella, già quando si discuteva del Mattarellum. Ben venga questo rilancio oggi. Però, che il bipolarismo portasse agli esiti cui ha portato era prevedibile ed era stato previsto. E che Berlusconi volesse la bicamerale per riformare la giustizia lo si sapeva.
Anche se va ricordato che in alternativa alla bicamerale Berlusconi agitava l’assemblea costituente…Torniamo a oggi: che margini di intervento ha la corte costituzionale sul lodo Alfano?
E’ un’incognita decisiva. Ovunque il ruolo delle corti diventa sempre più decisivo, a cominciare dagli Stati uniti. Prima o poi il lodo Alfano arriverà davanti alla consulta, come pure l’aggravante per i clandestini. E voglio sperare che non si accuserà di faziosità il primo giudice che solleverà una questione di costituzionalità: nell’un caso e nell’altro è ben difficile sostenere che sarebbe «manifestamente infondata». L’appello dei cento costituzionalisti sul lodo Alfano poteva essere letto come un invito al presidente della Repubblica a non firmarlo, ma è comunque un avallo per i giudici a sollevare la questione di costituzionalità.
Ancora sull’uguaglianza. Il Pd ha approvato con argomenti egualitari l’estensione delle impronte digitali a tutti: così si sarebbe evitata la discriminazione contro i Rom. Sei d’accordo?
No: sono stupefatto. Era già successo negli Stati uniti, che parte della cultura democratica usasse l’argomento della generalizzazione dei controlli come garanzia di uguale trattamento: non pensavo che l’onda sarebbe arrivata anche da noi. Sarebbe questa l’uguaglianza, essere tutti controllati e sorvegliati? Qui c’è solo un segno spaventoso di subalternità culturale.
Da presidente del Garante per la privacy hai suonato più volte l’allarme contro la società della sorveglianza. Ma l’hai suonato anche contro l’abuso delle intercettazioni. Ci vuole o no, un freno alle intercettazioni?
E’ un problema aperto dal ’96, fu Flick a presentare il primo disegno di legge. Nell’ultima legislatura, fra maggioranza e opposizione, di proposte ce ne sono state otto: se si fosse davvero voluto fare una legge equilibrata, la si sarebbe fatta. Ma in realtà quello che oggi vuole il governo non è disciplinare le intercettazioni, ma restringerle, ammettendole solo per pochi reati (fra i quali non quelli finanziari), ridefinendo i criteri di rilevanza e impedendone la pubblicazione fino al dibattimento. Con questi criteri, per dire, non avremmo mai saputo nulla del caso Fazio. Sarebbe una forma di censura sull’opinione pubblica, nonché un gigantesco dispositivo di privatizzazione delle informazioni, consegnate a poche persone che potrebbero farne un uso ricattatorio e segreto. Ci sono altri metodi per disciplinare l’uso delle intercettazioni e per proteggerle: siamo pieni di studi tecnici e giuridici in materia.
Tu sei un europeista convinto, hai contribuito a scrivere la carta europea dei diritti. L’Europa può giocare un ruolo positivo contro questo processo di de-costituzionalizzazione italiano?
Il ruolo dell’Europa è ambivalente. La direttiva sui rimpatri dei clandestini è una direttiva europea. Ma è europeo anche il voto del parlamento di Strasburgo sui Rom: come dire che laddove c’è un residuo di democrazia parlamentare c’è ancora qualche garanzia. La commissione europea va giù dura sui diritti, ma il parlamento quando può la blocca. E se la carta dei diritti diventasse finalmente vincolante, entrerebbe in campo anche la corte europea: a quel punto le direttive sui rimpatri potrebbero essere impugnate.
Insomma, una pluralità di poteri giocherebbe a favore dei diritti?
Sì. E penso che dobbiamo augurarci che il trattato di Lisbona entri in vigore, per la carta dei diritti e per la corte di giustizia. Sono tutte scommesse, intendiamoci, ma di fronte alla stretta che si avverte in ciascun paese europeo – due esempi: in Gran Bretagna hanno portato a 42 i giorni di custodia cautelare senza garanzie; in Svezia vogliono mettere sotto sorveglianza ogni forma di comunicazione elettronica – dobbiamo puntare sull’Unione.
Lavoro: anche lì allarme rosso?
Sì, per il ridimensionamento del ruolo del sindacato e per la messa in discussione del contratto collettivo. Che altro non significa che la dimensione sociale e politica, non individuale, del lavoro. E poi, per le letture tutte in chiave esistenziale che sento dare del precariato, come se non fosse una condizione sociale di massa che richiede politiche sociali all’altezza.
Caso Eluana: come lo leggi?
E’ un caso emblematico di come l’ampliamento delle libertà personali comporti un di più di politiche sociali. Il cosiddetto «diritto di morire», altro che essere complice dell’individualismo, della solitudine e del narcisismo come si sostiene, implica forti strategie di solidarietà e di responsabilità: dalle cure palliative alle strutture di sostegno. Dobbiamo rilanciare la dimensione sociale dell’esistenza umana, contro l’individualismo imperante che non dà né uguaglianza né libertà.

Stanno divorando il territorio

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Stanno divorando il territorio. Due sono i binari sui quali corre il treno del berlusconismo urbanistico: libertà di costruire ovunque infrangendo ogni regola, e privatizzazione dei patrimoni pubblici territoriali.

Due obiettivi, due pratiche che costituiscono un dispositivo con pericolosi elementi di trasversalità partitica, testimoniata se non altro dall’indifferenza con la quale le opposizioni guardano a ciò che sta accadendo.
Sul terreno delle norme nazionali, nella XIV legislatura si era riusciti a fermare la Legge Lupi; nella XV si stava approdando a un risultato condiviso e convincente, la XVI appare come quella che rende concreti – surrettiziamente – i progetti di sregolazione del territorio e privatizzazione dei beni pubblici teorizzato e avviato in Lombardia e abbracciato dal neoliberalismo all’italiana.
Sul terreno dell’azione politica e amministrativa le regioni sembrano scivolare, in forme diverse ma confluenti, verso le pratiche sregolative e privatizzatrici; tentano di strappare allo Stato pezzi di autonomia e poi la subdelegano ai comuni o, nei casi peggiori, alle imprese, rinunciando comunque ad esprimere i propri interessi territoriali mediante la pianificazione. Le province boccheggiano tra l’abulia e l’attesa del loro scioglimento. I comuni sono abbandonati alla contraddizione tra lo strangolamento finanziario e le aspettative della popolazione in materia di welfare, oggettivamente sollecitati a svendere il territorio agli interessi della rendita per ottenere un po’ d’ossigeno..
Sul terreno della cultura l’accademia di affanna a conservare i propri privilegi e gli esperti si occupano d’altro.
Naturalmente, in tutti i campi, salvo rare eccezioni. Ma su tutto grava la pesante nuvola di un’ideologia, largamente condivisa, che vede nella crescita del PIL l’unica speranza di salvezza e nel mercato l’unico regolatore di ogni attività sociale.
Soffermiamoci su un evento, pernicioso di per se e tappa di un processo in corso: il decreto legge 112 del 25 giugno 2008, che nel pieno delle ferie agostane dovrà essere ratificato dal Parlamento. Il titolo è “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. Quattro articoli almeno incidono pesantemente sul territorio e sui beni comuni. Siamo stati i soli a segnalarli, ma l’eco è stata debolissima. Riassumiamo i contenuti.
Il patrimonio di edilizia abitativa degli istituti delle case popolari deve essere venduto a prezzi stracciati: prioritariamente agli attuali inquilini, ma poi sul mercato libero (articolo 13).
Comuni, province e regioni sono stimolati a redigere il Piano delle valorizzazioni immobiliari: per sopperire alle decrescenti risorse concesse dalla fiscalità statale sono sollecitati a vendere suoli ed edifici, modificando le destinazioni d’uso se serve ad accrescerne il valore di mercato: naturalmente, in deroga alla pianificazione urbanistica (articolo 58).
Ma le deroghe sono ancora più consistenti per interventi ancora più suscettibili di indurre trasformazioni sull’assetto delle città e dei territori: la norma che a suo tempo tentò di introdurre l’on. Capezzone quando militava nel centro-sinistra, e che era stata fortunatamente bloccata in extremis, viene riproposta ora che l’on. Capezzone ha mutato schieramento, ma ancora peggiorata: chi vuole costruire una fabbrica o un albergo – o una pluralità di fabbriche e di alberghi – su una parte del territorio dove la pianificazione urbanistica prevede altre utilizzazioni, e dmagari la presenza di beni culturali e paesaggistici e le condizioni di rischio prescrivano tutele, può farlo con procedure acceleratissime e senza praticamente la possibilità di interferire nel processo della decisione, sostanzialmente affidata all’autocertificazione (articolo 38).
Ulteriori deroghe e ulteriori trasferimenti di risorse dal pubblico al privato promuove il “piano casa”: per realizzare edilizia sociale i comuni sono sollecitati a cedere suoli (magari destinati a spazi pubblici o al verde o all’agricoltura) a imprese private che si impegnino a realizzare edilizia residenziale da assegnare a determinate categorie di utenti a prezzi concordati; trascorso un decennio, entreranno in pieno possesso degli immobili realizzati sulle aree, con le edificabilità e le risorse finanziarie della collettività (articolo 11).
È lo stravolgimento di regole, procedure e pratiche che furono avviate nell’ambito dello stato liberale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, con i primi piani regolatori, gli espropri per pubblica utilità, la realizzazione di edilizia residenziale pubblica, i primi vagiti della tutela de beni culturali e del paesaggio. L’evoluzione proseguì nell’epoca fascista, con l’ampliamento degli interventi di edilizia sociale, le leggi di tutela dei beni artistici e storici e del paesaggio, una più matura disciplina urbanistica. Si sviluppò – conclusa la fase anch’essa per altri versi devastatrice della ricostruzione postbellica – nel nuovo clima della democrazia popolare e di massa con il consolidamento e la generalizzazione della pianificazione urbanistica, un coerente dispositivo di intervento pubblico nell’edilizia abitativa finalizzato a soddisfare in modo differenziato le diverse fasce di esigenze, l’introduzione generalizzata delle tutele tra le componenti prioritarie dell’uso programmato del territorio.
Un’evoluzione che non aveva condotto ancora a un quadro privo di contraddizioni e di carenze. Non era stato risolto il nodo dell’appropriazione privata delle rendite causate dalle scelte e dagli investimenti pubblici: solo limitatamente e temporaneamente si era riusciti a incidere su di esso, con l’estensione delle aree destinate a essere rese pubbliche per la realizzazione della residenza (1962) e di spazi pubblici (1967). Si erano comunque tenuti fermi, e anzi consolidati, due cardini: il primato delle decisioni e degli interessi pubblici nel governo delle trasformazioni del territorio e nella garanzia di una sua visione sistemica, la presenza e l’allargamento di una quota del patrimonio immobiliare di proprietà collettiva. Sono questi due cardini che la politica urbanistica promossa del governo Berlusconi IV sta precipitosamente smantellando.
Chi può opporsi? In teoria molti soggetti.
In primo luogo i partiti dell’opposizione, dentro e fuori il Parlamento. Ma di tutto sembrano occuparsi, salvo che dello stato delle città e del territorio, e quindi della vita della società attuale e futura.
Poi gli altri livelli delle istituzioni repubblicane: le regioni, le province, i comuni, cui è affidata gran parte della gestione di quelle norme eversive che abbiamo segnalato. Ma essi, salvo rarissime eccezioni, sembrano affannarsi nel tentativo di impadronirsi delle briciole di uno “sviluppo” che, a voler essere ottimisti, non porta lontano (e a essere realisti porta alle catstrofi).
Resterebbe il popolo, ma questo è in largissimo misura conquistato dall’ideologia dominante (che in Italia ha rivelato perfino pesanti risvolti razzisti), propagandata da quel potentissimo strumento di formazione del pensiero che è il duopolio Mediaset-Rai (in ordine d’importanza). Quando esprime la sua protesta, la mancanza di risposte da parte della politica lo induce a gettarsi nella sterilità dell’antipolitica.
Per chi ha conservato lucidità e spirito critico, per chi non si è lasciato conquistare dall’ideologia corrente e ha conservato la memoria, o la speranza, d’una città e una società più giusta, l’imperativo è uno soltanto: resistere. Come però? Si deve sviluppare un’inventiva durevole, e si deve manifestare uno spirito pratico alimentato dalla consapevolezza della posta in gioco e dalla disponibilità a pagare qualche prezzo di persona.
Intanto bisogna convincersi che non ci si salva da soli. Nessuna associazione, nessun gruppo, nessun comitato o aggregazione di comitati, di gruppi, di associazioni si può salvare da solo e può salvare da solo il territorio dalla devastazione in corso. Occorre abituarsi a lavorare insieme, a superare ogni residuo di pratiche egoistiche o corporative.
Ci sembrano urgenti due piani di lavoro: la comunicazione, il monitoraggio della legislazione.
Sul primo punto bisogna tener conto che l’impoverimento del linguaggio, la distrazione dei media, la scarsa cultura specifica dei decisori e dei comunicatori, la stessa complessità del glossario degli operatori del territorio (in primis degli urbanisti) richiede di compiere uno sforzo notevole di semplificazione del linguaggio, di esemplificazione pratica degli effetti delle scelte sbagliare e di quelle virtuose. Su questa base bisogna fare ogni sforzo per raggiungere l’opinione pubblica utilizzando gli strumenti più adatti a questo scopo.
Sul secondo punto, bisogna in qualche modo sopperire al lavoro che una volta facevano i partiti di massa, che oggi si potrebbe attendere dal “governo ombra”, ma che in realtà nessuno compie: monitorare il processo di produzione delle leggi in materia, divulgare la conoscenza e la valutazione dei loro contenuti ed effetti, aiutare ad opporsi e a gestirle quando entrino in vigore.
Parallelamente a tutto ciò, bisogna impegnarsi – in primo luogo chi dispone degli strumenti idonei allo scopo – a risvegliare nelle persone lo spirito critico, la capacità di leggere dietro le parole correnti e le loro mistificazioni. Come ha scritto Franco Cordero, nel suo articolo su la Repubblica di oggi, “nell’Italia rieducata da Mediaset parola e pensiero sono drasticamente ridotti: circola un italiano «basic», vocaboli combinati in sintagmi che l’utente trova prêts-à-dire, senza fatica mentale; glieli forniscono speaker, giornali, politicanti”. Come ha detto Moni Ovadia, nel suo bellissimo intervento alla manifestazione del 7 luglio a Piazza Navona (qui sotto potete scaricare l’audiovisivo), “la perversione comincia dal linguaggio”. Dobbiamo innanzitutto riappropriarci delle parole, costruire il senso di un’alternativa all’ideologia dominante.Sul decreto 112/2008 abbiamo pubblicato un articolo di Edoardo Salzano,

 

Continua il grande furto, uno di Giuseppe Palermo, Un decreto legge devastante, e uno di Gianfranco Cerea, Una casa popolare ma non per tutti, da Lavoce.info, con una postilla di eddyburg. In calce potete scaricare gli articoli 11, 13, 38 e 58 del decreto legge

Dichiarazione sui licenziamenti in Rimini Fiera

Rimini, 23 luglio 2008
Comunicato stampa

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (CAPOGRUPPO PDCI) SU LICENZIAMENTI ALL’INTERNO DI RIMINI FIERA SPA

Apprendiamo dalla stampa la notizia del licenziamento di due lavoratori a Rimini Fiera. Licenziamento determinato dal fatto che si è scelto di esternalizzare il servizio in cui erano occupati e questo rappresenta un fatto grave soprattutto perché Rimini Fiera è ancora controllata dal pubblico. Da tempo lo diciamo: l’esternalizzazione dei servizi non produce risparmio e addirittura, come in questi casi, provoca licenziamenti.

L’Amministrazione comunale, socia di maggioranza, deve intervenire sulla discrezionalità di scelte operate come se si fosse grandi manager di aziende a capitale privato, ma con la garanzia che le risorse che arrivano e che si gestiscono sono risorse della collettività e ciò determina una sorta di inamovibilità del quadro dirigenziale.

È gravissimo il fatto che in un’azienda privata solo formalmente, ma pubblica nel capitale e nelle modalità di nomina del CDA, i rapporti tra azienda e sindacato siano a livello di ferriera dell’ ‘800. Occorre che i rappresentanti del CDA nominati dal Comune lavorino per arrivare ad un accettabile livello di confronto tra vertice e organizzazioni dei lavoratori, visto soprattutto il fatto che la proprietà è a maggioranza pubblica quindi di tutti i cittadini riminesi; così come occorre un preciso impegno di quei rappresentanti ad evitare il licenziamento dei due lavoratori.

Rimini

Rimini, 21 luglio 2008

Di Eugenio Pari

La vicenda dello stadio dopo anni sta forse arrivando al suo triste epilogo, triste per i cittadini riminesi che si vedranno sottratte altre migliaia di metri quadrati (44.000) in favore di ulteriori appartamenti (5-600).
La “madre di tutte le varianti” che Sindaco, vicesindaco e assessore all’urbanistica hanno voluto portar avanti a tutti i costi rischia di essere la debacle per il centrosinistra riminese, non perché un gruppo di consiglieri si è fin da subito detta contraria, ma perché questo intervento è lontanissimo dalle idee di utilità e necessità dei cittadini. Cittadini che invece nel 2006 hanno affidato al Sindaco Ravaioli un mandato preciso: fermare l’espansione urbanistica toppe volte irragionevole arginando la rendita immobiliare per indirizzare le enormi risorse destinate alla speculazione e a vantaggio di pochi, su indirizzi produttivi a vantaggio di molti.
Non riuscire a comprendere che tanti cittadini riminesi, elettori fino a ieri del centrosinistra, non condividono questo modo di governare significa che l’azione di questa Amministrazione è asfittica e miope e che continuando così si consegneranno all’astensione, vedi il caso di Roma, migliaia di cittadini.
Quella dello stadio è la prima di numerose varianti che produrranno un’ulteriore e inarrestabile colata di cemento nella nostra città. Basti pensare ai famigerati project financing, alla prossima variante di Rimini nord (altri 600 appartamenti) interventi al di fuori di qualsiasi livello di pianificazione e quindi di intervento diretto degli organi democraticamente eletti come il Consiglio comunale. Interventi decisi, discussi e ponderati nella contrattazione tra soggetti privati e alcuni amministratori attorno ad un tavolo. Un tavolo di pochissime persone che decidono sulle sorti di una città dove i costruttori attraverso la rendita pensano al profitto, e alcuni amministratori a progetti faraonici per propaganda elettorale al costo di sfiancare la nostra città e di sfibrarne il tessuto sociale. Gli interessi dei cittadini che non trovano posto negli asili nido, quelli che non hanno accesso al diritto alla casa per i costi troppo alti degli immobili derivati dalla rendita immobiliare, quelli che per fare cinque chilometri ci mettono un’ora di macchina, quelli che non hanno centri di aggregazione o aree verdi, come si pensa di rappresentarli?
La variante stadio è l’ulteriore riprova del fatto che le cose a Rimini non sono cambiate nonostante le promesse di discontinuità nelle politiche urbanistiche, ci si è concentrati solo a denigrare il PRG vigente per poi attuare delle varianti che ne aumentavano le capacità edificatorie. La variante stadio rischia di rappresentare il fallimento di quanti aderendo alla coalizione guidata da Melucci e Ravaioli hanno pensato si potesse dar seguito agli impegni di riqualificazione e innovazione diffusa per la nostra città.
I project financing che privatizzeranno i lungomari trasformandoli in centri commerciali, come se quelli costruiti negli ultimi anni non fossero bastati, rischiano di produrre danni irreparabili al tessuto economico riminese. Infatti le centinaia di imprese turistiche che determinano il volto e il carattere della nostra offerta, quindi le centinaia di famiglie, rischiano di venire travolte dalla costruzione di grattacieli, hotel e centri commerciali stile bunker costiero. Con chi si e dove è discusso lo stravolgimento del economico, turistico e commerciale della nostra città? Chi ha deciso di continuare sulla scelta perdente di una economia sempre più basata sul consumo? I cittadini, gli operatori economici che voce in capitolo hanno avuto? I nostri elettori erano informati delle possibili e reali conseguenze di questi progetti? Purtroppo no!
Penso, in conclusione, che i destini della nostra città debbano tornare nelle mani dei nostri concittadini, che a Rimini vivono, lavorano, si muovono e cercano occasioni perché non possono essere riconducibili a interessi economici dei poteri forti. Le città, non solo Rimini, invece sono abbandonate al mercato e il mercato pensa solo agli interessi immediati

Dichiarazione sulla sicurezza e l’utilizzo dei volontari della protezione civile

Di Eugenio Pari

Rimini, 16 luglio 2008

Un cittadino riminese domenica, dopo aver letto dell’incendio all’ex Palace Hotel, mi ha informato del fatto che nel tardo pomeriggio di venerdì ha ripetutamente chiamato la sala radio della Polizia municipale per avvisare del fatto che diverse persone stavano forzando le impalcature per entrare all’interno dell’edificio.
Per tutta risposta, l’operatore dimostrò di non sapere dove si trovasse l’edificio, sarebbe interessante sapere se agenti della Polizia municipale si sono comunque recati a verificare quanto riportato e se no per quale motivo.
Credo sia piuttosto facile dimostrare la veridicità o meno di questa vicenda in quanto, immagino o almeno spero, che le telefonate siano registrate.
Tutto questo lo dico perché forse sarebbe più opportuno ragionare su un diverso utilizzo delle forze dell’ordine piuttosto che incaponirsi nell’organizzazione di pattuglioni anti abusivismo.
Peraltro, ho sempre pensato che i volontari della protezione civile fossero da impegnare nel caso di fenomeni di calamità o di soccorso verso la popolazione, l’utilizzo che invece l’Amministrazione attraverso l’assessore alla PM ne fa porta a pensare che l’abusivismo da questione di sicurezza è forse diventato
una calamità per la nostra città?
Sul carattere di ronda di questa iniziativa, non ci sono retropensieri, ma le dichiarazioni dell’assessore a commentare l’iniziativa, rilasciate domenica sul bagnasciuga  “basta la sola nostra presenza per farli scappare (gli abusivi)”.

Arrivano 20 mila esuberi. 10 mila nell’industria, altrettanti nei servizi (Telecom, Poste, Alitalia)

Cremaschi, «i bassi salari non hanno slvato le imprese ma acuito la loro crisi tecnologica e di innovazione»

Tagli all’occupazione, questa la formula proposta dalla classe dirigente del nostro capitalismo “straccione” di fronte alla crisi economica internazionale

A fronte di una produzione industriale in calo del 6,6% le aziende italiane rispondono con un piano di investimenti all’estero e con la riduzione di 10 mila posti di lavoro. Una cifra che sale fino ad oltre 20 mila se si considerano Alitalia, Telcom e Poste.
Ad essere investite dalla crisi è sia il settore pubblico che privato, da Nord a Sud, sia nella grande che nella media e piccola industria. E non ne sono esclusi neanche i servizi. Non si tratta di caro petrolio e calo dei consumi, o almeno non solo. Le cause principali sono da addebitarsi ad una classe padronale che non ha saputo – e voluto – investire i profitti nello sviluppo economico del Paese. Nessuna innovazione tecnologica nei processi produttivi e nei prodotti, nessun adeguamento ai nuovi mercati internazionali, né tanto meno ristrutturazioni aziendali capaci di rilanciare e ricollocare le produzioni e tener testa alla concorrenza mondiale. Anzi, in aggiunta, in alcuni casi ci si trova di fronte a squilibri finanziari e costi strutturali eccessivi.
Si pensi solo al caso Fiat, che mentre ricorre alla cassa integrazione nazionale – quella che lo Stato non gli ha mai negato chiedendogli conto dei profitti incassati in tanti anni – apre impianti nell’Est europeo dove la manodopera si sfrutta meglio e si paga meno. Da ultimo, ha siglato un accordo con il nemico numero uno degli Usa, l’Iran, per avviare un impianto di assemblaggio che arriverà a produrre, a pieno regime, circa 100 mila vetture.
L’elenco degli esuberi è lungo e drammatico. Nel settore degli elettrodomestici si va dalla Iar Siltal (950), alla Electrolux di Scandicci (750), alla Antonio Merloni di Fabriano (600), alla Riello di Lecco (148). E ancora, nell’elettronica sono interessate STM (1.500) e Videocon (1.000), nella comunicazione Eutelia (772), ed infine nell’arredamento, in Basilicata, la Natuzzi (1.200) e la Nicoletti (450). Per arrivare fino alle tre grandi società, a metà tra pubblico e privato: Alitalia (6.000), Telecom (5.000) e Poste (2.000).
E mentre migliaia di lavoratori rischiano il proprio posto di lavoro, c’è chi suggerisce come soluzione alla crisi occupazionale il ricorso ad «un ammortizzatore sociale che accompagni le persone a nuovi lavori, finanziato privatamente da aziende e lavoratori». A proporlo al ministro Sacconi e ai sindacati è Innocenzo Cipolletta, il presidente delle ferrovie dello Stato, che parla di «un sistema di cassa integrazione diverso e senza lo Stato, gestito dalle imprese e dai lavoratori».
Secondo Giorgio Cremaschi, della Segreteria nazionale della Fiom «il taglio occupazionale dimostra che l’Italia è, tra i Paesi industriali, uno di quelli che sta peggio avendo i salari più bassi, le condizioni di lavoro peggiori, gli orari di lavoro più alti». E ancora testimonia che la politica di bassi salari di questi anni non è servita «a creare una tenuta industriale del Paese». Di fronte a questa situazione, continua Cremaschi, «bisogna rispondere, bisogna sapere che c’è un bivio secco. Una è la linea del si salvi chi può e arrangiamoci liquidando qualsiasi elemento di solidarietà sociale. Ed è quella che propongono Governo e Confindustria e su cui temo ci sia il consenso, nei fatti, di Cisl e Uil. L’altra è quella di aprire una fase in cui, accanto alla tenuta dell’occupazione, c’è la difesa del salario e delle condizioni di lavoro. Il rischio più grave della situazione attuale è che provochi un ulteriore sprofondamento dei salari e delle condizioni di lavoro».

 

http://www.larinascita.org/

 

 

DICHIARAZIONE SULLE RONDE ORGANIZZATE A RIMINI

Di Eugenio Pari

Rimini, 13 luglio 2008

Il fatto che con la compiacenza di questa amministrazione si siano organizzate ronde contro l’abusivismo commerciale segna una svolta preoccupante nelle politiche di sicurezza e legalità a Rimini.
Oggi si organizzano ronde contro i vu’ cumprà, domani, con l’approvazione del “pacchetto sicurezza” del governo si potranno organizzare ronde contro i Rom e gli immigrati clandestini. Il modello di “giustizia fai da te” è un modello pericoloso che rischia di portare a dei punti di non ritorno fomentando solo le insicurezze dei cittadini senza fornire, invece, risposte alle sacrosante richieste di legalità e, come dimostrato, può pagare in termini elettorali, ma lascia del tutto irrisolte le sacrosante richieste di più sicurezza dei cittadini.
Sarebbe interessante sapere con quali risorse si sono pagate le attrezzature che i volontari della protezione civile, sotto la guida dell’assessore alla sicurezza Biagini, hanno utilizzato per il pattugliamento della spiaggia.
È strano che più ci si discosta dalle visioni politiche della destra a Rimini, più ampi settori della maggioranza riminese vivano con fastidio tali prese di distanza, mentre assistiamo ad una omologazione del Pd e del centrodestra sui temi della sicurezza e non solo.

Intervento nel Consiglio comunale sul tema della sicurezza

Di Eugenio Pari

Signor Presidente, Sig. Sindaco, Signori consiglieri,

la richiesta del cittadino di risolvere un problema di disagio per la presenza di attività illecite, deve avere come sbocco quello di trovargli una soluzione, non di fornirgli una pura e semplice spiegazione di quanto sta succedendo o, peggio, di fomentare queste paure in quanto la sicurezza è un elemento dello stato sociale e la legalità è il fondamento dello stato di diritto.

Il numero dei reati diminuisce non solo nella nostra città, ma nel Paese, al punto tale che secondo stime di istituti nazionali e internazionali l’Italia è il paese europeo con meno reati. Nonostante questo invece aumenta la percezione di insicurezza tra i cittadini. Una percezione che risulta ingiustificata se rapportata ai numeri reali. Perché avviene questo?

Prima di tutto perché c’è un deterioramento delle condizioni economiche e quindi sociali accompagnato ad un altrettanto progressivo restringimento dello stato sociale e quindi si produce una spinta che isola i cittadini sempre di più rendendoli maggiormente vulnerabili all’uso propagandistico della questione sicurezza. In questo contesto privo di elementi di conoscenza sui fatti, prevale l’approccio umorale e questo fenomeno non solo nella società riminese, ma nelle società occidentali, rischia di innescare e talvolta purtroppo innesca una guerra fra poveri. Il mio problema non è il raggiungimento di maggiori diritti e migliori condizioni di vita attraverso una lotta di rivendicazione che redistribuisca la ricchezza controllata sempre di più da meno persone, ma è l’immigrato che vive le stesse mie difficoltà e che però è più raggiungibile anche se come me è escluso dai bagliori della società del consumo. Si identifica insomma nel più debole, che è anche il più vicino, l’origine del disagio e ciò è sostenuto anche da mezzi di informazione e da una politica xenofoba.

Va da sé quindi che per affermare una politica della sicurezza non servono ronde di cittadini, ma politiche integrate delle istituzioni e delle amministrazioni per rimuovere le cause del disagio sociale promuovendo così l’inclusione di tutti e quindi la coesione nella nostra comunità.

Per governare sul fronte dell’affermazione di una cultura della legalità e quindi gestire il fenomeno sicurezza è necessario un coordinamento sugli obiettivi condivisi e realizzarli tenendo presente che gli organi dello stato come prefettura e questura e quindi polizia e carabinieri, hanno funzioni distinte da quelle del Comune e quindi della Polizia municipale. In sostanza le forze dell’ordine agiscono con l’intervento di polizia; la magistratura con l’esercizio del potere punitivo e delle misure alternative al carcere; le amministrazioni pubbliche ed in particolare i comuni con le politiche sociali, la rappresentanza dei cittadini e l’interpretazione delle esigenze del territorio.

La politica della sicurezza, quindi, non può essere costituita sull’improvvisazione e l’emergenza. Il problema della sicurezza deve essere governato in modo democratico e civile creando una strategia che deve vedere coinvolti e responsabilizzati i vari attori in campo a partire dalle stesse istituzioni pubbliche ma comprendendo la società civile, le associazioni, i comitati di cittadini, il tessuto economico e gli organi di informazione.

La questione è anche quella di una riqualificazione di aree e spazi della nostra città, non con centri commerciali o grattacieli, ma fornendo spazi, servizi, centri sportivi e sociali favorendo altresì iniziative in grado di promuovere forme di incontro, socialità, cultura e conoscenza reciproca. Ricollegare i legami sociali in un momento dove essi invece sono sfilacciati e disintegrati.

L’amministrazione nel nostro Paese e a Rimini è bloccata, al punto tale che se per ipotesi domattina il tribunale di Rimini si fermasse gli occorerrebbero cinque anni per smaltire tutte le pratiche in arretrato. Dov’è la certezza della pena nei confronti di chi delinque? Che senso ha richiedere più agenti di polizia se poi a fronte degli arresti nessuno li processa e quindi chi delinque viene rispedito in libertà con la possibilità di reiterare il reato? Allora, sig. Sindaco, mettiamo la stessa energia per richiedere un potenziamento dell’amministrazione della giustizia a Rimini così come ogni anno lo mettiamo per richiedere i rinforzi estivi.

Mi avvio a concludere e cito due interventi per non essere frainteso, perchè il tema delle infiltrazioni mafiose è un tema delicato non strumentalizzabile su cui però occorre che la nostra città alzi la guardia. Enzo Ciconte, che da parlamentare ha fatto parte della commissione giustizia e che poco tempo fa come consulente della Commissione parlamentare antimafia ha redatto un studio su questo tema commissionato dalla Regione Emilia Romagna. Ebbene egli ha sostenuto che “sono state molto poche le indagini della magistratura tese ad accertare passaggi di proprietà – spesso effettuati con danaro  contante e con somme superiori a quelle normalmente richieste dal mercato locale – che sono intervenuti nell’ambito di negozi, pizzerie, ristoranti, attività commerciali, palazzi e alberghi. In che termini ciò sia accaduto in riviera non è facile a dirsi soprattutto da documentare”.

Vi è poi una dichiarazione dell’allora capo della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) Gianni De Gennaro, che ebbe modo di sostenere “nella regione Emilia Romagna operano una serie di consorterie criminali, attive in tutti i settori dell’illecito, che pongono in essere modalità proprie del crimine organizzato secondo schemi comportamentali riconducibili a fattispecie normative dell’associazione a delinquere di stampo mafioso”. De Gennaro prosegue indicando le aree più colpite dalla criminalità fra le quali “la prima era la fascia litoranea ad alta densità turistico alberghiera, Rimini e i lidi ferraresi”.

Ecco perchè non possiamo abbassare la guardia e va rafforzato il robusto e diffuso reticolo democratico (Comuni, sindacati, associazionismo) che è storicamente presente nella nostra realtà come barriera a una più marcata diffusione della presenza mafiosa.

Infine, lei Sindaco e altri consiglieri, avete detto che su questi temi non c’è destra e non c’è sinistra e che si può cercare la strada per affrontare insieme questi problemi. Ebbene, io penso di no, perchè non credo possa essereci condivisione di obiettivi con chi a Milano inscena le ronde padane, mentre a Roma destruttura l’art. 41/bis del carcere duro ai mafiosi, o approva leggi che lo mettono al riparo dai processi, mentre nel pacchetto sicurezza vuole prendere le impronte digitali ai bambini rom non perchè delinquenti ma solo per il fatto di essere rom. Il Parlamento europeo, non il sottoscritto, ha definito questa proposta come un atto discriminatorio direttamente fondato sulla razza e l’origine etnica. Il solo fatto di essere zingari o immigrati per questo governo e per il centrodestra rappresenta un elemento da criminalizzare, un pre requisito penale e questi sono da tenere sotto controllo fin da bambini. Mentre per me la persona in quanto tale deve godere di diritti che iniziano dal momento della nascita, e soprattutto l’essere cittadino a prescindere dall’etnia o dall’appartenenza ad un altro popolo ci rende tutti uguali di fronte alla legge.

La Pianificazione in crisi

da www.eddyburg.it

La pianificazione è in crisi. Sono sempre meno quelli che ci credono, che l’applicano con coerenza, che individuano nella sua assenza (o nella sua utilizzazione perversa) i disastri della città e del territorio e i disagi dei suoi abitanti. Ma la pianificazione non agisce solo per la buona volontà e la capacità dei suoi tecnici, gli urbanisti.

Certo, questa volontà e capacità sono necessarie, ma insieme ad esse e forse prima di esse, è necessaria la politica. Poiché la pianificazione della città e del territorio è lo strumento che la politica, pensosa dell’interesse generale e del futuro della comunità, dovrebbe impiegare, coerentemente con le proprie strategie. Come potrebbe la pianificazione non essere in crisi quando in crisi profonda è la politica? E la politica è in crisi proprio perché sono venuti meno i suoi due requisiti essenziali: la capacità di guardare lontano, di saper delineare un progetto di società da costruire pazientemente conquistando il consenso necessario; la capacità di esprimere interessi capaci di rendere migliori le condizioni di vita della grande maggioranza della popolazione: capaci di divenire “interesse generale” della società.
È vastissima ormai la letteratura che illustra i modi e le regioni (e le devastanti conseguenze) di una politica che si è appiattita sull’immediato e sulla ricerca del consenso attraverso il solleticamento degli interessi più immediati. Di una politica che, anziché guidare l’economia, si è appiattita sull’economia data: quella per la quale l’unico obiettivo è la crescita esponenziale ed irrefrenabile della produzione di merci, il cui principale strumento la privatizzazione e la trasformazione in merce d’ogni risorsa materiale e immateriale, riproducibile e irriproducibile disponibile sull’intero pianeta. Schiava di un capitalismo la cui “manifestazione più evidente”, come ha scritto Piero Bevilacqua, “è la spinta impetuosa a trasformare la società in individui”, la politica ha perso ogni connessione con una società che possa definirsi tale. Non colloquia più con i cittadini, i partecipi di una comunità, né può esprimerli: si rivolge ormai alla “gente”, a una massa di individui ridotti a “clienti”, a meri compratori di merci sempre più “opzionali”, quindi inutili.
Del resto, l’ideologia che tende a costituire il “pensiero unico” di grandissima parte delle formazioni politiche, in Italia a altrove, è basata (come non ci stanchiamo di affermare) sulla dissoluzione dell’equilibrio tra la dimensione pubblica e la dimensione privata dell’uomo, sull’appiattimento sull’individualismo, sulla celebrazione come massimi valori del successo individuale, della ricchezza. Mentre per converso concetti come Stato, pubblico, collettivo, comune sono diventati tabù da evitare.
In definitiva dobbiamo concludere che, abbandonata dalla politica, l’urbanistica (e il suo strumento, la pianificazione) si è allontanata anche dalla società. Qui, forse, la ragione del suo declino. Ma qui anche, allora, la possibilità del suo riscatto, della sua ripresa. L’urbanistica infatti (ma preferiamo dire le ragioni della città come “casa della società”, come luogo, come prodotto e strumento di una comunità di cittadini) può ritrovare un suo ruolo e una sua utilità se si collega a quelle tensioni e interessi ch ormai si manifestano in quasi tutte le regioni d’Italia e si concretano spesso nella formazione e nelle attività di un numero crescente di “comitati”.
In questi anni i più attivi sembrano essere quelli che protestano contro le aggressioni al paesaggio, ai beni culturali, alle qualità storiche e ambientali provocate da interventi della speculazione variamente mistificati, oppure contro le “grandi opere” dannose agli equilibri territoriali e inutili fonti di spreco (dalla TAV in Val di Susa al MoSE veneziano al Ponte sullo Stretto) o addirittura di danni alla sicurezza della popolazione e alla sovranità nazionale (come la base USA di Vicenze). Ma il giro di vite sulle finanze comunali, il progressivo smantellamento delle strutture sociali del welfare urbano (dagli asili nido all’edilizia residenziale puibblica, dalla scuole alla sanità) provocheranno certamente un ulteriore aumento del disagio urbano, e una ripresa dei conflitti da ciò motivati (ne ragioneremo nella prossima edizione della Scuola di eddyburg).
I movimenti che si manifestano nella società in ragione di un uso distorto della città e del territorio, che abbiamo spesso definito come uno dei pochissimi segni di speranza, meritano di essere seguiti, incoraggiati e accompagnati. Occorre lavorare perché crescano, si consolidino, si colleghino in una rete sempre più estesa e più fitta. Perché siano aiutati a comprendere che le scelte contro le quali si protesta oggi hanno origini lontane e cause che solo oggi diventano visibili, ma che potevano essere conosciute e contrastate prima che diventassero irreversibili. Perché la pratica del conflitto sociale, accompagnata dallo studio delle cause del disagio, induca a ritrovare un rapporto fruttuoso con la politica. Il desiderio di partecipare alla definizione delle trasformazioni dell’habitat dell’uomo può nascere dalla mera protesta, ma è sterile se non si alimenta con la fatica della conoscenza, dello studio, della comprensione delle cause, delle regole, degli strumenti.
È un lavoro nel quale spetta anche agli urbanisti partecipare, collaborando con il loro sapere e con la loro vocazione alla tutela dell’interesse generale. Lo afferma del resto il loro “codice deontologico”, secondo il quale gli urbanisti “esercitano la loro professione esclusivamente per il bene e l’interesse pubblico […]. Il pianificatore territoriale rispetta il territorio come risorsa comunitaria, fragile e limitata, contribuendo, così, alla conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, favorendo lo sviluppo equilibrato delle comunità locali ed apportando miglioramenti alla qualità della vita”.
E più ancora della corretta analisi degli strumenti e delle leggi mediante i quali le condizioni del territorio migliora o peggiora, conta l’azione volta a rivelare ai cittadini che le condizioni del disagio possono essere modificate unicamente se si afferma nelle cose, nella concretezza della costruzione e nell’uso dei quartieri e delle città, delle campagne e dei paesaggi, il principio secondo il quale città e territorio sono beni comuni, che appartengono alla società di oggi e a quella di domani, e non possono essere sfruttati nell’interesse dei singoli individui: non esiste nessuna “vocazione” del territorio né ad essere “sviluppato”, né a essere edificato, e neppure a essere asservito all’uso esclusivo di chi ne è proprietario.