Archivio mensile:giugno 2008

La nuova cartolina di Rimini

Di Stefano Piccioli, architetto

Adesso che il Sindaco e il suo Vice hanno mostrato le proposte progettuali, proviamo a riflettere sulla vicenda dei sedicenti  “project Financing” promossi  tramite due bandi pubblici dall’Amministrazione Comunale:  con i quali, secondo la stessa, si dovrebbe riqualificare il lungomare.  

Va subito detto che, a parere di molti esperti in materia,  l’interpretazione che viene data della norma di legge che  regola  i P.F. è al limite dell’illegittimità. Pertanto occorrerà riflettere ancora su questo aspetto giuridico:  senza dimenticare che in materia urbanistica a Rimini da anni c’è qualcuno che pretende di dare interpretazioni  assai fantasiose delle leggi nazionali: vedi i famosi vincoli decaduti, per i quali Rimini fu l’unico degli 8400 Comuni d’Italia che ammise che si potesse edificare sulle aree vincolate dai P.R.G., massacrando le aree destinate a parco territoriale previsto a corona della città fin dal P.R.G di Campos Venuti.    

Per attenersi  all’argomento attuale sta di fatto che questi bandi, sotto la fragile maschera della realizzazione di un’opera pubblica – i parcheggi interrati sotto il lungomare ed il relativo arredo urbano di superficie – di fatto prevedono di permettere l’edificabilità di tutte le aree pubbliche (ex demaniali) ossia del lungomare e delle aree in fregio, e la loro cessione ad operatori privati per ricavarne immense plusvalenze. Per indorare un po’ l’incredibile pillola si sono chiamati grandi architetti: nella speranza che i riminesi si facciano abbindolare dalle  immagini accattivanti dei progettisti, e si limitino a discutere se sia meglio il contorno di insalate ecologiche proposto da Jean Nouvel per conto di Coopsette;  oppure il super wurstel scodellato da Norman Foster per conto di Gecos. Dimenticando che comunque l’operazione punta a privatizzare le aree pubbliche, senza aver fissato un valore a base d’asta, anzi cercando di aggirare un’asta pubblica tramite la procedura del Project financing.

Questo per dire dell’operato dell’Amministrazione dal punto di vista patrimoniale. Ma ovviamente l’iniziativa, se mai realizzata, avrebbe conseguenze urbanistiche di portata epocale su cui occorre riflettere: anzi si sarebbe dovuto metter in condizione la città di riflettere PRIMA di emettere i bandi. Molti sono gli aspetti da esaminare, ma per adesso limitiamoci ai due principali. Innanzitutto la previsione di modifiche di tale portata sul tratto principale del lungomare non farà che accentuarne la preminenza gerarchica rispetto agli altri, che diverrebbero sempre più secondari; ma anche ad accentuarne la congestione e tutti i difetti  funzionali che  già lo affliggono. Inoltre, e questo si vede bene guardando anche superficialmente i progetti presentati,  verranno annullati tutti e quattro i varchi residui, sopravvissuti nella continuità edilizia che costituisce il fronte della città sull’arenile.  Questa è l’obbiettivo non dichiarato nei bandi, di rendere edificabili le aree pubbliche; e qusto è il risultato: a) un enorme costruzione tra il piazzale Boscovich ed il Grand Hotel, che spazza via tennis, giardini, esercizi pubblici, ricoperta da un’improbabile vegetazione artificiale; b) richiamando indebitamente la memoria del Kursaal un inutile volume sotterraneo per feste concerti ed esposizioni ingombrerà la rotonda  del Grand Hotel;  c) la Piazza Marvelli non costituirà più un’apertura della città storica verso il mare attraverso il percorso di via Tripoli, com’è nel ricordo e nella sensibilità di tutti i Riminesi, ma diventerà una specie di anfiteatro chiuso che volterà le spalle al mare, per merito di un incredibile edificio curvo e gradonato verso monte che occuperà l’aiuola semicircolare che fronteggia l’attuale lungomare; d) una sorta di cetriolo informe alto 150 metri intaserà Piazza Kennedy bloccando la foce del Parco Ausa; e)  inoltre non paghi di aver occupato tutti i varchi a mare i grandi Archistar propongono l’utilizzazione immobiliare di tutte le aree ex demaniali prospicienti il lungomare, e del lungomare stesso: il tutto come si è detto con grandi contorni di insalata, pensando forse di tacitare qualche ambientalista che dovrebbe farsi abbindolare da qualche albero disegnato  nei progetti. Infine, e questa è la goccia che fa traboccare il vaso,  non sapendo come giustificare le nuove costruzioni e l’incremento di traffico che ne deriverebbe, come si farà a raggiungere tutto questo popò di ben di Dio? Attraverso il povero sottopasso di via Tripoli,  oppure dalla riva destra del Porto, già così sovraccarica? L’inneffabile delegato di Norman Foster, di fronte ai due massimi responsabili dell’Amministrazione che al momento della presentazione del progetto non hanno fatto una piega, ha proposto un bello stradone che asfalterà mezzo parco Ausa e porterà il traffico da via Roma al mare! Cancellando così l’unico vero percorso di alta qualità ambientale che collega la marina con la città e l’entroterra.  Sarà questa  la nuova  “cartolina di Rimini”, come amano dire Ravaioli, Melucci ed Ermeti?

Intervento per discussione linee di mandato 2006 – 2011

 

di Eugenio Pari

 

Sign. Presidente, Sign. Sindaco, gentili colleghi,
l’intervento che presento a nome del PDCI non vuole essere la rilevazione delle affinità e delle divergenze fra noi e gli amici e compagni del resto della maggioranza. Molto modestamente vorrei cercare di dare un contributo alla riflessione e alla conseguente azione amministrativa di cui oggi si discutono le linee e gli indirizzi.
A scanso di equivoci, signor sindaco, voglio ribadire che noi Comunisti Italiani appoggiandola abbiamo scelto di essere, insieme alle altre forze che la sorreggono, una forza di governo, consapevoli degli atteggiamenti e delle linee politiche cui si devono attenere le forze che si ritrovano al governo. Lealtà e coerenza rispetto agli impegni programmatici, impegno per la ricerca della sintesi possibile e delle necessarie mediazioni. Ma con altrettante lealtà e coerenza è necessario chiarire fin d’ora che nessuno di noi è autosufficiente, che nessuno di noi può sentirsi in diritto di “dettare la linea” e attendersi che gli altri la eseguano senza proferir parola. Nel centrosinistra, ed è questa una delle principali differenze con il centrodestra, non c’è un uomo solo al comando.
Siamo consci e rispettosi dei ruoli che si producono all’interno di una compagine governativa e di una coalizione, ma chi ha l’onore di rappresentare la sintesi di una coalizione così articolata, come nel suo caso signor sindaco, ha anche l’obbligo di rappresentare tutte le istanze, tutti i punti di vista che esistono al nostro interno. Quest’ultimo fatto però non deve indurre ad atteggiamenti di tolleranza da parte dei gruppi più numerosi nei confronti di quelli meno numerosi, non deve indurre ad atteggiamenti paternalistici, atteggiamenti che, per quanto mi riguarda, non sono e non siamo assolutamente disposti a tollerare.
D’altro canto ci possono essere atteggiamenti di deresponsabilizzazione, atteggiamenti più inclini ad evidenziare le differenze che non ad impegnarsi nella necessaria ricerca di elementi unitari e comuni; si può verificare, insomma, una pervicace ricerca di elementi di rottura, un comportamento prepolitico rivolto alla speculazione politica.
Ebbene tra questi due estremi, tra questi due luoghi opposti c’è lo spazio della politica. Uno spazio costituito dalla comprensione delle ragioni altrui, dal dialogo, dalla passione civile, da idee, ideali e valori. Non da soli, non con la convinzione di farlo meglio di altri, ma sicuri, noi comunisti italiani vogliamo presidiare, percorrere questi luoghi della politica, fermamente convinti delle nostre ragioni, consapevoli della nostra diversità, convinti di poter dare un contributo alla necessaria azione di governo per migliorare la vita dei cittadini riminesi.
Crediamo di avere dimostrato una cosa nelle nostre scelte politiche: il governo per noi non è un fine, ma un mezzo con il quale migliorare le condizioni di vita dei cittadini, così come la politica non è l’arte del raggiungimento di poltrone e posti di potere, ma l’azione con cui raggiungere l’emancipazione e crescita civile della società. Ci sentiamo rappresentati a pieno titolo e molto adeguatamente nella Giunta comunale e siamo certi del buon lavoro che il nostro assessore saprà fare.
In questa ottica abbiamo cercato – noi crediamo riuscendoci – di incentrare il nostro progetto politico per Rimini sulla partecipazione democratica dei cittadini alle scelte dell’Amministrazione. Assistiamo ad un allontanamento dei centri decisionali dalle comunità locali, per contrastare questo corso strutturale crediamo che la prima istanza politica e istituzionale, ossia il Comune, debba intensificare, creare nuovi momenti di partecipazione democratica e popolare sulle pratiche di governo locale. In questo senso – Assessore Biagini – ritengo vada profondamente rivisitata la funzione dei quartieri, recuperando il loro spirito originario decentrando funzioni soprattutto per ciò che riguarda le politiche del welfare.
È inutile negarlo: con l’affermazione del centrosinistra il 28 e 29 maggio si è affermato il programma elettorale che nei fatti chiude una fase nelle politiche di governo del territorio. Questa fase caratterizzata da una forte espansione edilizia in variante al PRG, dovrà vedere il dispiegarsi di una nuova stagione delle politiche di pianificazione del territorio. Occorrono strumenti certi, composti da regole semplici e condivise, regole che abbiano alla loro origine il principio di eguaglianza e l’obiettivo di fornire più occasioni a tutti i cittadini. Una fase che sappia riqualificare la nostra città nei termini di dotazione dei servizi, una città senza periferie, che sappia ridistribuire i risultati del proprio sviluppo a tutta la comunità, in una frase: più qualità per tutti. Siamo chiamati a raggiungere il complesso obiettivo di invertire i termini dello sviluppo sin qui perseguito è necessario declinare le nostre politiche sul presupposto del passaggio dalla quantità alla qualità. Un obiettivo politico più che il motto di una campagna elettorale, la condizione primaria dei futuri strumenti di pianificazione che dovremo approvare. In questo senso non è più procrastinabile l’apertura e l’avvio delle procedure per la definizione del PSC.
In questa ottica non cogliamo pienamente le motivazioni che hanno portato ad attribuire la delega sul Piano Strategico. Infatti già si possono trovare nella legge 20/2000, atto da cui prendono le mosse i nuovi strumenti di pianificazione, gli obiettivi strategici di una pianificazione del territorio che sappia intervenire sui contesti socioeconomico, culturale, ambientale. Si avvia un nuovo modo di interpretare la pianificazione del territorio, un modo strettamente correlato alle scelte sociali, economiche, culturali con l’obiettivo del raggiungimento della sostenibilità delle scelte.
Il rapporto con i privati derivante dall’art. 18 della l.r. 20/2000, non può essere la scorciatoia per ovviare al sostanziale blocco delle varianti posto dallo scorso aprile con la fine del periodo di salvaguardia della legge 20 stessa. Questa previsione di legge non è interpretabile come deroga ai Piani attraverso i c.d. “motori immobiliari” . Al di là delle valutazioni personali l’art. 18 è inserito in una legge che – come detto – rinnova la pianificazione del territorio e si ricorre ad esso qualora si prevedano grandi opere di riqualificazione condotte “nell’unico interesse della collettività”.
Qualcuno sostiene che le nuove edificazioni siano delle condizioni indispensabili attraverso le quali si ottengono le entrate necessarie per riuscire a garantire gli equilibri di bilancio. È vero e questo è il frutto di una evidente carenza della legislazione nazionale e dell’incompiuta transizione verso il federalismo fiscale. Ma è vero in parte, perché procedendo con l’espansione edilizia il rischio è che si crei un corto circuito in cui aumentano i costi per servire queste nuove aree della città e collegarle al restante tessuto urbano, dunque le ipotesi che si presentano sono due: o si procede con una spesa incontrollata oppure, come troppo spesso accade, queste nuove aree sono abbandonate a se stesse prive o sottodotate di servizi, reti e infrastrutture.
La creazione di grandi e importanti centri attrattori come ad esempio la Fiera e il Palacongressi, ha comportato e comporterà uno sviluppo, uno sviluppo che ha in se, se non governato, alcune contraddizioni. Contraddizioni che ci risultano evidenti, che insieme alla fortissima espansione residenziale ed urbanistica registrata negli ultimi anni, ha determinato la creazione di nuove aree della città scollegate dal resto del tessuto urbano e con gravi ritardi sulle dotazioni territoriali, i servizi e le infrastrutture. Nelle aree dove più di recente si è registrata una forte espansione (Viserba) come in quelle tradizionalmente considerate popolari (Orsoleto, Grotta Rossa), assistiamo ad un pericoloso processo di degenerazione periferica, così come sono a rischio le cosiddette aree del “forese”. Noi proponiamo un programma di intervento per recuperare questa situazione nel breve termine e crediamo che interventi di questo tipo siano prioritari.
Noi siamo per aprire un dialogo ed un confronto serio e senza pregiudiziali sul tema delle priorità e apprezziamo vivamente che nella sua relazione Sig. Sindaco fra le tante questioni affrontate: partecipazione, lavoro, servizi pubblici, pari opportunità, politiche sociali e immigrazione non sia stato affrontato il tema del nuovo stadio.
Vogliamo ribadirlo: il nuovo stadio non ha costituito, non costituisce e non costituirà una priorità. Confrontiamoci invece su quanto lei ha affermato nella sua relazione, e cioè sul tema della annosa sottodotazione di strutture sportive e su come recuperare questo ritardo.
Verifichiamo con preoccupazione la continua dismissione di impianti industriali. Voglio ricordarle per inviare ai lavoratori di quelle aziende la nostra solidarietà e perché dietro queste dismissioni non ci sono solo numeri ed indicatori economici, ma persone in carne ed ossa, famiglie che dipendono e dipendevano da quei salari: Colussi, Tre Emme Pi, Granarolo, Valtellina, La Cart, centinaia di lavoratori. Questo processo rischia di trasformare Rimini in un deserto industriale a cui noi ci opponiamo con tutte le nostre forze. Ma questa degenerazione non è il frutto di una maledizione divina, è, bensì, il risultato di una forte, fortissima, pressione della rendita immobiliare che sta cannibalizzando l’economia produttiva in particolare il settore manifatturiero. Una economia della speculazione che sta prendendo il sopravvento sui cittadini. Insieme a questo aspetto la mancanza di adeguate strutture produttive, l’inadeguatezza e l’insufficienza del sistema relazionale compone una miscela esplosiva. È giusto ma non sufficiente l’atteggiamento che l’A.C. ha tenuto finora, cioè di non prevedere cambi di destinazione d’uso. Voglio fare una proposta: facciamo una variante, una variante utile, che preveda per quegli impianti produttivi che si decide di smobilitare, il loro cambio di destinazione d’uso in aree verdi attrezzate con la previsione dell’obbligo per la proprietà di ripristinare i luoghi e di sobbarcarsi i costi per attrezzare a parco quelle aree. Al tempo stesso proponiamo – con la ripresa dell’attività consiliare – la convocazione di un Consiglio Comunale aperto sul tema del lavoro e dello stato dell’economia cittadina. Sappiamo che il degrado produttivo è la conseguenza di fattori congiunturali, sappiamo altresì che sono necessarie politiche nazionali e sovranazionali, ma un ruolo il comune lo deve pur giocare, e secondo me deve essere in grado di promuovere, indirizzare e sostenere gli investimenti produttivi.
Oltre al tema del lavoro che non c’è e che viene tolto, c’è il problema del lavoro che c’è e delle forme attraverso cui si svolge. Abbiamo apprezzato l’impegno che è stato messo dalla precedente amministrazione per contrastare il “lavoro nero”. Però la costituzione delle cosiddette “guardie rosse” di per se non basta. Occorre una forte pressione da parte del Sindaco sugli organi centrali per recuperare le unità degli organismi di controllo preposti per legge oggi drammaticamente sottodimensionati. Così come occorre una azione di informazione e culturale. Gli abusi non sono solo quelli che si compiono sulle spiagge da parte degli immigrati, ma sono anche quelli che si compiono sulla pelle di chi vive del proprio lavoro.
Il tema della casa è un tema che sebbene abbia visto un notevole impegno della precedente amministrazione è sempre più grave. Occorre uno sforzo straordinario per intervenire su questa piaga. Si è cercato di fare un buon lavoro, ne prendo atto, ma occorrono politiche di sostegno non solo verso i pensionati ma anche verso le famiglie monoreddito e verso le famiglie di migranti che sempre più stentano ad arrivare alla fine del mese. Occorre un piano per potenziare la dotazione di appartamenti destinati all’affitto calmierato, una dotazione che vede il nostro Comune in fondo alla classifica regionale.
La quotazione in Borsa di HERA ha visto il PDCI e la precedente Giunta su fronti opposti. Rivendichiamo alla luce dei fatti la giustezza di alcune nostre valutazioni. Infatti, quella operazione condotta sull’onda del motto “privato è meglio” deve ancora dimostrare ai cittadini “meglio per chi”. Lo dico con senso della misura e pacatezza ma dopo tre anni ritengo vi siano più ombre che luci. Aumentano le tariffe, aumenta la precarietà tra le maestranze, i servizi non sono adeguati. Occorrerà un serio ed approfondito ragionamento a cui non ci sottraiamo.
C’è poi il settore che riguarda le esternalizzazioni dei servizi scolastici e sociali, questo aspetto per noi è prioritario, non senza alcune preoccupazioni. Abbiamo visto le dichiarazioni di alcuni esponenti della Giunta che sostengono si debba arrivare a “politiche innovative”. Ritengo che il rapporto tra pubblico e privato sociale debba essere visto senza immagini stereotipate, senza dogmatismi, perché sono convinto che se condotto nel rispetto degli accordi presi e dei rispettivi ruoli questo rapporto possa dare risposta alle esigenze, creare competenze, qualificare i servizi stessi. Il punto però è che dietro queste esternalizzazioni non si devono nascondere volontà prettamente finanziarie, tese unicamente al raggiungimento del minor costo. Occorre un rapporto serio, incentrato su da paletti che condizionino entrambe le parti al rispetto degli accordi presi e alla qualità dei servizi erogati. Occorre anche un serio controllo su come queste risorse vengono utilizzate.
Le politiche del personale pure a fronte di un non condivisibile ricorso verso forme di assunzione flessibili e atipiche per le evidenti ristrettezze poste dalla legislazione nazionale, sono state condotte nella precedente Giunta – e di questo voglio complimentarmi con l’Assessore Beltrami – in modo assai positivo, all’insegna della concertazione e della condivisione. Mi auguro che si possa proseguire su questa strada.
Ci sono giunte notizie allarmanti, di cui chiederemo conto nel prossimo Consiglio comunale, sul tema delle politiche per le pari opportunità. Mi risulta che si sia deciso di chiudere lo sportello anti violenza sulle donne. Una decisione che se fosse vera non si dovrebbe a tardare a definire ingiustificata e assolutamente sbagliata, una scelta scellerata. Ora, come detto, provvederemo a verificare nel prossimo consiglio, ma per il momento Sig. Sindaco la invito a verificare e nel caso le cose stiano come risulta al sottoscritto a provvedere celermente per il ripristino di questo servizio indispensabile, un servizio di civiltà che fa onore ad una amministrazione e ad una città.
Sig. Sindaco, noi abbiamo visto e valutato molto positivamente le sue dichiarazioni e le sue scelte programmatiche coraggiose e consapevoli delle richieste di rinnovamento e discontinuità. Attendiamo fatti, fatti che diano risposte a settori sempre più vasti di questa città che richiedono un cambio chiaramente percettibile della fase e quindi di alcune pratiche di governo. Noi se le sarà intenzionato saremo al suo fianco nel tentativo di sostenerla e di sorreggerla attraverso il nostro contributo concreto di proposte e di idee.
Come vede ho cercato di esprimere con franchezza il nostro punto di vista, senza reticenze e con altrettanta franchezza voglio ribadire ciò che dicemmo, purtroppo senza verificarne nei fatti la realizzazione prima delle elezioni, che occorre giungere quanto prima alle condizioni per ripristinare il centrosinistra in tutte le sue componenti coinvolgendo progressivamente le forze che sono state escluse nella tornata elettorale, mi riferisco alla Rosa nel pugno con l’auspicio che si possa giungere quanto prima alla salvaguardia dell’intero spettro politico della coalizione di centrosinistra.
A lei, alla Giunta giunga il sincero augurio di buon lavoro e l’attestazione della massima disponibilità al confronto e alla collaborazione da parte del Partito dei Comunisti Italiani.

La Cina è vicina 2

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“Desidero ringraziare- dichiara il Sindaco di Rimini, Alberto Ravaioli- i Consiglieri della Maggioranza per avere confermato con il loro voto favorevole e il loro contributo ad ogni fase del dibattito l’apprezzamento nei confronti di un percorso amministrativo e tecnico fondamentale come quello del rendiconto finanziario per il 2007. Si tratta di un consuntivo nel quale si concretizzano quelle indicazioni prioritarie che altro non sono che il rafforzamento del welfare, il consolidamento degli investimenti in opere pubbliche, lo sviluppo equilibrato di ogni parte e componente cittadina, l’incremento del patrimonio dell’Ente, attraverso il metodo di concertazione con le parti sociali e economiche cittadine. Gli elementi di merito e di metodo, in definitiva, su cui si fonda il programma di mandato 2006/2011, ancora una volta rispettati pressoché alla lettera.

Tutto questo però non può far dimenticare il fatto che alcuni commenti e espressioni utilizzate nella discussione di ieri sera dal capogruppo dei Comunisti Italiani rimarchino una differenza di visione sul futuro della città. L’uso spesso disinvolto ma comunque costante di parole forti, fuori da qualsiasi contestualizzazione dialettica che in maggioranza viene sempre osservata attraverso riunioni settimanali e confronti con i capigruppo, produce un clima non positivo che deve essere rapidamente arrestato se non si vuole raggiungere un punto di difficile ritorno.

Questo mandato amministrativo non è stato costruito sugli ‘stop and go’, sulle polemiche roboanti pubbliche e poi sulle precisazioni mansuete nei colloqui telefonici privati.

Come garante della coalizione di governo in questa città farò di tutto perché le idee e i progetti programmatici si concretizzino, come è avvenuto sinora, battendo sistematicamente la strada del confronto serrato e democratico; in questo ‘farò di tutto’ c’è anche il chiarire senza indugi di sorta i rapporti con le forze politiche che confondono questo metodo con ciò che non ha niente a che fare con lo spirito di coalizione.

La Cina è vicina

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Rimini, 21 giugno 2008

Se alcune mie affermazioni utilizzate nel dibattito consiliare di giovedì scorso possono essere risultate offensive per alcuni consiglieri del Pd, mi scuso sinceramente con loro.

Il Sindaco Ravaioli ha rimarcato in una nota la propria distanza verso il linguaggio utilizzato dal sottoscritto e, dice, risulta costantemente disinvolto e condito da parole forti. Conoscendo modestamente l’uso della lingua italiana e la varietà delle mille sfumature dei suoi sostantivi, nonché avendo un medio livello di civiltà, so di aver sempre utilizzato con misura le parole. La questione non è di forma, ma di sostanza e ribadisco che la sovrapposizione politica e di linguaggio che porta purtroppo molti consiglieri del Pd ad inseguire la destra è uno degli elementi dell’affermazione culturale ancora prima che elettorale di Berlusconi. Su ogni tema: dalla sicurezza al rapporto tra pubblico e privato; dal discredito che si getta sulla politica alle politiche di bilancio, assistiamo ad una sostanziale equivalenza di proposte tra Pd e Pdl. Inoltre, dopo sette anni di mandato Ravaioli e con altri tre anni davanti, tutti dovremmo essere più rispettosi del ruolo dei partiti che ci hanno permesso di essere amministratori di una città, piuttosto che denigrarne il ruolo e la funzione democratica costituzionalmente garantita.

Nel merito di ciò ho detto offendendo Ravaioli: la cifra degli investimenti uguale a quella del comune di Bologna rischia di compromettere la sostenibilità dei prossimi bilanci per il comune di Rimini. Di per sé questo elemento può indicare una capacità realizzativa dei nostri apparati, ma ci sono anche elementi di compatibilità. Infatti, gli interessi che si pagano per contrarre mutui ricadono sulla parte corrente del bilancio, sicché non è solo la tanto di moda vituperata spesa per il personale a piombare il bilancio corrente ma anche i mutui contratti e da contrarre per gli investimenti (non solo opere pubbliche). Per spiegarmi meglio: visto che il rapporto dei cittadini residenti, quelli che pagano le tasse, tra Rimini e Bologna è a di 1 a 3 a vantaggio di quest’ultima, va da se che anche la capacità di recuperare risorse del capoluogo regionale è nettamente superiore. È come se il nostro comune volesse gareggiare con una cinquecento con il motore di una fuoriserie contro una Ferrari, per un po’ ci sarebbe testa a testa ma alla lunga la piccola utilitaria fonderebbe. In sostanza, il combinato disposto del blocco del bilancio corrente e i tagli che il governo si appresta a fare, potrebbero determinare una flessione al di sotto delle esigenze della spesa corrente. Forse è questo ciò che il sindaco voleva dire quando ha annunciato la fine del periodo di vacche grasse. Io penso che anziché tagliare la  spesa sociale sarebbe meglio rivedere i nostri investimenti.

In secondo luogo. Questo esercizio consuntivo ha visto 4 milioni di euro in meno di quello precedente a causa del mancato rimborso dell’Iva sulle prestazioni esternalizzate operato dallo Stato nella Finanziaria per il 2007. Con ciò il governo Prodi intese ridurre le consulenze e le prestazioni esterne dei comuni e valorizzare il patrimonio esistente. Rimini è stata tra le città che proporzionalmente hanno subito a causa di questa manovra uno degli ammanchi maggiori in Italia. Per la semplice regola della proprietà transitiva vuole dire che la nostra città è una di quelle che ha fatto maggior ricorso verso le esternalizzazioni. Al di là dell’ideologismo di cui si vogliono ammantare questi ragionamenti, è evidente che anche su questo c’è una chiara esigenza di compatibilità finanziaria per l’oggi e soprattutto per domani che richiede scelte politiche. Il ricorso a privati per la gestione di servizi pubblici, come mi pare evidente, non ha raggiunto l’obiettivo di far risparmiare la nostra amministrazione e si impone una riflessione su questo tema.

Il sindaco a fronte di queste valutazioni ha risposto paragonando questi ragionamenti con le pratiche politiche che si usano in Cina. Per chiarire: non sono mai stato in Cina né come fan di un regime che unisce il più sfrenato liberismo alla guida monopartitica, né come invitato. La Cina però, come si diceva una volta, mi sembra essere vicina nel moto di costante fastidio verso posizioni che turbano il quadro che senza pareri diversi deve armoniosamente procedere; senza che nessuno, mai, debba o possa disturbare il manovratore, o meglio, in questo caso il “timoniere”.

Infine, se questa differenza di valutazioni sul futuro di Rimini di cui parla il Sindaco, non porta ad una verifica di programma a che sbocco politico mira? Al “tutti a casa” e quindi alle elezioni anticipate di cui sempre il Primo cittadino ha parlato apertamente in diversi consigli comunali?

 

Eugenio.Pari@comune.rimini.it

eugenio_pari@yahoo.it

 

 

FESTA NAZIONALE DELL’ANPI

Si svolgerà a Gattatico (RE), presso il Museo Cervi, la Prima Festa  

Nazionale dell’ANPI, sotto l’ Alto Patronato del Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano.

Dal 20 al 22 giugno 2008 saranno tre giorni ricchi di appuntamenti,  di incontri, di dibattiti, di musica.

 

http://www.anpi.it/festa_08/index.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dichiarazione di Eugenio Pari (Capogruppo Pdci E Sd) sull’aggressione alla giovane donna rom

Rimini, 9 giugno 2008

Ieri sera è successo qualcosa di gravissimo: un uomo ha picchiato una giovane donna rom di sedici anni incinta. E’ inaudito e del tutto in contrasto con la cultura dell’accoglienza e con la storia di integrazione della nostra città.
Episodi del genere devono essere puniti in modo severissimo, perchè non ci può essere giustificazione che tenga a spiegare una simile barbarie.
E’ successo qualcosa di grave, si è rotto qualcosa nella convivenza civile della nostra città. Si richia di arrivare ad un punto di non ritorno a causa di un clima che ha pervaso e sta pervadendo sempre più persone, quello di intolleranza verso gli immigrati ed i rom.
Episodi così vigliacchi e selvaggi si stanno moltiplicando in Italia a causa del fatto che la criminalizzazione di immigrati, rom e omosessuali è indotta politicamente e ciò conferisce indirettamente un senso di impunità per chi si macchia di queste bestialità.
Qualcuno non dica per favore – come è successo per i fatti di Verona – che è solo il gesto di un balordo; no, ieri è successo un fatto gravissimo che trova ragioni nel profondo della nostra società, nella sua pancia.
Spero che la politica riminese, il Consiglio comunale e la città condannino senza esitazione tale gesto e preannuncio la presentazione di un ordine del giorno da parte del gruppo Comunisti italiani e Sinistra democratica.

Intervista a La Voce dell’8 giugno 2008

Eugenio Pari

Pari (Pdci): “Da mesi chiediamo una verifica”

C’è alta tensione in maggioranza sul “caso” Pazzaglia

“Nel Pd c’è chi lavora alle elezioni anticipate”

RIMINI – (vdt) Voleva chiarimenti sul rapporto tra interesse pubblico e affari privati. Nel corso della sua “interrogazione – denuncia” ha citato i project financing per la riqualificazione del lungomare, la questura, lo stadio. Solo tre esempi. In cerca di risposte  dal sindaco Ravaioli. Ma l’aver chiamato in causa la magistratura ha aperto un dibattito piuttosto teso all’interno dell’amministrazione. Preso atto del richiamo del segretario comunale del suo partito Luigi Bonadonna, Fabio Pazzaglia (Pd) adesso chiede una riunione di maggioranza. Richiesta che sottoscrive anche il collega di banco Eugenio Pari (Pdci).

Pari, c’è davvero bisogno della magistratura per risolvere le principali questioni urbanistiche con cui è alle prese Rimini?

Non penso che la politica debba far ricorso alla magistratura, il costume dei giustizialisti alla Di Pietro non fa parte neanche della cultura del compagno Pazzaglia che conosco da tempo. Pazzaglia, se di questo parliamo, non ha lanciato accuse nei confronti di nessuno, si è limitato ad osservare che per risolvere alcuni nodi della nostra città non è rimasto altro che pensare ad un intervento chiarificatore della magistrutura. Le accuse che gli rivolgono sono il frutto di un clima di enorme tensione che sta attraversando la maggioranza in questi giorni.

Soffre anche lei le stesse “difficoltà” denunciate da Pazzaglia nello svolgere il suo ruolo di consigliere?

La politica non è un pranzo di gala. E’ evidente che se ci sono visioni divergenti, culturali ancora prima che partitiche, queste visioni si scontrano se una parte non intende cedere al confronto. Per quanto mi riguarda sono mesi che chiediamo una verifca di maggioranza. I temi del governo del territorio, dei servizi pubblici, dei diritti civili sono sempre stati nervi scoperti di questa maggioranza. Sono stati presi impegni di discontinuità e purtroppo non c’è coerenza tra gli obblighi programmatici e le proposte. Occorre dare spazio alla politica e aprire un confronto serio coinvolgendo anche i partiti, partendo da un’attenta valutazione del programma e trovando la sintesi su ciò che ancora dobbiamo realizzare a cominciare da elementi che mettano un argine alla rendita immobiliare.

Condivide la richiesta di un consiglio comunale urgente formulata da Stefano Casadei (Sdi – Rnp)?

Benvenga, ma prima la maggioranza deve chiarire al proprio interno la strada che intende percorrere da qui al 2011.

La maggioranza di cui fa parte ha ancora la maggioranza?

Il Pd ha sempre inteso affrontare il rapporto con gli altri partiti e a quanto pare al proprio interno, con logiche muscolari, ha sempre fatto pesare a proprio fatto pesare a proprio vantaggio i rapporti di forza. Ora, non sulla spartizione di posti, ma su questioni che riguardano il futuro di Rimini, il Pd è in cortocircuito non trovando la tanto voluta autosufficienza. C’è un confronto di idee, una battaglia politica in atto. Noi Comunisti italiani ci siamo ritrovati molte volte in disaccordo con le scelte di questa amministrazione e per questo siamo accusati di voler far cadere Ravaioli. Sia chiaro: per noi non esistono alternative al centrosinistra. Le alternative però le stanno cercando all’interno del Pd pensando di poter contare sull’appoggio di settori del centrodestra. Chi ha più elementi di me dice che qualcuno dentro il Pd stia lavorando per le elezioni anticipate. Noi siamo trasparenti e siamo convinti che le nostre iniziative possano andare andare a vantaggio del sindaco, dell’amministrazione e soprattutto della città. E’ una colpa questa?

Alcune considerazioni sul Piano strategico

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Di Eugenio Pari

Rimini da mesi sta affrontando una discussione che potrebbe essere molto importante: quella del Piano strategico, nella mistica cittadina viene affrontato con effetti taumaturgici per le svariate esigenze di riqualificazione che grandi aree necessitano, specie nella zona mare. La  stagione di pianificazione flessibile e strategica nasce e si sviluppa in un periodo in cui l’intervento pubblico si contrae in tutti i campi, incluso quello della pianificazione.
Questo strumento che potrebbe avere importanti e positivi effetti sul futuro nella città, nei fatti rischia di trasformarsi in un pannicello caldo con cui affrontare le gravi e stringenti necessità di riorganizzazione e rilancio di Rimini attraverso anche, e forse soprattutto, attraverso le politiche territoriali. Il Programma di mandato pone molta importanza a due elementi: la partecipazione e il Piano strutturale, ossia uno strumento in grado di riorganizzare con atti normativi le criticità del questo territorio, quantificare le necessità di servizi e praticare concretamente la riduzione del consumo di suolo libero, applicando anche strumenti reali per ridurre l’enorme pressione che la rendita immobiliare sta attuando sui cittadini.
Sappiamo da tempo che più si costruisce, più aumentano i costi degli immobili e questo processo di massimizzazione dei profitti attraverso il mercato degli indici edificabili va a tutto svantaggio delle classi sociali più deboli; inoltre, la rendita non reinveste le proprie risorse su fattori produttivi, creando così lavoro e maggiore ricchezza, ma investe su fenomeni speculativi.
Il Piano strategico, che di fatto rischia di sostituire atti di carattere normativo, rischia di produrre una politica del governo del territorio basata su grandi progetti di trasformazione i quali saranno presentati come accordi tra pubblico e privato, su cui il potere di controllo e di proposta rappresentato dagli organismi eletti dai cittadini, e quindi i cittadini stessi, avrà scarsissime possibilità di intervenire.
I nodi della pianificazione strategica a mio avviso sono i seguenti:

1. quello della effettiva partecipazione dei cittadini ai processi di formulazione e decisione;

2. collegato al primo c’è quello della disuguaglianza tra soggetti/interessi, determinata dalla loro diversa capacità contrattuale. Tra gli interessi privati, vi sono quelli imprenditoriali e immobiliari “forti”e vi sono quelli “diffusi”, cioè quelli di cittadini che si animano per la soluzione di questo o quel problema d’interesse per una comunità, piccola o grande che sia. Questi ultimi attori generalmente ricevono poco spazio nel processo delle decisioni, ma sono comunque in grado di organizzarsi. Vi sono poi gli interessi “deboli” che spesso non riescono nemmeno a mobilitarsi (gli “esclusi”). Chi rappresenta gli interessi deboli e dà voce agli esclusi?

3. Il rapporto tra autorità pubblica (teoricamente garante del bene collettivo) e interessi privati, specie nel caso di iniziative a capitale misto. Chi indirizza chi?

4.Strettamente collegato ancora è il problema della definizione dell’interesse pubblico/collettivo/comune di cui l’autorità pubblica dovrebbe essere garante. Un rischio, è la strumentalizzazione del piano, attraverso la finzione demagogica del consenso, per legittimare scelte di gruppi di interesse ‘forti’, già prese altrove. Altro rischio è l’adozione di una visione strategica ‘alla moda’ per ottenere ampi consensi, senza che vi siano i presupposti locali per raggiungere quel tipo di obiettivi.
L’ossessione con la necessità di essere “competitivi” ha portato all’imitazione acritica di modelli già sperimentati in località centrali, contribuendo ad un “appiattimento” della visione strategica e alla scomparsa della diversità.

La filosofia e il mercato. Questo mondo senza equità

Intervista a Guido Rossi (Nella foto. Per saperne di più http://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Rossila Repubblica, 6 giugno 2008 (m.p.g.)

 «I grandi filosofi del passato non vivevano fuori dal mondo, al contrario cercavano risposte ai problemi più concreti e urgenti dei loro contemporanei. Oggi i filosofi che si rifugiano nella metafisica parlano di un mondo che non c’è, si ritirano dalle loro responsabilità». Guido Rossi non perde mai il gusto della provocazione e della polemica. A pochi giorni dall’uscita del suo nuovo libro, Perché filosofia (Editrice San Raffaele, pagg. 122, euro 14), l’autorevole giurista è visibilmente divertito: proprio la casa editrice di don Verzé gli pubblica questo ciclo di lezioni tenute all’università San Raffaele su un tono radicalmente laico. Non mancano le critiche a papa Benedetto XVI, compresa una provocatoria negazione delle radici cristiane dell’Europa.
In questo libro lei non si cimenta solo con la filosofia del diritto. È anche un atto di accusa verso quegli intellettuali che sembrano incapaci di dare risposte agli interrogativi pressanti del cittadino.
«In positivo, è un appello ai filosofi, ai teologi, agli scienziati, a tutti i, perché si occupino di diritto e di economia: cioè le materie che vanno al cuore dei problemi dell’umanità. Una delle ragioni fondamentali per cui ho accettato l’invito a insegnare filosofia del diritto, è l’interesse a trattarla raccogliendo l’ispirazione di John Rawls e la sua “Teoria della Giustizia”. Il diritto e l’economia devono avere al centro la questione della giustizia sociale. È valido più che mai il “pregiudizio” in favore dei più deboli che Rawls affermò con il celebre principio del velo d’ignoranza. Quando una società deve darsi delle regole, nel dubbio ogni attore deve decidere dietro un velo d’ignoranza, senza sapere cioè se egli sarà dalla parte dei privilegiati o dei diseredati: è l’unico criterio che garantisce una equità universale».
Un tema tutt’altro che astratto. È proprio un deficit di equità che oggi sembra far vacillare il consenso verso la globalizzazione, anche nei paesi più forti e tradizionalmente liberisti come gli Stati Uniti.
«Infatti è su questo che si svolge un dibattito acceso e appassionante, con i contributi degli economisti americani più lucidi: Paul Krugman, Robert Reich, Larry Summers. Quest’ultimo ha aperto di recente una discussione cruciale sulle colonne del Financial Times. Summers sostiene giustamente che la globalizzazione rischia di entrare in una crisi drammatica, se non riesce a conquistare il consenso delle fasce più deboli: ivi compresi i colletti blu e la middle class americana che è attraversata da angosce e paure nuove».
Lei affronta il fenomeno del Supercapitalismo: un’economia dove le élites hanno perso i legami con la maggioranza delle popolazioni. Perfino nei paesi più sviluppati le diseguaglianze fra i chief executive delle multinazionali e i loro dipendenti raggiungono livelli mai visti nella storia. Si rompe ogni legame di solidarietà, perfino il concetto di cittadinanza si svuota quando la classe dirigente si isola da ogni rischio, non partecipa più dei destini della società.
«All’arricchimento si accompagna la deresponsabilizzazione. Altro che etica protestante del capitalismo. Un tempo i dirigenti delle aziende incassavano un premio economico che era sorretto da una legittimità: la loro ricchezza era commisurata ai risultati che offrivano agli azionisti, ai dipendenti, all’insieme della società che beneficiava della creazione di benessere e occupazione. Oggi lo spettacolo che offre il nuovo capitalismo è ben diverso. I dirigenti uccidono le aziende, distruggono valore azionario, gettano sul lastrico i dipendenti, e se ne escono dopo essere stati premiati con buonuscite sempre più generose. Si arricchiscono dopo aver impoverito la collettività. Il fenomeno va ben oltre la sfera dell’economia, spezza una regola fondamentale della democrazia rappresentativa. C’è un tradimento dei doveri della classe dirigente, una rottura fra rappresentanti e rappresentati».
Lei scrive che oggi nei mercati globali le grandi corporation possono legare le loro attività alla manipolazione dei mercati, alla frode, alla corruzione, all’evasione fiscale e al narcotraffico. Complici il segreto bancario, i paradisi fiscali offshore, e una interpretazione mistificante del diritto alla privacy. La mancanza di un quadro giuridico all’altezza dell’economia globale, nel suo libro è indicata come un arretramento perfino rispetto alla globalizzazione medievale, quando almeno la presenza della cosiddetta lex mercatoria rappresentava una sorta di regolazione per gli scambi tra mercanti.

«Il richiamo al Medioevo ci riporta alle origini di alcuni istituti del diritto. La legge fallimentare che in Italia usa il termine di bancarotta, in inglese bankruptcy, si rifà alle regole delle fiere medievali: quando un venditore non era più in grado di pagare i debiti, i commissari della fiera gli “rompevano” fisicamente il banco per segnalare e sanzionare la sua insolvenza. Oggi la regolazione non si è adeguata alle nuove dimensioni dei mercati. Molte emergenze dell’economia globale possono sfociare in un conflitto tra ordinamenti. Basti pensare alla crisi alimentare, alla emergenza di una nuova fame mondiale di cui si è discusso in questi giorni al vertice di Roma della Fao: non esistono regole all’altezza della dimensione di questa calamità, che chiama in causa le multinazionali dell’agroalimentare e della biogenetica, i protezionismi sovranazionali di americani ed europei, le strategie energetiche, la finanziarizzazione del capitalismo che ha invaso anche i futures dei generi alimentari necessari per la sopravvivenza. Mentre i grandi poteri dell’economia si muovono in questo orizzonte globale, mancano le autorità pubbliche capaci di proiettarsi nella stessa dimensione. Dovremmo cominciare dall’Europa, per esempio con la costruzione di una vera agenzia europea con poteri sui mercati finanziari del continente».
Nella rivalutazione dei grandi filosofi di un tempo, che si confrontavano con le sfide politiche più concrete, non poteva mancare Adam Smith. Che fu un filosofo etico prima di essere il fondatore della moderna scienza economica. Un grande pensatore, secondo lei travisato profondamente.
«Uno dei suoi concetti più equivocati è quello della mano invisibile. Nella vulgata si è imposta l’idea che Adam Smith con la mano invisibile abbia inteso dire che il mercato deve essere lasciato a se stesso perché raggiunge automaticamente un equilibrio virtuoso. La mano invisibile è diventato l’argomento principe in favore di politiche di laissez-faire, fino ai neoliberisti. In realtà Adam Smith prende a prestito l’immagine della mano invisibile, con molta ironia, dal terzo atto del Macbeth di Shakespeare. Macbeth parla della notte e della sua mano sanguinolenta e invisibile che gli deve togliere il pallore del rimorso prima dell’assassinio. Smith ha preso in giro ferocemente quei capitalisti che credevano di avere il potere di governare i mercati. Tra l’altro Adam Smith capì allora che la Cina sarebbe tornata ad essere una grande potenza dell’economia mondiale, e auspicò una sorta di Commonwealth universale per governare il nuovo ordine internazionale».
Lei è reduce dal Festival dell’Economia di Trento che quest’anno ha messo al centro delle sue discussioni il rapporto fra mercato e democrazia. Di fronte all’ascesa di nuovi capitalismi autoritari e illiberali è entrato in crisi un determinismo economico: l’idea che lo sviluppo porta automaticamente alla libertà politica.
«Quella illusione fu smentita anche in tempi più lontani. Nel marzo del 1975 il profeta del neoliberismo economico, Milton Friedman, andò in Cile per convertire il dittatore Pinochet al mercato, perché aprisse il suo paese al commercio mondiale e agli investimenti stranieri. Subissato di critiche da parte dei liberal americani, Friedman sostenne che il mercato era il presupposto della democrazia e dei diritti umani. In realtà la dittatura di Pinochet durò per altri 15 anni».

Piano regolatore, i falsi di Report

da www.eddyburg.it

del 7 giugno 2008

 La querela di Morassut ad un’inchiesta di grandissimo impatto e il commento di eddyburg in una postilla. Da la Repubblica, ed. Roma, 7 giugno 2008 (m.p.g.)

 «Il Campidoglio ha venduto la città ai re del mattone? Falso. Ha barattato aree verdi con milioni di euro per i servizi? Falso. Ha autorizzato una “colata di cemento” sul territorio della metropoli? Falso. Ed infine: il nuovo piano regolatore è stato approvato con “un colpo di mano”? Falso».
Dietro ai microfoni della saletta stampa della Camera di via della Missione, affollata come non mai, l’ex responsabile dell’Urbanistica ora deputato del Pd, Roberto Morassut, snocciola i diciotto punti della denuncia-querela contro l’inchiesta “I re di Roma” della trasmissione Report condotta da Milena Gabanelli, che ha suscitato a sua volta un’inchiesta della magistratura. È mezzogiorno. Due ore prima aveva depositato in Procura le mille pagine del suo esposto.
Ad ascoltarlo ci sono gli ex assessori Silvio Di Francia, Giancarlo D’Alessandro, Lia Di Renzo, Jean Leonard Touadi, Gianni Borgna, Domenico Cecchini; il portavoce dell’allora sindaco Veltroni Walter Verini, il capogruppo del Pd Umberto Marroni, la deputata Marianna Madia, il senatore Lionello Cosentino; il portavoce romano del Pd Riccardo Milana, l’assessore regionale Daniela Valentini, Michele Meta. E anche il costruttore Claudio Toti.
«Da parte mia» dice Morassut sottolineando le parole «è un atto dovuto per difendere l’onore di un’intera amministrazione e di tanti tecnici, professionisti, consulenti, che hanno contribuito a redigere il nuovo piano regolatore con intelligenza e onestà». Al suo fianco l’architetto Daniel Modigliani, lo storico direttore del Piano regolatore, e Luca Petrucci, l’avvocato che sosterrà la causa.
«Il Prg – precisa l’ex assessore – non è stato un atto clandestino, è stato discusso per dieci anni, votato tre volte dal Consiglio Comunale, ha ricevuto 7000 osservazioni che hanno avuto risposta, è stato oggetto di discussione con cittadini, ambientalisti, imprenditori. Il risultato è uno strumento importante, criticabile, correggibile, ma che costituisce una svolta per la città e che Alemanno deve attuare».
Poi snocciola i punti. «Report parla di “colata di cemento? Noi abbiamo tagliato 60 milioni di metri cubi dalle previsioni del vecchio prg, tutelato a verde 87.800 ettari pari al 68% di tutto il territorio». Ma l’attacco più duro è all’accusa di aver scelto le nuove centralità in base ai terreni di proprietà dei grandi costruttori. «Noi non abbiamo mai trattato con i costruttori. Non solo. Dal 2001 al 2008 non è stata avviata nessuna centralità su terreni privati. Ma, soprattutto, nel 2000, quando sono state scelte, erano quasi tutte di proprietà pubblica, da Acilia a Magliana. Erano private solo Lunghezza, Eur Castellaccio e Bufalotta. Alcuni terreni, dopo, sono passati di mano. Ma questo è il mercato».
Ancora: «È falso che a Bufalotta trasformeremo in edilizia privata le cubature degli uffici. Abbiamo ritirato la delibera dal Consiglio. È falso che lì non c’è il verde: ci sono i 120 ettari dati al verde che si stanno cominciando ad allestire. È falso che Romanina era un’area verde: era destinata a servizi pubblici. Abbiamo tagliato a Scarpellini 700 mila metri cubi. È falso che ad Acilia non andrà il campus dell’università. E Ponte di Nona e Grottaperfetta erano state approvate prima della giunta Rutelli. A Tor Pagnotta abbiamo tagliato 4 milioni e mezzo di metri cubi». Morassut è un fiume in piena. Afferma di aver rifiutato «dieci minuti di replica offerti da Report». In sala c’è anche il cronista di Report Paolo Mondani: «Siamo tranquilli, ci vedremo in tribunale. Le nostre stesse tesi le hanno sostenute compagni di partito dell’ex assessore come Tocci e Pasetto» (Ma Tocci e Pasetto replicheranno: «Non condividiamo l’inchiesta di Report»). E poi: «Morassut voleva prima 15 minuti di replica fatta girare da lui con un service. Una soluzione bulgara che abbiamo rifiutato. Alla fine ha chiesto 30 minuti». «Dopo un’ora di diffamazioni» ribatte Morassut «mi sembrava il minimo». In sala anche uno dei “re del mattone di Roma”, Claudio Toti. «Volevo capire» ha detto «come Morassut controbattesse alle inesattezze trasmesse da Report. In realtà non c’è stato nessun favoritismo».

Postilla
La reazione, più volte preannunciata, dell’ex assessore Morassut sottolinea ancora una volta che il prg rappresenta uno degli snodi non solo dell’urbanistica capitolina, ma dell’intero “Modello Roma” nel senso politico più ampio del termine. Alla presenza degli stati generali dell’establishment PD romano a far fronte comune, Morassut ha rivendicato ancora una volta “l’importanza” del suo prg. L’insieme delle repliche a difesa, in realtà, non pare affatto scalfire l’impianto dell’inchiesta di Report e ci si limita a limare cifre e percentuali per di più paragonandole alle previsioni di un piano regolatore di quarant’anni fa: è con la situazione della capitale così come si è venuta a costituire in questi ultimi lustri, nell’assenza di regole e di una visione complessiva della forma e dell’uso urbano che si doveva confrontare il nuovo piano. Invece di proporre un’inversione di tendenza rispetto a questa deriva che aveva condotto sia il centro storico che le periferie, con modalità diverse, ma ormai dirompenti in entrambi i casi, a livelli preoccupanti di degrado e di invivibilità, il prg di Morassut&C si è limitato a sancire tutte le linee di tendenza in atto al momento della redazione che, fatalmente, non potevano che rispecchiare le volontà speculative di lobby cresciute, in questi anni, in ricchezza, influenza e potere, senza che la mano pubblica pensasse minimamente di rivendicare per sé – e quindi per la collettività che l’aveva eletta – un ruolo di verifica, controllo e, si licet, contrasto.
L’elevatissimo numero delle osservazioni ricevuto dal suo prg, sbandierato da Morassut come elemento di democraticità, è il sintomo, al contrario, dell’ostilità diffusa dei cittadini ad un piano sentito in contrasto con aspirazioni ampiamente condivise e che, non avendo mai esercitato strumenti di partecipazione effettivi, si è limitato a calmierare alcune previsioni senza saper o poter correggere l’impianto complessivo.

E così, all’affermazione più volte ribadita dal giorno della trionfale approvazione, che si tratti di uno strumento di importanza storica, tautologicamente comprovata sulla base della semplice esistenza (“è bello perchè c’è”) ai cittadini non è rimasto che rispondere, sinteticamente, ma inequivocabilente, il 27 e 28 aprile. (m.p.g.)

Sul PRG di Roma: http://www.eddyburg.it/article/archive/39/