Archivio mensile:marzo 2008

Eugenio Pari. Lettera aperta sui centri commerciali

Rimini, 25 marzo 2008

Il dibattito sull’apertura dei centri commerciali nei giorni festivi consegna chiaramente la grande questione per la nostra città: Rimini paradigma di una economia basata sul consumo che sempre più spesso vede nelle risorse ambientali e territoriali elementi utili solo al profitto e gli individui come merce. A dire il vero credo che questo sia il problema della nostra società basata su un’idea dello sviluppo incentrato sull’esaurimento irresponsabile dei beni ambientali e sulla finalizzazione di qualsiasi scelta al lucro.

Sono apprezzabili e condivisibili le posizioni del Vescovo Lambiasi, come prima quelle di De Nicolò, così come è condivisibile la posizione delle Organizzazioni sindacali ed in particolare della CGIL. Io, però, terrei fuori questi soggetti da un dibattito che rischia di essere viziato dal clima di campagna elettorale e che pertanto corre il pericolo di rimanere oggetto di scontro politico, quindi del tutto ininfluente dal punto di vista della soluzione del problema, che come detto, verte sul modello economico e sociale della nostra realtà.

Credo che l’Amministrazione debba rivedere la propria decisione di concedere solo tre giorni di chiusura festiva per i centri commerciali, sapendo però che ciò potrà avere delle ricadute sul settore turistico, in questo senso la posizione del Segretario comunale Pd Gigi Bonadonna, improntata sul buonsenso e su posizioni di merito convincenti, mi sembra davvero un buon punto di partenza per giungere ad una sintesi.

Io penso che il problema risieda anche, anzi soprattutto, nelle condizioni lavorative delle persone assunte nei centri commerciali, nei loro contratti di lavoro improntati sulla precarietà sulla flessibilità più spinta. Alcune inchieste confermano ciò che purtroppo sapevamo: vi è un clima pesantissimo adoperato contro le lavoratrici e i lavoratori, essi sono sottoposti al ricatto di perdere il posto di lavoro e su questo è necessaria un’azione sindacale. Così come sono convinto che occorrerà valutare attentamente ogni provvedimento di allungamento dei giorni di chiusura in quanto: più giorni i centri commerciali stanno chiusi minore rischia di essere lo stipendio dei lavoratori.

Il motivo di questa proporzione a svantaggio dei lavoratori sta proprio nelle condizioni contrattuali e lavorative applicate, sulle quali è necessaria un’azione che va, purtroppo, al di la’ delle sole intenzioni e dei singoli provvedimenti dell’Amministrazione comunale. Concludendo e rimanendo in attesa di conoscere la posizione del Sindaco, faccio altre due considerazioni: perché non si cerca, già da oggi, con l’appoggio e la mediazione dell’Amministrazione riminese e delle altre istituzioni del territorio modalità di svolgimento delle mansioni lavorative che garantiscano più diritti per le donne e gli uomini impiegati nel commercio? Perché non subordinare il calendario di apertura di questi centri ad un programma di nuove assunzioni con cui coprire l’intero corso dell’anno? Di fatto, questo problema che si ripete ormai da diversi anni rende stringente il nodo sul modello economico ed è giunto il tempo di trovare risposte strategiche e innovative.

 

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Dichiarazione dei Consiglieri de La Sinistra l’Arcobaleno

Rimini, 7 marzo 2008

Comunicato stampa

DICHIARAZIONE DEI CONSIGLIERI COMUNALI DE LA SINISTRA L’ARCOBALENO SULL’ISTITUZIONE MUSICA, TEATRO EVENTI

Condividiamo le preoccupazioni espresse dal Direttore dell’Istituzione Musica, teatro eventi di Rimini Dott. Piscaglia. I due nuovi contenitori culturali (Auditorium e Teatro Galli), senza un piano di gestione finanziaria e senza un piano sulle strategie di utilizzo, rischiano di essere sottoutilizzati in quanto ad oggi non si vedono le necessarie coperture economico finanziarie.

Il risultato sarebbe solo quello di spendere risorse pubbliche e di procedere ad accordi confusi per realizzare opere certamente importanti ma che rischiano di essere cattedrali nel deserto, sulla cui qualità progettuale (vedi Teatro Galli) non c’è un sufficiente consenso da parte della città.

Il Dott. Piscaglia sta svolgendo un ottimo lavoro e a lui va tutto il nostro apprezzamento ed appoggio, siamo però preoccupati per il fatto che attualmente l’Istituzione Musica, teatro eventi di Rimini stia “andando come una Ferrari, avendo però solo il motore di una panda”. Così come siamo convinti non bastino la buona volontà e le rassicurazioni dell’Assessore Pivato.

Occorre un  coinvolgimento finanziario di tutti gli enti territoriali e il Comune non può da solo sopperire al vistoso disimpegno della Provincia, così come occorre ricercare il massimo impegno di soggetti privato attraverso un aumento delle sponsorizzazioni.

La Provincia ha scelto di investire su importantissimi progetti come “La notte rosa”, ma nonostante ciò deve comunque trovare le risorse per contribuire alle attività dell’Istituzione Musica, teatro eventi di Rimini entrandone a far parte e, soprattutto, è necessario comprendere quale sarà il contributo provinciale per il mantenimento dei de contenitori culturali.

f.to

Eugenio Pari

Savio Galvani

Maurizio Melucci

«Le città, luoghi dell’alternativa»

Dialoghi sulla politica/1 La sinistra e la «questione urbana». Parla l’urbanista Edoardo Salzano
Oggi anche le istituzioni, come la politica, sono appiattite sul breve periodo: quello spendibile alla scadenza del mandato amministrativo. Se non c’è più un progetto di società come può essercene uno di città?
Francesco Indovina
Edoardo Salzano, pianificatore, già preside della facoltà di Pianificazione, è autore di molti saggi. L’ultimo è Ma dove vivi? La città raccontata.
Continua l’indifferenza della «politica» per la città. Nessun programma si occupa della questione, neanche quello della Sinistra. Non ti pare che questa indifferenza sia molto grave, non solo per la città ma per la stessa qualità della politica, essendo la città il luogo della «condensazione», delle contraddizioni e ineguaglianze della nostra società?
È grave e incomprensibile. Non solo per le ragioni che dici tu, ma anche perché la città è il luogo della possibile speranza. Le contraddizioni e le ineguaglianze possono essere risolti in tanti modi: emarginandone i portatori, cioè espellendo e ghettizzando i soggetti più deboli oppure trasformando la protesta che nasce dal disagio e dalla sofferenza in una carica di rinnovamento. La prima strada è quella seguita dalle destre italiane (quella di Berlusconi e quella di Veltroni), che la persegue abbandonando la città al mercato, al potere degli immobiliaristi, alla deregolamentazione e alla rinuncia del potere pubblico. Non afferrare il nodo della questione urbana significa perciò per la sinistra abdicare a una delle poche possibilità di rappresentare un’alternativa.
D’accordo, anche perché nella città si costruisce il senso collettivo, senza il quale non c’è politica, non c’è rappresentanza, ma solo rappresentazione. Si dice che l’intervento pianificato nella città sia di ostacolo allo sviluppo, alla crescita, fa fuggire investitori, mentre noi insegniamo che un intervento ordinatore crea opportunità non di speculazione ma di crescita ordinata, quindi socialmente più produttiva. Come mai questo semplice concetto non riesce a fare breccia nell’opinione pubblica?
Se andiamo al fondo delle cose troviamo che esistono concetti e connessioni che non sono veri, ma sono diventati, nell’ideologia corrente, verità assolute. Tra queste due pesano particolarmente nell’annebbiare e distorcere la consapevolezza della condizione urbana. La prima è la convinzione (il dogma) che ci sia una connessione ineliminabile tra sviluppo economico dell’economia data (ritenuta l’unica ipotizzabile), crescita di determinate grandezze (quelle misurate con il termometro del Pil), e il mercato (cioè la libertà per qualsiasi proprietario di qualsiasi cosa di farne ciò che vuole). È solo il mercato che consente, attraverso la crescita, di conseguire uno sviluppo (quello sviluppo). Quindi, viva il mercato. Questo dogma è anche molto comodo perché rinunciare, nel campo dell’organizzazione urbana, alla pianificazione e abbandonarsi alla spontaneità del mercato riduce la responsabilità del politico, e gli consente di giocare a tutto campo sulla «scena urbana» per svolgere il suo ruolo di «rappresentazione». La seconda verità è l’annebbiamento di una delle due componenti ineliminabili della natura dell’uomo moderno, cioè della sua dimensione pubblica. La bilancia si è nettamente spostata sulla dimensione individuale (vedi Richard Sennett, Il declino dell’uomo pubblico). Questo è nefasto per la città, la quale può esistere, può essere trasformata secondo una logica olistica (quale è quella che la città necessariamente richiede) solo se l’uomo si sente ed è cittadino. Ove si riduca a cliente, tutto è perduto.
Ma c’è una realtà non eliminabile: nella città ci si rende conto che non tutto può essere risolto individualmente, la dimensione non solo della collettività ma anche della soluzione collettiva di molte nostre necessità si tocca con mano. Non ti pare che mettere in evidenza, politicamente, questa dimensione sia anche un modo per combattere il declino dell’«uomo pubblico»?
Non c’è dubbio. Ma quella che tu chiami «realtà non eliminabile» è stata eliminata dalla maggioranza delle coscienze. Perciò credo che ci sia da compiere in primo luogo un duro lavoro culturale, non più solo sulle élites universitarie; perciò ho scritto quel libro che hai citato all’inizio, che è rivolto a tutti. Perciò credo che uno dei pochi segni di speranza siano in quei comitati, gruppi, associazioni che nascono per affrontare insieme un, sia pur piccolo, problema comune nell’assetto della città. Si tratta di lavorare perché imparino a passare dal particolare al generale e poi dal sociale al politico, perché solo in una politica rinnovata c’è un futuro accettabile.
Com’è oggi la situazione delle diverse città? Un tempo alcune erano esaltate per il loro livello di pianificazione e di crescita ordinata. Oggi la situazione è ancora articolata e differenziata?
Molto, molto meno che nel passato. C’è una forte tendenza all’omogeneizzazione. La politica come spettacolo, l’amministrazione come rappresentazione, la ricerca di uno «sviluppo» a qualsiasi costo, perfino l’introduzione della concorrenza contro le altre città come impegno decisivo (ecco un’altra applicazione ideologica del mercato a realtà che col mercato non c’entrano), tutto questo mi sembra caratterizzare le città italiane in modo generalizzato. Ricordo sindaci che legavano il loro ruolo e il loro orgoglio al fatto di aver dato alla loro città un buon piano regolatore, pur sapendo che gli effetti di quel progetto di città si sarebbe visto a lunga scadenza. Oggi anche le istituzioni, come la politica, sono appiattite sul breve periodo: quello spendibile alla scadenza del mandato amministrativo. Del resto, se non c’è più un progetto di società come può esserci un progetto di città?
Oggi la città si estende nel territorio, dando luogo a nuove conformazioni urbane. La comprensione del fenomeno è ancora non piena, la discussione sugli strumenti vaga. Ci si riferisce con insistenza al «piano di area vasta», ma senza un’autorità in grado di governarlo rischia di essere solo una speranza. Lo sviluppo urbano nel territorio quali problemi pone al pianificatore?
Invece di città e territorio, da vedere come due entità separate, preferisco parlare dell’ambiente della nostra vita sociale come territorio urbanizzato. I principi da seguire, e anche le regole, secondo me sono le stesse nell’affrontare le trasformazioni della città e quelle del territorio. Non pone quindi problemi nuovi dal punto di vista metodologico, ma semplicemente problemi diversi dal punto di vista dei fenomeni. Direi che gli urbanisti avevano compreso che i fenomeni urbani richiedevano una capacità di controllo e di governo a livello di area vasta. La politica non li ha seguiti. Pensa allo stesso tentativo di riforma della legge 142 del 1990, che prevedeva un riordinamento dell’assetto territoriale in funzione del diverso assetto delle urbanizzazioni. Una riforma modesta, che comunque poteva permettere (attraverso le città metropolitane in alcune aree, un nuovo ruolo delle province altrove) di governare i fenomeni di diffusione. Ma si è ritenuto che fosse complicato modificare i cristallizzati equilibri politici tra comuni maggiori e minori, comuni grandi e province e così via. Si è preferito non applicare la legge. Si è lasciato che l’espansione delle città, abbandonata agli interessi fondiari e allo spontaneismo, provocasse quelle nuove estese periferie a bassissima densità (e altissima domanda di energia) che conosciamo.
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Dorotei. Ovvero su ciò che accade nel PD riminese

Amintore Fanfani

Chi ricorda il mito di Kronos il Dio che per fermare il tempo divorava i propri figli? Per una spiegazione di superficie si potrebbe spiegare la formazione dei candidati alla Camera del PD riminese con l’applicazione contraria di questo mito, ossia i figli che divorano i padri per accellerare i tempi della loro carriera politica.

Di fatto ciò che accade nel Pd riminese, e non solo, è uno spietato scontro per il potere all’insegna del rinnovamento, dove sulla candidatura della Marchioni (nota: sarebbe l’unico deputato che non è mai stato eletto nemmeno in un consiglio di quartiere, alla faccia della propaganda piddina che sostiene la scelta dei cittadini) si giocano a detta dell’ex deputato Gambini altre partite che si svolgeranno nel 2009 in Comune, Provincia e Regione. Più volte mi è capitato di definire il Pd come un nuovo partito democristiano caratterizzato dal doroteismo (1) e quindi dalla spartizione di posti di potere come unico modo di intendere e fare politica. I fatti confermano questa impressione.

Si assiste da giorni ad uno scontro apicale tra gli esclusi, i loro sostenitori e i gruppi dirigenti del Pd locale e anche chi non vorrebbe occuparsene vede impegnati i tre giornali locali dalle diatribe degli ex Ds ed ex Margherita che monopolizzano il dibattito su temi che fanno parte dell’aspetto meno nobile della politica. Questo mi fa pensare che la vita del partito di Veltroni o sarà molto breve o quantomeno molto complicata e credo che la sinistra dovrebbe porre un argine concreto a questo modo di fare lontano dalle vere esigenze del Paese e della nostra città, marcando chiaramente una propria alterità.

Diffido sempre del nuovo per il nuovo, dell’inserimento di elementi giovanilistici nella politica, credo invece che il ricambio dei gruppi dirigenti possa avvenire non sulla base di aspetti anagrafici ma sulla base di aspetti programmatici e ideali.

Al gruppo dirigente del Pd riminese conviene che le elezioni vadano bene perchè già oggi si sente un tintinnar di sciabole che non promette nulla di buono. Il rischio, infatti, è che alla resa dei conti post elettorale prevalgano atteggiamenti irresponsabili che vedranno il proprio terreno di scontro sul Comune, con la possibilità sempre più concreta di un voto anticipato a Rimini. Penso che questa ipotesi vada scongiurata perchè significherebbe piegare le istituzioni ai giochi elettorali di partito, anzi, interni ad un partito, proprio come facevano i dorotei.

(1) Dorotei, doroteismo
La corrente storica della Democrazia Cristiana che governò il partito per un lungo periodo. Il nome deriva dal convento delle suore dorotee, che ne ospitò la prima riunione. La corrente, il cui nome ufficiale era “Impegno democratico”, si collocò nell’area centrale della Dc e dettò uno stile nei rapporti politici e nella gestione del potere che assunse un carattere preciso: il doroteismo, infatti, divenne sinonimo di notabilato, di esercizio del potere.

Elettrodotto Forlì – Fano

All’attenzione del Sig. Sindaco
Dott. Alberto Ravaioli
All’attenzione dei capigruppo di maggioranza
Agosta Marco (PD)
Galvani Savio (RC)
Leardini Mario (IDV)
Melucci Maurizio (VERDI)

Gentilissimo Sindaco, gentilissimi colleghi,
        
vi scrivo per richiedere la una convocazione di una riunione di maggioranza sul tema dell’elettrodotto Forlì – Fano.
Come certamente voi saprete giorni fa la causa intentata diversi anni or sono dal Comitato e dal Comune (che si schierò come parte civile), è passata in Corte di Cassazione la quale ha riconosciuto valide le motivazioni del Comitato che richiedono, fra l’altro, la rimozione del tracciato.
Sarebbe importantissimo che la nostra maggioranza potesse mettere in atto iniziative per dare finalmente risposte ai tantissimi cittadini che da ormai  venti anni attendono risposte, oggi è ancora più possibile grazie anche alla sentenza della Corte di Cassazione.
Questa sentenza è importante perché può consentire, senza esborsi finanziari, ma con atti politici, il riconoscimento di un diritto di tanti cittadini e, al tempo stesso, rende incomprensibili ulteriori attese e spostamenti ad altre date delle iniziative dell’Amministrazione.
Proporrei che alla riunione partecipassero il legale che ha patrocinato la causa in Cassazione, nonché i tecnici che hanno studiato nel tempo la questione ed una rappresentanza del Comitato.
Certo di un vostro puntuale riscontro colgo l’occasione per inviare cordiali saluti.

Eugenio Pari

Rimini, 20 febbraio 2008

Qualcosa si muove, infatti domani (6 marzo 2008) alla settimanale riunione  fra i Capigruppo di maggioranza e il Sindaco, si discuterà della questione di cui sopra e per convocare la riunione con il Comitato, i legali e i tecnici. Una bella notizia.

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Interrogazione di Eugenio Pari sulle partecipazioni comunali

Nelle linee guida per il Bilancio 2008 viene fatta l’ipotesi di creare una nuova società di proprietà comunale per la gestione di alcuni servizi attualmente in capo ad Hera, così come si cita la possibilità di creare una holding di tutte le partecipazioni comunali nelle varie aziende in cui è socio il Comune di Rimini.

Da notizie apparse sulla stampa locale qualche giorno fa apprendiamo che vi sarebbe già il nome di chi dovrebbe dirigere o presiedere questa azienda e si tratterebbe di un autorevole personaggio che già vanta la guida di un’azienda di pubblici servizi di un Comune vicino a Rimini .

A fronte di tali notizie chiedo se risulti al Sindaco che sia stato attivato un rapporto tra l’Amministrazione e dirigente sopraccitato e se questa persona abbia, ricevuto una sorta di mandato esplorativo. Se così fosse ritengo non si tratti di un comportamento improntato alla trasparenza e alla correttezza istituzionale. Sulla scelta della dirigenza l’Amministrazione avrebbe diverse opzioni, ad esempio distaccare a tal fine una delle posizioni dirigenziali attualmente esistenti, oppure procedere attraverso concorso così come avviene per qualsiasi altra assunzione.Infatti, non si capisce come mai per l’assunzione di un bidello o di un usciere si deve procedere per concorsi, mentre per individuare un così rilevante ruolo si possa procedere attraverso una scelta discrezionale.I quesiti presentati nell’interrogazione sono:

– quali servizi effettivamente Hera SpA intende ridare al Comune;

– quali sarebbero i criteri con cui il Comune intenderebbe procedere verso questo rientro;- la relazione tra la costituzione di questa società e la new co. di cui si parla sempre nelle linee di indirizzo e se questa nuova società andrà ad aggiungersi alle già numerose società di cui il Comune è proprietario o socio;

– se corrisponde al vero la notizia riferita all’incarico di mandato esplorativo che sopra ho riportato e se sono verosimili le notizie apparse sulla stampa locale;

– la nuova società che dovrebbe nascere dalla dismissione di alcuni servizi da Hera al Comune, implicherà modifiche sui livelli occupazionali? Rispetto questo tema quali sono le posizioni dell’Amministrazione?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Richiamo della sinistra

Eugenio Pari

RIMINI – (vdt) E a sinistra cosa succede? Il nuovo orizzonte politico, secondo Eugenio Pari (Pdci), non può che essere quello di una Sinistra l’Arcobaleno unita.

Il Pd ha deciso di separarsi dalla sinistra per candidarsi a rappresentare qualcosa di nuovo, altrimenti dice di sentirsi incastrato in una relazione che sa di vecchio, ormai fallita. Segnali in questa direzione sono già stati lanciati anche a Rimini. Fino a che punto succederà davvero?
Il Pd vuole tenersi le mani libere per decidere dopo le elezioni con chi allearsi, in questo ricalca la Dc della Prima Repubblica. A Rimini autorevoli rappresentanti di quel partito come Nando Fabbri non hanno escluso future alleanze con la sinistra, ma se, e solo se, quest’ultima accetterà il programma proposto, o meglio, imposto dal Pd. Mi pare una cosa veramente “democratica”. Il Pd può raggiungere a Rimini anche il 35%, però tengano presente che la maggioranza si fa con il 51%, probabilmente più che a sinistra sono orientati ad allearsi con l’Udc e spezzoni di Forza Italia.
Ma lei sarebbe orientato o meno verso un’alleanza con il Pd?
Io avrei auspicato che si potessero trovate le condizioni per riproporre un nuovo centrosinistra. Ma obiettivamente il Pd cerca solo il governo per il governo, illudendosi di far convivere Montezemolo, che alla Ferrari sospende gli operai iscritti al sindacato, e gli operai stessi. Di fatto non ci sarà un interclassismo di marca Dc, ci sarà la predominanza di quei poteri forti che vengono considerati indispensabili per governare.
Quali potrebbero essere le ripercussioni per le coalizioni di centrosinistra al governo in provincia e in comune?
Io penso che la sottoscrizione di un programma condiviso sia una condizione essenziale per la salvaguardia delle coalizioni. Il punto però è che il Pd vive con fastidio la sinistra, tollera malvolentieri opinioni diverse e pareri contrari. Pensa di essere autosufficiente, salvo poi scoprire che se vuole vincere deve bussare alla porta della sinistra. Io sarei molto meno accondiscendente verso certi atteggiamenti e porrei in maniera chiara e manifesta una questione: verificare se ci sono ancora le condizioni per poter
proseguire l’esperienza di governo, partendo da una valutazione dello stato di attuazione dei programmi.
Proprio qui a Rimini la cosa rossa sembra avere difficoltà a decollare, perché?
E’ vero ci sono state vicende che hanno richiesto dei chiarimenti tra le forze di sinistra. Ciò è avvenuto e ha portato alla condivisione da parte di tutti della necessità di unirsi e fare presto. Io penso che la sinistra sia chiamata a una sfida grande, cioè rifondarsi non solo con un’alleanza elettorale ma con un’operazione culturale e politica che costruisca le basi di un’alternativa possibile al luogo comune del capitalismo (più o meno compassionevole) come stato di natura. Insomma, deve ridare un senso alla propria esistenza. Se la sinistra vuol avere un futuro non può che aprire le proprie porte al territorio, ad associazioni, a singoli gruppi, attraverso assemblee aperte e decisioni trasparenti.
Alla prossima scadenza elettorale, le provinciali, al fianco di chi immagina il Pdci?
Premesso che sarà il partito a decidere, io posso solo auspicare e cercare di dare il mio contributo affinché vi sia una sola sinistra. Questo viene prima di tutto perché ormai è chiaro in Italia esiste una destra, un centro ossia il Pd e una sinsitra che deve unirsi per rappresentare con più forza i temi del lavoro, della laicità, della pace, insomma, indicare un’alternativa. Se la sinsitra rimarrà divisa “pioveranno sempre pietre” sulle classi più deboli.

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A FRONTE DELLA GRAVE CRISI DEL PAESE E DELLE ACCELLERAZIONI DEL PD, OCCORRE LAVORARE PER UNA SINISTRA UNITA.

arcobaleno

Rimini, 29 gennaio 2008

Di Eugenio Pari

 

L’importante risultato in termini di partecipazione per la nomina dei dirigenti locali del PD segna un episodio che la sinistra non deve sottovalutare. Il PD, pur con tutte le sue contraddizioni, corre verso il proprio consolidamento, mentre le iniziative unitarie intraprese dai partiti della sinistra subiscono rallentamenti. Io credo si debba aprire quanto prima anche a Rimini un momento di confronto non ristretto alle segreterie dei partiti, ma allargato anche, anzi soprattutto, ai cittadini, alle associazioni e ai movimenti che richiedono la costruzione di un soggetto plurale, laico, per la pace, il lavoro, l’ambiente e per l’alternativa, insomma, un soggetto unito e di sinistra a cui possano contribuire in termini di idee e attività.

La fase che sta attraversando il nostro Paese impone serietà e consapevolezza della portata dei problemi che rimangono insoluti, primo fra tutti quello della redistribuzione del reddito a vantaggio delle classi più deboli. Rimanere divisi non mi pare rispondere al compito storico che la sinistra deve assolvere. Per questo ribadisco una proposta già fatta ai compagni e agli amici e della sinistra: organizzare quanto prima un momento di discussione e di confronto anche programmatico esteso a tutti coloro che ci stanno, a quella parte attiva che ha scelto e continua a scegliere di ricercare una alternativa concreta, non solo a parole, anche a Rimini.

Non possiamo permetterci di aspettare i tempi, talvolta i riti, delle direzioni nazionali dei nostri partiti, occorre anticipare e conseguentemente sollecitare processi unitari che altrimenti rischiano di rimanere sull’agenda politica sotto la voce “intenti”. Dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione le nostre certezze per arrivare ad una sintesi unitaria. Dobbiamo accantonare i motivi delle nostre divisioni, motivi ormai dispersi in un passato che però rischia di pesare come un macigno sul presente. Dobbiamo cedere qualcosa della nostra identità per creare qualcosa di grande e utile a quelle persone che diciamo di voler rappresentare e difendere.

A me hanno insegnato che i comunisti prima di tutto si impegnano per far avanzare la società, pensare solo ai simboli finirà per metterci in un angolo, dove tutt’al più possiamo sventolare le bandiere al chiuso delle nostre sezioni, senza nulla da dire e soprattutto senza nulla da fare. Io, per esempio, non mi sentirei meno comunista nel sostenere un simbolo di sinistra che al proprio interno non contenesse falce e martello. Ma il problema vero non è quello del simbolo, la necessità è coinvolgere coloro che quella storia non l’hanno mai vissuta, coloro per cui vale ancora la pena battersi per una società migliore e più giusta.

Sono convinto che non basti un semplice cartello elettorale, anche se arrivare alle prossime scadenze sotto un unico simbolo sarebbe un risultato. È necessario un grande sforzo di coinvolgimento e di ascolto per capire quali siano le aspettative delle cittadine e dei cittadini e successivamente un momento partecipato in cui le cose apprese vengono declinate in proposte e programmi. Mentre la politica è bloccata in una delle sue ennesime discussioni sugli assetti istituzionali, sulle sue alchimie e sui calcoli ragionieristici, stanno scoppiando le contraddizioni insolute di una società dove il 10% delle famiglie controlla il 45% della ricchezza, caratterizzata: dalla mancanza di sicurezza nel trovare lavoro e della sicurezza sul lavoro, da un ambiente saccheggiato, da una questione morale irrisolta, da una laicità continuamente sotto schiaffo da parte dei settori più retrivi della chiesa cattolica.

La sinistra non solo può, ma ha il dovere storico di calarsi in questa realtà cercando soluzioni e indicando una alternativa di sistema.

 

eugenio_pari@yahoo.it

eugenio.pari@comune.rimini.it

 

 

 

 

 

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LETTERA APERTA DEL 21 GENNAIO 2008

EUGENIO PARI

Di Eugenio Pari 

Il caso Mastella, l’emergenza rifiuti in Campania, la laicità dello Stato continuamente sotto schiaffo, il deterioramento del potere di acquisto degli italiani, la mancanza di un lavoro sicuro e della sicurezza sul lavoro; segnano una profonda crisi non tanto e non solo del Governo di centrosinistra, ma dell’intera società italiana e quindi delle sue istituzioni rappresentative.

Mastella ha fatto bene a dimettersi, ma che altro doveva fare? Come avrebbe potuto continuare a fare il Ministro di Grazia e Giustizia con accuse pesantissime rivolte contro di lui da due diversi tribunali e con la moglie e una buona parte del parentado, nonché gruppo dirigente del suo partito, colpita da misure restrittive? Esponenti del centrosinistra che si sono affannati nell’impedire al leader del “partito–famiglia” Udeur di dimettersi, hanno pensato più agli equilibri parlamentari piuttosto precari di questo governo che non alla coerenza di quanto posto dal programma elettorale su conflitto d’interessi, giustizia e magistratura. La magistratura, come si dice in questi casi, farà il suo corso, ma il vittimismo della famiglia Mastella, a fronte delle lotte estenuanti e sacrosante che gli operai in questi giorni hanno condotto per ottenere un aumento di soli 127 euro mensili, o della tragedia della Thyssen Krupp, segna una profonda frattura fra il Paese reale e alcuni suoi esponenti politici. Una frattura che rischia di portare ad un punto di non ritorno.

Certo, almeno Mastella ha avuto il buonsenso di dimettersi. Buonsenso e che invece Bassolino dimostra di non avere. Non si tratta di stilare una lista fra buoni e cattivi, fra l’altro in questo caso sarebbe davvero molto difficile classificare i due dirigenti politici citati; si tratta invece di richiedere un minimo di dignità e di decoro a coloro che rappresentano le istituzioni. Richiedere loro scelte giuste pare davvero troppa cosa!

Mastella, peraltro, si è giustificato sostenendo che le accuse mosse dalla magistratura nei suoi confronti, su cui non spetta sicuramente al sottoscritto sancire la fondatezza o meno, sono in realtà pratiche politiche. Un po’ come fece Craxi difendendosi in Parlamento dalle accuse di corruzione negli anni ’90. Se questo è, bene che i giudici rompano tali pratiche, perché esse sono devastanti per la vita civile di un Paese.

Come si può pensare che le profonde sofferenze del Paese si possano risolvere proponendo solo sistemi elettorali, accordi bi partisan, se davvero non esiste la condivisione delle emergenze nazionali, se davvero non si comincia a ragionare su come attuare una più giusta redistribuzione della ricchezza? Il Paese sta sprofondando in atteggiamenti di sfiducia e rifiuto verso la politica e le istituzioni democratiche, senza che dai partiti, salvo rare eccezioni, provengano risposte concrete per invertire questa tendenza. Spira forte il vento dell’antipolitica in Italia. Ed è un’antipolitica che ha più di una ragione. Il pericolo in queste situazioni però è quello di una svolta autoritaria che paternalisticamente dia rassicurazioni, non risposte, ai cittadini.

Vittorio Foa qualche giorno fa su la Repubblica, ha detto una cosa molto significativa ma al tempo stesso preoccupante. Parlando dei politici attuali ha evidenziato la mancanza assoluta dell’esempio come valore. La politica non è solo dichiarazioni o polemica brillante, bensì dovrebbe essere il perseguimento dell’interesse collettivo al di sopra dell’interesse personale, mettersi a disposizione ed il privilegio, quello vero, dovrebbe essere promuovere il benessere della società in cui si vive. Credo che in questo momento il compito di chi con responsabilità diverse si trova a far politica sia quello di fornire esempi, dando la certezza di realizzare un’opera degna e meritoria a beneficio di tutti, perché, alla fine, è questa la migliore ricompensa, il premio più lusinghiero per l’individuo che lo realizza. E questo lavoro altruista che persegue il bene comune merita, o prima o dopo, il riconoscimento dei cittadini.

 

 

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