Ceto medio e Emilia Rossa

Di seguito alcuni appunti sul celebre discorso di Palmiro Togliatti. Nelle mie intenzioni questo sarebbe il primo di una serie di riflessioni che vorrei svolgere sul cosiddetto “modello emiliano”.

Di Eugenio Pari

“Emilia rossa” è l’espressione con cui per decenni si è caratterizzato il modello non solo politico, ma sociale economico e culturale dell’Emilia Romagna.

Come noto questa formula trae le sue origini dal celebre discorso che Togliatti pronunciò al Teatro comunale di Reggio Emilia il 24 settembre 1946, discorso i cui contenuti determinano una vera e propria “pietra angolare” del modello emiliano e nella linea politica nazionale del Pci.

togliatti

Palmiro Togliatti

Il modello a cui Togliatti si ricollega nel tentativo di indicare da un lato la linea generale del Pci e dall’altro di offrire un riferimento concreto di governo ai comunisti emiliano romagnoli, è quello del “riformismo” dei Costa, dei Marabini, dei Massarenti e Prampolini.

Ecco il passaggio in questione:

“Il socialismo è stato tra di noi un grande movimento progressivo, non soltanto perché ha portato sulla scena politica l’operaio, colle sue rivendicazioni di libertà e di giustizia sociale, ma perché sulla stessa scena ha collocato al primo piano anche il bracciante e le altre categorie decisive di lavoratori della terra. Aver fatto delle plebi rurali povere, miserabili, febbricitanti e turbolente una massa di milioni di donne e di uomini inquadrati nelle Leghe, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro, nelle sezioni di un partito nazionale; avere insegnato loro a conquistare e gestire i comuni; e soprattutto averle strette insieme con legami di solidarietà e avere acceso nell’animo loro la fede inestinguibile di un avvenire migliore, nella redenzione del lavoro da ogni sfruttamento e da ogni oppressione, questo fu il grande merito dei pionieri del socialismo, degli Andrea Costa, degli Anselmo Marabini, dei Giuseppe Massarenti, dei Camillo Prampolini e di tutti gli alrti.1

Il “Migliore” citando i nomi dei “pionieri” che edificarono il socialismo municipale in Emilia parlerà nei loro confronti di “venerazione”. Togliatti si esprimerà in questi termini:

“I nomi di questi uomini, noi comunisti, li onoriamo e li veneriamo, e non solo perché fanno parte delle migliori tradizioni del popolo italiano, che noi sentiamo nostre, ma perché in essi riconosciamo dei maestri di quella politica che si fonda sulla capacità di esprimere le aspirazioni più profonde degli uomini che vivono del loro lavoro, e sulla capacità di organizzare la lotta per la realizzazione di queste aspirazioni.2

Togliatti dopo queste frasi si sofferma però su una critica, che può apparire un monito ai dirigenti emiliani del Pci, partito che ha avuto una rapidissima crescita organizzativa e di voto, partito con “profondissime radici in tutti gli strati”. Una critica a posteriori rispetto alla necessità di costruire quella che verrà definita politica delle alleanze, ovvero il blocco sociale del Partito nella regione.

“(…) Vi era nei riformisti un pericoloso particolarismo, cioè la tendenza a separare l’uno dall’altro i problemi, in modo che veniva quasi sempre perduta la visione di prospettiva e dell’interesse generale del movimento. Il vecchio dirigente riformista era capace, meglio di chiunque di fare l’interesse della cooperativa da lui fondata e diretta; ma ad un certo punto non era più in grado di comprendere se, per fare questo interesse in modo esclusivistico, non andava contro l’interesse e i fini di tutto il movimento, o non cedeva al nemico qualcuna delle posizioni di principio che non debbono essere cedute. Lo stesso avveniva nel movimento sindacale. Lo stesso nel campo politico. In questo modo di producevano due conseguenze principali, che dovevano essere fatali alla sorte del riformismo e anche del socialismo in Italia: da un lato veniva spezzata l’unità delle classi lavoratrici e della loro azione, che perdeva il necessario rilievo nazionale; dall’altro penetravano nelle file stesse del socialismo le influenze dei nemici del socialismo stesso, e questo perdeva il suo slancio, si corrompeva, si imborghesiva, diventava l’arena delle ambizioni di avvocati e di altri politicanti della città.3

Ora, tralasciando i toni pacati e razionali, propri del leader comunista, toni a cui, vale la pena dircelo, siamo completamente disabituati osservando il dibattito politico contemporaneo, Togliatti mette in guardia i dirigenti e militanti comunisti tracciando le responsabilità che hanno portato al “fallimento” i socialisti. Fra queste vi è l’incapacità di non aver saputo attuare politiche unitarie fra il proletariato delle campagne e gli “strati intermedi”, una “errata impostazione del problema contadino” espressa in questi termini:

“Il riformismo, (…) non seppe mai prendere una giusta posizione verso gli strati intermedi delle campagne. Legò la soluzione del problema della terra a formule generali, astratte e vuote, non aderenti alla realtà, come quella della socializzazione. Nell’azione pratica si comportò verso i gruppi intermedi come se non ne comprendesse le caratteristiche e i bisogni, lasciando affiorare errate e pericolose tendenze livellatrici, come se lo scopo fosse stato quello di far diventare tutti i lavoratori agricoli dei braccianti e per questa via portarli per forza al socialismo. Questa posizione era antimarxista, quant’altra mai, e assurda poi, tanto nella vostra regione, quanto nelle altre regioni italiane dove le forme di economia agricola individuale, (…), hanno radici profondissime.4

Si potrebbero trarre alcune conclusioni su questo brano. La prima potrebbe consistere in una critica alla fase di collettivizzazione forzata voluta in Urss negli anni ’30, una critica che per quanto “a posteriori” unita alla dottrina del “partito nuovo” e al carattere nazionale del Pci, già metteva in luce elementi di differenziazione del Pci rispetto al Pcus, in anni, peraltro, dove la difformità rispetto alla linea del partito di riferimento era

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copertina di Politica nazionale e Emilia Rossa (Editori Riuniti)

pesantemente sanzionata dai sovietici. L’altra potrebbe essere rispetto al dibattito interno al Partito in tema di politiche agrarie in particolare sulla polemica fra Sereni, interprete della linea togliattiana e Grieco, su posizioni più ortodosse, divisione a cui ci riferiremo più avanti. Un’ultima riflessione potrebbe riguardare l’indicazione a dirigenti e militanti di non attuare politiche e atteggiamenti livellatori e pauperistici, che porteranno il partito negli anni successivi a sostenere l’iniziativa privata di piccoli e medi imprenditori i quali militeranno e rafforzeranno il partito stesso.

I “gruppi intermedi” delle campagne, in particolare la classe mezzadrile, stringerà quell’alleanza, con il proletariato operaio e con il ceto medio, che sta alla base del successo elettorale, politico e amministrativo del Pci nelle “regioni rosse”, in particolare in Emilia Romagna e Toscana.

Un’altra differenza tra comunisti e socialisti, questa volta non distinti dai riformisti, la sancisce Renato Zangheri5 il quale in un articolo su Rinascita del 1969 riprende gli aspetti non razionali dei socialisti. È interessante sottolineare che Zangheri scrive questo articolo quando il modello di governo comunista nella regione, già arrivato a maturazione, è alla vigilia di importanti cambiamenti che cercherò di definire più avanti.

Scriveva Zangheri:

“(…) c’era nel vecchio socialismo della nostra regione una concezione del mondo, una filosofia (…), un costume, una morale, una fede nella liberazione dell’umanità. Oggi siamo pervenuti ad una concezione più logica del partito, l’adesione al quale è essenzialmente l’adesione ad un programma politico, e quindi tende ad escludere gli elementi di fideismo e di dogmatismo. Una delle conseguenze del carattere “messianico”, (…), del vecchio socialismo (…), fu di trasferire le attese e le speranze in un futuro remoto, al quale ci si rivolgeva in modo approssimato e assieme confuso ed astratto (…). oggi noi [comunisti] siamo forti in Emilia e in Romagna perché abbiamo profonde radici fra i proletari della città e della campagna, ma anche perché siamo usciti dallo steccato e abbiamo stabilito collegamenti con tutte le forze interessate alla trasformazione della società.6

Un approccio “logico”, razionale al tema della trasformazione che doveva essere collocata all’interno dell’idea di “democrazia progressiva”; non certo un approccio insurrezionale o di preparazione all’insurrezione, cose queste ultime, che Togliatti aveva escluso, come risaputo, fin dal 1944, anno della cosiddetta “Svolta di Salerno”.

A differenza di ciò che avvenne in Grecia, tenendo a bada pulsioni insurrezionali ancora presenti nel Partito, Togliatti appoggia una linea di governo, di cui l’Emilia Romagna sarà il prototipo, da svilupparsi all’interno dei principi democratici che verranno, di li a due anni, esplicitati nella Costituzione. La linea da seguire è quella delle “riforme di struttura”come fattori della “via italiana al socialismo”, egli aveva però anche ben chiaro il fatto che i rischi di un ritorno al fascismo era ben presente. D’altra parte egli non volle e non poté tralasciare le responsabilità del movimento operaio nei confronti dell’ascesa del fascismo in Italia.

“È assurdo pensare che il fascismo si piovuto sopra di noi dal cielo. Se il nostro paese è diventato fascista, è perché nell’organismo stesso italiano vi erano quei germi che, sviluppandosi, dovevano di necessità portare alla tirannide fascista. Questi germi devono essere cercati nella nostra stessa struttura sociale e nella natura delle nostre classi dirigenti. Se vogliamo dunque evitare la ricaduta, dobbiamo modificare parecchie cose nella struttura e nella direzione della vita nazionale.7

La lezione di Gramsci sul “sovversivismo delle classi dirigenti italiane”, ovvero la tendenza dei gruppi dominanti a sovvertire regole e procedure democratiche per conculcare le minoranze e difendere le proprie posizioni di potere è piuttosto esplicita in questo passaggio del discorso di Togliatti.

Torniamo quindi alla rottura fra gli “strati” dei lavoratori delle campagne esercitata dai riformisti, già accennata in precedenza a causa della “errata impostazione del problema contadino”.

“La sconfitta del movimento riformista emiliano fu essenzialmente una grande rottura tra i braccianti socialisti organizzati e di tendenza collettivistica, e i gruppi intermedi delle campagne e delle città. Questa rottura, che non fu solo di natura economica, ma si alimentò anche di elementi ideologici soprattutto di ordine nazionale, fu all’origine del fascismo.8

Questa revisione critica delle politiche agrarie dei socialisti esercitata dal Pci, arrivando alla conclusione che queste condussero alla divisione fra braccianti e mezzadri nella Valle Padana, divisione che a sua volta contribuì all’ascesa del fascismo non riguarderà, invece, la valutazione e le politiche comuniste sulla questione agraria nel Mezzogiorno. Nell’Italia meridionale, infatti, il Pci, nel secondo Dopoguerra, adottò una linea di cautela nei confronti delle lotte del movimento contadino meridionale che prima dell’avvento del fascismo adottarono i socialisti.

La linea comune di socialisti e comunisti nell’approccio alla questione agraria meridionale dipese, secondo un saggio di Anna Rossi Doria del 1976:

“(…) dalla mancanza di fiducia (…) verso la capacità dei contadini [del sud] (…) di organizzarsi in modo autonomo”, che riproduceva una caratteristica dei dirigenti socialisti degli inizi del secolo: “la diffidenza (…) circa la possibilità del cafone meridionale a saper rispettare la dura disciplina della lotta di classe e a non trascendere in eccessi”.9

Togliatti nel 1946 a Reggio Emilia, nel suo discorso a quadri e militanti comunisti con toni piuttosto espliciti si soffermerà sulla questione sollevata nel saggio di Anna Rossi Doria . In una passaggio si poteva ben comprendere che c’era e ci sarebbe stato un diverso atteggiamento dei comunisti rispetto alle lotte nelle campagne, differenziazione dovuta alle caratteristiche storiche, culturali e persino geografiche in cui esse si erano sviluppante e andavano riorganizzandosi.

Volesse il cielo che un movimento potente e vittorioso di masse come quello emiliano si fosse sviluppato in altre regioni: nel Veneto, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Basilicata, (…). Volesse il cielo che anche quei lavoratori avessero saputo spezzare da tempo la soggezione ai rapporti tradizionali d’autorità, e invece di conservare l’ossequio servile per il loro sfruttatore di votare secondo l’indicazione dell’agrario e del prete avessero saputo condurre una lotta potente e bene organizzata per redimersi dalla arretratezza e dalla miseria, collo stesso slancio ed impeto dei lavoratori emiliani. Se ciò fosse avvenuto, la nostra patria sarebbe oggi un paese molto più progredito di quanto non sia.10

Togliatti non poteva immaginare il futuro e quindi sapere che proprio nel tentativo di sovvertire quei rapporti feudali e di sottomissione, peraltro per via pacifica, il 1 maggio 1947 verranno uccise undici persone fra uomini, donne e bambini nella piana di Portella della Ginestra per mano del famigerato bandito Giuliano.

Di certo, però, era assolutamente in grado di trarre delle conclusioni sulle lotte nelle campagne del Mezzogiorno nel biennio 1944 – 46, ciclo che il Pci definiva “caratterizzato da rivolte disperate ed estremistiche, [di] spontaneità assoluta, tradizione secolare delle occupazioni delle terre e del ribellismo municipale”11.

Ciò che sostanzialmente manca ai lavoratori del Mezzogiorno è la capacità organizzativa che storicamente ha caratterizzato i proletari emiliano romagnoli. Oltre a ciò, la realtà di questa regione è sempre stata incentrata su solide doti di associazione fra i più deboli, doti che per ragioni storicamente determinate i lavoratori del Mezzogiorno non possedevano e che il movimento operaio fino ad allora non aveva nemmeno più di tanto provato ad instillare. I comunisti, attraverso soprattutto la penetrazione dell’organizzazione sindacale proveranno ad attivare queste capacità fra il proletariato del Mezzogiorno.

Mi sono semplicemente limitato a riportare alcune impressioni, in quanto l’analisi e il dibattito dei comunisti sulla questione agraria sono qualcosa di molto più profondo e non semplicemente sintetizzabile. Esse coinvolgono anche la differenza di prospettiva presente non solo tra i militanti, che comunque si adegueranno sempre nella stragrande maggioranza alla linea sancita dai gruppi dirigenti, ma all’interno del gruppo dirigente stesso. Posizioni che riguardavano il carattere che il Pci avrebbe dovuto assumere con la linea togliattiana di cui, come detto, l’interprete per le politiche agrarie nel gruppo dirigente era Emilio Sereni12; mentre la linea più ortodossa, per meglio dire su posizioni leniniste classiche era invece rappresentata da Ruggero Grieco.13 Sereni sosteneva una battaglia in funzione antimonopolistica anche nelle campagne e quindi una politica delle alleanze fra i “gruppi” delle campagne; al contrario, Grieco ribadiva con fermezza la tesi di disarticolare le categorie che componevano il lavoro nelle campagne utilizzando le contraddizioni interne per arrivare alla sua riorganizzazione in funzione anticapitalistica e rivoluzionaria.

L’approccio pragmatico e sicuramente incentrato sulla linea della “politica delle alleanze” di Togliatti e di tutto il Pci, nell’economia del ragionamento che si sta tentando di portare avanti, contribuirà in maniera determinante a rendere il “gruppo” mezzadrile alla base del forte consenso in Emilia Romagna e alla sua trasformazione in classe imprenditoriale.

Mi sembra opportuno riportare un passaggio di Caciagli, sulle differenze tra Pci e Pcf, cioè tra i due più importanti partiti comunisti dell’Occidente, caratterizzato il primo nella ricerca originale di una “via al socialismo” e quindi impegnato sulla costruzione delle necessarie alleanze per arrivarci; mentre il secondo ancorato ad una visione più ortodossa del proprio “compito rivoluzionario”.

‘I mezzadri costituirono il principale vettore di penetrazione comunista in Emilia Romagna (…). L’abilità del Pci fu di non accontentarsi di quella che Maurice Thorez chiamava ‘una materia di prim’ordine (…). Il Pci si rivolse agli artigiani, ai commercianti e agli intellettuali (…). I suoi sforzi suscitarono tensioni interne, qualcuno dei suoi militanti più radicali non apprezza per niente questa politica delle alleanze. Ma non modificano la composizione sociale del partito dominata da mezzadri, braccianti e operai. (…) A differenza del monolitismo operaio della banlieu parigina, la base sociale del Pci è dunque tridimensionale’ (Lazar, Maison Rouges). Il Pci chiamava quel sistema di alleanze “blocco sociale”, ma possiamo chiamarlo alleanza interclassista. Proprio qui stava, rispetto al Pcf, la capacità del Pci di aggregare e allargare il consenso. Una capacità che mostrò tutti i suoi effetti quando i mezzadri e gli operai divennero piccoli e medi imprenditori nei sistemi di economia differenziata. (…) la classe gardèe del Pci, i mezzadri, misero anni a scomparire e lasciarono un’eredità; la classe gardèe delle fabbriche della banlieu, fu spazzata via in poco tempo”14

verrebbe, da dire con la ristrutturazione capitalistica chiuse le fabbriche anche la classe operaia abbandonò progressivamente il Pcf, portandolo, di fatto alla marginalità politica. Per il Pci e i partiti di sua derivazione, il discorso fu moltro diverso: le trasformazioni del sistema economico e produttivo della fine anni ’70, inizio anni ’80 non determinarono affatto una fuoriuscita da esso da parte della propria classe gardèe.

1P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 36, Editori Riuniti, Roma

2P. Togliatti, ibidem, pag. 37

3P. Togliatti, ibidem, pag. 37

4P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 38, Editori Riuniti, Roma

5 Renato Zangheri è nato a Rimini il 10 aprile 1925. Ha frequentato il liceo Giulio Cesare di Rimini, poi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, dove si è laureato con lode con una tesi su “Problemi e aspetti del socialismo italiano”. Assistente del professor Luigi Dal Pane ha conseguito la libera docenza e nel 1960 la cattedra universitaria. Ha insegnato Storia economica e storia delle dottrine economiche nelle Università di Trieste e Bologna. I suoi principali studi riguardano la distribuzione della proprietà terriera fra ‘700 e ‘800, i catasti come fonti storiche, il pensiero dei fisiocratici francesi, la storia del socialismo. La carriera amministrativa a Bologna comincia come consigliere nel 1956; dal 1959 è assessore con Dozza e poi sindaco di Bologna dal 1970 al 1983. Nel 1971 lancia il primo grande piano di recupero e risanamento del centro storico. Nel 1973 vara misure sul trasporto pubblico che prevedono corsie preferenziali e fascie orarie gratuite. Intenso il dibattito culturale e politico durante il suo mandato tra intellettuali, istituzioni e il movimento studentesco, soprattutto dopo l’uccisione di Francesco Lorusso nel marzo 1977.In quegli anni alcune fra le pagine più dolorose della storia della città: la strage dell’Italicus nel 1974 e la bomba alla stazione il 2 agosto 1980. Nel 1982, per la prima volta in Italia, affida una struttura pubblica all’associazionismo omosessuale. Nel marzo 1983 Renato Zangheri lascia Bologna per dirigere il Dipartimento sullo Stato e le autonomie locali della Direzione del Pci. Si mantiene l’accordo Pci-Psi, che designa successore sindaco Renzo Imbeni. Eletto deputato nel 1983 e 1987, Zangheri è presidente del gruppo parlamentare del Pci negli anni fra 1986 e 1989. Dal 1991 aderisce al PDS, quindi ai DS. Dal 1991 torna all’insegnamento universitario, ricoprendo fra 1991 e 1994 la carica di Rettore dell’Università di San Marino. Nell’ultimo decennio si dedica alla redazione della Storia del socialismo italiano di cui sono usciti i primi due volumi. Nel 1998 è nominato dal Ministero dei Beni culturali presidente della Commissione scientifica per la nuova edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci, incarico da cui si è dimesso nel 2000. Muore a Imola il 6 agosto 2015. https://www.bibliotecasalaborsa.it/documenti/20367

6R. Zangheri, Ruolo e alleanze della classe operaia, Rinascita, 1969

7P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia Rossa, pag. 29, Editori Riuniti, Roma

8P. Togliatti, ibidem, pag. 38

9I corsivi sono di S. G. Tarrow, Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, 1972, pag. 177 compreso nel saggio di Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

10P. Togliatti, ibidem, pag. 36

11Anna Rossi Doria, Appunti sulla politica agraria del movimento operaio nel secondo dopoguerra, in Italia contemporanea, aprile-giugno 1976, n. 123

12 Emilio Sereni. Nato a Roma il 13 agosto 1907, deceduto a Roma il 20 marzo 1977, studioso di Agronomia, dirigente del Partito Comunista Italiano. Sereni subì il primo arresto a Portici nel 1930. Era da poco rientrato a Napoli da Parigi, dove aveva preso contatto con i dirigenti del Centro estero del P.C.d’I. Portato davanti al Tribunale speciale con Manlio Rossi Doria , i due saranno condannati a 15 anni di reclusione. Grazie ad amnistia, Sereni è liberato nel 1935. Espatriato con la famiglia in Francia continua nell’attività politica e il 1940 lo vede a Tolosa, intento a ricreare quei collegamenti che, l’anno successivo, porteranno alla costituzione di un CLN in nuce. Tra il 1942 e il 1943 Sereni si collega alla Resistenza francese e comincia a pubblicare La parola del soldato, un giornale clandestino rivolto ai militari delle forze d’occupazione italiane in Francia. Non trascura, tuttavia, il suo impegno di studioso e scrive quello che è considerato un classico della letteratura storico-economica del Novecento: La questione agraria nella rinascita nazionale. Il libro uscirà a Roma soltanto nel 1946. Ma nel 1943 Emilio Sereni finisce di nuovo in manette. Il 17 giugno i carabinieri delle nostre forze di occupazione in Francia lo arrestano. Carcerato e torturato nel forte di Antibes, lo studioso antifascista è giudicato da un nostro Tribunale militare, con altri otto coimputati, per “direzione di guerra civile e incitamento alla diserzione”. La condanna è a 18 anni di reclusione e Sereni, nonostante il governo Badoglio sia subentrato a quello di Mussolini, è tradotto nel carcere di Fossano (Cuneo). Fallito un tentativo di evasione, il dirigente comunista finisce nelle mani delle SS, che fortunatamente non sanno quale sia la sua vera identità. Rinchiuso per sette mesi nel “braccio della morte”, è liberato nell’agosto del 1944 e si porta a Milano. Qui dirige, nonostante sia malato, il lavoro di propaganda e, con Luigi Longo il PCI nel CLN dell’Alta Italia. Nei giorni dell’insurrezione è Emilio Sereni che sottoscrive, a nome del PCI, il manifesto dell’assunzione dei poteri da parte del CLN della Lombardia ed è sempre lui che, dopo la Liberazione, presiede il CLN lombardo ed è nominato commissario per l’Alta Italia dal ministero degli Interni. Nel dopoguerra Sereni, membro della Direzione del suo partito e membro della Costituente, organizza i Consigli di Gestione, è ministro (prima dell’Assistenza postbellica e poi dei Lavori pubblici) nel secondo Gabinetto De Gasperi, parlamentare sino al 1972, responsabile del settore culturale del PCI, membro dell’Esecutivo mondiale dei Partigiani della Pace, presidente dell’Alleanza Nazionale Contadini. Un impegno massacrante, che non gli impedisce tuttavia di continuare nel lavoro scientifico che si concretizza nell’insegnamento universitario e in diversi libri, tra cui: Il capitalismo nelle campagne 1860-1900 (1947), Storia del paesaggio agrario (1962), Comunità rurali dell’Italia (1965), Capitalismo e mercato nazionale (1967). http://www.anpi.it/donne-e-uomini/1339/emilio-sereni

13 Ruggero Grieco. Nato a Foggia il 19 agosto 1893, deceduto a Massa Lombarda (Ravenna) il 23 luglio 1955, parlamentare e dirigente comunista, promotore della riforma agraria. Fu, dopo la Liberazione, il principale promotore e organizzatore, con Giuseppe Di Vittorio, dei contadini italiani per la riforma agraria. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, Grieco si era diplomato in agronomia a Spoleto. Nel 1912, a Foggia, aveva aderito al Partito socialista e aveva trascorso l’autunno tra i braccianti, per conoscerne direttamente i problemi e le aspettative. Trasferitosi a Napoli per frequentare la Scuola superiore di agricoltura di Portici, dopo un anno e mezzo dovette abbandonare gli studi per difficoltà famigliari. A Napoli, dove aveva avuto modo di conoscere Amedeo Bordiga, collaborò al settimanale Il Lavoro e, con lo stesso Bordiga, tentò inutilmente di fare opera di moralizzazione tra i socialisti locali. Nel 1913 Grieco, che si era trasferito a Roma, fu chiamato alle armi e assegnato al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, combatté sul Carso e sul Grappa col grado di sottotenente. Tornato a Napoli al termine del conflitto, Greco riprese i contatti con Bordiga e, con lui e con i compagni del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo, fu tra i promotori della nascita del PCd’I, nel cui Comitato Centrale fu eletto, entrando a far parte anche dell’Esecutivo. Fu Antonio Gramsci a convincerlo, e a portarlo nella sua maggioranza al Congresso di Lione. Dopo la proclamazione, nel 1926, delle “Leggi eccezionali” fasciste, Grieco fu costretto ad espatriare e fu designato a dirigere, con Palmiro Togliatti, del suo partito. Nel 1927, in contumacia, il dirigente comunista fu condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale speciale. Cominciarono così i lunghi anni dell’esilio, che videro Ruggero Grieco impegnato in un’attività politica senza soste. Dal 1927 al 1939 fu tra i principali redattori della rivista Lo Stato Operaio. Nel 1928, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista lo elesse membro candidato dell’Esecutivo; nel 1935, il VII Congresso lo nominò membro effettivo. Quando, allo scoppio della II Guerra mondiale, Grieco riparò dalla Francia all’Unione Sovietica, lavorò presso la sezione italiana di Radio Mosca. Mentre si trovava nella capitale sovietica, ebbe modo di partecipare in prima persona alla battaglia in difesa della città e di meritare, per questo, una decorazione al valore. Rientrato nell’Italia già liberata nel settembre del 1944, Ruggero Grieco fu nominato, dopo la Liberazione, alto commissario aggiunto all’Epurazione, consultore nazionale e deputato all’Assemblea Costituente. Senatore di diritto nel primo Senato della Repubblica, fu confermato nell’incarico nelle elezioni del 1953. Dirigente della Sezione agraria del Partito comunista italiano, ha dato, con Giuseppe Di Vittorio, un decisivo contributo alla costituzione di quella “Associazione dei contadini del Mezzogiorno”, che è stata per lunghi anni uno dei suoi principali obiettivi di lavoro. Autore di molte pubblicazioni sui problemi di politica agraria, Ruggero Grieco è stato stroncato da un infarto, mentre teneva un comizio nel Ravennate. http://www.anpi.it/donne-e-uomini/873/ruggero-grieco

14M. Caciagli, Addio alla provincia rossa, pag. 375, Carocci, 2018

 

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Ceto medio ed Emilia rossa

Palmiro Togliatti e “Ceto medio ed Emilia Rossa”

IN ALLEGATO IL FILE INTEGRALE DEL DISCORSO TENUTO DA TOGLIATTI A REGGIO EMILIA IL 24/09/1946 ceto medio emilia rossa 

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 In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l’originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell’impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l’Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Estratto pubblicato su: https://ilmigliore.wordpress.com/2016/04/19/ceto-medio-ed-emilia-rossa/

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Fine corsa

Siamo di fronte all’ennesima sconfitta della sinistra, una sinistra che di fatto si liquefa’, scompare e quando ottiene risultati al di

italia 2018

sopra del quorum lo supera per pochissimi decimali e pur eleggendo una pattuglia di eletti essi rischiano di risultare ininfluenti.
Si possono rivolgere mille e una critica a LeU o a PaP, ma il punto vero, secondo me, è che il volto del Paese è cambiato profondamente e il problema è che manca una qualsiasi connessione tra le forze che, a vario titolo e modo, ancora si richiamano alla sinistra e i bisogni delle persone.
È successo qualcosa di inedito, almeno per la storia repubblicana, ovvero che la maggioranza dei cittadini ha utilizzato gli strumenti della democrazia per uscire dalla democrazia costituzionale, le elezioni, quindi, non sono più il mezzo attraverso il quale risanare e problematizzare la politica, ma sono un’occasione per “ribaltare il tavolo”. Non mi riferisco alla sola, prevedibile peraltro, affermazione della Lega di Salvini, ma anche al M5S in cui la critica al sistema dei partiti (la casta), per molti versi condivisibile, sta virando nell’esaltazione del principio plebiscitario. Penso che il M5S determini oggi quel movimento che Gramsci definiva come “rivoluzione passiva”. Si elevano al ruolo di censori e riformatori della politica, ma la prima cosa che ha fatto Di Maio all’inizio della propria campagna elettorale è stata tranquillizzare i mercati e i poteri finanziari nei quali risiede l’origine della crisi.
Mi pare sia accaduto ciò che è accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, ovvero si è consumata una vendetta nei confronti della sinistra considerata quale custode e rappresentante degli interessi dei poteri economici e finanziari che hanno drasticamente ridotto le condizioni materiali di milioni di cittadini italiani. Gli elettori, questo secondo me è il messaggio che dovremmo cogliere, hanno voluto colpire le èlites del Paese, èlites da tempo individuate nella sinistra. Sinistra che nel suo complesso è priva di risposte: da un lato fa proclami avventuristici e irrealizzabili; dall’altro propone il ricorso al welfare state sapendo però che le compatibilità economiche a suo tempo accettate, di fatto, lo rendono uno strumento inapplicabile.
Nonostante la generosità di molte donne e molti uomini che ancora spendono le proprie energie in modo disinteressato per mantenere una presenza organizzata di partiti che si richiamano a quella tradizione, nonostante il milione e mezzo di voti delle due liste dichiaratamente di sinistra (LeU e PaP) occorre prendere atto di ciò che, ancora una volta i cittadini hanno sancito, cioè che la sinistra è senza popolo e, quindi, non c’è più e come tale non ha ragione di essere.

Cambiare il mondo

La sinistra è nata, prefiggendosi obiettivi formalmente impossibili, per migliorare le condizioni di vita umane, a dispetto di ogni contrarietà reale o apparentemente insuperabile.

A partire dai movimenti operai del XIX secolo per arrivare a quelli degli anni ’30 del Novecento, le condizioni avverse non hanno spento la speranza di conquistare e assicurare uguaglianza, libertà e democrazia.

Al netto delle responsabilità sul passato più o meno recente dei vari esponenti di primo piano e di ognuno di noi, occorre ripartire dal sentimento di giustizia sociale che spinge, chi ancora si definisce di sinistra, a pensare e ad agire per migliorare il mondo.

Va salvaguardato il diritto di critica, ma va altrettanto tenuto in considerazione quello dell’autocritica, cioè occorre accettare e comprendere le ragioni di chi dopo aver fatto delle scelte le riconsidera alla luce degli eventi e ne vede i limiti proponendosi nell’azione attuale di superarli.

Se questi fossero i presupposti appare allora chiaro che la discussione su chi debba fare il leader non solo diventerebbe fuorviante, ma rappresenterebbe l’impossibilità di poter giungere a un’idea di futuro su cui mobilitare le persone. Più che raccoglierle intorno ad un’idea di “stato della necessità”, quasi sempre rappresentato dal dover scegliere il “meno peggio”, occorre responsabilizzare le persone che vivono sulla propria pelle le iniquità del sistema, un presente fosco che fa pensare al futuro con angoscia. Riprendere il filo del discorso storico dell’organizzare e rappresentare da sé il conflitto, sapere che la via d’uscita non è individuale ma può ottenere concretezza solo con l’unire le proprie forze a quelle di altri che vivono una condizione simile alla nostra e credono in un mondo migliore. Lasciare spazio all’inventiva perché possa compiersi una rivoluzione “umanista”, una rivoluzione che abbia al proprio centro il genere umano con i suoi bisogni e le sue aspirazioni, ma che al contempo educhi ad affrontare e a superare le contraddizioni insite in ognuno di noi.

Sconfiggere il fatalismo, cominciando a disarticolare il messaggio sul successo da raggiungere a tutti i costi inoculato quotidianamente dall’ideologia neoliberista in oltre trent’anni, dicendo come sta la realtà delle cose, parlando un linguaggio di verità. Cioè: chi ha raggiunto il successo economico, accumulando enormi ricchezze, lo ha fatto nella maggioranza dei casi seguendo logiche predatorie, facendo ricorso agli istinti più biechi della natura umana come quello dell’indifferenza verso la condizione degli altri. Lo ha fatto rubando, saccheggiando i beni collettivi e corrompendo il potere politico, un potere mosso solo dalla competizione al proprio interno per accaparrarsi piccoli o grandi vantaggi.

Se la sinistra non inizierà nuovamente a raccontare la verità, al di là di ogni relativismo o pensiero magico, non avrà futuro e non sarà una nuova sconfitta elettorale a decretarlo, ma sarà il permanere del sentimento di fine verso cui sempre più donne e uomini si stanno dirigendo perché il riaffermarsi delle idee e delle formazioni della destra nazionalista muove dall’idea che non valga la pena compiere nessuno per “invertire la rotta” e costruire un altro futuro.

Siamo in grado di fermare questa deriva? Siamo capaci di ripensarci fino a mettere in gioco le nostre sicurezze? Di certo il dibattito che in molti casi si è prodotto verte più su logiche personalistiche ed autoreferenziali.

Rimane da chiedersi, senza consumare ulteriori scontri intestini, se la sinistra o ciò che ancora vuole o può definirsi tale, abbia ancora tempo per rispondere alla necessità storica di “cambiare il mondo”, o piuttosto non sia ormai “fuori tempo massimo”. Il tempo in cui i destini personali di questo o quel “leader”, di questo o quel “dirigente” – lo dico con rispetto per le biografie di ognuno – alimentano la percezione di sempre più cittadini che destra o sinistra siano le facce di una stessa medaglia, una sfera a sé stante sorda e disinteressata verso i bisogni e le aspettative della gente. Oppure come ha affermato il leader socialdemocratico austriaco Kern “in realtà siamo noi la gente. Noi apparteniamo a questa gente, e queste persone appartengono a noi”.

Da dove iniziare? Che fare? Forse abbiamo già iniziato, forse siamo già in cammino, il compito è sicuramente difficile, ma, d’altra parte, è mai stato facile? Semplificarlo o non considerarlo continuando a dare l’impressione di rispondere più ai destini personali che non a quelli collettivi, non può che renderlo più difficile per non dire impossibile.

Se però guardiamo ai movimenti che hanno prodotto un avanzamento delle condizioni di vita dell’individuo e quindi della vicenda sociale, possiamo notare che come nel famoso proverbio orientale solo lo stolto ha osservato il dito che indicava la luna.

Eugenio Pari

Armando Cossutta

Due ricordi di Armando Cossutta. Il primo, un momento di passione e gioia, nemmeno quattordicenne, quando mio padre Renzo Pari, fra i promotori della terza mozione nel congresso che condusse allo scioglimento del PCI, mi portò con sé alla Camera del lavoro di Rimini. Quella sera la sala, che a me sembrava gigantesca, era gremita: c’era Cossutta. Fino ad allora, ne avevo sentito parlare con rispetto ed ammirazione, un po’ sottovoce quando mi aggregavo alle riunioni di sezione dove si presentavano le mozioni. Questa “riservatezza” era dovuta al fatto che quei compagni del PCI, che poi costituiranno Rifondazione, non potevano permettere, a quelli che sarebbero rimasti nel PDS, di muovergli accuse di “frazionismo”.

L’altro è legato ad un momento di delusione ed amarezza: inverno 2005, congresso regionale del PDCI, nella campagna innevata del parmense Cossutta subì un processo da santa inquisizione per alcune affermazioni sull’opportunità di presentare una lista unitaria senza falce e martello. Presi le sue parti dal palco del congresso, non per fedeltà, ma per un semplice elemento di buon senso. Alla fine il Presidente non mi disse nulla, mi salutò, come spesso faceva, con un buffetto e il suo sorriso. Di lui mi hanno sempre convinto la pacatezza, la lucidità, il buonsenso: la forza della ragione, insomma. A diversi anni da questi fatti, dopo che le cose della vita ci hanno portato ad altre scelte, il pensiero che un’epoca politica sia terminata è la conclusione a cui sono arrivato.

Che la terra ti sia lieve caro compagno Armando Cossutta.

cossutta

Armando Cossutta ed Eugenio Pari

Liaison dangereuse

Senza essere capziosi o polemici, proviamo a ricapitolare un po’ di cose:

1. Il Pd nel novembre 2011 appoggiò Monti e tutti i suoi provvedimenti (prego andare a controllare) per “salvare l’Italia”. Esito del governo Monti appoggiato da Pd, Pdl, Udc: aumento del debito pubblico, del famigerato spread Bund-Btp, crollo del Pil, aumento disoccupazione, aumento della pressione fiscale sui redditi fissi, diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori e pensionati;
2. La campagna elettorale del Pd fu impostata sul voto per “mandare a casa Berlusconi”;
3. Rielezione di Napolitano, perchè “loro mica sono matti ad appoggiare il candidato di Grillo”, ovvero Rodotà, uomo profondamente connaturato con la storia della sinistra;
4. Nomina di Letta – il nipote di Gianni braccio destro di Berlusconi – a presidente del consiglio da parte di Napolitano, appoggiato dalla maggioranza Pd, Pdl, Monti;
5. Oggi il Pd ha votato favorevolmente alla richiesta di fermare i lavori parlamentari venuta dal Pdl, di fatto per protesta contro la volontà della magistratura di fare il suo dovere.
Può apparire come un accanimento nei confronti del Pd, forse.
Il punto, però, è che i fatti appena riportati non mi fanno comprendere la differenza tra i berlusconiani e il Pd, anzi confermano che non c’è alcuna differenza fra i due partiti, da tanto lo si sa, da tanto lo si dice.

PD - PDL

PD – PDL

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In balia

Ancora una volta il Pd in balia degli umori di Berlusconi. Ormai la realtà supera ogni immaginazione e a questo punto veramente non capisco come mai non si formalizzi il partito unico Pd-Pdl (non è una semplificazione né una provocazione), d’altra parte governano insieme dal novembre 2011 avendo approvato i seguenti provvedimenti: controriforma delle pensioni Fornero; l’abrogazione dell’art. 18 Statuto dei lavoratori; spendig review; fiscal compacti; conferma delle spese militari per l’acquisto dei famigerati F35.
Berlusconi

Berlusconi

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Il consiglio di difesa (o qualcosa chiamato similmente), presieduto da Napolitano ( il vero leader della maggioranza Pd-Pdl) dice che il parlamento non è deputato a decidere sulla questione dell’acquisto degli F35. De Gennaro presidente di Finameccanica, la Santanche’ (perdio la Santanche’) vice presidente della Camera. Il tutto avviene con il beneplacito del Pd. Ora, fino a poco tempo fa mi ostinavo a credere che in quel partito ci fosse ancora qualcosa, non dico di buono, ma almeno decente. Mi devo ricredere: e’ una schifezza, veramente una cosa da voltare lo stomaco! Occorre veramente ripensare alle alleanze della sinistra sui territori, altro che continuare a giustificarle dicendo che: “una cosa e’ il governo nazionale, altro e’ quello degli enti locali e delle regioni”.
03/07/2013
dal blog beppegrillo.it

dal blog beppegrillo.it

Tecnicamente falliti

Fallimento Italia

Fallimento Italia

L’Italia e’ tecnicamente fallita. Occorrerebbe sciogliere le camere, cacciare chi ha prodotto la malattia e oggi dice di essere la cura come questo governo. Lo ha detto, a ragion veduta Grillo e io concordo! Il Movimento 5 stelle ha preso un sacco di voti, creando aspettative e potrebbe, ne sono sicuro, far contare di più i tanti parlamentari eletti.

Se la smettessero, quindi, di far del folclore, di concentrarsi sul proprio ombelico, magari continuando, come hanno fatto, ad incalzare la maggioranza Pd-Pdl come sulla questione F35.

03/07/2013

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Il metodo grillino e la Rivoluzione civile

http://www.inter-vista.it/articoli/item/2607-il-metodo-grillino-e-la-rivoluzione-civile

Dopo l’esito delle urne Rivoluzione civile non molla, anzi. Parte il percorso degli ingroiani verso la ‘democrazia partecipativa’. Si vedranno con i cittadini una volta a settimana, come i grillini. La decisione è arrivata martedì sera durante l’assemblea nella sala comunale di via Pintor. In cinquanta riuniti si sono salutati già a martedì prossimo, nella sala comunale di via del Lupo (zona Grottarossa), per una assemblea che riguarderà l’acqua pubblica. “Ma non un’assemblea con un oratore e tutti zitti. Un’assemblea vera”, precisa Eugenio Pari. Via via, di settimana in settimana, a tema con i cittadini anche la difesa dei servizi socio assistenziali e tutti i temi utili a rilanciare il ruolo politico di Rivoluzione civile.

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Anche prima delle elezioni il nostro vero traguardo – spiega Pari – non era quello di presentare una lista per le elezioni. Era e rimane la costruzione di un partito per l’alternativa rispetto al quadro sociale ed economico del nostro Paese e dell’Europa. Ci stiamo provando”. Allo scopo le assemblee settimanali, perché “la democrazia partecipativa – spiegano – non può limitarsi a fare la somma dei problemi, ma deve riuscire a costruire responsabilmente anche le soluzioni; in questo senso pensiamo di portare a valore le intenzioni propositive che si manifesteranno nel corso delle assemblee che abbiamo già programmato.
Rispetto al metodo grillino, Pari dice che “l’errore più grande che la sinistra potrebbe fare in questo momento è demonizzare il Movimento 5 Stelle. Ma siccome la storia c’insegna e noi non impariamo mai niente, è proprio quello che si sta facendo, ricordando il carattere populista del movimento e alcune cose da loro dette sul fascismo. La verità, fino ad ora, è che nelle liste hanno persone normalissime, casalinghe, piccoli imprenditori, operai. La verità è che hanno aperto la speranza dei cittadini. Ora io non so se con l’azione di governo queste speranze diverranno realtà, ma l’alternativa al loro movimento in questo momento sarebbe lo scontro in piazza. Penso anche che, se da un lato si possano nutrire dubbi su Grillo e Casaleggio, dall’altro è vero che le persone elette non sono Grillo e Casaleggio. Delle contraddizioni che ci sono nel 5Stelle non voglio pensare secondo una teoria complottistica che li vede come nuovi squadristi. Purtroppo c’è tanta inesperienza, a tratti (nei giudizi sul fascismo) banalizzazione del male direbbe Hannah Arendt. C’è tutto e il contrario di tutto nel movimento, ma bisogna capire le ragioni per cui hanno avuto questo voto”.
Rispetto alla lotta del 5Stelle, Pari fa notare come “in Italia il vero pericolo è che la rivoluzione l’hanno sempre fatta le classi dirigenti sovversive. Il loro attacco alla casta politica, mi sembra, potrebbe aprire uno spazio non tanto a un vero cambiamento, ma a una modifica dei gruppi dirigenti. E invece quello che va combattuto in Italia non è solo la politica, ma chi la politica la muove, i potentati economici. Questo è il limite della lista di Grillo”.
A sinistra? “La casa è crollata da un pezzo e bisogna mettersi costruttivamente a ricostruirla, ma non secondo le vecchie formule”, dice Pari. “Basterà l’ulteriore dimissione dei gruppi dirigenti? Ne prendiamo atto ma è un gesto superfluo. Ci vuole un ripensamento generale delle nostre idee, delle nostre teste”. “Noi dovremmo cercare di riprendere le pratiche positive, capire cosa hanno fatto i grillini per connettersi con il popolo e con il sentimento delle persone. Se la sinistra s’interrogasse seriamente su questo forse renderebbe un contributo utile a se stessa. I temi del 5Stelle sono gli stessi che ha messo in campo la sinistra, la quale dovrebbe cercare di capire come mai non è riuscita a fare comprendere alle persone il suo processo di partecipazione e democratizzazione. In questo paese, poi c’è un serio problema di giustizia sociale che va risolto e non si risolve scagliandosi contro i grillini. Occorre una forza politica che abbia connotati sociali”.

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