Ceto medio ed Emilia rossa

Palmiro Togliatti e “Ceto medio ed Emilia Rossa”

IN ALLEGATO IL FILE INTEGRALE DEL DISCORSO TENUTO DA TOGLIATTI A REGGIO EMILIA IL 24/09/1946 ceto medio emilia rossa 

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 In questo discorso il segretario del PCI argomentò a fondo le ragioni storico-politiche che imponevano la costruzione di un solido rapporto con i ceti medi. Così facendo Togliatti si collocava per molti aspetti nel solco della tradizione del movimento socialista italiano, la cui eredità veniva infatti apertamente rivendicata, allo stesso tempo egli definiva l’originalità e la «modernità» del «partito nuovo» rispetto al vecchio riformismo proprio nella capacità di andare oltre quell’impianto particolarista e classista che aveva spinto il PSI a privilegiare le ragioni dei braccianti a scapito di quelle dei mezzadri e dei piccoli proprietari, contribuendo a determinare una frattura sociale in cui si sarebbe inserito il fascismo. Il rapporto con i ceti medi, secondo Togliatti, era invece essenziale, sia per il radicamento del PCI che per la realizzazione di quel «patto tra produttori» che era al centro della proposta di politica economica da lui lanciata in agosto su «l’Unità» con un esplicito riferimento al New Deal rooseveltiano. Un «nuovo corso» la cui realizzazione era considerata necessaria per superare in modo duraturo le tensioni sociali che attraversavano il paese e per il successo della strategia lanciata a partire dalla «svolta di Salerno».

Estratto pubblicato su: https://ilmigliore.wordpress.com/2016/04/19/ceto-medio-ed-emilia-rossa/

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Fine corsa

Siamo di fronte all’ennesima sconfitta della sinistra, una sinistra che di fatto si liquefa’, scompare e quando ottiene risultati al di

italia 2018

sopra del quorum lo supera per pochissimi decimali e pur eleggendo una pattuglia di eletti essi rischiano di risultare ininfluenti.
Si possono rivolgere mille e una critica a LeU o a PaP, ma il punto vero, secondo me, è che il volto del Paese è cambiato profondamente e il problema è che manca una qualsiasi connessione tra le forze che, a vario titolo e modo, ancora si richiamano alla sinistra e i bisogni delle persone.
È successo qualcosa di inedito, almeno per la storia repubblicana, ovvero che la maggioranza dei cittadini ha utilizzato gli strumenti della democrazia per uscire dalla democrazia costituzionale, le elezioni, quindi, non sono più il mezzo attraverso il quale risanare e problematizzare la politica, ma sono un’occasione per “ribaltare il tavolo”. Non mi riferisco alla sola, prevedibile peraltro, affermazione della Lega di Salvini, ma anche al M5S in cui la critica al sistema dei partiti (la casta), per molti versi condivisibile, sta virando nell’esaltazione del principio plebiscitario. Penso che il M5S determini oggi quel movimento che Gramsci definiva come “rivoluzione passiva”. Si elevano al ruolo di censori e riformatori della politica, ma la prima cosa che ha fatto Di Maio all’inizio della propria campagna elettorale è stata tranquillizzare i mercati e i poteri finanziari nei quali risiede l’origine della crisi.
Mi pare sia accaduto ciò che è accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, ovvero si è consumata una vendetta nei confronti della sinistra considerata quale custode e rappresentante degli interessi dei poteri economici e finanziari che hanno drasticamente ridotto le condizioni materiali di milioni di cittadini italiani. Gli elettori, questo secondo me è il messaggio che dovremmo cogliere, hanno voluto colpire le èlites del Paese, èlites da tempo individuate nella sinistra. Sinistra che nel suo complesso è priva di risposte: da un lato fa proclami avventuristici e irrealizzabili; dall’altro propone il ricorso al welfare state sapendo però che le compatibilità economiche a suo tempo accettate, di fatto, lo rendono uno strumento inapplicabile.
Nonostante la generosità di molte donne e molti uomini che ancora spendono le proprie energie in modo disinteressato per mantenere una presenza organizzata di partiti che si richiamano a quella tradizione, nonostante il milione e mezzo di voti delle due liste dichiaratamente di sinistra (LeU e PaP) occorre prendere atto di ciò che, ancora una volta i cittadini hanno sancito, cioè che la sinistra è senza popolo e, quindi, non c’è più e come tale non ha ragione di essere.

Cambiare il mondo

La sinistra è nata, prefiggendosi obiettivi formalmente impossibili, per migliorare le condizioni di vita umane, a dispetto di ogni contrarietà reale o apparentemente insuperabile.

A partire dai movimenti operai del XIX secolo per arrivare a quelli degli anni ’30 del Novecento, le condizioni avverse non hanno spento la speranza di conquistare e assicurare uguaglianza, libertà e democrazia.

Al netto delle responsabilità sul passato più o meno recente dei vari esponenti di primo piano e di ognuno di noi, occorre ripartire dal sentimento di giustizia sociale che spinge, chi ancora si definisce di sinistra, a pensare e ad agire per migliorare il mondo.

Va salvaguardato il diritto di critica, ma va altrettanto tenuto in considerazione quello dell’autocritica, cioè occorre accettare e comprendere le ragioni di chi dopo aver fatto delle scelte le riconsidera alla luce degli eventi e ne vede i limiti proponendosi nell’azione attuale di superarli.

Se questi fossero i presupposti appare allora chiaro che la discussione su chi debba fare il leader non solo diventerebbe fuorviante, ma rappresenterebbe l’impossibilità di poter giungere a un’idea di futuro su cui mobilitare le persone. Più che raccoglierle intorno ad un’idea di “stato della necessità”, quasi sempre rappresentato dal dover scegliere il “meno peggio”, occorre responsabilizzare le persone che vivono sulla propria pelle le iniquità del sistema, un presente fosco che fa pensare al futuro con angoscia. Riprendere il filo del discorso storico dell’organizzare e rappresentare da sé il conflitto, sapere che la via d’uscita non è individuale ma può ottenere concretezza solo con l’unire le proprie forze a quelle di altri che vivono una condizione simile alla nostra e credono in un mondo migliore. Lasciare spazio all’inventiva perché possa compiersi una rivoluzione “umanista”, una rivoluzione che abbia al proprio centro il genere umano con i suoi bisogni e le sue aspirazioni, ma che al contempo educhi ad affrontare e a superare le contraddizioni insite in ognuno di noi.

Sconfiggere il fatalismo, cominciando a disarticolare il messaggio sul successo da raggiungere a tutti i costi inoculato quotidianamente dall’ideologia neoliberista in oltre trent’anni, dicendo come sta la realtà delle cose, parlando un linguaggio di verità. Cioè: chi ha raggiunto il successo economico, accumulando enormi ricchezze, lo ha fatto nella maggioranza dei casi seguendo logiche predatorie, facendo ricorso agli istinti più biechi della natura umana come quello dell’indifferenza verso la condizione degli altri. Lo ha fatto rubando, saccheggiando i beni collettivi e corrompendo il potere politico, un potere mosso solo dalla competizione al proprio interno per accaparrarsi piccoli o grandi vantaggi.

Se la sinistra non inizierà nuovamente a raccontare la verità, al di là di ogni relativismo o pensiero magico, non avrà futuro e non sarà una nuova sconfitta elettorale a decretarlo, ma sarà il permanere del sentimento di fine verso cui sempre più donne e uomini si stanno dirigendo perché il riaffermarsi delle idee e delle formazioni della destra nazionalista muove dall’idea che non valga la pena compiere nessuno per “invertire la rotta” e costruire un altro futuro.

Siamo in grado di fermare questa deriva? Siamo capaci di ripensarci fino a mettere in gioco le nostre sicurezze? Di certo il dibattito che in molti casi si è prodotto verte più su logiche personalistiche ed autoreferenziali.

Rimane da chiedersi, senza consumare ulteriori scontri intestini, se la sinistra o ciò che ancora vuole o può definirsi tale, abbia ancora tempo per rispondere alla necessità storica di “cambiare il mondo”, o piuttosto non sia ormai “fuori tempo massimo”. Il tempo in cui i destini personali di questo o quel “leader”, di questo o quel “dirigente” – lo dico con rispetto per le biografie di ognuno – alimentano la percezione di sempre più cittadini che destra o sinistra siano le facce di una stessa medaglia, una sfera a sé stante sorda e disinteressata verso i bisogni e le aspettative della gente. Oppure come ha affermato il leader socialdemocratico austriaco Kern “in realtà siamo noi la gente. Noi apparteniamo a questa gente, e queste persone appartengono a noi”.

Da dove iniziare? Che fare? Forse abbiamo già iniziato, forse siamo già in cammino, il compito è sicuramente difficile, ma, d’altra parte, è mai stato facile? Semplificarlo o non considerarlo continuando a dare l’impressione di rispondere più ai destini personali che non a quelli collettivi, non può che renderlo più difficile per non dire impossibile.

Se però guardiamo ai movimenti che hanno prodotto un avanzamento delle condizioni di vita dell’individuo e quindi della vicenda sociale, possiamo notare che come nel famoso proverbio orientale solo lo stolto ha osservato il dito che indicava la luna.

Eugenio Pari

Armando Cossutta

Due ricordi di Armando Cossutta. Il primo, un momento di passione e gioia, nemmeno quattordicenne, quando mio padre Renzo Pari, fra i promotori della terza mozione nel congresso che condusse allo scioglimento del PCI, mi portò con sé alla Camera del lavoro di Rimini. Quella sera la sala, che a me sembrava gigantesca, era gremita: c’era Cossutta. Fino ad allora, ne avevo sentito parlare con rispetto ed ammirazione, un po’ sottovoce quando mi aggregavo alle riunioni di sezione dove si presentavano le mozioni. Questa “riservatezza” era dovuta al fatto che quei compagni del PCI, che poi costituiranno Rifondazione, non potevano permettere, a quelli che sarebbero rimasti nel PDS, di muovergli accuse di “frazionismo”.

L’altro è legato ad un momento di delusione ed amarezza: inverno 2005, congresso regionale del PDCI, nella campagna innevata del parmense Cossutta subì un processo da santa inquisizione per alcune affermazioni sull’opportunità di presentare una lista unitaria senza falce e martello. Presi le sue parti dal palco del congresso, non per fedeltà, ma per un semplice elemento di buon senso. Alla fine il Presidente non mi disse nulla, mi salutò, come spesso faceva, con un buffetto e il suo sorriso. Di lui mi hanno sempre convinto la pacatezza, la lucidità, il buonsenso: la forza della ragione, insomma. A diversi anni da questi fatti, dopo che le cose della vita ci hanno portato ad altre scelte, il pensiero che un’epoca politica sia terminata è la conclusione a cui sono arrivato.

Che la terra ti sia lieve caro compagno Armando Cossutta.

cossutta

Armando Cossutta ed Eugenio Pari

Liaison dangereuse

Senza essere capziosi o polemici, proviamo a ricapitolare un po’ di cose:

1. Il Pd nel novembre 2011 appoggiò Monti e tutti i suoi provvedimenti (prego andare a controllare) per “salvare l’Italia”. Esito del governo Monti appoggiato da Pd, Pdl, Udc: aumento del debito pubblico, del famigerato spread Bund-Btp, crollo del Pil, aumento disoccupazione, aumento della pressione fiscale sui redditi fissi, diminuzione del potere d’acquisto dei lavoratori e pensionati;
2. La campagna elettorale del Pd fu impostata sul voto per “mandare a casa Berlusconi”;
3. Rielezione di Napolitano, perchè “loro mica sono matti ad appoggiare il candidato di Grillo”, ovvero Rodotà, uomo profondamente connaturato con la storia della sinistra;
4. Nomina di Letta – il nipote di Gianni braccio destro di Berlusconi – a presidente del consiglio da parte di Napolitano, appoggiato dalla maggioranza Pd, Pdl, Monti;
5. Oggi il Pd ha votato favorevolmente alla richiesta di fermare i lavori parlamentari venuta dal Pdl, di fatto per protesta contro la volontà della magistratura di fare il suo dovere.
Può apparire come un accanimento nei confronti del Pd, forse.
Il punto, però, è che i fatti appena riportati non mi fanno comprendere la differenza tra i berlusconiani e il Pd, anzi confermano che non c’è alcuna differenza fra i due partiti, da tanto lo si sa, da tanto lo si dice.

PD - PDL

PD – PDL

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In balia

Ancora una volta il Pd in balia degli umori di Berlusconi. Ormai la realtà supera ogni immaginazione e a questo punto veramente non capisco come mai non si formalizzi il partito unico Pd-Pdl (non è una semplificazione né una provocazione), d’altra parte governano insieme dal novembre 2011 avendo approvato i seguenti provvedimenti: controriforma delle pensioni Fornero; l’abrogazione dell’art. 18 Statuto dei lavoratori; spendig review; fiscal compacti; conferma delle spese militari per l’acquisto dei famigerati F35.
Berlusconi

Berlusconi

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Il consiglio di difesa (o qualcosa chiamato similmente), presieduto da Napolitano ( il vero leader della maggioranza Pd-Pdl) dice che il parlamento non è deputato a decidere sulla questione dell’acquisto degli F35. De Gennaro presidente di Finameccanica, la Santanche’ (perdio la Santanche’) vice presidente della Camera. Il tutto avviene con il beneplacito del Pd. Ora, fino a poco tempo fa mi ostinavo a credere che in quel partito ci fosse ancora qualcosa, non dico di buono, ma almeno decente. Mi devo ricredere: e’ una schifezza, veramente una cosa da voltare lo stomaco! Occorre veramente ripensare alle alleanze della sinistra sui territori, altro che continuare a giustificarle dicendo che: “una cosa e’ il governo nazionale, altro e’ quello degli enti locali e delle regioni”.
03/07/2013
dal blog beppegrillo.it

dal blog beppegrillo.it

Tecnicamente falliti

Fallimento Italia

Fallimento Italia

L’Italia e’ tecnicamente fallita. Occorrerebbe sciogliere le camere, cacciare chi ha prodotto la malattia e oggi dice di essere la cura come questo governo. Lo ha detto, a ragion veduta Grillo e io concordo! Il Movimento 5 stelle ha preso un sacco di voti, creando aspettative e potrebbe, ne sono sicuro, far contare di più i tanti parlamentari eletti.

Se la smettessero, quindi, di far del folclore, di concentrarsi sul proprio ombelico, magari continuando, come hanno fatto, ad incalzare la maggioranza Pd-Pdl come sulla questione F35.

03/07/2013

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Il metodo grillino e la Rivoluzione civile

http://www.inter-vista.it/articoli/item/2607-il-metodo-grillino-e-la-rivoluzione-civile

Dopo l’esito delle urne Rivoluzione civile non molla, anzi. Parte il percorso degli ingroiani verso la ‘democrazia partecipativa’. Si vedranno con i cittadini una volta a settimana, come i grillini. La decisione è arrivata martedì sera durante l’assemblea nella sala comunale di via Pintor. In cinquanta riuniti si sono salutati già a martedì prossimo, nella sala comunale di via del Lupo (zona Grottarossa), per una assemblea che riguarderà l’acqua pubblica. “Ma non un’assemblea con un oratore e tutti zitti. Un’assemblea vera”, precisa Eugenio Pari. Via via, di settimana in settimana, a tema con i cittadini anche la difesa dei servizi socio assistenziali e tutti i temi utili a rilanciare il ruolo politico di Rivoluzione civile.

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Anche prima delle elezioni il nostro vero traguardo – spiega Pari – non era quello di presentare una lista per le elezioni. Era e rimane la costruzione di un partito per l’alternativa rispetto al quadro sociale ed economico del nostro Paese e dell’Europa. Ci stiamo provando”. Allo scopo le assemblee settimanali, perché “la democrazia partecipativa – spiegano – non può limitarsi a fare la somma dei problemi, ma deve riuscire a costruire responsabilmente anche le soluzioni; in questo senso pensiamo di portare a valore le intenzioni propositive che si manifesteranno nel corso delle assemblee che abbiamo già programmato.
Rispetto al metodo grillino, Pari dice che “l’errore più grande che la sinistra potrebbe fare in questo momento è demonizzare il Movimento 5 Stelle. Ma siccome la storia c’insegna e noi non impariamo mai niente, è proprio quello che si sta facendo, ricordando il carattere populista del movimento e alcune cose da loro dette sul fascismo. La verità, fino ad ora, è che nelle liste hanno persone normalissime, casalinghe, piccoli imprenditori, operai. La verità è che hanno aperto la speranza dei cittadini. Ora io non so se con l’azione di governo queste speranze diverranno realtà, ma l’alternativa al loro movimento in questo momento sarebbe lo scontro in piazza. Penso anche che, se da un lato si possano nutrire dubbi su Grillo e Casaleggio, dall’altro è vero che le persone elette non sono Grillo e Casaleggio. Delle contraddizioni che ci sono nel 5Stelle non voglio pensare secondo una teoria complottistica che li vede come nuovi squadristi. Purtroppo c’è tanta inesperienza, a tratti (nei giudizi sul fascismo) banalizzazione del male direbbe Hannah Arendt. C’è tutto e il contrario di tutto nel movimento, ma bisogna capire le ragioni per cui hanno avuto questo voto”.
Rispetto alla lotta del 5Stelle, Pari fa notare come “in Italia il vero pericolo è che la rivoluzione l’hanno sempre fatta le classi dirigenti sovversive. Il loro attacco alla casta politica, mi sembra, potrebbe aprire uno spazio non tanto a un vero cambiamento, ma a una modifica dei gruppi dirigenti. E invece quello che va combattuto in Italia non è solo la politica, ma chi la politica la muove, i potentati economici. Questo è il limite della lista di Grillo”.
A sinistra? “La casa è crollata da un pezzo e bisogna mettersi costruttivamente a ricostruirla, ma non secondo le vecchie formule”, dice Pari. “Basterà l’ulteriore dimissione dei gruppi dirigenti? Ne prendiamo atto ma è un gesto superfluo. Ci vuole un ripensamento generale delle nostre idee, delle nostre teste”. “Noi dovremmo cercare di riprendere le pratiche positive, capire cosa hanno fatto i grillini per connettersi con il popolo e con il sentimento delle persone. Se la sinistra s’interrogasse seriamente su questo forse renderebbe un contributo utile a se stessa. I temi del 5Stelle sono gli stessi che ha messo in campo la sinistra, la quale dovrebbe cercare di capire come mai non è riuscita a fare comprendere alle persone il suo processo di partecipazione e democratizzazione. In questo paese, poi c’è un serio problema di giustizia sociale che va risolto e non si risolve scagliandosi contro i grillini. Occorre una forza politica che abbia connotati sociali”.

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Coscienza tranquilla

Il voto utile di Veltroni nel 2008 contribuì a consegnare a Berlusconi una vittoria schiacciante e il comune di Roma ad Alemanno. Questa volta il voto utile di Bersani che effetti tende aRIVOLUZIONE CIVILE produrre?

Come se non bastasse l’anno di governo insieme a Berlusconi, Monti e Casini, la maggior parte del gruppo dirigente del Pd, con la capitolazione di Vendola (ma quando c’era mai stata battaglia?), ha da tempo definito i contorni della prossima maggioranza: alleati di Monti e della sua coalizione.

Rivoluzione Civile con Ingroia non ci sta e questa non sudditanza alle regole non scritte della politica, regole ferree che impongono la subordinazione alle logiche della Borsa e della Finanza, fa paura perché lor signori sanno benissimo che dire “no” a questo patto scellerato significa costruire concretamente un’alternativa non tanto al sistema di alleanze, quanto al modello economico e sociale che essi ritengono imprescindibile e immodificabile.

La proposta politica di Rivoluzione Civile è pericolosa perché non ammantata da alcun velo di anti politica, perché, anzi, l’antipolitica viene considerata per ciò che effettivamente è: il modo per far si che nulla cambi.

Rivoluzione Civile viene allora accusata di estremismo, ma il punto vero è che il centrosinistra, ovvero quella parte che dovrebbe essere alternativa a Berlusconi, ma che così vuole apparire solo al momento delle campagne elettorali, ha bruciato troppi vascelli alle proprie spalle, ha praticato omologazione e trasformismo con troppo piacere e non solo non ha avversato le politiche neo liberiste e di centro destra, ma, di più, in esse si è immedesimata.

La scelta tra Pd e Pdl, da tanto ce lo diciamo, è di fatto una scelta tra candidati e programmi indistinguibili dal punto di vista delle politiche economiche, di quelle internazionali, sul prelievo fiscale, sui servizi sociali, sul tema della pace e dei diritti civili. Rivoluzione Civile e Ingroia, sono, invece, diversi, e questa diversità va combattuta in modo concentrico da tutti gli schieramenti, anche da chi, come Grillo, fa dell’antipolitica la cifra del proprio messaggio politico.

La battaglia a tutto campo va condotta contro la corruzione materiale e morale di cui si nutre “il sovversivismo delle classi dirigenti”, una battaglia generazionale che deve essere condotta da una sinistra in grado di scrollarsi di dosso il senso di inadeguatezza, il complesso che deriva dall’essere alleata al Pd in molti territori, una battaglia a viso aperto correndo il rischio di essere ancora definiti estremisti o, nel miglior dei casi utopisti, sapendo che quando si indica la luna solo lo stolto guarda il dito.

Trovo illuminante per questa nostra esperienza politica il brano di un articolo di un grande italiano che meriterebbe molta più attenzione di quella che generalmente gli viene attribuita, Luigi Pintor: “in fin dei conti non ci affidiamo ad altro che ad un lavoro collettivo; a una passione militante; a ciò che molti chiamano utopia ed estremismo, e noi fiducia nelle masse e tranquilla coscienza”.

Siamo sereni, la coerenza e l’impegno per elevare le condizioni materiali dei propri simili sono azioni meritorie e noi di Rivoluzione Civile, sacrificando tempo ed energie per condurre questa campagna elettorale controcorrente perché censurata e osteggiata dai poteri forti, possiamo affermare con ragionevole certezza che queste azioni meritorie le stiamo realizzando, sapendo, inoltre, che il nostro agire il cambiamento è la massima ricompensa che chiediamo e che vogliamo ottenere. Chi può dire altrettanto?

Eugenio Pari

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