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Intervista al Procuratore di Rimini Giovagnoli

Dal blog del Gruppo Antimafia Pio La Torre di Rimini, pubblico un’intervista al Procuratore capo di Rimini Giovagnoli rilasciata a “L’informazione di San Marino”

 http://gaprimini.blogspot.it/2012/04/linformazione-di-smarino-intervista-al.html

Partiamo dall’indagine Criminal Minds. Nelle carte emerge un presunto giro di corruzione di giudici e militari, sia a San Marino che in Italia. Vi sono novità al riguardo? “Sono emerse delle corrispondenze tra imputati in cui sembra che esista un giro di questo genere. Però c’è anche una versione, che sta venendo fuori da alcuni di questi imputati, che prospetta una truffa o un millantato credito. Ovvero pare che alcuni indagati facessero credere di avere una rete di collegamenti sia con funzionari dello stato, sia con associazioni di tipo segreto o massonico, per ottenere soldi che poi, in realtà tenevano per sé. Quindi siamo al lavoro per chiarire la situazione”.
Cosa può dirci della cosiddetta “Setta del Padre” a cui Bianchini pareva affiliato?
“Dalle indagini è emersa l’esistenza della situazione che ho descritto e tuttora stiamo cercando di capire cosa si nascondeva dietro questa organizzazione”.
Qualora vi fossero elementi interessanti negli archivi di Vargiu e Ricciardi, questi verranno poi trasmessi anche al Tribunale di San Marino?
“Vi sono delle rogatorie in corso. Noi abbiamo chiesto alcune cose a San Marino che, a sua volta, ha iniziato delle indagini e ha chiesto altre cose a noi. Una volta superata la fase attuale delle indagini, quello che emergerà nel processo italiano verrà trasmesso anche all’autorità giudiziaria sammarinese. Non vi dovrebbero essere problemi”.
La vicenda Criminal Minds permette di collegarci alla questione delle cassette di sicurezza del Titano, verso cui l’Italia pare rivolgere una particolare attenzione. Conferma?
“Faccio fatica a parlare di Italia perché posso riferirmi solo alle indagini e al lavoro svolto dalla nostra Procura. La questione delle cassette di sicurezza è nata a San Marino e la nostra attenzione è puramente investigativa: se vi sono nascosti documenti di soggetti indagati, è chiaro che siamo interessati ad averli. Normalmente si chiedeva alle banche se vi era o meno una cassetta di sicurezza, se invece queste cassette stavano in posti in cui non si pensava potessero esserci, naturalmente non si chiedeva nulla. Ad oggi, grazie alla collaborazione dell’autorità giudiziaria di San Marino, siamo in possesso, o siamo in attesa di ricevere, il contenuto di quelle conosciute finora”.
Capitolo Rimini Yacht. Lolli ha definito banche e finanziarie (anche quelle sammarinesi) proprie ‘complici’. Vi sono verifiche in tal senso?
“Lolli ha rilasciato dichiarazioni alla stampa in cui spiega le sue ragioni, attendiamo di vedere cosa verrà fuori dal processo ancora in corso. Certamente anche noi abbiamo notato che queste società finanziare, che sarebbero le vittime dei raggiri di Lolli, compravano queste barche con una certa leggerezza, senza fare i possibili controlli. Lolli parla di complicità, in realtà potrebbe esserci stata una forma di corruzione impropria, cioè corruzione di un privato. Se tu paghi il responsabile di una ditta perché non faccia i controlli che è tenuto a fare, è ben diverso dal dire che la società è complice. Questo sicuramente è oggetto di indagine”.
Fa molto discutere anche la vicenda Titan Flags: se la cassazione confermasse la tesi del tribunale di Rimini, si parla di ben 600 auto con targa sammarinese a rischio confisca. Lei cosa si attende?
“La Guardia di Finanza ritiene che sussista un reato per il fatto che attraverso l’intestazione o il transito dei beni a San Marino, e la successiva adozione di meccanismi, quale quello del leasing affinchè il bene venga utilizzato da un soggetto che vive o opera in Italia, avviene un’evasione dell’Iva. Secondo la Gdf i trattati tra Italia e San Marino sono tali per cui l’Iva dovrebbe essere pagata. Con l’unica particolarità che dovrebbe essere incassata dall’autorità sammarinese e poi passata all’Italia. Se ciò è vero, effettivamente tutti gli italiani utilizzatori di beni presi in questa maniera, che possono essere automobili come yacht, potrebbero essere imputati di contrabbando e i beni potrebbero essere confiscati. Ci sono state però anche sentenze della Cassazione in senso contrario, relativamente ad un’indagine molto simile”.
Rapporti Italia – San Marino. Dal Titano ci si lamenta spesso che le rogatorie inviate in Italia non ricevano una risposta così celere, come avviene invece quando compiono il tragitto opposto. Qual è la sua esperienza in merito?
“Per quanto riguarda i rapporti di rogatorie tra San Marino e la Procura di Rimini, posso assicurare che le evadiamo al più presto, tenendo contatti con le autorità del Titano, affinchè sappiano come ci stiamo muovendo. Mi sembra ci sia ampia collaborazione in tal senso”.
Nel libro “Mafie a San Marino” lei proponeva al Titano due soluzioni: modello Monaco o adesione Ue. Esiste una terza via, magari incardinata su una maggiore collaborazione tra le forze giudiziarie dei due paesi?
“Premetto che sono considerazioni fatte come privato, non le faccio nell’ambito della mia funzione. A mio parere si era creata, nei rapporti tra Italia e San Marino, una sorta di finzione. Si faceva finta che San Marino fosse uno stato completamente autonomo ed indipendente, nonostante viva sostanzialmente dei rapporti che ha con l’Italia e con i cittadini italiani. Si trattava San Marino come fosse uno stato comunitario, invece il Titano è divenuto un paradiso fiscale, usato per nascondere le proprie ricchezze. Da qui è derivata l’attuale situazione di tensione tra i due Stati. La realtà di Monaco è molto diversa: non fingono che sia davvero indipendente. I giudici li manda la Francia, la polizia è quella francese… quindi quando ho parlato di “protettorato” intendevo questo, non volevo certo attentare alla libertà della Repubblica. Chiaro che se a San Marino ci si arricchisce consentendo agli italiani di non pagare le tasse, è normale che l’Italia possa avere da ridire su una situazione di questo genere. Un’ altra possibilità potrebbe essere quella di entrare all’interno della Comunità Europea, stringere rapporti diretti con gli altri Stati della Comunità, rispettando però i vincoli che rispettano tutti, tra cui quelli vigenti nell’ambito di trasferimento di danaro da una banca all’altra. Per tantissimo tempo si è fatto finta che le banche sammarinesi fossero banche comunitarie, quindi sottoposte ai vincoli della Comunità, invece, come è emerso dall’indagine di Forlì, gli istituti del Titano incassavano più banconote da 500 euro di tutte le altre sedi di Italia, apparentemente senza che Bankitalia se ne accorgesse. E’ chiaro infatti che vi fossero anche soggetti italiani interessati a mantenere questa “finzione”. La maggiore collaborazione tra autorità significa scambio di informazioni, ma se ritieni di non poterti fidare delle persone con cui dovresti collaborare è chiaro che diventa tutto più difficile. D’altronde quanto emerso dalle recenti indagini, fa pensare che la situazione continui ad essere poco chiara”.
La “finzione” di cui parla quindi continua tuttora a esistere?
“Ultimamente sono stati fatti passi in avanti verso la collaborazione da parte sammarinese. Parlo, ad esempio, dell’Agenzia di Informazione Finanziaria (AIF) che, dicono, collabori con l’omologa struttura di Banca di Italia. Però se, per esempio, le autorità di Polizia sono corrotte, non gli si possono affidare i segreti delle indagini. Se ci sono indagini sammarinesi perché si dice che le condotte di alcuni magistrati del Tribunale di San Marino non sono chiare, è normale che questo crei un turbamento nei rapporti tra autorità. Penso che sia necessaria la via della collaborazione, ma perlomeno le autorità giudiziarie e di polizia di San Marino dovrebbero godere della piena fiducia di quelle italiane”

HERA: BLOCCARE I PROCESSI DI FINANZIARIZZAZIONE PER RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI

di Eugenio Pari

Nei giorni scorsi il Sindaco di Rimini ha giustamente invitato l’AD di Hera Chiarini a ridurre il proprio compenso superiore a quello del presidente degli Stati Uniti Obama. L’invito, che speriamo non rimanga vano, è sacrosanto perché i cittadini non possono continuare a pagare stipendi di questo tipo a dei manager pubblici.

Da qualche parte si deve cominciare, ma occorre affrontare il vero nodo della questione: Hera è immersa in un mare di debiti e qualcuno prima o poi dovrà chiedere conto di questa situazione che rischia di diventare insostenibile. In sostanza è importante porre la questione di principio sulle retribuzioni del management, ma la questione vera sta nei risultati negativi conseguiti da Hera, infatti solo fra il 2010 e il 2011 l’indebitamento finanziario netto passa da 1860,2 milioni di euro a 1.987,2 milioni. Tra il 2010 e il 2011 il debito di Hera aumenta di 127 milioni di euro. A peggiorare e a depauperarsi è il patrimonio dei soci cioè i comuni, quindi un bene collettivo dei cittadini.

(fonte: http://be.gruppohera.it/schemi_bilancio/posizione_finanziaria_netta/081.html)

La “gallina dalle uova d’oro”, nei confronti della quale i comuni hanno privilegiato politiche industriali incentrate sull’incenerimento dei rifiuti piuttosto che sulla raccolta differenziata, non produce più profitti e si squarcia il velo anche su un altro aspetto: la tanto decantata liberalizzazione dei servizi che avrebbe prodotto la quotazione in Borsa di Hera è stato il manto ideologico dietro il quale si è coperto il vero processo, cioè la finanziarizzazione dei servizi pubblici. A promuovere e sostenere questo percorso, si badi, non sono stati i famigerati speculatori finanziari, ma i comuni di centrosinistra e centrodestra della Romagna e dell’Emilia che per mandato costituzionale dovrebbero agire nell’interesse dei cittadini. I processi di finanziarizzazione hanno reso sempre più critica la situazione finanziaria di un bene di cui sono soci e proprietari, di cui i cittadini sono soci e proprietari. È questo il vero aspetto su cui occorre intervenire, le altre scelte sono “cortine fumogene” strumentali ad cambiamento “perché nulla cambi”.

Ora, non servono scoop o allarmismi, ma chiare politiche volte a ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando i processi di privatizzazione – finanziarizzazione dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le imprese partecipate come volani per lo sviluppo. D’altra parte, si tratterebbe di dare coerenza al pronunciamento quasi plebiscitario dei cittadini in occasione dei referendum sui servizi pubblici dello scorso giugno.

 

“CASO MAGGIOLI: DOVE FANNO IL DESERTO, QUELLO CHIAMANO PACE”

Rimini, 27/03/2012

“Dove fanno il deserto, quello chiamano pace”, dicevano i latini e questa frase calza a pennello rispetto al comportamento di Manlio Maggioli.

Infatti più si leggono le esternazioni di Manlio Maggioli, più ci si convince di quanto siano necessarie e giuste le sue dimissioni da presidente della Camera di commercio.

Maggioli ora richiede che tutte le parti “si mettano intorno ad un tavolo”, ma, per arrivare a ciò che lui propone cioè affrontare con “unità di intenti” i gravi problemi dell’economia riminese, è necessaria un’operazione di verità cominciando a dire che grandi responsabilità di questa situazione, non solo riminese, ma nazionale, derivano dall’enorme evasione fiscale che si produce e che a produrla non sono certo i lavoratori, ma gli imprenditori come Maggioli.

Credo che ad indignarsi dovrebbero essere anche i tanti imprenditori sani, cioè quelli che con mille sacrifici riescono comunque ad essere onesti e non portano capitali all’estero per poi scudarli grazie ad una legge che ha provocato la contrarietà di tutta Europa.

L’economia riminese, ma questo Maggioli non lo dirà, vive ancora più acuti motivi di crisi perché ha poggiato per decenni sulla rendita finanziaria ed immobiliare, il sistema del credito è sostanzialmente bloccato e incapace di sostenere gli investimenti produttivi perché per anni ha elargito milioni di euro a chi intendeva speculare sul mattone e come tutti sappiamo oggi quel mercato è bloccato.

Occorre un’ altra economia per Rimini esattamente contraria a quella di cui Maggioli è il paradigma, per questo motivo riteniamo che l’iniziativa del 28 marzo convocata da cittadini e organizzazioni possa essere l’inizio di una alternativa al modello esistente.

Eugenio Pari

Il bagnino della libertà

Della serie: “facciamo un po’ come c…zo ci pare…”

Rimini, 20/03/2012
Comunicato stampa
REPLICA DI EUGENIO PARI (COORDINATORE COMUNALE SEL RIMINI) ALLE DICHIARAZIONI DI MUSSONI (PRESIDENTE OASI – CONFARTIGIANATO) SUGLI ABUSI IN SPIAGGIA
Mussoni, presidente di Oasi Confartigianato, propone di risolvere la questione degli abusi commessi dai bagnini sull’arenile, rimuovendo i manufatti a busivi.
Per usare una metafora a mio parere, sarebbe come mettere i cocci di un vaso sotto il tappeto dopo averlo rotto.
Nascondere o rimuovere questi manufatti non sposterebbe di una virgola la sostanza del problema, cioè che l’abuso è stato commesso; è sulla base di questo dato di fatto, è sulla base degli abusi accertati dalla Polizia municipale a suo tempo, che l’Amministrazione comunale ha comminato le relative sanzioni.
Se poi verrà fatta una sanatoria, questo è un altro argomento, ma chi sbaglia paga, chi commette un abuso deve pagare la conseguente sanzione pecuniaria, soprattutto se questo abuso viene commesso su un bene di proprietà di tutti come l’arenile che, come tutti sappiamo, è un bene demaniale.
In sostanza c’è da dire che pagare o meno, oppure rimuovere o meno i manufatti non può e non deve essere una scelta discrezionale dei bagnini, non parliamo di un atto nella loro disponibilità, pagare e rimuovere dovrebbe essere una conseguenza dell’abuso che hanno commesso, questo, nel caso qualcuno volesse far rispettare questa semplice regola di vivere civile.
 
Di seguito l’articolo pubblicato dal Corriere di Rimini il 20/03/2012
SANATORIA VIOLAZIONI PAESAGGISTICHE
«Abusi, meglio levare tutto che pagare»
Mussoni (Oasi Confartigianato): «Non vale la pena nemmeno versare 10mila euro» Il decano dei bagnini è certo: «Se alleggeriamo la spiaggia i turisti non se ne accorgono»

RIMINI. Che arrivino gli sconti o meno, di pagare la sanzione sulle violazioni paesaggistiche non ci pensa neanche. «Piuttosto smonto tutto e alleggerisco la spiaggia: i turisti non se ne accorgeranno e il danno economico sarà minimo». A parlare è il presidente dei bagnini di Oasi Confartigianato, Giorgio Mussoni.
Chi ce lo fa fare. Il decano della spiaggia ha una linea precisa sul tema della sanatoria del Comune su pedane, muretti, campi gioco e palme presenti negli stabilimenti e non autorizzati dalla Soprintendenza. «Anche se le “sanzioni” dovessero scendere in modo vertiginoso – spiega – credo che tanti decideranno di non versare nemmeno un centesimo». Una posizione, questa, su cui Mussoni tiene a puntualizzare: «Noi della categoria non abbiamo dato nessuna indicazione: ognuno sarà libero di agire come crede». Ma il finale di questo «caos infernale messo in piedi» secondo l’esperto numero uno di Oasi ha un finale già scritto: «Si ripresenteranno le domande per chiedere i permessi e in attesa di averli si toglierà tutto quello che c’è da togliere, nel pieno rispetto della legge».
Offerta turistica salva. E nessuno parli di cali dell’offerta turistica. Mussoni, a sorpresa, smonta pezzo per pezzo anche questa tesi: «Campi da gioco e camminamenti, palme e insegne, se dovessero sparire per un’estate, in attesa di ripresentare la domanda, se ne accorgerebbero davvero in pochi: al massimo i locali ma non certo i turisti». Anzi, in un certo senso darebbe anche una “boccata” di ossigeno alla spiaggia, che in diversi tratti «è piuttosto intasata».
Cifre esagerate, comunque. Ecco spiegato perché non lo appassiona troppo l’acceso scontro che si sta consumando tra giunta e Pd sugli sconti delle sanzioni: si è ipotizzata una media di 100mila euro a stabilimento, forse si scende a 50mila, magari anche 40mila. Gli uffici del Comune stanno lavorando a pieno regime. Ma sembra tutto inutile. Sulle cifre, infatti, Mussoni va dritto al sodo, senza nascondersi dietro un inutile lessico politichese: «Decidessero per un forfait da un paio di migliaia di euro, allora se ne potrebbe discutere. Ma questo non avverrà: già diecimila euro non vale la pena di darli e credo che anche se va valutato caso per caso, in tanti lungo l’arenile lo abbiano capito».

http://www.corriereromagna.it/rimini/2012-03-20/sanatoria-violazioni-paesaggistiche-%C2%ABabusi-meglio-levare-tutto-che-pagare%C2%BB

Maggioli, verso la fiducia

Oggi si riunisce il Consiglio generale della Camera di Commercio. La vicenda del Credito di Romagna anche sulle pagine del Sole 24 Ore

Nq News Rimini, 12 marzo 2012

http://www.nqnews.it/news/134443/Maggioli__verso_la_fiducia.html

rimini (ag) A chiedere le dimissioni del presidente della Camera di Commercio Manlio Maggioli restano solo i sindacati e, sul fronte politico, la sinistra. Oggi è il giorno fissato per la riunione del Consiglio generale dell’ente camerale, al quale la Giunta lo scorso 27 febbraio aveva rinviato l’approfondimento della vicenda legata ai capitali “scudati” dall’imprenditore Manlio Maggioli, come aveva rivelato un articolo uscito qualche giorno prima sulle pagine del Corriere della Sera. Le richieste di “passo indietro”, o per lo meno di chiarimento sembrano tutte rientrate da parte delle associazioni di categoria del territorio, anche quelle (come Cna, Confesercenti, Confartigianato) che maggiormente si erano esposte nel porre il problema rappresentato dall’uscita di Maggioli, che aveva commentato la notizia con “ho fatto quello che han fatto altri”, della serie “così fan tutti”. Quel “così fan tutti” ha finito però per mettere tutti d’accordo. Tutti o quasi sembrano ora convenire sulla necessità di far rientrare la questione, di fronte al rischio di una rottura insanabile, almeno nell’immediato, tra le varie componenti del mondo economico riminese. La parola d’ordine, nelle ultime settimane, è diventata “ricompattare” le associazioni di categoria. Anche per non andare incontro ad un più che probabile commissariamento dell’ente, nel caso di dimissioni di parte del Consiglio generale. Retromarcia dunque, tranne che da parte sindacale. E oggi dunque, salvo clamorose sorprese, la fiducia a Maggioli verrà rinnovata. Ma potrebbe anche essere una fiducia “a tempo”. Dietro la tregua, infatti, potrebbe esserci la richiesta di un passo indietro posticipato, prima della fine del mandato che scade nel 2014, lasciando la guida dell’ente al vice Salvatore Bugli (Cna). Tutto ciò, mentre la stampa nazionale continua ad interessarsi della vicenda Credito di Romagna, l’istituto bancario di cui Maggioli era stato amministratore e sul quale è arrivata a chiusura l’inchiesta giudiziaria che vede lo stesso Maggioli tra gli indagati e possibile oggetto quindi di un rinvio a giudizio (che riaprirebbe la questione delle dimissioni?). In un articolo pubblicato sabato scorso sul settimanale Plus24, in uscita insieme al Sole 24 Ore (l’organo di Confindustria), il nome di Maggioli viene ampiamente citato e compare al terzo posto nella lista, stilata dal settimanale, che riporta nomi dei componenti il cda della banca (definita il “bancomat dei consiglieri”) e i relativi prestiti ottenuti, in uno “sbilanciamento del tutto anomalo nell’erogazione di affidamenti verso parti correlate”. Tra il 2005 e il 2010 a Maggioli sarebbero andati prestiti per oltre 45 mln. Nell’elenco compaiono anche il sammarinese Ambrogio Rossini (57 mln) e Roberto Valducci (Valpharma), con 14,4 mln.

Tornando alle dimissioni di Maggioli, a rinnovare la richiesta è Sinistra e Libertà, per voce del coordinatore comunale Eugenio Pari, che definisce “risibili e soprattutto gravi” le motivazioni che starebbero dietro al dietrofront delle associazioni di categoria. “Invece, io credo – continua Pari – che più forte di queste ragioni sia stata la posizione di qualche giorno fa del presidente di Assindustria Focchi, che sostanzialmente ha richiamato le categorie a proposito della limpidezza in materia fiscale sul motto del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Il testo del comunicato stampa

 

Comunicato stampa

Rimini, 11/03/2012

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (COORDINATORE COMUNALE SEL RIMINI): RIBADIAMO LA RICHIESTA DI DIMISSIONI DI MAGGIOLI DA PRESIDENTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO

Le associazioni di categoria fanno dietro front rispetto alla richiesta più che opportuna, necessaria direi, di dimissioni per Maggioli da presidente della Camera di commercio. Le motivazioni di questa scelta stanno nel fatto che ci sono in ballo questioni molto importanti: Palariccione e Aeroporto.

Queste motivazioni sono risibili e soprattutto gravi perché lasciano supporre che all’interno del sistema riminese non vi sia nessuno che possa gestire in modo adeguato queste vicende, soprattutto lasciano supporre che la politica non sia in grado di farlo.

Invece, io credo, che più forte di queste ragioni sia stata la posizione di qualche giorno fa del presidente di Assindustria Focchi, che sostanzialmente ha richiamato le categorie a proposito della limpidezza in materia fiscale sul motto del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Per quanto riguarda SEL Rimini non possiamo che ribadire la richiesta di dimissioni già pronunciata dal nostro Gruppo consiliare ed affermare la piena sintonia con tale richiesta espressa anche dalla CGIL.

Così fan tutti?

Provocano tanta amarezza e sono sconcertanti le motivazioni di Maurizio Focchi (Presidente confindustriale di Rimini) nella difesa d’ufficio di Manlio Maggioli (presidente camera di commercio di Rimini).

Manlio Maggioli riceve un premio da Napolitano

Focchi (http://ww8.virtualnewspaper.it/rimini/) sostiene che Maggioli abbia goduto di una legge italiana per ‘scudare’ i 2 milioni che sono al centro del filone di inchiesta che la Procura di Forlì ha aperto sulla vicenda del Credito di Romagna, di cui Maggioli è socio con l’altro suo difensore in questa vicenda, il noto costruttore e proprietario di Mercatone Uno Luigi Valentini. Se è vero che Maggioli ha goduto di una legge che l’Italia è l’unico paese al mondo a contenere nel proprio ordinamento, è altrettanto vero che per produrre le somme da ‘scudare’ prima si deve commettere un reato e in merito a ciò l’Associazione Nazionale Magistrati nel 2009 commentava l’adozione del provvedimento emanato dal governo Berlusconi in questo modo: ”Si tratta di reati oggettivamente gravi, – sottolinea l’Anm – puniti con una pena massima di sei anni di reclusione, per i quali lo Stato rinuncia alla punizione, in tutti i casi e indipendentemente dall’importo non dichiarato” ( http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/fisco-1/anm-scudo/anm-scudo.html).

Manlio Maggioli è peraltro padrone di una azienda che per conto del comune di Rimini e di alcune altre società a partecipazione pubblica si occupa di riscuotere le somme di multe e contravvenzioni come il caso del “vigile elettronico” in cui applicava il 12,5% degli interessi. Un’equitalia riminese gestita da chi non brilla certo per rigore e puntualità negli adempimenti fiscali  si potrebbe dire.

Maurizio Focchi, presidente confindustria Rimini

Maggioli è presidente della Camera di commercio di Rimini e le camere di commercio sono enti pubblici locali non territoriali dotati di autonomia funzionale. Ai sensi della legge 29 dicembre 1993, n. 580 esse svolgono, nell’ambito della circoscrizione territoriale di competenza e sulla base del principio di sussidiarietà di cui all’articolo 118 della Costituzione, funzioni di interesse generale per il sistema delle imprese, curandone lo sviluppo nell’ambito delle economie locali. In questa sua veste da Maggioli non solo ci si aspetterebbe, ma si dovrebbero pretendere le dimissioni e lo dovrebbe fare prima di tutto chi dovrebbe, nella sua veste di rappresentante del sistema delle imprese (confindustria, CNA, Confartigianato, ecc.)  vedere curato il proprio sviluppo dal presidente Maggioli. Mi chiedo cme curerà e come indirizzerà le imprese “invece che investire fate come me, fate espatriare dei bei milioncini di euro, magari creati dall’evasione fiscale“? Il punto, comunque, non è disquisire sullo scudo fiscale e neanche sul chi ha detto cosa. Il punto è che le  dichiarazioni di Focchi dimostrano come l’establishment economico – finanziario riminese sia tenuto insieme dalla logica del “così fan tutti” e Focchi si arrabbia con chi come il vice presidente di CNA Bugli ha timidissimamente ritenuto che la questione delle dimissioni di Maggioli sarebbe da considerare, non trovando niente di meglio da aggiungere rivolto a quelli rappresentati da Bugli (gli artgiani insomma) che: “considerando i dati emersi da studi di settore specifici e le notizie provenienti da organi di vigilanza e dalla stampa, danno alcuni componenti di tali categorie come quelli più a rischio di evasione”. Insomma, il presidente degli industriali difende il proprio associato Maggioli dicendo che anche gli artigiani evadono e più in generale Focchi difendendo Maggioli sta difendendo il sistema che è stato chiamato a rappresentare, un sistema dove l’evasione fiscale, con conseguente esportazione di capitali all’estero e successivamente scudati accomuna tutti: da chi è stato in grado di “produrre” ricchezza milionaria (come Maggioli, Valentini, i grossi imprenditori locali per intenderci) a chi esporta e quindi scuda in piccolo (l’artigiano, il barista, ecc.). Una apologia dell’evasione incentrata sulla necessità dell’evadere. La difesa non è in positivo, ma evidentemente in negativo, della serie “il più buono c’ha la rogna” per capirci e lo si dice mezzo stampa e a dirlo non è l’affezionato cliente di un bar, ma il presidente degli industriali riminesi. E’ proprio il caso di dire, riferito agli imprenditori riminesi: “così fan tutti”.

Allego un link utile sulla questione: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/23/indagato-evasione-milionaria-boss-della-piccola-equitalia/193316/

Città e territori come beni comuni.

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/17907/0/399/

Nove proposte per salvare il Belpaese

Città e territorio

 

Di Paolo Berdini, 29.10.2011

Efficace sintesi della devastazione in atto. Inarrestabile? Le cose che si possono fare per fermare il trend.MicroMega, Newsletter, 28 ottobre 2011

Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare il saccheggio del territorio e delle città.

Regole e legalità cancellate

Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione: a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città, le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.

Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra:la Roma dominata dalla Società generale immobiliare,la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema economico che dominava le città. È stata la speculazione parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano sorte periferie sfigurate e incivili.

Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del 1962, [del 1971 e del 1978 – n.d.r.] la legge ponte del 1967,la Bucalossi del 1977,la Galasso del 1985, la legge sulle aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare. Ciò nonostante, la risposta agli scempi urbanistici portò a una profonda evoluzione della legislazione.

La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso «padroni a casa propria» slogan che dà il via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi il governo pubblico del territorio.

Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità. Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili. Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato. Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione. I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.

Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle regole non può avventurarsi in un far west dominato da taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli. Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna sconosciuta negli altri paesi.

Le periferie più grandi e desolate d’Europa

Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle città e sul territorio dell’urbanistica contrattata. Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni. Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?

La risposta è inequivocabile. Le periferie – che rappresentano la parte preponderante delle nostre città – sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le più brutte, disordinate e invivibili dell’intera Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici. I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche contraddetto la regola usuale della città liberale, quella cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti, mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo: lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio dell’urbanistica contrattata sono diventate più estese, più disordinate, socialmente più ingiuste. La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane e squallide periferie.

Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni: abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro, il più alto numero di automobili ad abitante, con il più elevato livello di superficie urbanizzata a parità di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad economia forte. Un’immensa «non città», anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità della vita.

Verso il default urbano

Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma di quanto è avvenuto nelle città italiane è il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per 600 milioni di euro.

Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì l’ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito che sta collassando quella nazione.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva è più importante – non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete – e richiamare investimenti privati – proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi globale una struttura forte del territorio è un potente fattore di traino di nuove attività: territori a bassa densità non sono invece in grado di competere con i livelli di concentrazione di servizio esistenti nelle città del mondo.La Comunità

europea prevede che nel 2020 l’80 per cento della popolazione degli Stati membri vivrà in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa dunque per le città e l’Italia è la cenerentola rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non hanno abbandonato la cultura del governo delle città.

Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni urbane perché è un costo che non possiamo permetterci più e investire risorse pubbliche per migliorare le città. Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano, i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.

È come se una banda di malfattori si fosse impadronita del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto all’integrità dei luoghi condotto mediante nuovi mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo 9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.

Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte – i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate (solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi. Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del paese.

Le città e il territorio sono beni comuni

Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà fermare il saccheggio del territorio e delle città. È necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto il momento di riportare i destini delle città e del territorio nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

Il principio generale si completa con due corollari. In primo luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse, quante aree urbane sono prive delle più elementari opere di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore della «legge ponte» che la proprietà immobiliare impose e che servì per compiere alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi il territorio.

Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante, occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello dei custodi del bene comune, i cittadini.

Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo del territorio e delle città, è poi urgente definire le principali linee di azione da intraprendere per una nuova forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.

Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici. Una prassi normale nella storia delle città: esse sono infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro che la governavano. Oggi non si investe più perché «non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa. Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili, per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e nuove produzioni, per rendere le città più vivibili. È un investimento per il futuro del paese e delle giovani generazioni.

 

  1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione delle città e ridurre a zero il consumo di suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità. Alcune normative regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti. La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di nuovi insediamenti di tipo urbano o ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali, nonché attrezzature puntuali può essere definita ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture o delle attrezzature esistenti». L’esperienza ci insegna però che una simile norma non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana. Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti. L’efficacia della norma può essere resa stringente recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna, quella di inserire le aree agricole all’interno delle categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici. Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento «Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono i cittadini a chiedere che le città non crescano più: si tratta di estendere all’intero paese ciò che è già in movimento.
  2.  Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto, sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva che comporta la possibilità di integrazioni di reddito, la riscoperta delle radici culturali e della qualità del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande importanza perché i territori collinari e montani si stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi sulla stessa stabilità geologica dei versanti. Compito delle autorità pubbliche è riattivare il tessuto sociale dell’Italia «marginale». Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni di territori da affidare poi alle comunità locali. Non sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva. È al contrario un modo intelligente di investire sul futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.
  3.  Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici, i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si deve dunque stabilire il principio che ogni attività di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria, secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato. In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto, come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni pubbliche che non sono più in grado di farsene carico. Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse economiche attraverso un impressionante numero di società di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza», ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche nell’area bolognese e in molte altre città i servizi pubblici sono gestiti da un numero imponente di società. Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro che riportano docilmente i soldi ai decisori politici. In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili da vendere non possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni – ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli per i quali si pagano i canoni di affitto. Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare. Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.
  4.  Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi città italiane esistono oltre 300 mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici degli immobili hanno subìto un’impennata provocando l’espulsione dalle zone centrali delle città di un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova legge «sull’abitare», e cioè sul diritto di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una città efficiente e accogliente è un altro fondamentale tassello del programma di governo. Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione, ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio culturale, alla dignità umana. La legislazione dello Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti inderogabili di tali dotazioni.
  5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto «piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche alla possibilità di trasformare le tipologie presenti nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi, ma conservati gelosamente per le future generazioni. In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti, i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali. Le radici culturali delle città e dei territori non possono essere modificate. 
  6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase della crescita urbana, il governo delle città deve essere in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che rappresenta comunque una percentuale importante del sistema produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare – in una chiave sistematica – la chiave di volta di una riqualificazione urbana. In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro» (la materia urbanistica è «concorrente» tra Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro) che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.
  7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città. I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte che potremmo definire «tradizionale», nel senso che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della necessità sempre più impellente della riconversione ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore: puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi altro investimento nelle cosiddette «grandi opere». Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto «casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di sostituzione edilizia e di risparmio energetico. Occorre però definire un provvedimento legislativo che aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando, anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione energetica delle città. Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione tecnologica delle città e del territorio in grado di far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva. Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili integrate con i nodi del trasporto pubblico). È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio collinare dell’Italia sono già state compiute: discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori aperti. Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose, siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto, compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale e di innovazione delle filiere produttive. 
  8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano la tutela dell’integrità culturale delle città e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori. Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono intere comunità locali e distruggono interi territori. Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine. Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili cattedrali nel deserto.
  9. Il ripristino della legalità. È del tutto evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono essere cancellati l’accordo di programma, e cioè il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie, e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi anni dai «galantuomini» della Protezione civile, i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni urbanistiche e quelle ambientali. Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio. E in tema di legalità un discorso particolare merita l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti sul territorio nazionale. È un problema che investe sia il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano), sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare intere popolazioni al rischio di morbilità o di malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla salute di un paese smarrito

Commento all’intervento del Vescovo di Rimini

 

Rimini, 15.10.2011

Comunicato Stampa

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (COORDINATORE COMUNALE SEL RIMINI): “DAL VESCOVO IMPORTANTI PAROLE PER CONTRASTARE LA LOBBIE DELL’EVASIONE FISCALE E A NON ALLEARSI CON I POTERI FORTI”

Sono molto importanti e condivisibili le parole del Vescovo di Rimini sull’evasione, soprattutto è importante l’invito agli amministratori a schierarsi contro le lobbies dell’evasione, un club molto nutrito nella nostra realtà.

I comuni non possono solo limitarsi alla pur giusta e condivisibile denuncia dei tagli subiti dal governo centrale, devono diventare promotori di politiche attive per contrastare l’evasione fiscale di concerto con gli organi preposti dallo Stato.

È peraltro assolutamente condivisibile l’esortazione alla politica di far “cessare quel logoro costume che misura il valore delle persone e delle iniziative sulla base di quanto ‘portano’ in termini di consenso elettorale o sul fatto di essere legate a cordate di ‘amici’”.

Occorre contrastare l’evasione fiscale, che molto spesso si accompagna con fenomeni di corruzione, perché la frattura sociale che sempre più si va evidenziando nel Paese rischia di trasformarsi in una voragine dove verranno risucchiati i cittadini più deboli, coloro che hanno sostenuto fino ad oggi il peso dei sacrifici richiesti da una classe politica che invece perdura nella propria autoreferenzialità e in quelli che sono ormai diventati privilegi di casta.

Il dibattito locale si sofferma ancora una volta sull’aumento dell’addizionale IRPEF (imposta pagata all’85% da lavoratori dipendenti e pensionati), senza che questo aumento significhi un altrettanto e proporzionale innalzamento dei servizi resi ai cittadini più esposti alla crisi. Anzi, le spese del pubblico per il sociale di anno in anno vengono tagliate e a pagarne i costi sono i cittadini più deboli: disabili, anziani non autosufficienti tanto per citare solo due casi. Per fronteggiare la crisi, lo diciamo da tempo, occorre maggior intervento del pubblico a tutela del sistema di welfare locale e dei beni comuni. Cedere alla logica secondo la quale questa crisi può essere affrontata solo attraverso l’esternalizzazione o, peggio, attraverso la riduzione dei servizi pubblici significa dichiarare ineluttabile questa situazione, non modificarne le condizioni di fondo, anzi significa condividere le ragioni che hanno portato il Paese alla situazione in cui si trova.

La risposta non è la sussidiarietà

Rimini, 11.10.2011

Comunicato stampa

DICHIARAZIONE DI EUGENIO PARI (COORDINATORE SEL RIMINI). ALLA PETITTI: LA RISPOSTA NON E’ LA SUSSIDIARIETA’

 

La neo segretaria del Pd Emma Petitti, a cui rivolgo peraltro un sincero augurio di buon lavoro, a fronte dei tagli al sociale sostiene che occorre ripensare il sistema del welfare locale e come pochi giorni fa  ha proclamato il Cardinale di Bologna Caffarra, anche lei sostiene che le politiche sociali debbano essere all’insegna della sussidiarietà.

Ora, da diversi anni a Rimini la sussidiarietà è diventata sistema e credo che a fronte della crisi economica che sempre più sta aumentando la frattura sociale ribadire che l’unica via d’uscita è la sussidiarietà significa partire da un principio di ineluttabilità della situazione. La risposta non è la sussidiarietà, ciò può valere per accattivarsi le simpatie della Curia, ma è necessario modificare le condizioni di fondo, perché altrimenti si accetta la situazione così com’è, anzi, la si condivide.

Occorre prima di tutto contrastare l’evasione fiscale, sostenere i redditi e le condizioni di vita dei cittadini più deboli ed esposti alla crisi, partire dai bisogni ribadendo la centralità del pubblico nel sistema del welfare.

Siccome sosteniamo che per promuovere politiche di coesione sociale occorrano più risorse pubbliche destinate al welfare locale e non tagli alla spesa e nemmeno esternalizzazioni, ci sono altre due questioni: non applicare l’addizionale IRPEF perché grava sui cittadini più esposti alla crisi, ossia lavoratori dipendenti e pensionati, rendendo insostenibile la pressione fiscale e applicare, come sempre abbiamo sostenuto, senza tergiversamenti la tassa di soggiorno che, da sola e stando alle dichiarazioni dell’assessore al bilancio, è in grado di coprire i tagli provocati dal governo.