Thomas Sankara: profilo di un rivoluzionario
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Thomas Sankara
“Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di
liberazione dei popoli del Terzo Mondo”http://www.giovaniemissione.it/Quella che mi accingo a raccontarvi è, prima di tutto, la storia di un uomo, ma è anche la storia di un sogno. Il sogno di una nazione libera, di un popolo libero, ma libero davvero e non solo sulla carta. “Un popolo che ha fame e sete non sarà mai un popolo libero!” diceva Sankara per esemplificare il concetto. Premetto, inoltre, che questa sarà una trattazione di parte. Non tenterò di essere distaccato e fintamente obiettivo. Thomas Sankara mi ha affascinato sin dal primo momento che ho sentito parlare di lui. Sappiate che le parole che seguono sono mediate da questa ammirazione per l’uomo, il politico e la sua storia. Le parti evidenziate in grassetto sono citazioni tratte da discorsi o interviste di Sankara. Spero che la lettura di queste righe vi stimoli la voglia di approfondire la conoscenza di quest’uomo. A questo scopo alle fine dello scritto troverete qualche suggerimento. La storia di Thomas Sankara potrebbe essere liquidata in modo superficiale con poche, vaghe parole: “Nel 1983 in Burkina Faso Thomas Sankara, un giovane capitano dell’esercito, sale al potere dopo l’ennesimo di una lunga serie di colpi di stato. Vi rimarrà sino al 1987, anno del suo assassinio da parte di alcuni suoi compagni di governo”. Parole queste che, pur contenendo qualche grossolana imprecisione, risultano pressoché corrette, ma che non bastano a restituirci la storia di un testimone così importante per l’Africa contemporanea. Il percorso umano ed ideale di Thomas Sankara è complesso e sfaccettato come lo è quello di ciascun essere umano; mentre quello politico è, a mio parere, di difficile comprensione per chiunque cerchi di interpretarlo attraverso strumenti culturali tipicamente europei. Vale la pena sottolinearlo: il pensiero politico-culturale europeo non è l’unico esistente al mondo e non è detto che sia applicabile per la comprensione di ogni accadimento mondiale. Vale dunque la pena leggere in maniera più approfondita le parole sopra scritte. Si incomincia con la seguente macroscopica imprecisione: “Nel 1983 in Burkina Faso…” Se, nel 1983, avessimo aperto un qualsiasi atlante geografico non vi avremmo trovato traccia del Burkina Faso. Nessun errore: il Burkina Faso, nel 1983, non esisteva! Avreste trovato, sopra la Costa d’Avorio, lo stesso territorio ma un’altro nome: Alto Volta, un’ex-colonia francese indipendente dal 1960, il cui nome coloniale rimanda all’alto corso del fiume Volta. Il 4 agosto 1984 Sankara, ed il governo da lui presieduto, ribattezzeranno il Paese Burkina Faso, nome che, nell’intreccio delle due lingue più parlate del Paese, potremmo tradurre come Paese degli uomini integri (nel senso morale del termine). “…dopo l’ennesimo di una lunga serie di colpi di stato…”Come già scritto l’Alto Volta raggiunge l’indipendenza dalla Francia nel 19 60 (il 5 agosto). Ne diviene primo presidente Maurice Yaméogo, il leader dell’Unione Democratica Voltaica. Rimarrà alla guida del Paese per poco più di cinque anni. Nei primi giorni del 1966 un colpo di stato militare porta al potere il tenente colonnello Sangoulé Lamizana (ex-generale delle truppe coloniali francesi). Rimarrà al potere fino al 1980, deposto anch’egli da un colpo di stato militare guidato dal colonnello Saye Zerbo. “Colpo di stato” non suona bene alle nostre orecchie europee. “Colpo di stato militare” ancora meno. Personalmente mi fa pensare ai vari golpe che hanno portato a sanguinarie dittature militari in America Latina negli anni ’60 e ’70; alla marcia su Roma; a Francisco Franco in Spagna; alla rivolta militare contro Gorbaciov nel ’91; al tentativo di imprigionare Chavez e di sostituirlo alla presidenza del Venezuela nel 2002. Alle nostre orecchie europee non può suonare bene “Colpo di stato” anche in caso di situazioni meno fascisteggianti di quelle sopra elencate. Non può suonare bene perché “Colpo di stato” significa rimozione di un governo (qualunque esso sia) con l’utilizzo di vie di forza, violente o meno, ma comunque non democratiche e la sua sostituzione con un nuovo governo nominato, e spesso e volentieri formato, da chi ha guidato l’azione di forza. Qualche volta ad azioni di questo genere diamo un nome differente: rivoluzione. Parola con un suono solitamente più dolce alle nostre orecchie poiché sottende, almeno idealmente, una lotta contro forme di oppressione e disuguaglianza. La fine, almeno formale, della colonizzazione in Alto Volta, come altrove in Africa, lascia un Paese privo di classe dirigente e dalla struttura socio-politica tutta da costruire seguendo – credo sia giusto sottolinearlo – strumenti tipicamente europei: dall’idea stessa di democrazia nelle sue varie declinazioni alla struttura del governo, ai diritti e doveri delle persone all’interno della società, all’esistenza di strutture che ben poco hanno a che spartire con l’organizzazione africana della vita comune. Fra queste ultime, una ricoprirà tuttavia un ruolo di primo piano nelle vicende del paese: il Sindacato, rimasto unico tipo di opposizione dopo che Yaméogo, subito dopo l’indipendenza, aveva messo fuori legge i partiti d’opposizione. Val la pena ricordare che l’Alto Volta era uno dei Paesi più poveri del mondo sia sulla carta, a guardare le statistiche internazionali, sia nella realtà. “Un Paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille e un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato chi sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un medico ogni 50.000 abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%”. La povertà estrema delle zone rurali, l’impoverimento dei dipendenti pubblici (parte minimalissima della popolazione, ma vero perno delle organizzazioni sindacali), l’economia in mano ai poteri neocoloniali, la corruzione dilagante, le lotte per accaparrarsi scampoli di potere e altre concause determinarono l’instabile situazione politico-istituzionale dei primi anni ottanta. Nel 1981 Saye Zerbo nomina segretario di stato per l’informazione Thomas Sankara. E’ un giovane Capitano dell’esercito (32 anni all’epoca). Eroe suo malgrado per essere stato comandante vittorioso in alcune battaglie della guerra che Alto Volta e Mali combatterono, nel 1974, per il controllo di un pezzo di terra di confine, la Striscia di Agocher. “Io contesto la necessità politica ed umana di questa guerra”; “Se dobbiamo combattere, facciamolo, coscientemente e per volontà comune, per sopprimere le frontiere tra due popoli uniti da tutto e non per rafforzarle”. Alla prima riunione del consiglio dei ministri cui partecipa, Sankara si presenta in bicicletta. E’ uno dei tanti, piccoli gesti quotidianamente eclatanti che spiegheranno più di mille parole la sua Politica e che lo renderanno famoso anche fuori dal Paese di cui, un paio d’anni dopo, diverrà presidente. Nel maggio 1982 si dimette dall’incarico, in disaccordo con la politica del governo. Fra le cause delle dimissioni: lo scioglimento del principale sindacato del Paese e l’arresto del suo segretario, la sparizione del denaro che la cooperazione olandese aveva versato per la costruzione della diga di Korsimoro e la distribuzione fra i ministri, i funzionari di governo ed i loro parenti di un convoglio di aiuti umanitari desinati alla popolazione. “Non posso contribuire a servire gli interessi di una minoranza” disse in televisione per motivare le sue dimissioni. Si dimettono con lui dal governo altri due giovani sottufficiali Herni Zongo e Blaise Compaoré, amici di Sankara da lungo tempo. Tutti e tre sono arrestati e chiusi in prigione. Ma chi sono questi giovani sottufficiali? Sankara, Zongo e Compaoré sono i leader carismatici di una parte dell’esercito. Esercito piccolo (6000 uomini) ma influente, come abbiamo visto, sulla vita politica del Paese. Thomas Sankara nasce quando ancora l’Alto Volta è una colonia francese, il 21 dicembre 1949, terzo di dieci fratelli. La madre Marguerite è di stirpe Mossi, il padre Joseph, di etnia Puel, era stato soldato dell’esercito coloniale francese. “Metà dei bambini nati nel mio stesso anno sono morti entro i primi tre mesi di vita. Io ho avuto la fortuna di sfuggire alla morte e di non cadere vittima di nessuna di quelle malattie che quell’anno fecero più vittime di quanti fossero i nati. Sono stato poi uno dei sedici bambini su cento che hanno potuto andare a scuola, altro enorme colpo di fortuna” Il giorno dell’Indipendenza del Paese, nella scuola frequentata da Sankara nasce uno scontro fra gli studenti voltaici e quelli francesi dopo che alcuni di questi ultimi hanno bruciato la bandiera voltaica che aveva sostituito quella francese, solitamente esposta nel cortile. La polizia coloniale individua nel giovane Thomas (11 anni) l’ispiratore della risposta all’offesa subita (anche se probabilmente la polizia la definì rivolta, o sommossa, o chissà come). Il padre di Sankara finisce in galera per espiare le “colpe” del figlio. Non era la prima volta né sarà l’ultima viso che la vita di Sankara bambino è costellata di altre piccole storie di ribellione contro ogni genere di sfruttamento e prevaricazione. Nei primi anni dell’indipendenza l’ex-colonia francese, ora stato sovrano, ha bisogno di formare ufficiali per il suo nuovo esercito. A 17 anni Sankara entra alla scuola militare preparatoria, anche perché chi, come lui, è figlio di una famiglia povera non ha altro modo di proseguire gli studi. Completerà la sua preparazione militare in giro per l’Africa e poi in Francia. Ed in questo spostarsi da una caserma all’altra viene a contatto con alcuni movimenti di miliari nazionalisti che stanno, in quegli anni, nascendo in alcuni Paesi africani. “Militare” è un’altra parola che per il nostro orecchio europeo ha un suono contrastante. Per alcuni è una parola che evoca profondi aspetti positivi, per altri meno. Comunque “Militare” richiama l’utilizzo delle armi e della violenza, qualcosa dunque di potenzialmente non democratico (ed anche su quest’ultimo aggettivo ci sarebbe da discutere un bel po’). Per quel che riguarda la formazione dei militari ed il loro ruolo nella società Sankara, che militare era, disse che “Un militare senza formazione politica non è che un potenziale criminale”. Sarà una rivolta dei sottufficiali dell’esercito (la prima ad aver successo nella storia africana) a rovesciare il governo di Saye Zerbo, a liberare Sankara, Zongo e Compaoré ed a nominare Jean Baptiste Ouédraogo (sottufficiale anch’esso ma anche dottore pediatra) presidente e lo stesso Sankara capo del governo. “Forza di carattere, coraggio, dedizione al lavoro, probità e onestà” dovranno essere le caratteristiche dei suoi ministri, annuncia nel discorso d’insediamento. Elenco qui di seguito alcune delle decisioni prese dal nuovo governo. Decisioni che forse faranno sorridere (o preoccupare) chi le leggerà quassù oltre il Mediterraneo, ma che a mio parere riassumono l’idea che si governa anche attraverso l’esempio degli stessi governanti.
Riduzione dello stipendio dei militari e dei funzionari pubblici. Denuncie pubbliche (via radio) dei funzionari statali scoperti a far altro durante l’orario di lavoro. Ministri e dirigenti che rispondono (sempre via radio) alle domande dei cittadini. Adesione, per quel che riguarda la politica internazionale, al gruppo dei Paesi non allineati. Ma anche questo governo non durerà: dall’insediamento di Sankara come primo ministro (1/2/83) al colpo di stato (anch’esso, sempre, militare) che lo destituisce (17/5/83) passano poco più di tre mesi. Sankara è di nuovo in prigione, con lui Zongo e Lingani, altro giovane sottufficiale che aveva guidato la rivolta precedente. Compaoré riesce, invece, a fuggire ed a rifugiarsi a Pô, cittadina in cui si trova la caserma dei paracadutisti. Compaoré ne è il comandante da quando ha sostituito in quel ruolo lo stesso Sankara al tempo del suo primo incarico nel governo di Saye Zerbo, due anni prima. Ci si potrebbe sbizzarrire studiando questo ultimo colpo di stato (il terzo in quattro anni, il quarto in 23 anni di indipendenza). Non lo faremo. Ci soffermeremo solamente a ricordare alcuni fatti dalla cronaca di quei giorni e a porci qualche domanda. Fatto uno. Due settimane prima del colpo di stato il presidente libico Gheddafi atterra ad Ouagadougou (la capitale dell’Alto Volta) per una visita a sorpresa al primo ministro Sankara Fatto due. Il governo Sankara aveva da subito stretto rapporti diplomatici con la Libia e ne aveva ricavato, fra l’altro, 30.000 tonnellate di cemento e la promessa di un prestito di 3 miliardi e mezzo di franchi cfa. Fatto tre. Nei giorni precedenti il colpo di stato, ai confini meridionali dell’Alto Volta si erano svolte manovre militari congiunte dell’esercito del Togo e di truppe francesi di stanza nella regione. Fatto quattro. Il giorno del colpo di stato è presente a Ouagadougou Guy Penne, consigliere per gli affari africani dell’allora presidente francese Francoise Mitterandt. Si tratta di uno degli uomini più influenti per quel che riguarda lo scacchiere geopolitico africano di quegli anni, tanto da meritarsi l’appellativo di Monsieur Afrique. Domanda uno. E’ possibile che avvenga un colpo di stato sotto gli occhi di una tale autorità, senza che questi ne sappia nulla anticipatamente? Fatto cinque. La Francia sta combattendo in Ciad una dura guerra che la vede, al fianco delle truppe ciadiane, contrapposta alla Libia Fatto sei. I governi precedenti quello di Sankara avevano sempre appoggiato la Francia ed i suoi alleati nella regione. Fatto sette. Pochi giorni dopo il colpo di stato il governo francese concorda col nuovo governo dell’Alto Volta, presieduto dal capo di stato maggiore dell’esercito il colonnello Yorian Gabriel Somé, un prestito di 21 miliardi di franchi cfa. Domanda due. Cosa mai avrebbe avuto da guadagnarci la Francia dalla rimozione del governo Sankara? E qui dovrei domandarmi io: cosa dico quando dico Francia? Quali erano e di chi erano gli interessi che potevano essere messi a repentaglio dal neonato governo di un piccolo e poverissimo Paese dell’Africa nera? E chi, in Alto Volta, aveva tornaconto a che il governo ed il progetto politico del giovane capitano Sankara e dei suoi fosse definitivamente accantonato? Mi piace pensare, con un esercizio che non ha niente di storico ed è tutto legato alla mia fantasia, che lo stesso Sankara avrebbe risposto che questo interesse, in Alto Volta come nel resto del mondo, sta in tutti coloro che sono privilegiati. In quelli che vivono per il proprio tornaconto parassitando il bene comune, costringendo alla miseria, e dunque alla morte, altri esseri umani. “Crediamo che il mondo sia diviso in due classi antagoniste: gli sfruttati e gli sfruttatori”; “Non possiamo esimerci dalla ricerca ad oltranza della giustizia sociale”. Sankara non rimarrà per molto in carcere. Ouédraogo – rimasto presidente – lo rimette in libertà dopo grandi manifestazioni di piazza animate soprattutto dai più poveri, i diseredati che hanno eletto quel giovane capitano dall’aria onesta e dal parlare diretto loro speranza per una vita più degna. Che cosa sarà passato per la testa di Sankara nelle settimane che seguirono la sua scarcerazione? Forse è solo un esercizio romanzesco chiederselo, ma mi piace farlo. Avrà pensato, anche solo per un momento, di poter diventare presidente dell’Alto Volta? Avrà pensato, anche solo per un momento, di poter mettere in pratica le sue idee di rivoluzione trasformandole in leggi e disegni politici? O avrà, forse, pensato che tutto sarebbe finito di lì a poco? Che lì sarebbero finiti i suoi sogni, i desideri di riscatto un popolo e forse anche la sua vita, dato che l’omicidio di avversari politici non è pratica rara in momenti concitati della storia delle nazioni. Noi sappiamo come continuò questa storia. Sappiamo che Compaoré tornò ad Ouagadougou alla testa dei paracadutisti di Pô e mise a segno “l’ennesimo” colpo di stato portando al potere il gruppo di sottufficiali capeggiato da Sankara, che fu nominato presidente. Era il 4 agosto 1983: iniziava la rivoluzione burkinabé. “Noi siamo quello che siamo, cioè un regime che si consacra anima e corpo al benessere del proprio popolo. Chiamate ciò come volete, ma sappiate che non abbiamo bisogno di etichette. La nostra è una rivoluzione autentica, diversa dagli schemi classici”. Sankara ed i suoi si definirono rivoluzionari in quanto miravano ad un cambiamento radicale della società. Una società che non avrebbe più visto sfruttati e sfruttatori, ma che avrebbe dovuto vedere la felicità per tutti i suoi componenti. Perché la felicità, che è un bene comune, o è di tutti o non è di nessuno. E fu nell’attuazione politica di quest’idea che Sankara diede, probabilmente, il meglio di sé, dimostrandosi politico capace e ricco di idee. Quando dice felicità Sankara intende qualcosa di molto concreto. Intende poter mangiare almeno due volte al giorno tutti i giorni ed avere a disposizione almeno dieci litri d’acqua pura tutti i giorni. E due pasti al giorno e dieci litri d’acqua furono assicurati, investendo nello scavo di pozzi, nella costruzione di piccole dighe, nell’aiuto economico e tecnico a quel 90% della popolazione che viveva nelle zone rurali. E tutto questo in pochissimo tempo. Ma felicità significa anche potersi curare quando si sta male senza veder morire i propri figli per malattie facilmente curabili, andare a scuola, potersi dedicare alle proprie passioni, non essere schiavizzati da leggi e regole tradizionali, non dover vivere in un ambiente distrutto dall’incuria e dall’incedere del deserto. “La nostra rivoluzione è e deve essere l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese. La nostra rivoluzione avrà avuto successo solo se, guardando indietro, attorno e davanti a noi, potremmo dire che la gente è, grazie alla rivoluzione, un po’ più felice perché ha acqua potabile, un’alimentazione sufficiente, accesso ad un sistema sanitario ed educativo, perché vive in alloggi decenti, perché è vestita meglio, perché ha diritto al tempo libero, perché può godere di più libertà, più democrazia, più dignità”. E questa rincorsa verso la felicità avrebbe avuto al suo centro i contadini, e cioè la stragrande maggioranza degli abitanti del Paese. Un Paese che avrebbe dovuto cercare di essere autosufficiente e non più vittima delle più disparate forme di neo-colonialismo. Un cambiamento rappresentato simbolicamente nel cambio del nome della nazione, anch’esso eredità coloniale. Il 5 agosto 1984, primo anniversario della rivoluzione, nasceva il Burkina Faso. L’idea che sta alla base del governo di Sankara è semplice e credo che tutti noi saremmo pronti, seduta stante, a sostenerla: non è giusto che qualcuno muoia di fame e privazioni mentre qualcun altro può permettersi di sprecare o gozzovigliare. Saremmo pronti, però, ad accettare le ovvie conseguenze di questo ragionamento? Saremmo pronti, cioè, a rinunciare ad una parte di ciò che noi consideriamo nostro per condividerla con chi ha meno? Saremmo pronti ad essere un po’ più poveri perché qualcuno sia meno misero?
Queste sono alcune delle domande che Sankara pone a noi oggi, a più di vent’anni dagli avvenimenti in questione. (E temo che le mie risposte sarebbero titubanti e piene di “ma”, “se”, “però”.) Ma sono anche alcune delle domande che Sankara poneva ai suoi concittadini ed a se stesso. Le risposte che riuscì a darsi, ed a dare al suo popolo, sono quelle politiche che trasformarono un Paese miserabile nella splendida anomalia del Burkina Faso della rivoluzione. La rivoluzione proseguirà, accelerandole, quelle politiche di austerità intraviste nei pochi mesi in cui Sankara fu primo ministro: stipendi tagliati; viaggi aerei in seconda classe e rimborsi spese molto contenuti per i politici in viaggi diplomatici; ben pochi privilegi per i governanti che dovrebbero essere i servitori del popolo e non i suoi sfruttatori. Sankara stesso si muoveva per Ouagadougou in bicicletta – ed era presidente! – ed i suoi averi ammontavano alla sua casa ed a una piccola automobile. “Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero”. Questo non piacque (e non credo ci sia da stupirsene) a chi su quella situazione di privilegio aveva costruito la propria vita: ex-governanti e funzionari pubblici, i professori ad esempio che con Sankara sosterranno un lungo scontro. “E’ inammissibile che ci siano uomini politici proprietari di ville che affittano a caro prezzo agli ambasciatori stranieri, quando a quindici chilometri da Ouagadougou la gente non ha il denaro per comprare nemmeno una confezione di nivachina per curare la malaria”. Sarà presa posizione contro i furti perpetrati dai governi precedenti, giudicati da tribunali popolari istituiti ad hoc. Tribunali che, probabilmente ci farebbero gridare allo scandalo se assistessimo, noi oggi, ad uno di quei processi dove l’imputato era posto dinnanzi alla giuria senza la mediazione di alcun avvocato. E davanti al nostro restar scandalizzati Sankara risponderebbe: “Pensiamo che se un avvocato difende un cliente (si tratta proprio di termini mercantili) questo cliente potrà essere difeso veramente solo se paga lautamente l’avvocato. Il miglior avvocato sarà quindi riservato a chi paga di più. Ciò significa che più si ruba, più denaro si ha per meglio difendersi. Ma se non si hanno i soldi per difendersi?” Saranno imposti periodi di lavoro comunitario ad alcune fasce della popolazione, ad esempio gli studenti universitari, in alcune importanti campagne sociali: dalla vaccinazione di massa contro le malattie infantili alla costruzione di opere pubbliche. Uno dei sogni di Sankara, l’abbiamo già detto, è un Paese che ce la possa fare da solo, un paese veramente indipendente in quanto autosufficiente. Mangiare quel che si produce e vestire con tessuti locali sono due importanti mobilitazioni sociali volte a garantire la sussistenza al popolo del Burkina Faso, a rilanciare alcuni rami dell’economia e ad incominciare così a smarcarsi il più possibile dalle importazioni straniere che incidevano negativamente non solo sul debito pubblico. “Dobbiamo accettare di vivere all’africana, perché è il solo modo di vivere liberamente, il solo modo di vivere degnamente.” Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante. Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre.” Potremmo andare avanti per molte righe, forse pagine, elencando le politiche di Sankara presidente. Sia quelle che portarono ad immediati benefici a quelle che fallirono, per errori del governo o perché bloccate quando ancora non avevano dato frutti consolidati. Fra le prime sicuramente le già ricordate politiche alimentari e sanitarie. Va registrato che in soli quattro anni la vita media in Burkina Faso passò da 44 a 50 anni. Ancora fra le prime le politiche scolastiche che, con la costruzione di centinaia di scuole pubbliche e l’obbligo scolastico, portarono milioni di persone a scuola. All’inizio degli anni 80 l’analfabetismo raggiungeva più del 90% della popolazione. “Una delle condizioni per lo sviluppo è la fine dell’ignoranza. (…) L’analfabetismo deve essere incluso fra le malattie da eliminare il più presto possibile dalla faccia della Terra”. Fra le seconde le politiche a favore della donna e contro pratiche e tradizioni che la tenevano (e la tengono!) ai margini della società e che ne umiliano la dignità. “Se la rivoluzione perde la lotta per la liberazione della donna, avrà perso il diritto ad una trasformazione positiva della società”; “Il peso delle tradizioni secolari della nostra società ha relegato le donne al rango di bestie da soma. Le donne subiscono due volte le conseguenze nefaste della società neo-coloniale: provano le stesse sofferenze degli uomini e, inoltre, sono sottoposte dagli uomini ad ulteriori sofferenze. La nostra rivoluzione si rivolge a tutti gli oppressi e gli sfruttati e quindi si rivolge anche alle donne”. Va inoltre ricordato che Sankara fu il primo leader africano a scagliarsi contro le mutilazioni genitali femminili, tanto in uso anche in Burkina Faso, condannandole pubblicamente a più riprese. Le politiche di controllo statale della cooperazione internazionale, così da evitare la creazione di squilibri e ingiustizie causate dall’assuefazione agli aiuti umanitari spesso “inutili ed imbevuti di colonialismo”, ricercando solo “l’aiuto che aiuta a far velocemente a meno dell’aiuto” e non quello che “serve alle imprese del Nord e ad esperti pagati in un mese cifre che basterebbero ognuna a costruire una scuola”. “La politica degli aiuti è servita fino ad oggi solo ad asservirci, a distruggere la nostra economia. L’origine di tutti i mali del Paese è politica. E la nostra risposta non può essere che politica”.
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“La distruzione impunita della natura continua. Noi non siamo contro il progresso, semplicemente chiediamo che esso non significhi anarchia e criminale disprezzo per i diritti degli altri Paesi”.
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Una rivoluzione non si fa per prendere il posto dei vecchi governanti che si depongono”; “Il nuovo soldato deve vivere e soffrire fra la gente cui appartiene”.
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“Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato, sono gli stessi che hanno gestito per tanto tempo i nostri stati e le nostre economie. Loro hanno indebitato l’Africa. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo”.
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“L’imperialismo, attraverso le multinazionali, il grande capitale e la potenza economica è un mostro senza pietà, dotato di artigli, corna e denti velenosi. E’ spietato e senza cuore”;
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“Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. (…) Il nostro compito consiste
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“Il Movimento dei non allineati significa rifiutare di essere il terreno dello scontro fra elefanti che calpestano tutto impunemente”.
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“Ogni volta che un paese africano acquista armi lo fa contro gli africani. Dobbiamo trovare una soluzione al problema degli armamenti. Sono un militare e ho con me un’arma. Eppure propongo il disarmo, perché io porto l’unica arma che ho, mentre altri hanno nascosto tutte quelle che hanno” “Abbiamo l’obbligo di considerare la lotta per il disarmo un obiettivo permanente come presupposto essenziale al nostro diritto allo sviluppo”.
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“Dobbiamo combattere l’apartheid non perché siamo neri, bensì semplicemente perché siamo uomini e non animali e ci opponiamo alla classificazione degli uomini in base al colore della pelle”.
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“Sarei felice se fossi stato utile, se fossi stato un pioniere: quello che sembra oggi un sacrificio, domani sarà un normale e semplice comportamento. (…) Ho detto a me stesso che trascorrerò la vecchiaia in qualche libreria a leggere, sempre che prima, visto che abbiamo molti nemici, non abbia incontrato una fine violenta. Una volta accettata questa realtà, è solo questione di tempo”.
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“Abbiamo deciso di prenderci il tempo, il tempo necessario a trarre lezione dalla nostra attività passata”; “Dobbiamo fare del quinto anno di rivoluzione un anno di valutazione critica del nostro lavoro”. Dovremo considerare l’espressione arricchente, variegata e multiforme di tanti diversi pensieri ed attività. Abbiamo bisogno di pensieri e attività intensi e pieni di sfumature, tutti insieme coraggiosamente e sinceramente nel rispetto della necessità di critica e autocritica e tutti diretti verso uno stesso, luminoso obiettivo, che non può essere altro che la felicità dei burkinabè. Dovremo stare in guardia contro un tipo di unità sterile, monolitica, paralizzante e infeconda.”
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“La democrazia è il popolo. La scheda elettorale e l’apparato per votare non significano automaticamente l’esistenza della democrazia”.
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“Imperialismo, un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che con dei cannoni vengono ad occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità.” detto al FMI: quello che chiedete noi l’abbiamo già fatto. Abbiamo ridotto i salari dei funzionari, risanato l’economia. Non avete niente da insegnarci. Ci è sembrato di capire che quello che il FMI cerca va ben al di là di un controllo sulla gestione: è un controllo politico. Certo che abbiamo bisogno di denaro, di capitali freschi, ma non al prezzo di un’abbondanza artificiale, di un consumo improduttivo a cui si abbandonerebbe sicuramente una classe dirigente prigioniera del suo confort e di questo stesso FMI. Abbiamo quindi rifiutato i prestiti della Banca Mondiale per alimentare progetti che non abbiamo scelto.”
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“Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire”.
ENRICO BERLINGUER

Enrico Berlinguer, alle sue spalle (con la barba) il compagno Gian Butturini
Quando era diventato segretario generale del Pci, nel ‘72, Berlinguer aveva scritto a un vecchio compagno di scuola del liceo Azuni di Sassari, la sua città: “Non si può rinunciare alla lotta per cambiare ciò che non va. Il difficile, certo, è stare in mezzo alla mischia mantenendo fermo un ideale e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia. Ma alternative non ne esistono”. In quel momento aveva cinquant’anni e, fuori dal Pci, non era molto popolare e conosciuto. Soprattutto la grande stampa tendeva a rappresentarlo come un personaggio grigio e triste, tutto interno alla nomenklatura di partito, un secchione che “si era iscritto giovanissimo alla direzione del Pci”, secondo una famosa battuta di Giancarlo Pajetta. Anni dopo, interrogato da Giovanni Minoli per Mixer su quale fosse la cosa che gli dava più fastidio sentir dire di sé, Enrico aveva risposto: “Che sarei triste, perché non è vero”. E in effetti tutti quelli che l’hanno conosciuto conservano nella memoria un uomo del tutto diverso, capace di grandi emozioni e di grandi svolte. Enrico era un uomo che aveva l’arte di vivere. Spesso ha imparato la lezione dei fatti ed è ripartito dagli errori per intraprendere strade nuove. Oggi tutti riconoscono a Berlinguer il merito dello strappo dell’Unione Sovietica. Ma pochi ricordano che da ragazzo Enrico aveva cominciato la sua militanza politica, il 18 settembre del ‘43, al momento della cacciata dei nazisti, issando sul palazzo del Governo di Sassari la bandiera dell’ Urss. E’ quasi scomparsa dalle celebrazioni agiografiche la storia del giovane Berlinguer che su indicazione di Togliatti ricostruisce la Fgci, l’organizzazione giovanile, (che nei momenti migliori arriverà al mezzo milione di militanti) ancorandola al mito di Giuseppe Stalin,”il miglior amico e maestro della gioventù”, come Berlinguer l’aveva definito con sincera convinzione nei suoi discorsi. Con il ‘56 e la pubblicazione del rapporto di Kruscev Enrico entra in una crisi profonda, è meno pronto di altri alle denunce e alle autocritiche. Ma dopo un periodo tormentato in cui riesce a fare i conti fino in fondo con se stesso, la sua critica al socialismo reale diventa parte integrante della sua vita. E’ un ripensamento che lo porta a proclamare il valore universale della democrazia, a Mosca, di fronte alla platea immobile dei burocrati sovietici. E che nell’82, dopo i fatti polacchi, lo spinge fino alle estreme conseguenze dello strappo. Ma anche in altri passaggi forse meno clamorosi, della sua storia politica Berlinguer era partito da se stesso, dal proprio mondo intimo, per arrivare a conseguenze inaspettate. E’ abbastanza conosciuto il legame profondo che aveva con sua moglie Letizia, una bella ragazza della borghesia romana che non era comunista al momento del matrimonio e che non lo sarebbe diventata neanche dopo. Dei quattro figli, (la primogenita, Bianca, è oggi giornalista del Tg 3) era particolarmente legato alla seconda, Maria, l’unica che fin da ragazzina si era iscritta al partito. Nel ‘77, quando era scoppiata la contestazione degli autonomi, Berlinguer aveva reagito con durezza a quello strano movimento che parlava di strategia dei desideri e di bisogno di comunismo, e che considerava il Pci, entrato da poco nell’area di governo, fra i suoi nemici principali.
Quell’anno, al festival dell’Unità di Modena, Berlinguer aveva definito gli autonomi “untorelli” e paragonati agli squadristi che nel’19 assaltavano le case del popolo. Ma a Modena, come molti militanti della Fgci, era andata anche Maria. Al ritorno Berlinguer si era sentito aggredire dalla figlia, che gli aveva rimproverato di non capire i giovani, i loro bisogni, i loro desideri. Ancor peggio era successo con Marco, l’unico figlio maschio, che addirittura aveva sfilato nel corteo di protesta degli autonomi che erano andati a fare con le mani il segno della P38 sotto le Botteghe Oscure.
Come ho ricostruito nella mia biografia di Berlinguer, è soprattutto da questi episodi che era partito il suo ripensamento. Un anno dopo Enrico affermerà in un discorso: “Talvolta siamo scossi e sgomenti di fronte ai giovani. Ma sono figli nostri, sono figli della nostra lotta per la libertà. Vogliamo essere con loro e interpretare il senso della loro ribellione, anche quando non ne condividiamo certe forme.” Anche Berlinguer d’altra parte era stato un ribelle. La morte della madre, avvenuta quando Enrico aveva solo 14 anni, ne aveva fatto un ragazzo chiuso e incapace di applicarsi allo studio, mettendolo in forte dissidio con il padre. Le pagelle del giovane Berlinguer, che ancor oggi si possono consultare al liceo di Sassari, erano state disastrose. Aveva ricordato Berlinguer stesso in un’intervista: “Da ragazzo c’era in me un sentimento di ribellione. Contestavo tutto. La religione, lo Stato, le frasi fatte e le usanze sociali. Avevo letto Bakunin e mi sentivo un anarchico”. Era probabilmente questo senso di ribellione che l’aveva portato a fare una scelta diversa rispetto a quella della sua famiglia, che oggi potremmo definire radical-borghese, piena di personaggi fuori dal comune, come il nonno Enrico, mazziniano convinto, o come il padre Mario, un brillante avvocato che non gli aveva perdonato facilmente la decisione di non laurearsi e di diventare comunista.
Ho sempre pensato che quel lontano passato famigliare abbia in qualche modo giocato un ruolo negli ultimi anni deI.la vita di Enrico. Dopo la delusione della solidarietà nazionale e il trauma dell’assassinio di Aldo Moro,c’era stata una fase di crisi, di ripiegamento. Ma quando ne era uscito Berlinguer aveva vissuto la fase più ricca e creativa della sua vita: come se la fine del compromesso storico, oltre che degli ultimi legami con I’Urss, lo avesse liberato da molte pastoie e il suo pensiero riuscisse a esprimersi più compiutamente. Con una capacità di anticipazione che oggi lascia stupiti, aveva intuito la degenerazione che stavano vivendo i partiti, la loro trasformazione in macchine di potere e di corruzione. Aveva capito che il mondo stava cambiando e che la sinistra, se voleva continuare ad esistere e a non rinunciare a se stessa, doveva rinnovare il suo bagaglio, “trovare strade nuove per i vecchi ideali”, come aveva detto una volta. Nei primi anni Ottanta Berlinguer era riuscito a mettere a fuoco i grandi temi di una nuova politica di sinistra, al di là della tradizione comunista. Dalla questione ecologica al riconoscimento della diversità femminile alla ricerca di un’eticità della politica, la sua voce si era fatta sentire molto al di fuori degli steccati del Pci.
Berlinguer si era assunto appassionatamente il problema della pace e della costruzione di un nuovo ordine ‘mondiale, in tempi in cui la Bosnia e il Ruanda con le loro stragi spaventose erano ancora molto lontani. In una delle sue interviste più felici, quella su “1984″ di Orwell, aveva espresso una visione quasi avveniristica del mondo, affermando che il disarmo totale non poteva essere considerato irrealizzabile e che sulle grandi questioni era necessario lavorare con “l’utopia dei tempi lunghi”. Il 10 ottobre ‘82 ad Assisi, alla marcia della Pace, per sostenere queste idee non aveva esitato a rilanciare il messaggio di un santo, il “folle Francesco”, che aveva saputo contestare le crociate e la distinzione fra guerra giusta e ingiusta. E in una riunione della Direzione Comunista, a chi gli aveva chiesto come poteva fare l’Europa a difendersi se avesse rinunciato ai missili come chiedevano i pacifisti, aveva risposto con una franchezza che è caratteristica di quegli anni: “Forse in questo c’è una contraddizione più grande: essere comunisti e pronunciarsi a favore delle armi atomiche”. Berlinguer non parlava mai della morte. Pensava che fosse un fatto della vita, da affrontare semplicemente quando sarebbe venuta. Aveva un gusto quasi fisico del pericolo e a volte sembrava quasi che volesse sfidare la sorte guidando la sua barca nel mare in tempesta della Sardegna, dove tornava ogni anno per le vacanze. Anche il suo ultimo discorso, su quel palco di Padova, portato eroicamente a termine davanti a migliaia di persone dopo essere stato colpito da un ictus, e’ sembrata un’ ultima sfida. Vinta nonostante tutto. Primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volonta’ politica della nazione; e cio’ possono farlo non occupando pezzi sempre piu’ larghi di Stato, sempre piu’ numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversita’.
“Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilita’ concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorita’ rispetto ad altri, che la professionalita’ e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata”.
“Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onesta’, ci siamo stati noi”.
“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perche’ dico che la questione morale e’ il centro del problema italiano”.
“Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparita’ sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realta’, dentro le forme capitalistiche – e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla Dc – non funzionino piu’, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacche’ esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati.
“La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si e’ sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perche’ i partiti socildemocratici si trovano di fronte a realta’ per essi finora ignote o da essi ignorate.
“Quando ci si protende a stimolare e a dare forza ai movimenti della masse giovanili e delle masse femminili, o delle masse di disoccupati o degli anziani, si allarga l’orizzonte della politica, la si arricchisce di contenuti prima prima mai pensati. E’ proprio in questo impegno che la politica diventa milizia animata da una forte tensione ideale e morale.
“Noi restiamo convinti che per rinnovare noi stessi e spingere gli altri a rinnovarsi dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i caratteri che ci contraddistinguono e ci fanno diversi. Bisogna infatti che, in linea di partenza, sia dispersa ogni illusione di una nostra possibile resa o collusione od omerta’, presente e futura, verso quei metodi di gestione tra i partiti e tra questi e il governo e le istituzioni e la vita economica e la societa’, fino alle degenerazioni che stanno corrodendo le fondamenta della nostra repubblica.
“Essere tanti comunisti e seri comunisti e’ la vera condizione anche per avere tanti voti, ma e’ soprattutto la garanzia di fare del nostro partito un sempre piu’ saldo e consistente strumento del reale rinnovamento e dello sviluppo del Paese.
“Certa mentalita’ retriva e discriminatoria nei confronti della donna, certe posizioni pregiudizialmente antifemminili e antifemministe, costituiscono un ostacolo concreto e pesante alle’emancipazione femminile, e, si’, fanno dell’uomo l’oppressore della donna. E non mi riferisco solo al borghese, al capitalista, ma anche all’operaio, anche al proletario, anche al comunista. E’ il retaggio di una storia antichissima che oggi, con la crescente consapevolezza femminile dei propri diritti, determina una certa lotta tra i sessi e l’esigenza per la donna di una liberazione anche nei confronti dell’uomo…. “Non puo’ essere libero un popolo che ne opprime un altro” scriveva Marx; un’affermazione che potrebbe essere parafrasata a questo modo: non puo’ essere libero un uomo che opprime una donna”.
“La lotta, la pressione di massa saranno sempre necessarie. Certo si puo’ immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccetabile perche’ significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica”.
“Bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d’opinione. Il rischio e’ quello di diventare solo questo. Perche’ sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma dela vita dell’uomo in generale”.
“La politica di austerita’ quale e’ da noi intesa puo’ essere fatta propria dal movimento operaio proprio in quanto essa puo’ recidere alla basa la possibilita’ di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel gonfiamento del solo consumo privato, che e’ fonte di parassitismi e di privilegi, e puo’ invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttivita’ generale, della razionalita’, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura. “Lor signori”, come direbbe il nostro Fortebraccio, vogliono invece l’assurdo perche’ in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni, e, insieme, di abbassare i salari”.
“Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori real. E’ questo che da’ un senso alla vita, da’ valore a un popolo”.
“Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validita’, e che vi sia d’altra parte, tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti, che debbono essere abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione che si concentra su un tema che non era il tema centrale dell’opera di Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo e’ quello della via al socialismo e dei modi e delle forme della costruzione socialista in societa’ economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche quali sono le societa’ dell’occidente europeo. E’ chiaro che l’esplorazione di vie nuove verso il socialismo, in questa parte dell’Europa e del mondo, richiede soluzioni del tutto originali, rispetto a quelle che si sono attuate nell’Unione Sovietica e che poi si sono via via attuate negli altri paesi dell’Est, sia europeo, sia asiatico. Da questo punto di vista, noi consideriamo l’esperienza storica del movimento socialista, nel suo complesso, nelle sue due fasi: quella socialdemocratica e quella dei paesi dove il socialismo e’ stato avviato sotto la direzione dei partiti comunisti nell’Est europeo. Ognuna di queste esperienze ha dato i suoi frutti all’avanzata del movimento operaio, ma entrambe vanno superate criticamente con nuove formule, con nuove soluzioni, con quella, cioe’, che noi chiamaiamo terza via, la terza via appunto rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell’Est europeo”.
“Quali furono infatti gli obiettivi per cui e’ sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realta’ del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono piu’ validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono a una sempre piu’ incisiva azione in Italia e nel mondo”.
Enrico Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 da una famiglia di tradizioni democratico-progressiste. Venne educato all’antifascismo e al socialismo liberale espresso dal partito sardo d’azione, di cui il padre Mario era un autorevole rappresentante. Studente in legge, nel 1943 aderi’ al Partito comunista italiano e nell’anno seguente organizzo’ una manifestazione contro il governo Badoglio. Arrestato, venne processato dopo tre mesi di detenzione e prosciolto. A Roma fu nominato segretario del Fronte della gioventu’, entrando a far parte nel 1945 del comitato centrale del Pci e nel 1948 della direzione. Segretario generale della federazione giovanile (Fgci) dal 1949 al 1956, diresse successivamente la scuola per la formazione dei quadri del partito e, nel 1960 entro’ nella segreteria nazionale. Allontanatone nel 1966, ritorno’ presto ai vertici del Pci: nel 1969 fu nominato fu nominato vicesegretario e nel 1972 subentro’ a Luigi Longo come segretario generale. Berlinguer consolido’ l’autonomia del Pci da Mosca e miglioro’ i rapporti con le forze democratiche. Sostenne il diritto di ogni partito comunista a una linea indipendente e, quindi, la legittimita’ di una “via italiana al socialismo” distinta dal sistema sovietico. Nel 1973 propose, con una serie di famosi articoli su “Rinascita” in seguito al golpe di Pinochet in Cile, un nuovorapporto di collaborazione tra le forze della sinistra e quelle cattoliche e laiche di centro, definito “compromesso storico”. Nel frattempo stabili’ piu’ stretti legami con i partiti comunisti dell’Europa occidentale (“eurocomunismo”) e accentuo’ la critica nei confronti della politica sovietica.E’ nel 1981 lo strappo, dopo la sanguinosa repressione polacca. Fallita l’esperienza dei governi di unita’ nazionale, Berlinguer si batte’ nel Pci per un nuovo rapporto con i movimenti emergenti (i giovani, le donne, gli emarginati) e indico come cuore della crisi italiana la “questione morale”, cioe’ la degenerazione dei partiti che avevano occupato lo Stato. In aspra polemica con la linea craxiana di tagli della scala mobile, condusse in prima persona la campagna elettorale europea del 1984 (che doveva portare il Pci allo storico sorpasso sulla Dc). Mori’ a Padova, dopo un comizio.
ANTONIO GRAMSCI

Antonio Gramsci
Nel 1908 consegue la licenza ginnasiale e si iscrive al liceo Dettori di Cagliari, città dove vive presso il fratello Gennaro, segretario della locale sezione socialista.
Con molti giovani del liceo Dettori, Gramsci partecipa alle “battaglie” per l’affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere culturale e politico. Abita in una poverissima pensione in via Principe Amedeo, poi si trasferisce in un’altra del Corso Vittorio Emanuele. A scuola si distingue tra i compagni per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare Croce e Salvemini). Rivela spiccatissime tendenze per le scienze esatte e per la matematica. Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace, dove si diffondono i primi fermenti sociali, che influiranno nella sua formazione di una ideologia socialista.
Conseguita la licenza liceale, nel 1911 vince una borsa di studio e si iscrive all’università di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia. Si trasferisce a Torino. Gramsci vive i suoi anni universitari in una Torino industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia, che hanno eliminato le concorrenti più deboli. Il forte sviluppo industriale ha conferito un aspetto nuovo alla città, che intorno al 1909 ospita circa 60.000 immigrati, che lavorano nelle fabbriche. Data l’alta concentrazione operaia e il ruolo avanzato dell’industria torinese, la organizzazione sindacale costituisce, nella città, una presenza attiva e dinamica, sostenuta da un’ampia mobilitazione dal basso.
Sono le iniziative di lotta nelle fabbriche che portano alla costituzione delle prime commissioni interne e alla elezione di delegati di fabbrica, che siedono, durante le vertenze, al tavolo delle trattative con i rappresentanti padronali. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che lo studente Gramsci vive i suoi anni universitari e matura la sua ideologia socialista. Studia i processi produttivi, la tecnologia e l’organizzazione interna delle fabbriche e si impegna per far acquisire agli operai “la coscienza e l’orgoglio di produttori”.
A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati sardi; l’interesse per la sua terra sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di carattere generale sul problema meridionale, sulle sue abitudini, sul linguaggio, sui luoghi e sulle persone dell’infanzia; temi ricorrenti anche negli anni della maturità. Gli avvenimenti. L’Italia è ancora nettamente divisa tra un Nord in cui è presente un relativo sviluppo industriale e un Meridione caratterizzato dal latifondo a coltivazione estensiva. L’assetto del potere nello Stato e nella società è dunque determinato da un’alleanza tra industriali e agrari, fondata sulla politica protezionistica, che esclude ogni partecipazione al potere da parte delle masse popolari. Ma la crisi di fine secolo, con i movimenti dei fasci siciliani (1894) e l’insurrezione proletaria di Milano (1898), costringe la borghesia italiana a scendere a patti con il movimento operaio. Dall’inizio del secolo, Giolitti, che dichiara la neutralità dello Stato nei conflitti di lavoro, apre un nuovo corso politico fondato su un accordo sociale con il movimento socialista riformista. A questo accordo si oppongono l’ala rivoluzionaria del partito socialista e il movimento sindacalista rivoluzionario.
1912 In cattive condizioni economiche e di salute, Gramsci segue i corsi universitari e sostiene alcuni esami. Ha anche i primi contatti con il movimento socialista torinese.-
Gli avvenimenti. Al congresso socialista di Reggio Emilia i riformisti perdono la direzione del partito. Mussolini diventa direttore dell’Avanti!.
1913 Aderisce ad un pubblico appello contro la politica protezionistica. Probabilmente in quest’anno si iscrive alla sezione socialista di Torino.
Gli avvenimenti. Con il patto Gentiloni, i cattolici partecipano alla competizione elettorale in appoggio a Giolitti.
1914 Soffre di periodiche crisi nervose. Sostiene sul Grido del popolo le posizioni della neutralità attiva e operante in contrasto con la politica della neutralità assoluta prevalente in ambito socialista. Gli avvenimenti. Crisi dell’Internazionale socialista e del movimento operaio europeo che non riescono a far prevalere una politica di pace. Scoppia la Prima guerra mondiale.
1915 Continua la collaborazione con Il Grido del popolo e, a dicembre, entra nella redazione torinese dell’Avanti!, organo del Partito socialista italiano. La sua attività giornalistica s’impone all’attenzione generale non solo per la qualità della scrittura, ma anche per lo spessore della ricerca culturale. Gli avvenimenti. L’italia entra in guerra a fianco dell’intesa. Lenin lancia a Zimmerwald la parola d’ordine di “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”.
1916 Gramsci cura la rubrica “Sotto la mole” dell’Avanti! dove si occupa di critica teatrale e di note di costume. Gli avvenimenti. Nel movimento socialista antimilitarista (conferenza di Kientbal) si fanno strada le posizioni radicali di Lenin.
1917 Dopo la sommossa operaia di agosto, Gramsci diventa segretario della commissione esecutiva provvisoria della sezione socialista di Torino. Dirige di fatto Il Grido del popolo. Nel febbraio del 1917 per conto della Federazione giovanile socialista piemontese esce La città futura, il cui tema di fondo é la contrapposizione tra l’ordine della società borghese e quello della società socialista; a originali articoli di teoria e di propaganda socialista si affiancavano scritti di Croce, Salvemini e A. Carlini. In questo perioda l’influenza di Croce e della polemica antipositivistica dell’idealismo italiano traspare anche nella valutazione entusiastica della rivoluzione russa del novembre 1917, interpretata come “rivoluzione contro il Capitale” (cioè contro la versione deterministica dell’opera di Marx). Gli avvenimenti. In agosto scoppiano in Italia movimenti di protesta contro il carovita e la guerra. In Russia la rivoluzione di febbraio porta all’abdicazione dello zar Nicola II; il governo provvisorio viene rovesciato in novembre dalla rivoluzione bolscevica.
1918 Cessano le pubblicazioni del Grido del popolo (ottobre) e nasce l’edizione piemontese dell’Avanti! (dicembre), diretta da Ottavio Pastore, nella cui redazione Gramsci entra dall’inizio.
Gli avvenimenti. Finisce la guerra mondiale. Movimenti rivoluzionari in vari paesi d’Europa. In Russia la controrivoluzione si militarizza: scoppia la guerra civile.
1919 Gramsci e altri (tra cui Tasca, Terracini, Togliatti) danno vita al settimanale L’Ordine nuovo (maggio), che si schiera per l’adesione del Psi all’Internazionale comunista e in favore del movimento dei consigli di fabbrica. Nei suoi articoli Gramsci afferma che il consiglio di fabbrica deve essere eletto da tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro collocazione politica, in modo che gli operai assumano in pieno la funzione dirigente che spetta loro come “produttori”. Questa esperienza si collocava, in una propettiva rivoluzionaria, a sinistra del movimento socialista dell’epoca, ma in consonanza con altri fermenti della cultura italiana del periodo come quelli che facevano capo al neo-liberalismo di Piero Gobetti, che giudicò infatti positivamente l’opera del gruppo. Gli avvenimenti. La nuova legge per il suffragio universale permette al Psi e al Partito popolare di eleggere rispettivamente 156 e 100 deputati, modificando radicalmente l’assetto del potere politico. A Parigi si inaugura la Conferenza di pace. Viene fondata a Mosca la Terza Internazionale (Comintern). Il congresso socialista di Bologna delibera l’adesione alla nuova Internazionale comunista.
1920 Lo sciopero degli operai dell’industria di Torino di marzo-aprile (sciopero delle lancette) per il riconoscimento dei consigli di fabbrica apre una vivace polemica tra la direzione socialista e il gruppo dell’Ordine nuovo, le cui posizioni politiche ricevono l’approvazione di Lenin. Gramsci si avvicina alla frazione astensionista del Psi, guidata da Bordiga, che prospetta la costruzione del Partito comunista.Gli avvenimenti. Giolitti torna a formare il governo. In settembre lo scontro sociale porta all’occupazione delle fabbriche. La sconfitta segna l’inizio del riflusso del movimento proletario. In Russia, i bolscevichi sbaragliano definitivamente gli eserciti controrivoluzionari.
.1921 Gramsci si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le direttive di scissione già indicate dall’Internazionale comunista. Il 25 gennaio 1921 si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i vari gruppi: massimalisti, riformisti ecc., inducono Gramsci e la minoranza dei comunisti a staccarsi definitivamente dal Psi. Il 21 gennaio dello stesso anno, nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d’Italia: Gramsci sarà un membro del Comitato centrale.
Come organo del nuovo partito Gramsci diresse, ancora a Torino, L’Ordine Nuovo, diventato quotidiano (al quale collaborò anche come critico teatrale Gobetti). Tuttavia nei primi anni del nuovo partito la sua attività fu condizionata dalla direzione di Bordiga, che avendo organizzato una frazione nazionale prima della scissione aveva acquisito una posizione di preminenza, influenzando anche gran parte dello stesso gruppo torinese dell’Ordine Nuovo..-
Gli avvenimenti. 15 gennaio 1921: si apre a Livorno il XVII Congresso del Psi. Il 21 gennaio, da una scissione minoritaria del Psi, nasce il Partito comunista d’Italia (Pcd’I), sezione italiana della Terza Internazionale comunista. Dopo la grande paura dell’occupazione delle fabbriche, gli industriali guardano con favore al movimento fascista. Lenin lancia la Nuova politica economica.
1922 Nel secondo congresso del Pcd’I (Roma, marzo) Gramsci sostiene le posizioni della maggioranza bordighiana, in dissenso con la politica del “fronte unico” con il Psi proposto dall’Internazionale. A maggio parte per Mosca, delegato del partito italiano nell’esecutivo dell’Internazionale e nel giugno partecipa alla conferenza dell’esecutivo allargato. Il soggiorno in Russia sarà importante sia per la sua formazione politica che per la sua vita privata, infatti Gramsci si innamora di una giovane violinista russa, Giulia Schucht che diventerà sua moglie e dalla quale avrà due figli: Delio e Giuliano.
In Russia Gramsci approfondisce le sue conoscenze del leninismo e osserva gli sviluppi della dittatura del proletariato, ciò gli consente di misurare diversamente i problemi dei comunisti italiani, collocandoli in una visione di più ampio respiro. –
Gli avvenimenti. Si moltiplicano le violenze squadristiche e gli assalti alle Camere del lavoro e ai giornali antifascisti. Ulteriore scissione socialista: il congresso di Roma (ottobre) espelle i riformisti. In ottobre marcia su Roma e formazione del governo Mussolini, che in novembre ottiene pieni poteri.
1923 L’esecutivo allargato dell’Internazionale (giugno) discute la situazione italiana e stabilisce d’autorità la formazione di un comitato esecutivo del Pcd’I maggiormente rispondente alla propria politica. Gramsci, in dissenso con le posizioni di Bordiga e favorevole a quelle dell’Internazionale (che sostiene la parola d’ordine del “governo operaio e contadino”), si fa carico della svolta (lettera di settembre per la fondazione dell’Unità). In novembre, viene inviato a Vienna per tenere i collegamenti tra il partito italiano e gli altri partiti comunisti d’Europa. Inizia, con un fitto carteggio, a ricostruire il gruppo dirigente del Pcd’I attorno a quella che era stata la redazione dell’Ordine nuovo.-Gli avvenimenti. Nel febbraio arresto di Bordiga e di parte del comitato esecutivo del Pcd’I, che si riorganizza semiclandestinamente. Bordiga, in carcere, si schiera contro le posizioni dell’Internazionale per quanto riguarda i rapporti con il Psi. Il parlamento italiano approva la legge elettorale maggioritaria presentata dal fascista Acerbo. In Bulgaria viene rovesciato il governo di Stambolijski, leader del partito contadino.
1924 Il 6 aprile del 1924, dopo una campagna elettorale contrassegnata da violenze e intimidazioni fasciste, si svolgono le elezioni e Gramsci viene eletto deputato della circoscrizione del Veneto, quindi torna in Italia, dopo due anni di assenza e si stabilisce a Roma. In febbraio esce a Milano, su indicazione di Gramsci, il quotidiano l’Unità. Continua il lavoro per ricostruire il gruppo dirigente del partito. Gramsci entra nel comitato esecutivo del partito e viene eletto segretario generale. Partecipa all’opposizione parlamentare che si forma a seguito del delitto Matteotti e propone un appello per lo sciopero generale. In agosto nasce a Mosca suo figlio Delio. Imposta con Grieco e Di Vittorio la politica del partito verso il Mezzogiorno. In ottobre propone che l’opposizione aventiniana si costituisca in Antiparlamento e in novembre il gruppo parlamentare comunista rientra in aula. Gli avvenimenti. Le elezioni politiche di maggio, contrassegnate da violenze e intimidazioni, assegnano il 65 per cento dei suffragi ai fascisti. In giugno viene assassinato il deputato riformista Giacomo Matteotti che aveva denunciato i brogli; ne segue una vasta ondata di proteste. In agosto il gruppo socialista che fa capo a Serrati (i “terzini”) aderisce al Pcd’I. Alla morte di Lenin, in Unione Sovietica il potere viene assunto da una direzione collegiale formata da Stalin, Trockij, Zinov’ev e Kamenev.
1925 Tra marzo e aprile partecipa a Mosca ai lavori dell’esecutivo allargato dell’Internazionale. In giugno apre la polemica con la sinistra interna al partito, guidata da Bordiga. Inizia a lavorare all’organizzazione del terzo congresso del Pcd’I. Gli avvenimenti. Superata la crisi Matteotti, Mussolini torna saldamente alla guida del governo. Vengono abolite le commissioni interne e soppressa la libertà sindacale.
1926 In gennaio si svolge a Lione il terzo congresso del Pcd’I: le tesi politiche, stese da Gramsci e Togliatti, vengono approvate con una maggioranza che supera il 90 per cento. La linea di Gramsci, che raccolse intorno a sé un nuovo gruppo dirigente “centrista,” prevalse terzo congresso del Partito comunista d’Italia; alcuni mesi dopo però i suoi rapporti con l’Internazionale comunista subirono una prima incrinatura, con la sua iniziativa di scrivere una lettera allarmata al Comitato centrale del Partito bolscevico per le divisioni interne a quel partito. Pur dando torto all’opposizione la lettere conteneva anche riserve sui metodi della maggioranza (Stalin-Bucharin), e per questo motivo Togliatti, allora rappresentante a Mosca dei comunisti italiani, ritenne opportuno non inoltrarla ufficialmente. Ne nacque una vivace polemica personale tra Gramsci e Togliatti, rilevante sopratutto per l’insistenza da parte del primo sulla necessità di «richiamare alla coscienza politica dei compagni russi, e richiamare energicamente, i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stavano per determinare.»
In agosto nasce Giuliano, il secondogenito di Gramsci.
L’8 novembre, a seguito delle leggi eccezionali del regime fascista contro gli oppositori, Gramsci viene arrestato, con gran parte del gruppo dirigente comunista e, nonostante l’immunità parlamentare, è rinchiuso a Regina Coeli. Al processo, tenuto a Roma nel maggio-giugno 1928, fu condannato a oltre vent’anni di reclusione. Il 18 novembre Gramsci è assegnato al confino per cinque anni a Ustica, dove giunge dopo soste nelle carceri di San Vittore a Milano e in quelle di Napoli e di Palermo. A Ustica abita in una casa privata con altri condannati politici con i quali organizza corsi di cultura differenziati a seconda del grado di preparazione dei partecipanti, allo scopo di educare i proletari, per i quali è un dovere, dice, non essere ignoranti, se vogliono essere protagonisti della politica e creatori di una nuova società. Per espiare la pena, Gramsci è poi destinato alla casa penale di Turi (Bari): vi rimane fino al dicembre 1933.
1927 Trasferito dal febbraio nel carcere di San Vittore a Milano, in attesa del processo, inizia a progettare uno studio di ampio respiro sugli intellettuali italiani. Il 28 maggio inizia il processo e il 4 giugno viene emessa la condanna a vent’anni quattro mesi e cinque giorni di reclusione. Poiché soffre di emicrania cronica viene destinato alla casa penale di Turi ed è messo in una cameretta con altri cinque detenuti politici.
1928 Alla fine di maggio, a Roma, Gramsci è processato. Il 4 giugno viene emessa la sentenza: come accennato, è di venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione. In luglio Gramsci raggiunge il carcere di Turi.
1929 In febbraio, nel carcere di Turi, Gramsci, ottenuto il permesso di scrivere in cella, inizia la stesura dei Quaderni dal carcere: saranno 21 nel 1933, quando lascerà Turi per Civitavecchia e complessivamente 33 nel 1937.
1930 Emergono dissensi con altri detenuti comunisti sulla politica da seguire dopo la caduta del fascismo: Gramsci sostiene la necessità di una fase democratica e propone la parola d’ordine della Costituente.
1931 Nel 1931 Gramsci è colpito da una grave malattia, perciò il fratello Carlo ottiene che sia messo in una cella individuale, dove Gramsci cerca di organizzarsi una vita “normale”, fatta di studio, di riflessione, di elaborazione teorica del suo pensiero politico e sociale, di affetti e di ricordi, sforzandosi di restare a contatto con i suoi familiari e con la realtà. Peggiorano le condizioni di salute: in agosto Gramsci ha un’improvvisa emorragia.
1932 Non ha esito il progetto di uno scambio di prigionieri politici, che avrebbe incluso anche Gramsci, tra l’Italia e l’Unione Sovietica.
1933 In marzo, seconda grave crisi delle condizioni di salute di Gramsci. In novembre viene trasferito nell’infermeria del carcere di Civitavecchia e da qui, in dicembre, nella clinica del dottor Cusumano a Formia.
1934 Riprende la campagna per la liberazione di Gramsci. In ottobre viene accolta la richiesta per la libertà condizionale.
1935 In giugno nuova crisi e aggravamento delle condizioni di salute di Gramsci. In agosto viene trasferito nella clinica “Quisisana” di Roma.
1936 Lo stato di prostrazione fisica impedisce a Gramsci di lavorare ai Quaderni.
1937 Terminato il periodo di libertà condizionale, Gramsci riacquista la piena libertà, ma è in clinica ormai morente. Muore per emorragia cerebrale il 27 aprile. Il giorno seguente si svolgono i funerali. Le sue ceneri vengono inumate al cimitero del Verano a Roma e trasferite, dopo la Liberazione, al Cimitero degli Inglesi.-
La sua vita in carcere era stata anche amareggiata dai difficili rapporti stabilitisi con il partito che aveva diretto prima dell’arresto. In disaccordo con la linea politica adottata alla fine del 1929 su pressione del Komintern, allora in lotta non solo con il fascismo ma anche con la socialdemocrazia (definita come “socialfascismo”), si era trovato, come si è detto, in aperto conflitto con la maggioranza degli altri comunisti detenuti a Turi, e ciò lo aveva indotto a fare del suo isolamento la forma esclusiva della propria esistenza. Si spiega così perché la sua situazione non sia stata allora posta in discussione negli organi dirigenti operanti in esilio, con i quale i suoi rapporti furono sempre indiretti (con la mediazione dell’amico economista Sraffa che lavorava a Cambridge). Tuttavia dopo il 1934, con l’abbandono della propaganda sul “socialfascismo” e il prevalere della politica di unità antifascista, furono intensificate le campagne di stampa internazionali per chiedere la sua liberazione.
UMBERTO TERRACINI
Nato a Genova il 7 luglio 1895, morto a Roma il 7 dicembre

Umberto Terracini
1983, avvocato, dirigente comunista e parlamentare.
Era bambino quando la sua famiglia si trasferì da Genova a Torino. Fu qui che Terracini, studente sedicenne, aderì alla Federazione giovanile socialista, diventando il segretario della locale sezione. La sua propaganda contro la guerra gli procurò il primo arresto nel 1916 e, subito dopo, l’arruolamento e l’invio in zona d’operazione. Partecipò alla prima Guerra mondiale, come soldato semplice del 72° Reggimento fanteria, essendogli stata preclusa (per ragioni politiche), la nomina ad ufficiale.
Finito il conflitto, Terracini, era il 1919, si laureò in Giurisprudenza. Amico di Antonio Gramsci, fu con lui promotore del settimanale L’Ordine Nuovo che, da rassegna di cultura socialista, divenne “organo dei Consigli di fabbrica”.
Nel gennaio del 1921 Terracini, durante il Congresso socialista di Livorno, è tra i fondatori del Partito comunista d’Italia. Entrato nell’Esecutivo del nuovo partito svolge una notevole attività internazionale. Nel giugno-luglio 1921, Terracini partecipa al III Congresso dell’Internazionale comunista e viene eletto nell’Esecutivo, nonostante fosse entrato in polemica con Lenin e con Trotzki, dichiarandosi in contrasto con la direttiva del “Fronte Unico” con i socialisti. Terracini fu per l’ultima volta in Russia in occasione del V Congresso del Comintern del giugno-luglio 1924. Tornato in Italia, nel dicembre fu arrestato.
Catturato una seconda volta a Milano nel 1925, ebbe ancora modo di partecipare a Lille al Congresso del Partito comunista francese. Poi, il 12 settembre 1926, la privazione della libertà, che si sarebbe conclusa soltanto con la fine della dittatura. Conclusione che avvenne in anticipo, rispetto ai 22 anni ai quali Terracini fu condannato, il 4 giugno 1928, dal Tribunale speciale di fronte al quale tenne, non un intervento a propria difesa, ma una memorabile requisitoria contro il fascismo.
Dopo i lunghi anni di carcere e di confino – che sul recluso pesarono, nonostante la moglie Alma Lex gli fosse moralmente vicina, soprattutto per le incomprensioni con i compagni di partito che l’avevano isolato – nell’agosto del 1943 Terracini torna in libertà. Ma la situazione precipita e lui, comunista ed ebreo, deve cercare rifugio in Svizzera, mentre nel suo partito una commissione è incaricata di giudicarne le posizioni politiche. Terracini non attende in Svizzera le conclusioni dell’inchiesta (che arriveranno, con la “riabilitazione”, il 14 dicembre del 1944) e chiede ed ottiene, dal CLNAI di passare nella repubblica partigiana dell’Ossola, dove ha l’incarico di segretario della Giunta di governo.
Dopo la Liberazione, Terracini entra nel Comitato centrale e nella Direzione del PCI. E’ capogruppo dei senatori comunisti per due legislature. Soprattutto è membro della Consulta e il 2 giugno 1946 è eletto presidente dell’Assemblea Costituente. E’ Terracini che appone la sua firma, con Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi, alla Costituzione della Repubblica.
Terracini – che è stato senatore sino alla morte, che dalla sua fondazione è stato sempre presidente dell’ANPPIA (l’Associazione nazionale dei perseguitati politici antifascisti), che fu membro autorevole del Consiglio mondiale della Pace, dell’Associazione dei giuristi democratici, della Federazione internazionale dei movimenti di Resistenza, della Società europea di cultura – ha esercitato la sua professione di avvocato soltanto quando si è trattato di difendere i perseguitati, gli antifascisti, le vittime della violenza. L’editore La Pietra ha pubblicato, nel 1975 e nel 1976, una parte dell’epistolario di Umberto Terracini: due libri dal titolo Sulla svolta e Al bando del partito
EUGENIO CURIEL
to a Trieste l’11 dicembre 1912, ucciso a Milano il 24 febbraio 1945, fisico, capo del Fronte della Gioventù, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Di agiata famiglia ebrea, aveva dedicato allo studio l’adolescenza, conseguendo con un anno d’anticipo la licenza liceale. Di ingegno vivacissimo, aveva frequentato, per volere del padre, il primo biennio di Ingegneria a Firenze. Si era poi iscritto al Politecnico di Milano, ma lo aveva lasciato per tornare a Firenze a seguire i corsi di Fisica. Completò questi studi a Padova, laureandosi (110/110 e lode), a soli 21 anni, con una tesi sulle disintegrazioni nucleari. Assistente del professor Laura, si diede negli anni tra il 1933 e il 1934 anche agli studi filosofici ed approdò, non senza un processo critico, al marxismo. Di qui, nel 1936, la prima presa di contatto di Curiel con il Centro estero del Partito comunista, a Parigi.
Nel 1937 il giovane intellettuale assume la responsabilità della pagina sindacale del “Bò”, il giornale universitario di Padova. Ma quell’impegno nell’”attività legale” dura poco. Nel 1938 Curiel, a seguito delle leggi razziali, è sollevato dall’insegnamento e si trasferisce a Milano. Qui prende contatti con il Centro interno socialista e con vari gruppi antifascisti, ma il 23 giugno del 1939 viene arrestato da agenti dell’Ovra. Qualche mese nel carcere di San Vittore, il processo e la condanna a cinque anni di confino a Ventotene.
Nell’isola, dove arrivano operai, antifascisti, garibaldini di Spagna – attraverso una sorta di “università proletaria” nella quale anche Curiel insegna, come dimostrano gli appunti ritrovati delle sue lezioni – si formano i quadri che organizzeranno la Resistenza.
Il 21 agosto del 1943 anche Curiel, per sofferta decisione del governo Badoglio, lascia Ventotene. Torna in Veneto, ritrova vecchi amici e collaboratori, indica loro la via della lotta armata e infine ritorna a Milano. Qui dirige, di fatto, l’Unità clandestina e la rivista comunista La nostra lotta, tiene i contatti con gli intellettuali antifascisti, promuove tra i giovani resistenti la costituzione di un’organizzazione unitaria: il “Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà”.
Il mattino del 24 febbraio 1945, a due mesi dalla Liberazione, mentre si sta recando ad un appuntamento, Eugenio Curiel viene sorpreso in piazzale Baracca da una squadra di militi repubblichini guidati da un delatore; non tentano nemmeno di fermarlo: gli sparano una raffica quasi a bruciapelo. Il giovane – che nella motivazione della Medaglia d’oro viene definito “Capo ideale e glorioso esempio a tutta la gioventù italiana” – si rialza, si rifugia a fatica in un portone, ma qui viene raggiunto e finito dai fascisti. Il giorno dopo, sulla macchia rimasta, una donna spargerà dei garofani.
GIUSEPPE DI VITTORIO

Giuseppe Di Vittorio
Bracciante poverissimo e autodidatta, partecipò all’esperienza del sindacalismo rivoluzionario e aderì all’USI (l’Unione Sindacale Italiana, nata nel 1912 dalla scissione con la CGdL riformista), ricoprendone dal 1913 la carica di membro del Comitato Centrale. Scoppiata la Grande Guerra, condivise le motivazioni degli interventisti e partì come volontario per il fronte, da dove sarebbe tornato gravemente ferito.
Influenzato dall’esperienza della rivoluzione bolscevica in Russia, Di Vittorio guardò con attenzione alla nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921, al quale aderì qualche anno più tardi. Dopo la stretta totalitaria del fascismo, che produsse la cancellazione delle libertà sindacali in Italia e che costò a Di Vittorio alcuni mesi di prigionia (dal settembre 1925 al maggio 1926), nel novembre dello stesso anno venne condannato a dodici anni di carcere dal Tribunale Speciale; costretto a riparare in Francia, diventò uno dei principali organizzatori della lotta di resistenza antifascista, dapprima come membro del Comitato Centrale del Partito (dal 1928) e quindi come responsabile della CGdL clandestina, di orientamento comunista (dal 1930).
Chiusa l’esperienza negativa segnata dalla teoria del “socialfascismo”, comunisti e socialisti si riavvicinarono organizzando i “fronti popolari” contro la grave minaccia del nazifascismo. Sul fronte sindacale italiano, Di Vittorio e Buozzi avviarono a Parigi una serie di incontri, dai quali sarebbe scaturito un programma di azione unitaria per il futuro. Nella seconda metà degli anni Trenta, Di Vittorio proseguì la lotta antifascista, combattendo nelle file delle Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola; dal 1937 diresse a Parigi il giornale “La Voce degli Italiani”. Arrestato dalla Gestapo il 10 febbraio 1941, dopo circa nove mesi di carcere fu affidato alle autorità italiane di polizia che lo mandarono al confino a Ventotene, dove sarebbe rimasto fino alla caduta di Mussolini nel luglio 1943.
Tra il 1943 e il 1944, Di Vittorio fu tra i protagonisti della rinascita del sindacato libero e democratico in Italia; insieme a Grandi e Canevari fu uno dei firmatari del Patto di Roma (9 giugno 1944), l’atto ricostituivo della CGIL. Tra il 1944 e il 1948 ricoprì la carica di Segretario Generale della CGIL unitaria fornendo un contributo decisivo alla ricostruzione economica nazionale, alla rilegittimazione internazionale del Paese e alla elaborazione della Costituzione repubblicana in qualità di Deputato dell’Assemblea Costituente. Mantenne la guida della nuova CGIL anche dopo le scissioni del 1948-1950. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Di Vittorio fu Presidente della FSM, la Federazione Sindacale Mondiale, nonché Senatore di diritto nella prima legislatura (1948-53) e Deputato nella seconda (1953-1957).
Tra i suoi atti principali alla guida della CGIL, occorre ricordare l’elaborazione del Piano del Lavoro, presentata al Congresso di Genova del 1949, e la proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori, lanciata al Congresso di Napoli del 1952. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli errori dell’organizzazione che dirigeva; memorabili rimangono l’autocritica al Comitato Direttivo della CGIL dell’aprile 1955 e la condanna dell’invasione dell’Ungheria nel 1956. Morì a Lecco il 3 novembre 1957, indimenticato protagonista della storia nazionale.
L’affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l’azione sindacale di Di Vittorio; l’autonomia, la democrazia e l’unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori.
Pur vivendo una stagione assai difficile, segnata da tensioni ideologiche stridenti legate al sottile equilibrio bipolare della guerra fredda, Di Vittorio lavorò sempre per l’unità di tutti i lavoratori, dalla quale faceva derivare anche l’unità sindacale; a suo avviso, solo in questo modo sarebbe stato possibile difendere l’interesse generale della classe lavoratrice, lottando efficacemente per la sua emancipazione
LUIGI LONGO
Nato a Fubine Monferrato (AL) il 15 marzo 1900, morto a Roma il 16 ottobre 1980, dirigente politico del PCI. Studente al Vie Nuove, autore di numerosi saggi e studi fondamentali sul movimento di liberazione italiano.

Luigi Longo
Politecnico di Torino, frequenta la Scuola militare di Parma, ufficiale dell’ esercito. Segretario del Gruppo studentesco socialista di Torino, nel 1921 aderisce al Partito comunista d’ Italia; membro della Segreteria nazionale della Federazione giovanile comunista (Fgci), direttore del periodico “Avanguardia”. Arrestato nel ‘23 e nel ‘24, espatria clandestinamente in Francia, dirigente dell’ organizzazione comunista. Componente del Comitato esecutivo della Internazionale comunista nel ‘33. Nel 1936 accorre in Spagna, al comando delle Brigate internazionali antifasciste che si oppongono alle milizie fasciste del gen. Franco; ferito in combattimento ad Alarcon. Arrestato in Francia nel ‘41 è confinato a Ventotene.
Nell’agosto ‘43 caduto il fascismo, lascia l’isola trasferendosi a Milano. Ispiratore ed organizzatore delle formazioni partigiane Garibaldi, responsabile della Direzione del PCI per l’Alta Italia, costruttore e vice comandante del CVL, tra i massimi dirigenti della Resistenza. Decorato della “Bronze star” americana, ininterrottamente deputato al Parlamento, vice segretario del PCI, indi segretario generale all’indomani della scomparsa di Palmiro Togliatti, nel 1964 e presidente (dal 1972, quando per problemi di salute lasciò la segreteria a Enrico Berlinguer). Fondatore e direttore del settimanale
ALESSANDRO NATTA
Nato ad Imperia il 7 gennaio del 1918. È sestogenito di una famiglia di commercianti della piccola borghesia cittadina. Il padre Antonio, infatti, è proprietario di una piccola macelleria in fondo a Via Dante in cui lavora con la madre, Nannuccia.

Alessandro Natta
Antonio Natta è socialista e trasmetterà al figlio la sua fede nell’uguaglianza e nella giustizia sociale.
Laureato in Lettere, frequenta la Scuola normale superiore di Pisa dal 1936 al 1941, suoi colleghi sono il presidente Ciampi, Calogero e Viserbelli. Durante la frequenza della Normale inizia la sua attività antifascista, in un movimento unitario che dai liberalsocialisti, ai comunisti giunge fino ai cattolici della FUCI. E’ influenzato dal movimento liberalsocialista di Calogero e Capitini, con cui collabora clandestinamente, insieme ad Antonio Russi. Ad Imperia cerca di organizzare un gruppo di liberalsocialisti. Sottotenente dell’artiglieria, è richiamato alle armi nel 1941 e mandato in Grecia. L’8 settembre partecipa, a Rodi, alla difesa dell’aeroporto di Gaddurà dall’attacco dei tedeschi. Ferito, è tra i militari che rifiutano di collaborare con i tedeschi e la Repubblica di Salò. Viene internato a Rodi, in un campo di prigionia. All’inizio del 1944 è portato per mare a Lero e poi al Pireo e da qui in Germania in un campo di concentramento. Rientra in Italia nell’agosto del ‘45. Da quest’esperienza rimarrà profondamente segnato tanto da raccogliere tutti i suoi ricordi in un volume autobiografico (“L’altra Resistenza”) in cui ricostruisce le peripezie e la tragedia degli internati italiani nei lager del III Reich. Nel 1945, tornato ad Imperia, si iscrive al Pci. Consigliere comunale di Imperia dal 1946 al 1960, fu eletto deputato nel 1948 nel collegio di Genova-Imperia La Spezia. È stato deputato per dieci legislature ed è sempre stato componente della commissione Cultura, ma anche di quella Antimafia e della Esteri. Resta nella sua città fino al 1960 quando venne chiamato a Roma a dirigere la sezione stampa e propaganda del partito. Ha diretto il settimanale Rinascita, e dal ‘62 ha fatto parte della direzione nazionale del Pci. Natta è un “centrista” per definizione: cerca il dialogo con le altre componenti del partito e con le altre forze democratiche del Paese (laici, cattolici e socialisti). È favorevole al cambiamento e alle innovazioni, ma senza accelerazioni passionali e irrazionali. Occorre prudenza, non si possono e non si devono fare passi falsi o avventati.
È in questi anni che Natta incontra Enrico Berlinguer, altro delfino di Togliatti che, alla morte del leader diviene vicesegretario del nuovo leader comunista Luigi Longo.
Sia Natta, sia Berlinguer condividono i due pilastri base della togliattiana “Via italiana al socialismo”: indipendenza internazionale del Pci (anche dalla “casa madre” di Mosca) e rinnovamento nella continuità.
Natta, come l’intero vertice del Pci, è freddo e titubante verso la fiammata rivoluzionaria e contestatari del 1968: ne temono gli eccessi e inquadrano i giovani e variopinti sessantottini come “estremisti borghesi”. In sintesi e soprattutto diffidano di questi movimenti che il Pci non può controllare e che, anzi, contestano apertamente il partito. Per la prima volta dalla nascita della repubblica il Partito Comunista ha dei concorrenti alla propria sinistra.
Nel 1969 tocca a Natta proporre e gestire l’espulsione dal Pci degli “eretici” de “il Manifesto” (Pintor, Natoli, Rossanda, Magri, ecc. …).
Nel 1972 Enrico Berlinguer succede a Longo nella segreteria del Partito e Alessandro Natta è il nuovo capogruppo del Pci alla Camera (resterà in carica fino al 1979). Viene eletto segretario del Pci il 24 ottobre dell’84 dopo l’improvvisa scomparsa di Enrico Berlinguer. È un’investitura sul campo, anche se molti osservatori avrebbero preferito Giorgio Napolitano alla guida del Pci e la “base” del Partito aveva fatto chiaramente capire di volere il leader della Cgil Luciano Lama come successore di Berlinguer.
Viene confermato in questa carica dall’unanimità del congresso di Firenze nell’aprile 1986. Nel 1988, dopo aver avuto un leggero infarto, il comitato centrale del partito elesse segretario Achille Occhetto. Da allora, per motivi di salute ma anche deluso per le modalità con cui viene eletto Occhetto alla segreteria, con l’appoggio di D’Alema, si ritira definitivamente in Liguria. Dal 1989 al 1991 è presidente del partito. Dissente dalla scelta della ’svolta’. Si opporrà alla fine del “suo” Pci con tutte le sue forze dando vita con Pietro Ingrao, Giancarlo Pajetta, Armando Cossutta e Aldo Tortorella al Fronte del NO che si oppone allo scioglimento del Partito Comunista Italiano. Non prende la tessera del Pds, ma saluta con favore la vittoria dell’Ulivo nel 1996 e critica la crisi provocata da Bertinotti.
Muore ad Imperia il 23 maggio del 2001.
Nato a Roma il 18 settembre 1925, deceduto a Roma il 17 maggio 2003, giornalista. Di famiglia sarda antifascista, aveva partecipato giovanissimo alla Guerra di Liberazione. Era entrato nella Resistenza dopo aver ricevuto, da Napoli, una “lettera testamento” del fratello maggiore, datata 28 novembre 1943. Due giorni dopo Giaime, il fratello appunto, sarebbe saltato su una mina, mentre tentava di raggiungere, d’accordo con il Comando inglese, gruppi partigiani nel Lazio. Luigi Pintor aveva combattuto con i GAP romani sino al 14 maggio 1944. Quel giorno, tradito da Guglielmo Blasi (un gappista che aveva partecipato all’attentato di via Rasella e che poi, arrestato per furto, era finito per entrare nel reparto speciale di polizia fascista denominato “banda Koch”), Pintor fu arrestato con Carlo Salinari, Franco Calamandrei e Silvio Serra.
Con Serra, Pintor è portato alla pensione Iaccarino, base della “banda Koch” e interrogato e torturato per otto giorni; poi viene rinchiuso a Regina Coeli insieme a Serra, nell’attesa della condanna a morte. Quando la sentenza sta per essere eseguita e Pintor è riportato, con Serra ed altri quattro antifascisti, alla pensione Iaccarino, un intervento del Vaticano determina un rinvio e un nuovo trasferimento a Regina Coeli dei condannati. Per loro l’arrivo degli americani a Roma rappresenta la salvezza (anche se Serra sarebbe caduto l’anno dopo combattendo nel Ravennate).
Nel dopoguerra Luigi Pintor è stato redattore e poi condirettore dell’Unità, e membro del Comitato centrale del PCI. Deputato nel 1968 e nel 1987, Pintor fu radiato dal PCI nel 1969 con il gruppo del “Manifesto”. A più riprese è stato direttore dell’omonimo giornale, sul quale ha continuato a scrivere (l’ultimo suo articolo è del 24 aprile 2003) pezzi di grande lucidità, e spesso di encomiabile brevità, tra gli appuntamenti più attesi dai suoi lettori. Luigi Pintor ha scritto anche numerosi libri: Parole al vento (1990), Servabo: memoria di fine secolo (1991), La signora Kirchgessner (1998), Il nespolo (2001), Politicamente scorretto (2001). Proprio nei giorni della sua morte è uscito, presso Bollati Boringhieri, I luoghi del delitto.
Nel maggio del 2007, a Roma, un viale di Villa Ada è stato intitolato a Luigi Pintor.
Nato a Torino il 24 giugno 1911, deceduto a Roma il 13 settembre 1990, dirigente e parlamentare comunista.
Un suo libro autobiografico è intitolato “Il ragazzo rosso”. Proprio da ragazzo, Gian Carlo Pajetta – figlio di Carlo, avvocato, e di Elvira Berrini, maestra elementare – aveva cominciato l’attività politica che gli valse, a 14 anni, mentre frequentava il Liceo-ginnasio Massimo D’Azeglio di Torino, l’espulsione “da tutte le scuole del Regno” per tre anni. Era il febbraio del 1927. Come non bastasse, Gian Carlo Pajetta venne arrestato e rinchiuso, quando non aveva ancora 17 anni, nella sezione minorile delle carceri giudiziarie di Torino. Il 25 settembre del 1928, il Tribunale Speciale lo condanna a due anni di reclusione, che sconta nelle carceri di Torino, Roma e Forlì.
Nel 1931 l’espatrio clandestino in Francia, dove il “ragazzo rosso” assume lo pseudonimo di “Nullo”, diventa segretario della Federazione giovanile comunista, direttore di “Avanguardia” e rappresentante italiano nell’organizzazione comunista internazionale. In quel periodo Gian Carlo Pajetta compie numerose missioni clandestine in Italia, fino a quando, il 17 febbraio del 1933, viene arrestato a Parma. Un anno dopo il Tribunale Speciale fascista lo condanna a 21 anni di reclusione; Pajetta ne sconterà 11 nei carceri di Civitavecchia e di Sulmona e verrà scarcerato il 23 agosto del 1943, dopo la caduta del fascismo.
Poi venne l’8 settembre e la guerra partigiana (nella quale cadde suo fratello Gaspare), che vede “Nullo” Capo di Stato Maggiore (ma di fatto vice comandante generale) delle Brigate Garibaldi e membro del Comando generale del Corpo volontari della libertà. È in questa veste che, tra il novembre e il dicembre del 1944, Pajetta è a Roma, come membro del CLNAI, per trattare con gli Alleati e con il governo Bonomi l’accordo politico-militare che porta al riconoscimento delle formazioni partigiane come formazioni regolari e all’attribuzione delle funzioni di governo al Comitato di Liberazione dell’Alta Italia.
Dopo la Liberazione Pajetta diventa direttore dell’edizione milanese dell’”Unità” e membro della Direzione del Pci. Nel 1945 viene eletto alla Consulta (non era potuto diventare senatore perché troppo giovane), poi, nel 1946, all’Assemblea costituente, nel 1948 alla Camera dei deputati (dove è stato riconfermato ben dodici volte). Dal 1984 è stato anche parlamentare europeo. Il giorno prima di morire d’infarto aveva rilasciato al Messaggero un’intervista nella quale, con riferimento alla “svolta della Bolognina” che avrebbe portato allo scioglimento del PCI, dichiarava di stare vivendo i giorni più brutti della sua vita.
ARRIGO BOLDRINI
Nato a Ravenna il 6 settembre 1915, morto a Ravenna il 22 gennaio 2008 Medaglia d’Oro al Valor militare, Presidente onorario dell’ANPI.
Le operazioni belliche erano ancora in corso quando, il 4 febbraio 1945, il generale Mac Creery, comandante dell’VIII Armata, appuntò sul petto del “comandante Bulow” (questo il nome di battaglia di Boldrini) la Medaglia d’Oro al Valor militare. La cerimonia si svolse sulla piazza di Ravenna liberata proprio dalle formazioni di Bulow, che da quel momento si sarebbero aggregate alle armate anglo-americane sino alla resa totale dei nazifascisti.
Impossibile dire di Boldrini in poche righe, a cominciare dall’educazione all’amore per la libertà ricevuta dal padre, una popolare figura di internazionalista romagnolo, sino alle sue gesta nella Resistenza e sino all’attività politica e parlamentare nel dopoguerra. Ci hanno provato Silvia Saporelli e Fausto Pullano in un bel documentario presentato il 6 ottobre 1999 nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Erano presenti i Presidenti di Camera e Senato e seduto in prima fila c’era proprio “Bulow”, “un uomo di pace che – come ha sottolineato il Presidente Mancino – ha sempre onorato la Patria, il Parlamento e la sua parte politica”.
Di Arrigo Boldrini, parlamentare per diverse legislature e presidente nazionale dell’ANPI, ha scritto a suo tempo Gian Carlo Pajetta: “È un eroe. Non è il soldato che ha compiuto un giorno un atto disperato, supremo, di valore. Non è un ufficiale che ha avuto un’idea geniale in una battaglia decisiva. È il compagno che ha fatto giorno per giorno il suo lavoro, il suo dovere; il partigiano che ha messo insieme il distaccamento, ne ha fatto una brigata, ha trovato le armi, ha raccolto gli uomini, li ha condotti, li conduce al fuoco”.
Al 14° Congresso nazionale dell’ANPI – che si è tenuto a Chianciano Terme dal 24 al 26 febbraio 2006 – per la prima volta dalla costituzione dell’Associazione che ha sempre guidato, non era presente, “Bulow”. Motivi di salute gli hanno impedito di partecipare all’assemblea che, con una “standing ovation”, ha acclamato Arrigo Boldrini Presidente onorario. Presidente è poi stato eletto Tino Casali, già Vice Presidente vicario.
Tra i tanti messaggi di cordoglio pervenuti ai famigliari di Bulow e alle associazioni della Resistenza (Valter Veltroni, segretario del Partito Democratico, appresa la notizia della scomparsa di Arrigo Boldrini ne ha celebrato la figura sul l’Unità, sottolineando che “fu giusta una sola scelta: quella compiuta da chi, comunista o socialista, azionista, cattolico o liberale, combatté contro coloro che collaborarono alle stragi naziste, alle rappresaglie e alle deportazioni…”), ricordiamo qui quello che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Sindaco di Ravenna: “Partecipo con profonda commozione al dolore della famiglia e mi unisco al cordoglio delle associazioni partigiane e all’omaggio delle istituzioni per la scomparsa di Arrigo Boldrini, il coraggioso ‘comandante Bulow’ della Resistenza, che diede continuità ai valori e agli ideali della lotta di liberazione dal nazifascismo, partecipando con appassionato impegno ai lavori dell’Assemblea Costituente e quindi del Parlamento in numerose legislature, sempre ispirandosi alla piena affermazione dei principi e dei valori sanciti dalla Carta fondamentale della Repubblica. In questo triste momento vorrei ricordare anzitutto l’amico sincero, dal tratto umano sensibile e aperto, con cui ho condiviso importanti momenti di comune impegno democratico. E rappresentare la gratitudine dell’intero paese per il prezioso patrimonio di dedizione alla causa della libertà e dell’indipendenza nazionale e insieme del progresso sociale e civile del paese che Arrigo Boldrini ha saputo impersonare”.
CINO MOSCATELLI
Nato a Novara il 3 febbraio 1908, morto a Borgosesia (Vercelli) il 31 ottobre 1981, tornitore meccanico, organizzatore e dirigente politico, Medaglia d’argento al Valor Militare. Cino, questo il diminutivo da ragazzo che gli sarebbe rimasto per tutta la vita, non aveva ancora tredici anni quando partecipò all’occupazione dello stabilimento Rumi di Novara, dove lavorava come garzone. Meno di due anni dopo, nel luglio del 1922, Cino, con gli apprendisti della Scotti e Brioschi, è uno di quei “fanciulli proletari” che, durante la “battaglia di Novara”, difesero a sassate la Camera del Lavoro dal primo assalto fascista.
L’aprile del 1925 vede il giovane organizzare lo sciopero degli apprendisti delle Officine Meccaniche Novaresi, un’iniziativa che lo mette ancor più nel mirino dei fascisti, tanto che nello stesso anno deve cercare lavoro Milano. Trova un posto all’Alfa Romeo, ma ci resta poco; è tra gli organizzatori di uno sciopero e tanto basta perché anche dall’Alfa si debba allontanare. Va a fare, sempre a Milano, il tornitore alla Cerutti. Ci lavora sino al settembre del 1927 quando, durante le proteste contro l’esecuzione negli Stati Uniti degli anarchici Sacco e Vanzetti, per facilitare la riuscita dello sciopero, stacca improvvisamente l’energia elettrica nella fabbrica, provocando un corto circuito che gli vale l’allontanamento dalla Cerutti.
Moscatelli, che dal 1925 era militante comunista, ripara in Svizzera dove frequenta un corso politico clandestino. Altre scuole di partito seguirà a Berlino e a Mosca per stabilirsi poi, nel 1930, per un breve periodo in Francia, addetto al Centro estero del PCdI, collaborando ai fogli dei giovani comunisti Il galletto rosso e l’Avanguardia. Nello stesso anno Moscatelli viene incaricato di rientrare in Italia, per potenziare l’organizzazione clandestina comunista in Emilia-Romagna. In pochi mesi d’attività ottiene buoni risultati, ma l’8 novembre, a Bologna, è arrestato dalla polizia.
Il 24 aprile del ’31, il Tribunale speciale lo processa e lo condanna a sedici anni e otto mesi di carcere. Cino finisce nel penitenziario di Volterra, poi in quello di Civitavecchia, quindi in quello Alessandria, dove gli fanno scontare sei mesi in cella d’isolamento. Nel 1935 Moscatelli è scarcerato per amnistia, ma nel 1937 viene di nuovo arrestato. Imprigionato a Vercelli, uscirà dal carcere soltanto all’armistizio, quando si dedicherà subito all’organizzazione della guerra partigiana in Valsesia.
Come commissario politico del raggruppamento Divisioni Garibaldi del Cusio-Verbano-Ossola e direttore del foglio partigiano Stella Alpina, conquista presto vasta popolarità, ma soprattutto fama di temibile avversario presso i tedeschi e i fascisti.
Dopo la Liberazione, Moscatelli è stato, tra l’altro, sindaco di Novara, deputato alla Costituente per il PCI, sottosegretario alla Presidenza dal Consiglio nel terzo Gabinetto De Gasperi. Senatore nel ’48, nel 1953 e nel 1958 è stato eletto deputato. Per un breve periodo ha diretto la federazione torinese del partito e sino al 1956 è stato membro del CC del PCI. Quando si è ritirato dagli incarichi maggiori della vita politica, Moscatelli – che nel 1958 aveva pubblicato presso Einaudi, in collaborazione con Pietro Secchia, il libro di memorie Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola- ha fondato nel 1974, a Borgosesia, l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. Dopo la scomparsa di Cino Moscatelli, l’istituto ha preso il suo nome.
PIETRO SECCHIA
Nato a Occhieppo Superiore (Vercelli) il 19 dicembre 1903, morto a Roma il 7 luglio 1972, dirigente politico comunista. Studente ginnasiale, nel 1917, per le disagiate condizioni della sua famiglia, il ragazzo aveva dovuto impiegarsi presso una conceria di Biella. Fu licenziato tre anni dopo per aver partecipato, unico tra gli impiegati, ad uno sciopero a fianco degli operai. Pietro Secchia, che era già diventato un dirigente dei giovani socialisti, sul finire del 1920 partecipò al movimento dell’occupazione delle fabbriche. Come la grande maggioranza dei membri della Federazione giovanile socialista, aveva aderito alla Frazione comunista promossa da Bordiga e nel gennaio del 1921 fu tra i promotori del P.C.d’I a Biella. L’agosto del 1922 lo vede partecipare alla difesa di Novara contro le bande fasciste.
Nel 1923 a Milano, dove lavorava come muratore, divenne segretario della Federazione giovanile comunista. A dicembre dello stesso anno fu costretto ad emigrare in Francia. Tornò in Italia su sollecitazione di Luigi Longo e, in occasione del V Congresso dell’Internazionale comunista, fu mandato a Mosca. Di nuovo in Italia, dove la vita del partito si svolgeva ormai in semi clandestinità, andò a lavorare alla Fiat di Torino. Era ormai diventato un “rivoluzionario professionale” ed usava nomi di copertura (il nome di battaglia prevalente, tra i tanti utilizzati, era “Botte”).
Nel novembre del 1925 il primo arresto, a Trieste, e la condanna a dieci mesi di reclusione. Altri arresti e condanne sarebbero seguiti. Responsabile del Centro interno del suo partito dal gennaio 1931, Secchia finisce nelle mani della polizia il 3 aprile del 1931. Il 2 dicembre il Tribunale speciale fascista lo condanna a diciassette anni e nove mesi di reclusione. Sconta la pena nei carceri di Lucca e Civitavecchia e, quando è amnistiato, nel 1936, è confinato a Ponza e a Ventotene. Secchia è liberato il 19 agosto 1943. A fine mese partecipa a Roma alla costituzione della Direzione provvisoria del Partito comunista, che è divisa tra la Capitale e Milano.
E’ nel capoluogo lombardo che Longo (come responsabile politico) e Secchia (come responsabile organizzativo) danno immediato impulso alla lotta partigiana. Si costituisce il Comando generale delle Brigate Garibaldi. Ne è a capo Luigi Longo, Secchia è il commissario politico. E’ in questo ruolo che egli difende la politica di unità ciellenista e lo sforzo di mobilitazione popolare contro i nazifascisti. Secchia si impegna nella attività organizzativa quotidiana per dare il massimo sviluppo al movimento garibaldino, senza trascurare il rafforzamento del suo partito e il suo radicamento tra le masse.
Al V Congresso del PCI, che si svolge nel 1945, Pietro Secchia è eletto membro del CC, della Direzione e della Segreteria. Dal 1948 al 1954 è, con Longo, vice segretario del Partito, dalla direzione del quale viene poi in qualche modo emarginato, anche se ha sempre svolto incarichi di rilievo. Secchia è stato anche consultore nazionale, deputato alla Costituente e senatore dal 1948. Nel 1963 ha ricoperto la carica di vicepresidente del Senato. E’ stato pure vice presidente dell’ANPI nazionale e dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia. Copiosa la sua produzione di saggi sulla storia del movimento operaio e sulla Resistenza.
GIOVANNI PESCE
Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare. Era ancora un bambino quando la sua famiglia dovette emigrare in Francia. A 13 anni era già al lavoro in una miniera della Grand’Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui vivevano i suoi. Aderì ragazzino al Partito comunista e divenne anche segretario della Sezione giovanile. Fu uno dei discorsi a Parigi di Dolores Ibarruri, la “Pasionaria”, a convincerlo della necessità di arruolarsi nelle Brigate Internazionali, che nella Guerra civile spagnola sostenevano il regime democratico contro i fascisti di Franco. Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi. Ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro, porta ancora nel corpo le schegge della ferita più grave.
Rientrato in Italia nel 1940, Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. “Rubini“.
Nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare concessa a “Visone” (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra l’altro “Ferito ad una gamba in un’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito…In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume…”.
Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi “Un garibaldino in Spagna” del 1955 e “Senza tregua – La guerra dei G.A.P.” del 1967. Proprio nel sessantesimo anniversario della Liberazione, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci hanno pubblicato, presso le Edizioni Arterigere-EsseZeta, un “libro della memoria” di 368 pagine intitolato: “Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia“.
Dopo la scomparsa del valoroso combattente antifascista, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente dell’ANPI Nazionale e di Milano, Tino Casali, il seguente messaggio: “Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa di Giovanni Pesce, comandante partigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, protagonista della Resistenza al nazifascismo e della Liberazione di Milano e Torino, tenace assertore dei principi di libertà, di pace, di eguaglianza e di democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica. Nel ricordo dei momenti di incontro, in cui ho potuto apprezzare e stimare la passione, il coraggio e gli ideali di cui Giovanni Pesce ha dato testimonianza, partecipo sentitamente al dolore dei familiari e al cordoglio del movimento antifascista e democratico”.
GIUSEPPE “PEPPINO” IMPASTATO
“Tra la casa di Peppino Impastato e quella di Gaetano Badalamenti ci sono cento passi. Li ho consumati per la prima volta in un pomeriggio di gennaio, con uno scirocco gelido che lavava i marciapiedi e gonfiava i vestiti. Mi ricordo un cielo opprimente e la strada bianca che tagliava il paese in tutta la sua lunghezza, dal mare fino alle prime pietre del monte Pecoraro. Cento passi, cento secondi: provai a contarli e pensai a Peppino. A quante volte era passato davanti alle persiane di Don Tano quando ancora non sapeva come sarebbe finita. Pensai a Peppino, con i pugni in tasca, tra quelle case, perduto con i suoi fantasmi. Infine pensai che è facile morire in fondo alla Sicilia.” (Claudio Fava, “Cinque delitti imperfetti”, Mondatori 1994, p.9)
Già nel ’78 la storia di Peppino aveva ispirato due efficaci
servizi televisivi di Michele Mangiafico e di Giuseppe Marrazzo. L’idea di fare un film sulla vicenda viene, nel 79 al regista Gillo Pontecorvo. Egli arriva a Cinisi per un’indagine preliminare, si informa se nella vita di Peppino c’era qualche ragazza, chiede per quale motivo la gente avrebbe dovuto dare ascolto a Peppino e al suo messaggio, sparisce senza dare più notizie.
Nel 1993 Claudio Fava e il regista Marco Risi preparano, per Canale 5, un servizio su Peppino, il primo di una serie intitolata “Cinque delitti imperfetti”, quelli di Impastato, Boris Giuliano, Giuseppe Insalaco, Mauro Ristagno e Giovanni Falcone.
Nel 1995 ci prova il regista Antonio Garella, che prepara un video, poi inspiegabilmente non più trasmesso, per la trasmissione televisiva “Mixer”. C’è anche qualche “Piovra” televisiva che si ispira al caso di un giovane impegnato contro la mafia, che lavora in una radio libera.
Nel 1998 è la volta del giovane regista Antonio Bellia con un video di 32 minuti dal titolo “Peppino Impastato: storia di un siciliano libero”, distribuito da “Il Manifesto”.
Contemporaneamente Claudio Fava e la sua compagna Monica Capelli cominciano a lavorare su una sceneggiatura, mi richiedono una copia delle registrazioni di Radio Aut, concorrono al Premio Solinas, che vincono, e con il quale si ottengono una parte dei fondi per finanziare il film. Il lavoro di regia viene affidato a Marco Tullio Giordana, già autore di alcuni films d’impegno, come “Maledetti vi amerò” (1980) e “Pasolini, un delitto italiano” (1995), autore anche di un romanzo edito nel 1990 “Vita segreta del signore delle macchine”: come scritto in un settimanale, si ritrova nella sua opera “l’ossessivo filo conduttore del confronto con la memoria”.
Giordana, con molto scrupolo professionale, individua i luoghi, ascolta le testimonianze, recepisce i suggerimenti di modifica di alcune parti di sceneggiatura, assume gli attori, in gran parte locali e, comunque siciliani: tra di essi Luigi Lo Cascio, un attore di teatro alla sua prima esperienza, che recita la parte di Peppino,, cui somiglia in modo impressionante, Lucia Sardo, ottima interpetre della madre di Peppino, Gigi Burruano, il padre di Peppino, che conferisce al suo personaggio una drammatica e toccante umanità, Tony Sperandeo, ormai specializzato nella parte del mafioso e, in questo caso di Tano Badalamenti, Claudio Gioè, interamente dentro la parte di Salvo Vitale. Il film crea scalpore ed entusiasmo a Cinisi, coinvolge l’intero paese e riesce ad ottenere molti più risultati di quanti non se ne erano conseguiti in vent’anni di lavoro politico.
Dopo alcuni mesi di intenso impegno, grazie anche al sostegno del giovane produttore Fabrizio Mosca, Giordana riesce a concludere il lavoro e partecipa, il 31 agosto, al Festival di Venezia: l’effetto è subito sconvolgente: dodici minuti di applausi, entusiasmi, premio per la migliore sceneggiatura, leoncino d’oro a Lorenzo Randazzo, che interpreta la parte di Pappini bambino.
Man mano che esce nelle sale cinematografiche, il film continua a raccogliere consensi, a suscitare emozioni e si conclude costantemente con applausi spontanei e forti momenti di commozione: il regista ha saputo creare un prodotto equilibrato in ogni sua parte, calato quasi totalmente nel fatto reale e che ruota in una serie di tematiche ancora presenti nella memoria, dalla splendida utopia del ’68 alla forza delle idee della sinistra extra-parlamentare, alla dinamica dei conflitti familiari nel triangolo padre-madre-fratello, all’intuizione dell’uso politico dello strumento radiofonico, all’entusiasmo giovanile dei compagni di lotta, alla creatività degli hyppies e dei movimenti del ’77, alla crudeltà di un sistema che non esita a ricorrere alla morte nei confronti di chi lo smaschera e ne denuncia i misfatti. Le scuole di tutta Italia, le università, le associazioni culturali scoprono Peppino Impastato e proiettano il film aprendo dibattiti su questa pagina di storia e di vita.
Il film è scelto anche per rappresentare l’Italia all’Oscar, come miglior film straniero, ma non avrà la fortuna di concorrere alla fase finale del premio per le stesse ragioni a suo tempo avanzate per “Il Postino”: è un film “comunista”, o quantomeno un film in cui il comunismo è considerato una “positiva” scelta di vita: per gli americani è meglio lasciar perdere. In compenso, nell’aprile del 2001 il film vince cinque David di Donatello, tra i quali quello per la scuola e quello per io miglior attore protagonista, Luigi Lo Cascio.

Thomas Sankara
“Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di
liberazione dei popoli del Terzo Mondo”http://www.giovaniemissione.it/Quella che mi accingo a raccontarvi è, prima di tutto, la storia di un uomo, ma è anche la storia di un sogno. Il sogno di una nazione libera, di un popolo libero, ma libero davvero e non solo sulla carta. “Un popolo che ha fame e sete non sarà mai un popolo libero!” diceva Sankara per esemplificare il concetto. Premetto, inoltre, che questa sarà una trattazione di parte. Non tenterò di essere distaccato e fintamente obiettivo. Thomas Sankara mi ha affascinato sin dal primo momento che ho sentito parlare di lui. Sappiate che le parole che seguono sono mediate da questa ammirazione per l’uomo, il politico e la sua storia. Le parti evidenziate in grassetto sono citazioni tratte da discorsi o interviste di Sankara. Spero che la lettura di queste righe vi stimoli la voglia di approfondire la conoscenza di quest’uomo. A questo scopo alle fine dello scritto troverete qualche suggerimento. La storia di Thomas Sankara potrebbe essere liquidata in modo superficiale con poche, vaghe parole: “Nel 1983 in Burkina Faso Thomas Sankara, un giovane capitano dell’esercito, sale al potere dopo l’ennesimo di una lunga serie di colpi di stato. Vi rimarrà sino al 1987, anno del suo assassinio da parte di alcuni suoi compagni di governo”. Parole queste che, pur contenendo qualche grossolana imprecisione, risultano pressoché corrette, ma che non bastano a restituirci la storia di un testimone così importante per l’Africa contemporanea. Il percorso umano ed ideale di Thomas Sankara è complesso e sfaccettato come lo è quello di ciascun essere umano; mentre quello politico è, a mio parere, di difficile comprensione per chiunque cerchi di interpretarlo attraverso strumenti culturali tipicamente europei. Vale la pena sottolinearlo: il pensiero politico-culturale europeo non è l’unico esistente al mondo e non è detto che sia applicabile per la comprensione di ogni accadimento mondiale. Vale dunque la pena leggere in maniera più approfondita le parole sopra scritte. Si incomincia con la seguente macroscopica imprecisione: “Nel 1983 in Burkina Faso…” Se, nel 1983, avessimo aperto un qualsiasi atlante geografico non vi avremmo trovato traccia del Burkina Faso. Nessun errore: il Burkina Faso, nel 1983, non esisteva! Avreste trovato, sopra la Costa d’Avorio, lo stesso territorio ma un’altro nome: Alto Volta, un’ex-colonia francese indipendente dal 1960, il cui nome coloniale rimanda all’alto corso del fiume Volta. Il 4 agosto 1984 Sankara, ed il governo da lui presieduto, ribattezzeranno il Paese Burkina Faso, nome che, nell’intreccio delle due lingue più parlate del Paese, potremmo tradurre come Paese degli uomini integri (nel senso morale del termine). “…dopo l’ennesimo di una lunga serie di colpi di stato…”Come già scritto l’Alto Volta raggiunge l’indipendenza dalla Francia nel 19 60 (il 5 agosto). Ne diviene primo presidente Maurice Yaméogo, il leader dell’Unione Democratica Voltaica. Rimarrà alla guida del Paese per poco più di cinque anni. Nei primi giorni del 1966 un colpo di stato militare porta al potere il tenente colonnello Sangoulé Lamizana (ex-generale delle truppe coloniali francesi). Rimarrà al potere fino al 1980, deposto anch’egli da un colpo di stato militare guidato dal colonnello Saye Zerbo. “Colpo di stato” non suona bene alle nostre orecchie europee. “Colpo di stato militare” ancora meno. Personalmente mi fa pensare ai vari golpe che hanno portato a sanguinarie dittature militari in America Latina negli anni ’60 e ’70; alla marcia su Roma; a Francisco Franco in Spagna; alla rivolta militare contro Gorbaciov nel ’91; al tentativo di imprigionare Chavez e di sostituirlo alla presidenza del Venezuela nel 2002. Alle nostre orecchie europee non può suonare bene “Colpo di stato” anche in caso di situazioni meno fascisteggianti di quelle sopra elencate. Non può suonare bene perché “Colpo di stato” significa rimozione di un governo (qualunque esso sia) con l’utilizzo di vie di forza, violente o meno, ma comunque non democratiche e la sua sostituzione con un nuovo governo nominato, e spesso e volentieri formato, da chi ha guidato l’azione di forza. Qualche volta ad azioni di questo genere diamo un nome differente: rivoluzione. Parola con un suono solitamente più dolce alle nostre orecchie poiché sottende, almeno idealmente, una lotta contro forme di oppressione e disuguaglianza. La fine, almeno formale, della colonizzazione in Alto Volta, come altrove in Africa, lascia un Paese privo di classe dirigente e dalla struttura socio-politica tutta da costruire seguendo – credo sia giusto sottolinearlo – strumenti tipicamente europei: dall’idea stessa di democrazia nelle sue varie declinazioni alla struttura del governo, ai diritti e doveri delle persone all’interno della società, all’esistenza di strutture che ben poco hanno a che spartire con l’organizzazione africana della vita comune. Fra queste ultime, una ricoprirà tuttavia un ruolo di primo piano nelle vicende del paese: il Sindacato, rimasto unico tipo di opposizione dopo che Yaméogo, subito dopo l’indipendenza, aveva messo fuori legge i partiti d’opposizione. Val la pena ricordare che l’Alto Volta era uno dei Paesi più poveri del mondo sia sulla carta, a guardare le statistiche internazionali, sia nella realtà. “Un Paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille e un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato chi sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un medico ogni 50.000 abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%”. La povertà estrema delle zone rurali, l’impoverimento dei dipendenti pubblici (parte minimalissima della popolazione, ma vero perno delle organizzazioni sindacali), l’economia in mano ai poteri neocoloniali, la corruzione dilagante, le lotte per accaparrarsi scampoli di potere e altre concause determinarono l’instabile situazione politico-istituzionale dei primi anni ottanta. Nel 1981 Saye Zerbo nomina segretario di stato per l’informazione Thomas Sankara. E’ un giovane Capitano dell’esercito (32 anni all’epoca). Eroe suo malgrado per essere stato comandante vittorioso in alcune battaglie della guerra che Alto Volta e Mali combatterono, nel 1974, per il controllo di un pezzo di terra di confine, la Striscia di Agocher. “Io contesto la necessità politica ed umana di questa guerra”; “Se dobbiamo combattere, facciamolo, coscientemente e per volontà comune, per sopprimere le frontiere tra due popoli uniti da tutto e non per rafforzarle”. Alla prima riunione del consiglio dei ministri cui partecipa, Sankara si presenta in bicicletta. E’ uno dei tanti, piccoli gesti quotidianamente eclatanti che spiegheranno più di mille parole la sua Politica e che lo renderanno famoso anche fuori dal Paese di cui, un paio d’anni dopo, diverrà presidente. Nel maggio 1982 si dimette dall’incarico, in disaccordo con la politica del governo. Fra le cause delle dimissioni: lo scioglimento del principale sindacato del Paese e l’arresto del suo segretario, la sparizione del denaro che la cooperazione olandese aveva versato per la costruzione della diga di Korsimoro e la distribuzione fra i ministri, i funzionari di governo ed i loro parenti di un convoglio di aiuti umanitari desinati alla popolazione. “Non posso contribuire a servire gli interessi di una minoranza” disse in televisione per motivare le sue dimissioni. Si dimettono con lui dal governo altri due giovani sottufficiali Herni Zongo e Blaise Compaoré, amici di Sankara da lungo tempo. Tutti e tre sono arrestati e chiusi in prigione. Ma chi sono questi giovani sottufficiali? Sankara, Zongo e Compaoré sono i leader carismatici di una parte dell’esercito. Esercito piccolo (6000 uomini) ma influente, come abbiamo visto, sulla vita politica del Paese. Thomas Sankara nasce quando ancora l’Alto Volta è una colonia francese, il 21 dicembre 1949, terzo di dieci fratelli. La madre Marguerite è di stirpe Mossi, il padre Joseph, di etnia Puel, era stato soldato dell’esercito coloniale francese. “Metà dei bambini nati nel mio stesso anno sono morti entro i primi tre mesi di vita. Io ho avuto la fortuna di sfuggire alla morte e di non cadere vittima di nessuna di quelle malattie che quell’anno fecero più vittime di quanti fossero i nati. Sono stato poi uno dei sedici bambini su cento che hanno potuto andare a scuola, altro enorme colpo di fortuna” Il giorno dell’Indipendenza del Paese, nella scuola frequentata da Sankara nasce uno scontro fra gli studenti voltaici e quelli francesi dopo che alcuni di questi ultimi hanno bruciato la bandiera voltaica che aveva sostituito quella francese, solitamente esposta nel cortile. La polizia coloniale individua nel giovane Thomas (11 anni) l’ispiratore della risposta all’offesa subita (anche se probabilmente la polizia la definì rivolta, o sommossa, o chissà come). Il padre di Sankara finisce in galera per espiare le “colpe” del figlio. Non era la prima volta né sarà l’ultima viso che la vita di Sankara bambino è costellata di altre piccole storie di ribellione contro ogni genere di sfruttamento e prevaricazione. Nei primi anni dell’indipendenza l’ex-colonia francese, ora stato sovrano, ha bisogno di formare ufficiali per il suo nuovo esercito. A 17 anni Sankara entra alla scuola militare preparatoria, anche perché chi, come lui, è figlio di una famiglia povera non ha altro modo di proseguire gli studi. Completerà la sua preparazione militare in giro per l’Africa e poi in Francia. Ed in questo spostarsi da una caserma all’altra viene a contatto con alcuni movimenti di miliari nazionalisti che stanno, in quegli anni, nascendo in alcuni Paesi africani. “Militare” è un’altra parola che per il nostro orecchio europeo ha un suono contrastante. Per alcuni è una parola che evoca profondi aspetti positivi, per altri meno. Comunque “Militare” richiama l’utilizzo delle armi e della violenza, qualcosa dunque di potenzialmente non democratico (ed anche su quest’ultimo aggettivo ci sarebbe da discutere un bel po’). Per quel che riguarda la formazione dei militari ed il loro ruolo nella società Sankara, che militare era, disse che “Un militare senza formazione politica non è che un potenziale criminale”. Sarà una rivolta dei sottufficiali dell’esercito (la prima ad aver successo nella storia africana) a rovesciare il governo di Saye Zerbo, a liberare Sankara, Zongo e Compaoré ed a nominare Jean Baptiste Ouédraogo (sottufficiale anch’esso ma anche dottore pediatra) presidente e lo stesso Sankara capo del governo. “Forza di carattere, coraggio, dedizione al lavoro, probità e onestà” dovranno essere le caratteristiche dei suoi ministri, annuncia nel discorso d’insediamento. Elenco qui di seguito alcune delle decisioni prese dal nuovo governo. Decisioni che forse faranno sorridere (o preoccupare) chi le leggerà quassù oltre il Mediterraneo, ma che a mio parere riassumono l’idea che si governa anche attraverso l’esempio degli stessi governanti.
Riduzione dello stipendio dei militari e dei funzionari pubblici. Denuncie pubbliche (via radio) dei funzionari statali scoperti a far altro durante l’orario di lavoro. Ministri e dirigenti che rispondono (sempre via radio) alle domande dei cittadini. Adesione, per quel che riguarda la politica internazionale, al gruppo dei Paesi non allineati. Ma anche questo governo non durerà: dall’insediamento di Sankara come primo ministro (1/2/83) al colpo di stato (anch’esso, sempre, militare) che lo destituisce (17/5/83) passano poco più di tre mesi. Sankara è di nuovo in prigione, con lui Zongo e Lingani, altro giovane sottufficiale che aveva guidato la rivolta precedente. Compaoré riesce, invece, a fuggire ed a rifugiarsi a Pô, cittadina in cui si trova la caserma dei paracadutisti. Compaoré ne è il comandante da quando ha sostituito in quel ruolo lo stesso Sankara al tempo del suo primo incarico nel governo di Saye Zerbo, due anni prima. Ci si potrebbe sbizzarrire studiando questo ultimo colpo di stato (il terzo in quattro anni, il quarto in 23 anni di indipendenza). Non lo faremo. Ci soffermeremo solamente a ricordare alcuni fatti dalla cronaca di quei giorni e a porci qualche domanda. Fatto uno. Due settimane prima del colpo di stato il presidente libico Gheddafi atterra ad Ouagadougou (la capitale dell’Alto Volta) per una visita a sorpresa al primo ministro Sankara Fatto due. Il governo Sankara aveva da subito stretto rapporti diplomatici con la Libia e ne aveva ricavato, fra l’altro, 30.000 tonnellate di cemento e la promessa di un prestito di 3 miliardi e mezzo di franchi cfa. Fatto tre. Nei giorni precedenti il colpo di stato, ai confini meridionali dell’Alto Volta si erano svolte manovre militari congiunte dell’esercito del Togo e di truppe francesi di stanza nella regione. Fatto quattro. Il giorno del colpo di stato è presente a Ouagadougou Guy Penne, consigliere per gli affari africani dell’allora presidente francese Francoise Mitterandt. Si tratta di uno degli uomini più influenti per quel che riguarda lo scacchiere geopolitico africano di quegli anni, tanto da meritarsi l’appellativo di Monsieur Afrique. Domanda uno. E’ possibile che avvenga un colpo di stato sotto gli occhi di una tale autorità, senza che questi ne sappia nulla anticipatamente? Fatto cinque. La Francia sta combattendo in Ciad una dura guerra che la vede, al fianco delle truppe ciadiane, contrapposta alla Libia Fatto sei. I governi precedenti quello di Sankara avevano sempre appoggiato la Francia ed i suoi alleati nella regione. Fatto sette. Pochi giorni dopo il colpo di stato il governo francese concorda col nuovo governo dell’Alto Volta, presieduto dal capo di stato maggiore dell’esercito il colonnello Yorian Gabriel Somé, un prestito di 21 miliardi di franchi cfa. Domanda due. Cosa mai avrebbe avuto da guadagnarci la Francia dalla rimozione del governo Sankara? E qui dovrei domandarmi io: cosa dico quando dico Francia? Quali erano e di chi erano gli interessi che potevano essere messi a repentaglio dal neonato governo di un piccolo e poverissimo Paese dell’Africa nera? E chi, in Alto Volta, aveva tornaconto a che il governo ed il progetto politico del giovane capitano Sankara e dei suoi fosse definitivamente accantonato? Mi piace pensare, con un esercizio che non ha niente di storico ed è tutto legato alla mia fantasia, che lo stesso Sankara avrebbe risposto che questo interesse, in Alto Volta come nel resto del mondo, sta in tutti coloro che sono privilegiati. In quelli che vivono per il proprio tornaconto parassitando il bene comune, costringendo alla miseria, e dunque alla morte, altri esseri umani. “Crediamo che il mondo sia diviso in due classi antagoniste: gli sfruttati e gli sfruttatori”; “Non possiamo esimerci dalla ricerca ad oltranza della giustizia sociale”. Sankara non rimarrà per molto in carcere. Ouédraogo – rimasto presidente – lo rimette in libertà dopo grandi manifestazioni di piazza animate soprattutto dai più poveri, i diseredati che hanno eletto quel giovane capitano dall’aria onesta e dal parlare diretto loro speranza per una vita più degna. Che cosa sarà passato per la testa di Sankara nelle settimane che seguirono la sua scarcerazione? Forse è solo un esercizio romanzesco chiederselo, ma mi piace farlo. Avrà pensato, anche solo per un momento, di poter diventare presidente dell’Alto Volta? Avrà pensato, anche solo per un momento, di poter mettere in pratica le sue idee di rivoluzione trasformandole in leggi e disegni politici? O avrà, forse, pensato che tutto sarebbe finito di lì a poco? Che lì sarebbero finiti i suoi sogni, i desideri di riscatto un popolo e forse anche la sua vita, dato che l’omicidio di avversari politici non è pratica rara in momenti concitati della storia delle nazioni. Noi sappiamo come continuò questa storia. Sappiamo che Compaoré tornò ad Ouagadougou alla testa dei paracadutisti di Pô e mise a segno “l’ennesimo” colpo di stato portando al potere il gruppo di sottufficiali capeggiato da Sankara, che fu nominato presidente. Era il 4 agosto 1983: iniziava la rivoluzione burkinabé. “Noi siamo quello che siamo, cioè un regime che si consacra anima e corpo al benessere del proprio popolo. Chiamate ciò come volete, ma sappiate che non abbiamo bisogno di etichette. La nostra è una rivoluzione autentica, diversa dagli schemi classici”. Sankara ed i suoi si definirono rivoluzionari in quanto miravano ad un cambiamento radicale della società. Una società che non avrebbe più visto sfruttati e sfruttatori, ma che avrebbe dovuto vedere la felicità per tutti i suoi componenti. Perché la felicità, che è un bene comune, o è di tutti o non è di nessuno. E fu nell’attuazione politica di quest’idea che Sankara diede, probabilmente, il meglio di sé, dimostrandosi politico capace e ricco di idee. Quando dice felicità Sankara intende qualcosa di molto concreto. Intende poter mangiare almeno due volte al giorno tutti i giorni ed avere a disposizione almeno dieci litri d’acqua pura tutti i giorni. E due pasti al giorno e dieci litri d’acqua furono assicurati, investendo nello scavo di pozzi, nella costruzione di piccole dighe, nell’aiuto economico e tecnico a quel 90% della popolazione che viveva nelle zone rurali. E tutto questo in pochissimo tempo. Ma felicità significa anche potersi curare quando si sta male senza veder morire i propri figli per malattie facilmente curabili, andare a scuola, potersi dedicare alle proprie passioni, non essere schiavizzati da leggi e regole tradizionali, non dover vivere in un ambiente distrutto dall’incuria e dall’incedere del deserto. “La nostra rivoluzione è e deve essere l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese. La nostra rivoluzione avrà avuto successo solo se, guardando indietro, attorno e davanti a noi, potremmo dire che la gente è, grazie alla rivoluzione, un po’ più felice perché ha acqua potabile, un’alimentazione sufficiente, accesso ad un sistema sanitario ed educativo, perché vive in alloggi decenti, perché è vestita meglio, perché ha diritto al tempo libero, perché può godere di più libertà, più democrazia, più dignità”. E questa rincorsa verso la felicità avrebbe avuto al suo centro i contadini, e cioè la stragrande maggioranza degli abitanti del Paese. Un Paese che avrebbe dovuto cercare di essere autosufficiente e non più vittima delle più disparate forme di neo-colonialismo. Un cambiamento rappresentato simbolicamente nel cambio del nome della nazione, anch’esso eredità coloniale. Il 5 agosto 1984, primo anniversario della rivoluzione, nasceva il Burkina Faso. L’idea che sta alla base del governo di Sankara è semplice e credo che tutti noi saremmo pronti, seduta stante, a sostenerla: non è giusto che qualcuno muoia di fame e privazioni mentre qualcun altro può permettersi di sprecare o gozzovigliare. Saremmo pronti, però, ad accettare le ovvie conseguenze di questo ragionamento? Saremmo pronti, cioè, a rinunciare ad una parte di ciò che noi consideriamo nostro per condividerla con chi ha meno? Saremmo pronti ad essere un po’ più poveri perché qualcuno sia meno misero?
Queste sono alcune delle domande che Sankara pone a noi oggi, a più di vent’anni dagli avvenimenti in questione. (E temo che le mie risposte sarebbero titubanti e piene di “ma”, “se”, “però”.) Ma sono anche alcune delle domande che Sankara poneva ai suoi concittadini ed a se stesso. Le risposte che riuscì a darsi, ed a dare al suo popolo, sono quelle politiche che trasformarono un Paese miserabile nella splendida anomalia del Burkina Faso della rivoluzione. La rivoluzione proseguirà, accelerandole, quelle politiche di austerità intraviste nei pochi mesi in cui Sankara fu primo ministro: stipendi tagliati; viaggi aerei in seconda classe e rimborsi spese molto contenuti per i politici in viaggi diplomatici; ben pochi privilegi per i governanti che dovrebbero essere i servitori del popolo e non i suoi sfruttatori. Sankara stesso si muoveva per Ouagadougou in bicicletta – ed era presidente! – ed i suoi averi ammontavano alla sua casa ed a una piccola automobile. “Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero”. Questo non piacque (e non credo ci sia da stupirsene) a chi su quella situazione di privilegio aveva costruito la propria vita: ex-governanti e funzionari pubblici, i professori ad esempio che con Sankara sosterranno un lungo scontro. “E’ inammissibile che ci siano uomini politici proprietari di ville che affittano a caro prezzo agli ambasciatori stranieri, quando a quindici chilometri da Ouagadougou la gente non ha il denaro per comprare nemmeno una confezione di nivachina per curare la malaria”. Sarà presa posizione contro i furti perpetrati dai governi precedenti, giudicati da tribunali popolari istituiti ad hoc. Tribunali che, probabilmente ci farebbero gridare allo scandalo se assistessimo, noi oggi, ad uno di quei processi dove l’imputato era posto dinnanzi alla giuria senza la mediazione di alcun avvocato. E davanti al nostro restar scandalizzati Sankara risponderebbe: “Pensiamo che se un avvocato difende un cliente (si tratta proprio di termini mercantili) questo cliente potrà essere difeso veramente solo se paga lautamente l’avvocato. Il miglior avvocato sarà quindi riservato a chi paga di più. Ciò significa che più si ruba, più denaro si ha per meglio difendersi. Ma se non si hanno i soldi per difendersi?” Saranno imposti periodi di lavoro comunitario ad alcune fasce della popolazione, ad esempio gli studenti universitari, in alcune importanti campagne sociali: dalla vaccinazione di massa contro le malattie infantili alla costruzione di opere pubbliche. Uno dei sogni di Sankara, l’abbiamo già detto, è un Paese che ce la possa fare da solo, un paese veramente indipendente in quanto autosufficiente. Mangiare quel che si produce e vestire con tessuti locali sono due importanti mobilitazioni sociali volte a garantire la sussistenza al popolo del Burkina Faso, a rilanciare alcuni rami dell’economia e ad incominciare così a smarcarsi il più possibile dalle importazioni straniere che incidevano negativamente non solo sul debito pubblico. “Dobbiamo accettare di vivere all’africana, perché è il solo modo di vivere liberamente, il solo modo di vivere degnamente.” Il nostro paese produce cibo sufficiente per nutrire tutti i burkinabè. Ma, a causa della nostra disorganizzazione, siamo obbligati a tendere la mano per ricevere aiuti alimentari, che sono un ostacolo e che introducono nelle nostre menti le abitudini del mendicante. Molta gente chiede dove sia l’imperialismo: guardate nei piatti in cui mangiate. I chicchi di riso importato, il mais, ecco l’imperialismo. Non c’è bisogno di guardare oltre.” Potremmo andare avanti per molte righe, forse pagine, elencando le politiche di Sankara presidente. Sia quelle che portarono ad immediati benefici a quelle che fallirono, per errori del governo o perché bloccate quando ancora non avevano dato frutti consolidati. Fra le prime sicuramente le già ricordate politiche alimentari e sanitarie. Va registrato che in soli quattro anni la vita media in Burkina Faso passò da 44 a 50 anni. Ancora fra le prime le politiche scolastiche che, con la costruzione di centinaia di scuole pubbliche e l’obbligo scolastico, portarono milioni di persone a scuola. All’inizio degli anni 80 l’analfabetismo raggiungeva più del 90% della popolazione. “Una delle condizioni per lo sviluppo è la fine dell’ignoranza. (…) L’analfabetismo deve essere incluso fra le malattie da eliminare il più presto possibile dalla faccia della Terra”. Fra le seconde le politiche a favore della donna e contro pratiche e tradizioni che la tenevano (e la tengono!) ai margini della società e che ne umiliano la dignità. “Se la rivoluzione perde la lotta per la liberazione della donna, avrà perso il diritto ad una trasformazione positiva della società”; “Il peso delle tradizioni secolari della nostra società ha relegato le donne al rango di bestie da soma. Le donne subiscono due volte le conseguenze nefaste della società neo-coloniale: provano le stesse sofferenze degli uomini e, inoltre, sono sottoposte dagli uomini ad ulteriori sofferenze. La nostra rivoluzione si rivolge a tutti gli oppressi e gli sfruttati e quindi si rivolge anche alle donne”. Va inoltre ricordato che Sankara fu il primo leader africano a scagliarsi contro le mutilazioni genitali femminili, tanto in uso anche in Burkina Faso, condannandole pubblicamente a più riprese. Le politiche di controllo statale della cooperazione internazionale, così da evitare la creazione di squilibri e ingiustizie causate dall’assuefazione agli aiuti umanitari spesso “inutili ed imbevuti di colonialismo”, ricercando solo “l’aiuto che aiuta a far velocemente a meno dell’aiuto” e non quello che “serve alle imprese del Nord e ad esperti pagati in un mese cifre che basterebbero ognuna a costruire una scuola”. “La politica degli aiuti è servita fino ad oggi solo ad asservirci, a distruggere la nostra economia. L’origine di tutti i mali del Paese è politica. E la nostra risposta non può essere che politica”.
“La distruzione impunita della natura continua. Noi non siamo contro il progresso, semplicemente chiediamo che esso non significhi anarchia e criminale disprezzo per i diritti degli altri Paesi”.
Una rivoluzione non si fa per prendere il posto dei vecchi governanti che si depongono”; “Il nuovo soldato deve vivere e soffrire fra la gente cui appartiene”.
“Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzato, sono gli stessi che hanno gestito per tanto tempo i nostri stati e le nostre economie. Loro hanno indebitato l’Africa. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo”.
“L’imperialismo, attraverso le multinazionali, il grande capitale e la potenza economica è un mostro senza pietà, dotato di artigli, corna e denti velenosi. E’ spietato e senza cuore”;
“Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. (…) Il nostro compito consiste
“Il Movimento dei non allineati significa rifiutare di essere il terreno dello scontro fra elefanti che calpestano tutto impunemente”.
“Ogni volta che un paese africano acquista armi lo fa contro gli africani. Dobbiamo trovare una soluzione al problema degli armamenti. Sono un militare e ho con me un’arma. Eppure propongo il disarmo, perché io porto l’unica arma che ho, mentre altri hanno nascosto tutte quelle che hanno” “Abbiamo l’obbligo di considerare la lotta per il disarmo un obiettivo permanente come presupposto essenziale al nostro diritto allo sviluppo”.
“Dobbiamo combattere l’apartheid non perché siamo neri, bensì semplicemente perché siamo uomini e non animali e ci opponiamo alla classificazione degli uomini in base al colore della pelle”.
“Sarei felice se fossi stato utile, se fossi stato un pioniere: quello che sembra oggi un sacrificio, domani sarà un normale e semplice comportamento. (…) Ho detto a me stesso che trascorrerò la vecchiaia in qualche libreria a leggere, sempre che prima, visto che abbiamo molti nemici, non abbia incontrato una fine violenta. Una volta accettata questa realtà, è solo questione di tempo”.
“Abbiamo deciso di prenderci il tempo, il tempo necessario a trarre lezione dalla nostra attività passata”; “Dobbiamo fare del quinto anno di rivoluzione un anno di valutazione critica del nostro lavoro”. Dovremo considerare l’espressione arricchente, variegata e multiforme di tanti diversi pensieri ed attività. Abbiamo bisogno di pensieri e attività intensi e pieni di sfumature, tutti insieme coraggiosamente e sinceramente nel rispetto della necessità di critica e autocritica e tutti diretti verso uno stesso, luminoso obiettivo, che non può essere altro che la felicità dei burkinabè. Dovremo stare in guardia contro un tipo di unità sterile, monolitica, paralizzante e infeconda.”
“La democrazia è il popolo. La scheda elettorale e l’apparato per votare non significano automaticamente l’esistenza della democrazia”.
“Imperialismo, un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che con dei cannoni vengono ad occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità.” detto al FMI: quello che chiedete noi l’abbiamo già fatto. Abbiamo ridotto i salari dei funzionari, risanato l’economia. Non avete niente da insegnarci. Ci è sembrato di capire che quello che il FMI cerca va ben al di là di un controllo sulla gestione: è un controllo politico. Certo che abbiamo bisogno di denaro, di capitali freschi, ma non al prezzo di un’abbondanza artificiale, di un consumo improduttivo a cui si abbandonerebbe sicuramente una classe dirigente prigioniera del suo confort e di questo stesso FMI. Abbiamo quindi rifiutato i prestiti della Banca Mondiale per alimentare progetti che non abbiamo scelto.”
“Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire”.

Enrico Berlinguer, alle sue spalle (con la barba) il compagno Gian Butturini
“Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparita’ sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realta’, dentro le forme capitalistiche – e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla Dc – non funzionino piu’, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacche’ esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati.
“Essere tanti comunisti e seri comunisti e’ la vera condizione anche per avere tanti voti, ma e’ soprattutto la garanzia di fare del nostro partito un sempre piu’ saldo e consistente strumento del reale rinnovamento e dello sviluppo del Paese.
“Quali furono infatti gli obiettivi per cui e’ sorto il movimento per il socialismo? L’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. E poi: la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura. Ebbene, se guardiamo alla realta’ del mondo d’oggi chi potrebbe dire che questi obiettivi non sono piu’ validi? Tante incrostazioni ideologiche (anche proprie del marxismo) noi le abbiamo superate. ma i motivi, le ragioni profonde della nostra esistenza quelle no, quelle ci sono sempre e ci inducono a una sempre piu’ incisiva azione in Italia e nel mondo”.

Antonio Gramsci
1912 In cattive condizioni economiche e di salute, Gramsci segue i corsi universitari e sostiene alcuni esami. Ha anche i primi contatti con il movimento socialista torinese.-
Gli avvenimenti. Al congresso socialista di Reggio Emilia i riformisti perdono la direzione del partito. Mussolini diventa direttore dell’Avanti!.
1913 Aderisce ad un pubblico appello contro la politica protezionistica. Probabilmente in quest’anno si iscrive alla sezione socialista di Torino.
1914 Soffre di periodiche crisi nervose. Sostiene sul Grido del popolo le posizioni della neutralità attiva e operante in contrasto con la politica della neutralità assoluta prevalente in ambito socialista. Gli avvenimenti. Crisi dell’Internazionale socialista e del movimento operaio europeo che non riescono a far prevalere una politica di pace. Scoppia la Prima guerra mondiale.
1915 Continua la collaborazione con Il Grido del popolo e, a dicembre, entra nella redazione torinese dell’Avanti!, organo del Partito socialista italiano. La sua attività giornalistica s’impone all’attenzione generale non solo per la qualità della scrittura, ma anche per lo spessore della ricerca culturale. Gli avvenimenti. L’italia entra in guerra a fianco dell’intesa. Lenin lancia a Zimmerwald la parola d’ordine di “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”.
1916 Gramsci cura la rubrica “Sotto la mole” dell’Avanti! dove si occupa di critica teatrale e di note di costume. Gli avvenimenti. Nel movimento socialista antimilitarista (conferenza di Kientbal) si fanno strada le posizioni radicali di Lenin.
1917 Dopo la sommossa operaia di agosto, Gramsci diventa segretario della commissione esecutiva provvisoria della sezione socialista di Torino. Dirige di fatto Il Grido del popolo. Nel febbraio del 1917 per conto della Federazione giovanile socialista piemontese esce La città futura, il cui tema di fondo é la contrapposizione tra l’ordine della società borghese e quello della società socialista; a originali articoli di teoria e di propaganda socialista si affiancavano scritti di Croce, Salvemini e A. Carlini. In questo perioda l’influenza di Croce e della polemica antipositivistica dell’idealismo italiano traspare anche nella valutazione entusiastica della rivoluzione russa del novembre 1917, interpretata come “rivoluzione contro il Capitale” (cioè contro la versione deterministica dell’opera di Marx). Gli avvenimenti. In agosto scoppiano in Italia movimenti di protesta contro il carovita e la guerra. In Russia la rivoluzione di febbraio porta all’abdicazione dello zar Nicola II; il governo provvisorio viene rovesciato in novembre dalla rivoluzione bolscevica.
1918 Cessano le pubblicazioni del Grido del popolo (ottobre) e nasce l’edizione piemontese dell’Avanti! (dicembre), diretta da Ottavio Pastore, nella cui redazione Gramsci entra dall’inizio.
1920 Lo sciopero degli operai dell’industria di Torino di marzo-aprile (sciopero delle lancette) per il riconoscimento dei consigli di fabbrica apre una vivace polemica tra la direzione socialista e il gruppo dell’Ordine nuovo, le cui posizioni politiche ricevono l’approvazione di Lenin. Gramsci si avvicina alla frazione astensionista del Psi, guidata da Bordiga, che prospetta la costruzione del Partito comunista.Gli avvenimenti. Giolitti torna a formare il governo. In settembre lo scontro sociale porta all’occupazione delle fabbriche. La sconfitta segna l’inizio del riflusso del movimento proletario. In Russia, i bolscevichi sbaragliano definitivamente gli eserciti controrivoluzionari.
1923 L’esecutivo allargato dell’Internazionale (giugno) discute la situazione italiana e stabilisce d’autorità la formazione di un comitato esecutivo del Pcd’I maggiormente rispondente alla propria politica. Gramsci, in dissenso con le posizioni di Bordiga e favorevole a quelle dell’Internazionale (che sostiene la parola d’ordine del “governo operaio e contadino”), si fa carico della svolta (lettera di settembre per la fondazione dell’Unità). In novembre, viene inviato a Vienna per tenere i collegamenti tra il partito italiano e gli altri partiti comunisti d’Europa. Inizia, con un fitto carteggio, a ricostruire il gruppo dirigente del Pcd’I attorno a quella che era stata la redazione dell’Ordine nuovo.-Gli avvenimenti. Nel febbraio arresto di Bordiga e di parte del comitato esecutivo del Pcd’I, che si riorganizza semiclandestinamente. Bordiga, in carcere, si schiera contro le posizioni dell’Internazionale per quanto riguarda i rapporti con il Psi. Il parlamento italiano approva la legge elettorale maggioritaria presentata dal fascista Acerbo. In Bulgaria viene rovesciato il governo di Stambolijski, leader del partito contadino.
1924 Il 6 aprile del 1924, dopo una campagna elettorale contrassegnata da violenze e intimidazioni fasciste, si svolgono le elezioni e Gramsci viene eletto deputato della circoscrizione del Veneto, quindi torna in Italia, dopo due anni di assenza e si stabilisce a Roma. In febbraio esce a Milano, su indicazione di Gramsci, il quotidiano l’Unità. Continua il lavoro per ricostruire il gruppo dirigente del partito. Gramsci entra nel comitato esecutivo del partito e viene eletto segretario generale. Partecipa all’opposizione parlamentare che si forma a seguito del delitto Matteotti e propone un appello per lo sciopero generale. In agosto nasce a Mosca suo figlio Delio. Imposta con Grieco e Di Vittorio la politica del partito verso il Mezzogiorno. In ottobre propone che l’opposizione aventiniana si costituisca in Antiparlamento e in novembre il gruppo parlamentare comunista rientra in aula. Gli avvenimenti. Le elezioni politiche di maggio, contrassegnate da violenze e intimidazioni, assegnano il 65 per cento dei suffragi ai fascisti. In giugno viene assassinato il deputato riformista Giacomo Matteotti che aveva denunciato i brogli; ne segue una vasta ondata di proteste. In agosto il gruppo socialista che fa capo a Serrati (i “terzini”) aderisce al Pcd’I. Alla morte di Lenin, in Unione Sovietica il potere viene assunto da una direzione collegiale formata da Stalin, Trockij, Zinov’ev e Kamenev.
1925 Tra marzo e aprile partecipa a Mosca ai lavori dell’esecutivo allargato dell’Internazionale. In giugno apre la polemica con la sinistra interna al partito, guidata da Bordiga. Inizia a lavorare all’organizzazione del terzo congresso del Pcd’I. Gli avvenimenti. Superata la crisi Matteotti, Mussolini torna saldamente alla guida del governo. Vengono abolite le commissioni interne e soppressa la libertà sindacale.

Umberto Terracini
Finito il conflitto, Terracini, era il 1919, si laureò in Giurisprudenza. Amico di Antonio Gramsci, fu con lui promotore del settimanale L’Ordine Nuovo che, da rassegna di cultura socialista, divenne “organo dei Consigli di fabbrica”.
Nel gennaio del 1921 Terracini, durante il Congresso socialista di Livorno, è tra i fondatori del Partito comunista d’Italia. Entrato nell’Esecutivo del nuovo partito svolge una notevole attività internazionale. Nel giugno-luglio 1921, Terracini partecipa al III Congresso dell’Internazionale comunista e viene eletto nell’Esecutivo, nonostante fosse entrato in polemica con Lenin e con Trotzki, dichiarandosi in contrasto con la direttiva del “Fronte Unico” con i socialisti. Terracini fu per l’ultima volta in Russia in occasione del V Congresso del Comintern del giugno-luglio 1924. Tornato in Italia, nel dicembre fu arrestato.
Catturato una seconda volta a Milano nel 1925, ebbe ancora modo di partecipare a Lille al Congresso del Partito comunista francese. Poi, il 12 settembre 1926, la privazione della libertà, che si sarebbe conclusa soltanto con la fine della dittatura. Conclusione che avvenne in anticipo, rispetto ai 22 anni ai quali Terracini fu condannato, il 4 giugno 1928, dal Tribunale speciale di fronte al quale tenne, non un intervento a propria difesa, ma una memorabile requisitoria contro il fascismo.
Dopo i lunghi anni di carcere e di confino – che sul recluso pesarono, nonostante la moglie Alma Lex gli fosse moralmente vicina, soprattutto per le incomprensioni con i compagni di partito che l’avevano isolato – nell’agosto del 1943 Terracini torna in libertà. Ma la situazione precipita e lui, comunista ed ebreo, deve cercare rifugio in Svizzera, mentre nel suo partito una commissione è incaricata di giudicarne le posizioni politiche. Terracini non attende in Svizzera le conclusioni dell’inchiesta (che arriveranno, con la “riabilitazione”, il 14 dicembre del 1944) e chiede ed ottiene, dal CLNAI di passare nella repubblica partigiana dell’Ossola, dove ha l’incarico di segretario della Giunta di governo.
Dopo la Liberazione, Terracini entra nel Comitato centrale e nella Direzione del PCI. E’ capogruppo dei senatori comunisti per due legislature. Soprattutto è membro della Consulta e il 2 giugno 1946 è eletto presidente dell’Assemblea Costituente. E’ Terracini che appone la sua firma, con Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi, alla Costituzione della Repubblica.
Terracini – che è stato senatore sino alla morte, che dalla sua fondazione è stato sempre presidente dell’ANPPIA (l’Associazione nazionale dei perseguitati politici antifascisti), che fu membro autorevole del Consiglio mondiale della Pace, dell’Associazione dei giuristi democratici, della Federazione internazionale dei movimenti di Resistenza, della Società europea di cultura – ha esercitato la sua professione di avvocato soltanto quando si è trattato di difendere i perseguitati, gli antifascisti, le vittime della violenza. L’editore La Pietra ha pubblicato, nel 1975 e nel 1976, una parte dell’epistolario di Umberto Terracini: due libri dal titolo Sulla svolta e Al bando del partito
Nel 1937 il giovane intellettuale assume la responsabilità della pagina sindacale del “Bò”, il giornale universitario di Padova. Ma quell’impegno nell’”attività legale” dura poco. Nel 1938 Curiel, a seguito delle leggi razziali, è sollevato dall’insegnamento e si trasferisce a Milano. Qui prende contatti con il Centro interno socialista e con vari gruppi antifascisti, ma il 23 giugno del 1939 viene arrestato da agenti dell’Ovra. Qualche mese nel carcere di San Vittore, il processo e la condanna a cinque anni di confino a Ventotene.
Nell’isola, dove arrivano operai, antifascisti, garibaldini di Spagna – attraverso una sorta di “università proletaria” nella quale anche Curiel insegna, come dimostrano gli appunti ritrovati delle sue lezioni – si formano i quadri che organizzeranno la Resistenza.
Il 21 agosto del 1943 anche Curiel, per sofferta decisione del governo Badoglio, lascia Ventotene. Torna in Veneto, ritrova vecchi amici e collaboratori, indica loro la via della lotta armata e infine ritorna a Milano. Qui dirige, di fatto, l’Unità clandestina e la rivista comunista La nostra lotta, tiene i contatti con gli intellettuali antifascisti, promuove tra i giovani resistenti la costituzione di un’organizzazione unitaria: il “Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà”.
Il mattino del 24 febbraio 1945, a due mesi dalla Liberazione, mentre si sta recando ad un appuntamento, Eugenio Curiel viene sorpreso in piazzale Baracca da una squadra di militi repubblichini guidati da un delatore; non tentano nemmeno di fermarlo: gli sparano una raffica quasi a bruciapelo. Il giovane – che nella motivazione della Medaglia d’oro viene definito “Capo ideale e glorioso esempio a tutta la gioventù italiana” – si rialza, si rifugia a fatica in un portone, ma qui viene raggiunto e finito dai fascisti. Il giorno dopo, sulla macchia rimasta, una donna spargerà dei garofani.

Giuseppe Di Vittorio
Influenzato dall’esperienza della rivoluzione bolscevica in Russia, Di Vittorio guardò con attenzione alla nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921, al quale aderì qualche anno più tardi. Dopo la stretta totalitaria del fascismo, che produsse la cancellazione delle libertà sindacali in Italia e che costò a Di Vittorio alcuni mesi di prigionia (dal settembre 1925 al maggio 1926), nel novembre dello stesso anno venne condannato a dodici anni di carcere dal Tribunale Speciale; costretto a riparare in Francia, diventò uno dei principali organizzatori della lotta di resistenza antifascista, dapprima come membro del Comitato Centrale del Partito (dal 1928) e quindi come responsabile della CGdL clandestina, di orientamento comunista (dal 1930).
Chiusa l’esperienza negativa segnata dalla teoria del “socialfascismo”, comunisti e socialisti si riavvicinarono organizzando i “fronti popolari” contro la grave minaccia del nazifascismo. Sul fronte sindacale italiano, Di Vittorio e Buozzi avviarono a Parigi una serie di incontri, dai quali sarebbe scaturito un programma di azione unitaria per il futuro. Nella seconda metà degli anni Trenta, Di Vittorio proseguì la lotta antifascista, combattendo nelle file delle Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola; dal 1937 diresse a Parigi il giornale “La Voce degli Italiani”. Arrestato dalla Gestapo il 10 febbraio 1941, dopo circa nove mesi di carcere fu affidato alle autorità italiane di polizia che lo mandarono al confino a Ventotene, dove sarebbe rimasto fino alla caduta di Mussolini nel luglio 1943.
Tra i suoi atti principali alla guida della CGIL, occorre ricordare l’elaborazione del Piano del Lavoro, presentata al Congresso di Genova del 1949, e la proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori, lanciata al Congresso di Napoli del 1952. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli errori dell’organizzazione che dirigeva; memorabili rimangono l’autocritica al Comitato Direttivo della CGIL dell’aprile 1955 e la condanna dell’invasione dell’Ungheria nel 1956. Morì a Lecco il 3 novembre 1957, indimenticato protagonista della storia nazionale.
L’affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l’azione sindacale di Di Vittorio; l’autonomia, la democrazia e l’unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori.
Pur vivendo una stagione assai difficile, segnata da tensioni ideologiche stridenti legate al sottile equilibrio bipolare della guerra fredda, Di Vittorio lavorò sempre per l’unità di tutti i lavoratori, dalla quale faceva derivare anche l’unità sindacale; a suo avviso, solo in questo modo sarebbe stato possibile difendere l’interesse generale della classe lavoratrice, lottando efficacemente per la sua emancipazione

Luigi Longo
Nell’agosto ‘43 caduto il fascismo, lascia l’isola trasferendosi a Milano. Ispiratore ed organizzatore delle formazioni partigiane Garibaldi, responsabile della Direzione del PCI per l’Alta Italia, costruttore e vice comandante del CVL, tra i massimi dirigenti della Resistenza. Decorato della “Bronze star” americana, ininterrottamente deputato al Parlamento, vice segretario del PCI, indi segretario generale all’indomani della scomparsa di Palmiro Togliatti, nel 1964 e presidente (dal 1972, quando per problemi di salute lasciò la segreteria a Enrico Berlinguer). Fondatore e direttore del settimanale

Alessandro Natta
Laureato in Lettere, frequenta la Scuola normale superiore di Pisa dal 1936 al 1941, suoi colleghi sono il presidente Ciampi, Calogero e Viserbelli. Durante la frequenza della Normale inizia la sua attività antifascista, in un movimento unitario che dai liberalsocialisti, ai comunisti giunge fino ai cattolici della FUCI. E’ influenzato dal movimento liberalsocialista di Calogero e Capitini, con cui collabora clandestinamente, insieme ad Antonio Russi. Ad Imperia cerca di organizzare un gruppo di liberalsocialisti. Sottotenente dell’artiglieria, è richiamato alle armi nel 1941 e mandato in Grecia. L’8 settembre partecipa, a Rodi, alla difesa dell’aeroporto di Gaddurà dall’attacco dei tedeschi. Ferito, è tra i militari che rifiutano di collaborare con i tedeschi e la Repubblica di Salò. Viene internato a Rodi, in un campo di prigionia. All’inizio del 1944 è portato per mare a Lero e poi al Pireo e da qui in Germania in un campo di concentramento. Rientra in Italia nell’agosto del ‘45. Da quest’esperienza rimarrà profondamente segnato tanto da raccogliere tutti i suoi ricordi in un volume autobiografico (“L’altra Resistenza”) in cui ricostruisce le peripezie e la tragedia degli internati italiani nei lager del III Reich. Nel 1945, tornato ad Imperia, si iscrive al Pci. Consigliere comunale di Imperia dal 1946 al 1960, fu eletto deputato nel 1948 nel collegio di Genova-Imperia La Spezia. È stato deputato per dieci legislature ed è sempre stato componente della commissione Cultura, ma anche di quella Antimafia e della Esteri. Resta nella sua città fino al 1960 quando venne chiamato a Roma a dirigere la sezione stampa e propaganda del partito. Ha diretto il settimanale Rinascita, e dal ‘62 ha fatto parte della direzione nazionale del Pci. Natta è un “centrista” per definizione: cerca il dialogo con le altre componenti del partito e con le altre forze democratiche del Paese (laici, cattolici e socialisti). È favorevole al cambiamento e alle innovazioni, ma senza accelerazioni passionali e irrazionali. Occorre prudenza, non si possono e non si devono fare passi falsi o avventati.
È in questi anni che Natta incontra Enrico Berlinguer, altro delfino di Togliatti che, alla morte del leader diviene vicesegretario del nuovo leader comunista Luigi Longo.
Sia Natta, sia Berlinguer condividono i due pilastri base della togliattiana “Via italiana al socialismo”: indipendenza internazionale del Pci (anche dalla “casa madre” di Mosca) e rinnovamento nella continuità.
Natta, come l’intero vertice del Pci, è freddo e titubante verso la fiammata rivoluzionaria e contestatari del 1968: ne temono gli eccessi e inquadrano i giovani e variopinti sessantottini come “estremisti borghesi”. In sintesi e soprattutto diffidano di questi movimenti che il Pci non può controllare e che, anzi, contestano apertamente il partito. Per la prima volta dalla nascita della repubblica il Partito Comunista ha dei concorrenti alla propria sinistra.
Nel 1969 tocca a Natta proporre e gestire l’espulsione dal Pci degli “eretici” de “il Manifesto” (Pintor, Natoli, Rossanda, Magri, ecc. …).
Nel 1972 Enrico Berlinguer succede a Longo nella segreteria del Partito e Alessandro Natta è il nuovo capogruppo del Pci alla Camera (resterà in carica fino al 1979). Viene eletto segretario del Pci il 24 ottobre dell’84 dopo l’improvvisa scomparsa di Enrico Berlinguer. È un’investitura sul campo, anche se molti osservatori avrebbero preferito Giorgio Napolitano alla guida del Pci e la “base” del Partito aveva fatto chiaramente capire di volere il leader della Cgil Luciano Lama come successore di Berlinguer.
Viene confermato in questa carica dall’unanimità del congresso di Firenze nell’aprile 1986. Nel 1988, dopo aver avuto un leggero infarto, il comitato centrale del partito elesse segretario Achille Occhetto. Da allora, per motivi di salute ma anche deluso per le modalità con cui viene eletto Occhetto alla segreteria, con l’appoggio di D’Alema, si ritira definitivamente in Liguria. Dal 1989 al 1991 è presidente del partito. Dissente dalla scelta della ’svolta’. Si opporrà alla fine del “suo” Pci con tutte le sue forze dando vita con Pietro Ingrao, Giancarlo Pajetta, Armando Cossutta e Aldo Tortorella al Fronte del NO che si oppone allo scioglimento del Partito Comunista Italiano. Non prende la tessera del Pds, ma saluta con favore la vittoria dell’Ulivo nel 1996 e critica la crisi provocata da Bertinotti.
Muore ad Imperia il 23 maggio del 2001.
Con Serra, Pintor è portato alla pensione Iaccarino, base della “banda Koch” e interrogato e torturato per otto giorni; poi viene rinchiuso a Regina Coeli insieme a Serra, nell’attesa della condanna a morte. Quando la sentenza sta per essere eseguita e Pintor è riportato, con Serra ed altri quattro antifascisti, alla pensione Iaccarino, un intervento del Vaticano determina un rinvio e un nuovo trasferimento a Regina Coeli dei condannati. Per loro l’arrivo degli americani a Roma rappresenta la salvezza (anche se Serra sarebbe caduto l’anno dopo combattendo nel Ravennate).
Nel dopoguerra Luigi Pintor è stato redattore e poi condirettore dell’Unità, e membro del Comitato centrale del PCI. Deputato nel 1968 e nel 1987, Pintor fu radiato dal PCI nel 1969 con il gruppo del “Manifesto”. A più riprese è stato direttore dell’omonimo giornale, sul quale ha continuato a scrivere (l’ultimo suo articolo è del 24 aprile 2003) pezzi di grande lucidità, e spesso di encomiabile brevità, tra gli appuntamenti più attesi dai suoi lettori. Luigi Pintor ha scritto anche numerosi libri: Parole al vento (1990), Servabo: memoria di fine secolo (1991), La signora Kirchgessner (1998), Il nespolo (2001), Politicamente scorretto (2001). Proprio nei giorni della sua morte è uscito, presso Bollati Boringhieri, I luoghi del delitto.
Nel maggio del 2007, a Roma, un viale di Villa Ada è stato intitolato a Luigi Pintor.
Nel 1931 l’espatrio clandestino in Francia, dove il “ragazzo rosso” assume lo pseudonimo di “Nullo”, diventa segretario della Federazione giovanile comunista, direttore di “Avanguardia” e rappresentante italiano nell’organizzazione comunista internazionale. In quel periodo Gian Carlo Pajetta compie numerose missioni clandestine in Italia, fino a quando, il 17 febbraio del 1933, viene arrestato a Parma. Un anno dopo il Tribunale Speciale fascista lo condanna a 21 anni di reclusione; Pajetta ne sconterà 11 nei carceri di Civitavecchia e di Sulmona e verrà scarcerato il 23 agosto del 1943, dopo la caduta del fascismo.
Poi venne l’8 settembre e la guerra partigiana (nella quale cadde suo fratello Gaspare), che vede “Nullo” Capo di Stato Maggiore (ma di fatto vice comandante generale) delle Brigate Garibaldi e membro del Comando generale del Corpo volontari della libertà. È in questa veste che, tra il novembre e il dicembre del 1944, Pajetta è a Roma, come membro del CLNAI, per trattare con gli Alleati e con il governo Bonomi l’accordo politico-militare che porta al riconoscimento delle formazioni partigiane come formazioni regolari e all’attribuzione delle funzioni di governo al Comitato di Liberazione dell’Alta Italia.
Dopo la Liberazione Pajetta diventa direttore dell’edizione milanese dell’”Unità” e membro della Direzione del Pci. Nel 1945 viene eletto alla Consulta (non era potuto diventare senatore perché troppo giovane), poi, nel 1946, all’Assemblea costituente, nel 1948 alla Camera dei deputati (dove è stato riconfermato ben dodici volte). Dal 1984 è stato anche parlamentare europeo. Il giorno prima di morire d’infarto aveva rilasciato al Messaggero un’intervista nella quale, con riferimento alla “svolta della Bolognina” che avrebbe portato allo scioglimento del PCI, dichiarava di stare vivendo i giorni più brutti della sua vita.
Impossibile dire di Boldrini in poche righe, a cominciare dall’educazione all’amore per la libertà ricevuta dal padre, una popolare figura di internazionalista romagnolo, sino alle sue gesta nella Resistenza e sino all’attività politica e parlamentare nel dopoguerra. Ci hanno provato Silvia Saporelli e Fausto Pullano in un bel documentario presentato il 6 ottobre 1999 nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Erano presenti i Presidenti di Camera e Senato e seduto in prima fila c’era proprio “Bulow”, “un uomo di pace che – come ha sottolineato il Presidente Mancino – ha sempre onorato la Patria, il Parlamento e la sua parte politica”.
Di Arrigo Boldrini, parlamentare per diverse legislature e presidente nazionale dell’ANPI, ha scritto a suo tempo Gian Carlo Pajetta: “È un eroe. Non è il soldato che ha compiuto un giorno un atto disperato, supremo, di valore. Non è un ufficiale che ha avuto un’idea geniale in una battaglia decisiva. È il compagno che ha fatto giorno per giorno il suo lavoro, il suo dovere; il partigiano che ha messo insieme il distaccamento, ne ha fatto una brigata, ha trovato le armi, ha raccolto gli uomini, li ha condotti, li conduce al fuoco”.
Al 14° Congresso nazionale dell’ANPI – che si è tenuto a Chianciano Terme dal 24 al 26 febbraio 2006 – per la prima volta dalla costituzione dell’Associazione che ha sempre guidato, non era presente, “Bulow”. Motivi di salute gli hanno impedito di partecipare all’assemblea che, con una “standing ovation”, ha acclamato Arrigo Boldrini Presidente onorario. Presidente è poi stato eletto Tino Casali, già Vice Presidente vicario.
Tra i tanti messaggi di cordoglio pervenuti ai famigliari di Bulow e alle associazioni della Resistenza (Valter Veltroni, segretario del Partito Democratico, appresa la notizia della scomparsa di Arrigo Boldrini ne ha celebrato la figura sul l’Unità, sottolineando che “fu giusta una sola scelta: quella compiuta da chi, comunista o socialista, azionista, cattolico o liberale, combatté contro coloro che collaborarono alle stragi naziste, alle rappresaglie e alle deportazioni…”), ricordiamo qui quello che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Sindaco di Ravenna: “Partecipo con profonda commozione al dolore della famiglia e mi unisco al cordoglio delle associazioni partigiane e all’omaggio delle istituzioni per la scomparsa di Arrigo Boldrini, il coraggioso ‘comandante Bulow’ della Resistenza, che diede continuità ai valori e agli ideali della lotta di liberazione dal nazifascismo, partecipando con appassionato impegno ai lavori dell’Assemblea Costituente e quindi del Parlamento in numerose legislature, sempre ispirandosi alla piena affermazione dei principi e dei valori sanciti dalla Carta fondamentale della Repubblica. In questo triste momento vorrei ricordare anzitutto l’amico sincero, dal tratto umano sensibile e aperto, con cui ho condiviso importanti momenti di comune impegno democratico. E rappresentare la gratitudine dell’intero paese per il prezioso patrimonio di dedizione alla causa della libertà e dell’indipendenza nazionale e insieme del progresso sociale e civile del paese che Arrigo Boldrini ha saputo impersonare”.
L’aprile del 1925 vede il giovane organizzare lo sciopero degli apprendisti delle Officine Meccaniche Novaresi, un’iniziativa che lo mette ancor più nel mirino dei fascisti, tanto che nello stesso anno deve cercare lavoro Milano. Trova un posto all’Alfa Romeo, ma ci resta poco; è tra gli organizzatori di uno sciopero e tanto basta perché anche dall’Alfa si debba allontanare. Va a fare, sempre a Milano, il tornitore alla Cerutti. Ci lavora sino al settembre del 1927 quando, durante le proteste contro l’esecuzione negli Stati Uniti degli anarchici Sacco e Vanzetti, per facilitare la riuscita dello sciopero, stacca improvvisamente l’energia elettrica nella fabbrica, provocando un corto circuito che gli vale l’allontanamento dalla Cerutti.
Moscatelli, che dal 1925 era militante comunista, ripara in Svizzera dove frequenta un corso politico clandestino. Altre scuole di partito seguirà a Berlino e a Mosca per stabilirsi poi, nel 1930, per un breve periodo in Francia, addetto al Centro estero del PCdI, collaborando ai fogli dei giovani comunisti Il galletto rosso e l’Avanguardia. Nello stesso anno Moscatelli viene incaricato di rientrare in Italia, per potenziare l’organizzazione clandestina comunista in Emilia-Romagna. In pochi mesi d’attività ottiene buoni risultati, ma l’8 novembre, a Bologna, è arrestato dalla polizia.
Il 24 aprile del ’31, il Tribunale speciale lo processa e lo condanna a sedici anni e otto mesi di carcere. Cino finisce nel penitenziario di Volterra, poi in quello di Civitavecchia, quindi in quello Alessandria, dove gli fanno scontare sei mesi in cella d’isolamento. Nel 1935 Moscatelli è scarcerato per amnistia, ma nel 1937 viene di nuovo arrestato. Imprigionato a Vercelli, uscirà dal carcere soltanto all’armistizio, quando si dedicherà subito all’organizzazione della guerra partigiana in Valsesia.
Come commissario politico del raggruppamento Divisioni Garibaldi del Cusio-Verbano-Ossola e direttore del foglio partigiano Stella Alpina, conquista presto vasta popolarità, ma soprattutto fama di temibile avversario presso i tedeschi e i fascisti.
Dopo la Liberazione, Moscatelli è stato, tra l’altro, sindaco di Novara, deputato alla Costituente per il PCI, sottosegretario alla Presidenza dal Consiglio nel terzo Gabinetto De Gasperi. Senatore nel ’48, nel 1953 e nel 1958 è stato eletto deputato. Per un breve periodo ha diretto la federazione torinese del partito e sino al 1956 è stato membro del CC del PCI. Quando si è ritirato dagli incarichi maggiori della vita politica, Moscatelli – che nel 1958 aveva pubblicato presso Einaudi, in collaborazione con Pietro Secchia, il libro di memorie Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola- ha fondato nel 1974, a Borgosesia, l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. Dopo la scomparsa di Cino Moscatelli, l’istituto ha preso il suo nome.
Nel 1923 a Milano, dove lavorava come muratore, divenne segretario della Federazione giovanile comunista. A dicembre dello stesso anno fu costretto ad emigrare in Francia. Tornò in Italia su sollecitazione di Luigi Longo e, in occasione del V Congresso dell’Internazionale comunista, fu mandato a Mosca. Di nuovo in Italia, dove la vita del partito si svolgeva ormai in semi clandestinità, andò a lavorare alla Fiat di Torino. Era ormai diventato un “rivoluzionario professionale” ed usava nomi di copertura (il nome di battaglia prevalente, tra i tanti utilizzati, era “Botte”).
Nel novembre del 1925 il primo arresto, a Trieste, e la condanna a dieci mesi di reclusione. Altri arresti e condanne sarebbero seguiti. Responsabile del Centro interno del suo partito dal gennaio 1931, Secchia finisce nelle mani della polizia il 3 aprile del 1931. Il 2 dicembre il Tribunale speciale fascista lo condanna a diciassette anni e nove mesi di reclusione. Sconta la pena nei carceri di Lucca e Civitavecchia e, quando è amnistiato, nel 1936, è confinato a Ponza e a Ventotene. Secchia è liberato il 19 agosto 1943. A fine mese partecipa a Roma alla costituzione della Direzione provvisoria del Partito comunista, che è divisa tra la Capitale e Milano.
E’ nel capoluogo lombardo che Longo (come responsabile politico) e Secchia (come responsabile organizzativo) danno immediato impulso alla lotta partigiana. Si costituisce il Comando generale delle Brigate Garibaldi. Ne è a capo Luigi Longo, Secchia è il commissario politico. E’ in questo ruolo che egli difende la politica di unità ciellenista e lo sforzo di mobilitazione popolare contro i nazifascisti. Secchia si impegna nella attività organizzativa quotidiana per dare il massimo sviluppo al movimento garibaldino, senza trascurare il rafforzamento del suo partito e il suo radicamento tra le masse.
Al V Congresso del PCI, che si svolge nel 1945, Pietro Secchia è eletto membro del CC, della Direzione e della Segreteria. Dal 1948 al 1954 è, con Longo, vice segretario del Partito, dalla direzione del quale viene poi in qualche modo emarginato, anche se ha sempre svolto incarichi di rilievo. Secchia è stato anche consultore nazionale, deputato alla Costituente e senatore dal 1948. Nel 1963 ha ricoperto la carica di vicepresidente del Senato. E’ stato pure vice presidente dell’ANPI nazionale e dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia. Copiosa la sua produzione di saggi sulla storia del movimento operaio e sulla Resistenza.
Rientrato in Italia nel 1940, Pesce viene arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assume a Milano, sino alla Liberazione il comando del 3° G.A.P. “Rubini“.
Nella motivazione della Medaglia d’oro al valor militare concessa a “Visone” (questo il nome di battaglia di Giovanni Pesce), si legge tra l’altro “Ferito ad una gamba in un’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, riusciva miracolosamente a sfuggire alla cattura portando in salvo un compagno gravemente ferito…In pieno giorno nel cuore della città di Torino affrontava da solo due ufficiali tedeschi e dopo averli abbattuti a colpi di pistola, ne uccideva altri due accorsi in aiuto dei primi e sopraffatto e caduto a terra fronteggiava coraggiosamente un gruppo di nazifascisti che apriva intenso fuoco contro di lui, riuscendo a porsi in salvo incolume…”.
Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Consiglio nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi “Un garibaldino in Spagna” del 1955 e “Senza tregua – La guerra dei G.A.P.” del 1967. Proprio nel sessantesimo anniversario della Liberazione, Franco Giannantoni e Ibio Paolucci hanno pubblicato, presso le Edizioni Arterigere-EsseZeta, un “libro della memoria” di 368 pagine intitolato: “Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia“.
Dopo la scomparsa del valoroso combattente antifascista, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato al Presidente dell’ANPI Nazionale e di Milano, Tino Casali, il seguente messaggio: “Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa di Giovanni Pesce, comandante partigiano, Medaglia d’Oro al Valor Militare, protagonista della Resistenza al nazifascismo e della Liberazione di Milano e Torino, tenace assertore dei principi di libertà, di pace, di eguaglianza e di democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica. Nel ricordo dei momenti di incontro, in cui ho potuto apprezzare e stimare la passione, il coraggio e gli ideali di cui Giovanni Pesce ha dato testimonianza, partecipo sentitamente al dolore dei familiari e al cordoglio del movimento antifascista e democratico”.
servizi televisivi di Michele Mangiafico e di Giuseppe Marrazzo. L’idea di fare un film sulla vicenda viene, nel 79 al regista Gillo Pontecorvo. Egli arriva a Cinisi per un’indagine preliminare, si informa se nella vita di Peppino c’era qualche ragazza, chiede per quale motivo la gente avrebbe dovuto dare ascolto a Peppino e al suo messaggio, sparisce senza dare più notizie.Nel 1993 Claudio Fava e il regista Marco Risi preparano, per Canale 5, un servizio su Peppino, il primo di una serie intitolata “Cinque delitti imperfetti”, quelli di Impastato, Boris Giuliano, Giuseppe Insalaco, Mauro Ristagno e Giovanni Falcone.
Nel 1995 ci prova il regista Antonio Garella, che prepara un video, poi inspiegabilmente non più trasmesso, per la trasmissione televisiva “Mixer”. C’è anche qualche “Piovra” televisiva che si ispira al caso di un giovane impegnato contro la mafia, che lavora in una radio libera.
Nel 1998 è la volta del giovane regista Antonio Bellia con un video di 32 minuti dal titolo “Peppino Impastato: storia di un siciliano libero”, distribuito da “Il Manifesto”.
Contemporaneamente Claudio Fava e la sua compagna Monica Capelli cominciano a lavorare su una sceneggiatura, mi richiedono una copia delle registrazioni di Radio Aut, concorrono al Premio Solinas, che vincono, e con il quale si ottengono una parte dei fondi per finanziare il film. Il lavoro di regia viene affidato a Marco Tullio Giordana, già autore di alcuni films d’impegno, come “Maledetti vi amerò” (1980) e “Pasolini, un delitto italiano” (1995), autore anche di un romanzo edito nel 1990 “Vita segreta del signore delle macchine”: come scritto in un settimanale, si ritrova nella sua opera “l’ossessivo filo conduttore del confronto con la memoria”.
Giordana, con molto scrupolo professionale, individua i luoghi, ascolta le testimonianze, recepisce i suggerimenti di modifica di alcune parti di sceneggiatura, assume gli attori, in gran parte locali e, comunque siciliani: tra di essi Luigi Lo Cascio, un attore di teatro alla sua prima esperienza, che recita la parte di Peppino,, cui somiglia in modo impressionante, Lucia Sardo, ottima interpetre della madre di Peppino, Gigi Burruano, il padre di Peppino, che conferisce al suo personaggio una drammatica e toccante umanità, Tony Sperandeo, ormai specializzato nella parte del mafioso e, in questo caso di Tano Badalamenti, Claudio Gioè, interamente dentro la parte di Salvo Vitale. Il film crea scalpore ed entusiasmo a Cinisi, coinvolge l’intero paese e riesce ad ottenere molti più risultati di quanti non se ne erano conseguiti in vent’anni di lavoro politico.
Dopo alcuni mesi di intenso impegno, grazie anche al sostegno del giovane produttore Fabrizio Mosca, Giordana riesce a concludere il lavoro e partecipa, il 31 agosto, al Festival di Venezia: l’effetto è subito sconvolgente: dodici minuti di applausi, entusiasmi, premio per la migliore sceneggiatura, leoncino d’oro a Lorenzo Randazzo, che interpreta la parte di Pappini bambino.
Man mano che esce nelle sale cinematografiche, il film continua a raccogliere consensi, a suscitare emozioni e si conclude costantemente con applausi spontanei e forti momenti di commozione: il regista ha saputo creare un prodotto equilibrato in ogni sua parte, calato quasi totalmente nel fatto reale e che ruota in una serie di tematiche ancora presenti nella memoria, dalla splendida utopia del ’68 alla forza delle idee della sinistra extra-parlamentare, alla dinamica dei conflitti familiari nel triangolo padre-madre-fratello, all’intuizione dell’uso politico dello strumento radiofonico, all’entusiasmo giovanile dei compagni di lotta, alla creatività degli hyppies e dei movimenti del ’77, alla crudeltà di un sistema che non esita a ricorrere alla morte nei confronti di chi lo smaschera e ne denuncia i misfatti. Le scuole di tutta Italia, le università, le associazioni culturali scoprono Peppino Impastato e proiettano il film aprendo dibattiti su questa pagina di storia e di vita.
Il film è scelto anche per rappresentare l’Italia all’Oscar, come miglior film straniero, ma non avrà la fortuna di concorrere alla fase finale del premio per le stesse ragioni a suo tempo avanzate per “Il Postino”: è un film “comunista”, o quantomeno un film in cui il comunismo è considerato una “positiva” scelta di vita: per gli americani è meglio lasciar perdere. In compenso, nell’aprile del 2001 il film vince cinque David di Donatello, tra i quali quello per la scuola e quello per io miglior attore protagonista, Luigi Lo Cascio.



1 Luglio , 2009 alle 4:06 pm |
quelli-di-una-volta, antenati di cui essere orgogliosi