LA FINANZA CREATIVA RIMINESE

11 Novembre , 2009

Nota di Eugenio Pari, 11 novembre 2009

Finanza creativa

Finanza creativa

La costituzione della Holding con cui il Comune intenderebbe finanziare diversi progetti futuri, preso com’è dalle ristrettezze di bilancio, presenta tanti, troppi elementi critici che rendono questa questione tremendamente complicata e che fa sperare nella non realizzazione di questo nuovo strumento di moltiplicazione del debito. Sul tema generale delle ristrettezze economiche del bilancio occorre tornare a sottolineare, non per fare i grilli parlanti, che dal 2006 personalmente ho più volte criticato una spesa per investimenti di cui oggi paghiamo gli effetti (i tassi d’interesse dei mutui bloccano la spesa corrente e non consentono ulteriori investimenti), investimenti di cui francamente la città non ha colto alcun effetto positivo. Oggi con la Holding rischiamo di far piombare le finanze locali in un circolo vizioso i cui effetti saranno pagati dai cittadini. Intanto è sempre stato detto che la Holding non avrebbe avuto un consiglio di amministrazione, mentre si scopre che questo costerà 250mila euro. Nel dettaglio gli elementi critici sono quelli di una non linearità rispetto a dispositivi di legge che devono rendere, nel caso di costituzione di nuove aziende, l’azione di queste aziende coerente con le finalità istituzionali dell’ente, cosa quest’ultima non affatto contemplata dallo studio di fattibilità. Questa Holding partirebbe con oneri assunti dal comune del valore complessivo di 6,4 milioni, senza contare le decine di milioni di debiti che dovrebbe contrarre con le banche ed è verosimile pensare che ad una possibile insolvenza a risanare dovrà pensarci il Comune, ovvero tutti noi. La Holding produrrà una disomogeneità delle strutture e delle singole partecipate, determinando una riduzione complessiva del valore delle aziende; allungandosi la catena di controllo il Comune avrà ancora maggiori difficoltà nell’attivare sinergie e le necessarie razionalizzazioni delle aziende da esso stesso controllate. Vi sarà, insomma una sovrapposizione di strutture onerose con ampie aree di irresponsabilità in un contesto di scarsa trasparenza dove gli organi democraticamente eletti con funzioni di controllo e indirizzo verranno scavalcati, infatti l’amministratore unico dovrà rendere conto solo al Sindaco. A conti fatti la costituzione della Holding risulta solo un abile artifizio per aggirare il patto di stabilità e per pagare meno tasse con il paradosso che a promuovere e indirizzare questo aggiramento è un soggetto pubblico, una istituzione della Repubblica, cioè il Comune. Il rischio che già oggi si prefigura, a mio modo di vedere, è quello di una devastazione delle finanze comunali. A questo punto, prima che il danno sia compiuto, non rimane che da chiedere, come peraltro si è fatto da tempo, ad una inversione dei propositi dell’amministrazione bloccando questo progetto.


Putin e il crollo del Muro «Difesi il Kgb con le armi»

10 Novembre , 2009

di Fabrizio DragoseiCorriere della Sera del 08/11/2009

Il premier russo racconta in TV il 9 novembre a Dresda

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simbolo KGB

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Vladimir Putin

Mentre il Muro cadeva e la vita dei tedeschi dell’ Est cambiava per sempre, Vladimir Putin era occupato notte e giorno a distruggere dossier, a cancellare le tracce di tutte le comunicazioni, a bruciare documenti nella sede del Kgb di Dresda. «Avevamo talmente tanta roba da mettere nel fuoco che a un certo punto la stufa scoppiò», ha raccontato lui stesso in una lunga intervista che il canale televisivo Ntv manderà in onda questa sera.
Poi, dopo l’ assalto agli uffici locali della Stasi, venne il turno della sede del Kgb. Una folla enorme si assiepò davanti alla palazzina che ospitava i sovietici e si fermò solo perché lo stesso primo ministro russo, allora giovane colonnello del servizi segreti, uscì fuori e minacciò di usare le armi.
La vita dorata di Vladimir Putin, numero due del Kgb nella città della Ddr a sud di Berlino, pagato parte in dollari e parte in marchi, stava per finire. Vladimir e Lyudmila sarebbero presto ritornati a San Pietroburgo, dove lui, senza soldi e senza futuro, pensò pure di mettersi a fare il tassista.
Nella Germania Est, invece, era stata tutta un’ altra storia. I Putin c’ erano arrivati nel 1985, mentre Gorbaciov dava inizio alla perestrojka. Ma nella Ddr molto poco cambiò in quegli anni: «Era come l’ Unione Sovietica di trent’ anni prima, un Paese totalitario», ha detto ancora Putin. Totalitario ma ricco. Al posto delle file interminabili per qualche salsiccia, c’ era ogni ben di dio. «Avevamo perfino una Zhigulì di servizio, considerata un’ ottima macchina in confronto alle Trabant. E nei fine settimana ce ne andavamo sempre in giro per la Sassonia», ha raccontato Lyudmila.
Vladimir lavorava fianco a fianco con i colleghi della Stasi e il venerdì sera andava sempre a farsi una birra con loro, tanto che mise su 12 chili. Il giovane colonnello si occupava di «spionaggio politico»: reclutare fonti, ottenere informazioni, analizzarle e trasmetterle a Mosca. A Dresda c’ era un’ importante fabbrica elettronica, la Robotron, e Putin teneva d’ occhio gli stranieri che andavano a visitarla. Si dice, ma lui non l’ ha mai confermato, che poco prima della caduta del Muro, ebbe il compito di assoldare una rete di agenti che avrebbero dovuto fungere da quinta colonna dell’ Urss nella Germania riunificata. Uno di loro, un certo Klaus Zuchold, venne subito preso e confessò ogni cosa al controspionaggio della Germania occidentale. Così la «brillante» operazione di Putin andò per aria.
Quel 9 novembre, Putin assistette con tristezza agli eventi di Berlino: «Ad essere onesti devo dire che mi dispiaceva che l’ Urss stesse perdendo le sue posizioni in Europa», ha confessato. «Però capivo che una posizione costruita sulle divisioni e sui muri non poteva durare». Nei giorni seguenti tutti gli uomini del Kgb si diedero da fare per prepararsi ad abbandonare la posizione. «Dovevamo distruggere ogni cosa, interrompere le linee di comunicazione; solo il materiale più importante fu trasferito a Mosca», ha detto l’ ex presidente russo. La notte del 5 dicembre la folla occupò la sede della Stasi a Dresda. La mattina dopo tutti si radunarono davanti alla palazzina di Angelikastrasse 4, dove aveva sede (in incognito) il Kgb. ddr
All’ interno chiamarono il vicino distaccamento militare per chiedere aiuto, ma la risposta fu negativa: «Non possiamo fare nulla senza l’ autorizzazione di Mosca, e Mosca tace». Putin ebbe la sensazione che «l’ Urss non esistesse già più». Uscì fuori con la pistola in mano (lui dice che aveva a fianco un soldato armato), si qualificò come interprete e spiegò che quello era territorio sovietico. La gente rinunciò a scavalcare il muro di cinta.


Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre

9 Novembre , 2009

di Alexander Höbel – L’ernesto 06/11/2009 -

 

A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.

Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.

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Lenin

Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale che la competizione economica internazionale intanto avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.

Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema più generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e diretti, governanti e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di superare la democrazia come delega, di andare al di là di una democrazia meramente rappresentativa e formale, per affermare un modello di democrazia diretta, sostanziale, basata sulla partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione della politica e quindi crisi della partecipazione e della stessa democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità di difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.

rivoluzione1917

Manifesto rivoluzione russa

Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari, poiché solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile, pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista. Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita, scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.


Gli strani legami di Rifondazione a Roma e l’Edilnord di Paolo Berlusconi

9 Novembre , 2009
Smeriglio

Massimiliano Smeriglio

Un articolo molto interessante sui rapporti tra Rifondazione e imprese che ne finanziarono diverse feste tra il 2007 e il 2008. Segretario della  Federazione del Prc romano dell’epoca era Massimiliano Smeriglio che dall’inizio del 2009 ha lasciato il PRC per aderire al Movimento per la Sinistra. Da maggio 2008 è assessore alla formazione e al lavoro della Provincia di Roma. Dal 2006 al 2008 è stato deputato e segretario della federazione di Roma del partito della rifondazione comunista. È stato membro del comitato politico nazionale del PRC.
Dal 2001 al 2006 è stato presidente del
Municipio Roma XI (Garbatella, Ostiense, Appia Antica), un municipio di circa 140mila abitanti dove si è sperimentato, tra i pochi casi in Italia, il Bilancio partecipativo.

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=18504


Una riflessione

22 Ottobre , 2009

Cercando tra le cose scritte ripropongo un articolo scritto da me sul tema dei “costi della politica” e sul potere della politica.

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Enrico Berlinguer

1 giugno 2007

Non si capisce come mai tutti siamo d’accordo sulla necessità di  introdurre criteri meritocratici per l’accesso nei Cda delle aziende pubbliche, di razionalizzare e rendere più efficienti le scelte della politica; periodicamente sale alla ribalta il tema trito e ritrito della riduzione dei cosiddetti “costi della politica” senza che mai nessuno poi faccia un passo indietro. Il tema è complesso e per affermare semplici elementi di civiltà democratica occorre andare più in profondità fino a mettere in discussione le regole della politica. Mi riferisco non al sistema elettorale o all’apparato normativo, ma a quel complesso insieme di “regole non scritte” che scandisce tempi, modalità e relazioni della politica. Sono quelle “regole” che molto spesso premiano la fedeltà sciocca, le “regole” delle dichiarazioni e delle posizioni di opportunità, un tacito accordo tra partiti, potentati, correnti e fidi esecutori. Un sistema sclerotizzato frutto di logiche consociative incentrato unicamente sull’obiettivo dell’autoconservazione del ceto politico e del più o meno vasto entourage la cui fedeltà – rinnovabile di cinque anni in cinque anni – è garantita da prebende, mance, favori, raccomandazioni e consulenze. I Cda delle aziende sono così diventati delle camere di compensazione, dei parcheggi in cui qualcuno sverna cercando di ottenere uno strapuntino della ormai logora e macchiata coperta del potere. La questione dei costi della politica è, a mio giudizio, intimamente legata alla questione morale, quella questione che emerse negli anni ‘80 e che guidò la battaglia politica di Enrico Berlinguer. Una questione morale e non moralistica. Una questione che riguarda la incapacità di autoriforma del sistema dei partiti, sistema mai così debole nella rappresentanza popolare eppure paradossalmente mai così addentro alle vicende che vanno: dalla finanza all’informazione, dall’economia fino allo sport e allo spettacolo. “I partiti di oggi– diceva Berlinguer nel 1981 – sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss””. Queste parole suonano come un monito per il futuro, una lettura estremamente attuale per spiegare ancora ciò che troppo spesso avviene. Per arginare questa deriva occorre cominciare da sé, così come sono fermamente convinto del fatto che il lavoro altruista di chi persegue il bene comune prima o dopo merita il riconoscimento dei cittadini. La soddisfazione e la fiducia dei cittadini, il benessere della società in cui si vive sono il maggior privilegio a cui dovrebbe aspirare ogni persona che fa politica. I cittadini sempre più sostengono che in politica, al di la’ delle appartenenze, siamo tutti uguali e ognuno sceglie di garantire solo la propria poltrona. Permettetemi un riferimento personale: mesi addietro ho scelto di dimettermi da assessore provinciale per ricoprire l’incarico di consigliere comunale, una scelta per nulla eccezionale a mio modo di vedere, ma il semplice rispetto delle intenzioni di chi mi ha dato il proprio voto di preferenza. Ebbene anziché essere interrogato sugli impegni che intendevo prendere e sui temi che intendevo portare avanti, in tantissimi purtroppo mi chiedevano: “ma che cosa ti hanno promesso in cambio?”. Io ho letto queste domande come un chiaro segnale che qualcosa si è rotto nel rapporto tra rappresentanti politici e cittadini. Posso dire di aver incontrato e di stare incontrando nella mia modesta avventura politica persone che sottraggono tempo ai propri affetti per fare militanza, persone che sottraggono risorse proprio lavoro per partecipare e dare un contributo alla vita democratica delle istituzioni e sebbene qualcuno sostiene con accezioni negative che i politici “sono tutti uguali” mi sento di dire che queste persone sono la maggioranza. Sono una maggioranza che troppo spesso viene sacrificata dai giochi di potere di chi sta ai piani alti, sono quella maggioranza in buona fede che sostiene il peso di queste contraddizioni perché quotidianamente in contatto con i cittadini subendone senza colpe troppo spesso le ire e gli attacchi rivolti alla politica e ai partiti.


Eugenio Pari su proposta di commerciale a Italia in Miniatura

20 Ottobre , 2009

Affare per la città o solo per qualcuno? Il progetto prevede, in particolare, un ampliamento di 7.500 mq da destinare a commerciale.

http://www.newsrimini.it//news/2009/ottobre/19/rimini/commerciale_a_italia_in_miniatura._piva_e_pari__percha__si_e_percha__no.html

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Italia in miniatura (San Pietro)

Il commento di Pari:

Rispetto alla proposta di ampliamento di 7500 mq delle superfici commerciali all’interno di Italia in miniatura appare evidente a tutti che si sta giocando una partita interna al Pd. Mi pare, inoltre, una modo surrettizio per costruire l’ennesimo centro commerciale a Rimini.
La città deve domandarsi se un’ulteriore centro commerciale è sostenibile o meno. Personalmente ho sempre ritenuto che questa città non potesse continuare a costruire superfici commerciali già dal momento in cui il Consiglio approvò l’Accordo sulla Murri e tanto meno con la variante Ikea – Mercatone.
Sarebbe anche utile uno sforzo di chiarezza e dire che si, ci potrebbero essere aumenti occupazionali, ma che il lavoro che si crea, come dimostrato dalle vertenze alle Befane, è un lavoro con scarsissime garanzie per i lavoratori, con retribuzioni anche’esse scarse e con una sicurezza sulle prospettive occupazionali e diritti bassissime. Sarebbe utile inoltre dire che questi investimenti producono davvero poco per il territorio, per il tessuto commerciale e la sua riqualificazione, il vero interesse è di chi costruisce e di chi è proprietario che già oggi ha in tasca, magari, un lauto contratto di vendita sottoscritto da qualche catena commerciale. A conti fatti si parla di interesse per il territorio e per i cittadini peraltro mai avverato quando in Europa sono ormai dieci anni che la tendenza di costruire centri commerciali ha subito una brusca inversione.
Sarebbe ormai giunto il punto di capire dagli amministratori che modello di sviluppo economico intendono perseguire, piuttosto che, di volta in volta, trovarsi davanti a queste proposte estemporanee e più che altro rispondenti a logiche di partito.


Dichiarazione sull’allargamento della Giunta a Rimini

17 Settembre , 2009

La scelta di Ravaioli di ampliare la Giunta, piuttosto che una più logica e LOGOCOMUNE
risparmiosa scelta di redistribuzione delle deleghe, segna un segno di crisi di
questa amministrazione che non ha più elementi politici su cui coinvolgere e
convicere la propria maggioranza se non la distribuzione di posti e prebende.
I costi (circa 100 mila euro all’anno) che potevano essere tranquillamente
risparmiati, la non frammentazione delle funzioni sono variabili inutili per il
sindaco e i suoi consiglieri che, invece, prediligono la vecchia e stantia
politica dorotea all’insegna del “distribuiamo posti per mantenerci saldi al
comando”.
Questa è una politica volta al particolare, una politica che predilige vecchie
logiche che hanno logorato il rapporto tra questa amministrazione e la città.
Esprimo inoltre viva preoccupazione per la delega attribuita a Samuele Zerbini, una delega che esprime già ora e non in via pretestuosa un laissez fair dei privati in campo educativo, che voglia significare una captatio benevolentiae verso CL?


Eugenio.Pari@comune.rimini.it
eugenio_pari@yahoo.it
http://eugeniopari.wordpress.com/
Cell. 334.6766149;
Tel. e fax 0541.704169


Allarme Pd: Cipputi vota a destra

6 Maggio , 2009

C.R., 04 maggio 2009, 17:47cipputi1

http://www.aprileonline.info/

Flussi elettorali. Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto conferma le tendenze emerse dalle elezioni del 2008 e registrate dalle più autorevoli analisi dei flussi elettorali. Per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra, che ha riguardato anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: “Oltre il 43 per cento dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare Pdl e quasi il 15 per cento Lega. Solo il 22 per cento preferisce il Pd” (-5,9 per cento rispetto all’aprile 2008)

Gli operai votano a destra. Non è una novità assoluta: il “sorpasso” era già avvenuto alle elezioni dello scorso anno quando per il 31,6 per cento scelsero il Pdl e per il 28,3 il Pd. Ma adesso la situazione – stando almeno all’ultimo sondaggio Ipsos pubblicato dal Sole 24 ore – è diventata drammatica.
Il voto operaio di destra “doppia” infatti quello democratico: 43,4 per cento contro il 22,4.

Dai rilevamenti Ipsos c’è più di un motivo di allarme per il Pd e il centrosinistra. Pdl e Lega supererebbero assieme la soglia del 50 per cento: 40 per il partito del premier, 10,3 per quello di Bossi. Il Partito Democratico si attesterebbe al 26,2 per cento, Di Pietro al 9, l’Udc sale a 6 per cento, mentre il duello nella sinistra radicale vedrebbe avanti Rifondazione-Pdci col 3,5 rispetto al 2,5 di Sinistra e Libertà.

Tra le categorie sociali, il Pd “mantiene” solo gli studenti (33,3 per cento, contro il 31,3 del Pdl) e gli impiegati e insegnanti (29,2 contro il 28,8). Per quanto riguarda il sesso la maggioranza dei suoi elettori sono donne, così come accade – e ancora più marcatamente – per il Pdl. Il partito di Berlusconi è in maggioranza tra le professioni elevate, i lavoratori autonomi (addirittura il 57,2 contro il 15,1), le casalinghe (50 a 20,2) e addirittura tra pensionati (38,7 a 33,4) e disoccupati (39,8 a 19,3).

Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto conferma dunque le tendenze emerse dalle elezioni del 2008 e puntualmente registrate dalle più autorevoli analisi dei flussi elettorali. Per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra, che ha riguardato anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: “Oltre il 43 per cento dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare Pdl e quasi il 15 per cento Lega.
Solo il 22 per cento preferisce il Pd” (-5,9 per cento rispetto all’aprile 2008).

Sembrerebbe continuare dunque quello spostamento di consensi da sinistra a destra, che interessa anche i settori più deboli della popolazione italiana (operai e disoccupati), individuato da Itanes (Italian National Elections Studies, uno dei più autorevoli istituti di ricerca sui comportamenti elettorali e le opinioni politiche) tra le cause del “ritorno di Berlusconi” e della sconfitta del Pd alle politiche del 2008.

Il rapporto Itanes sui flussi elettorali, pubblicato da “Il Mulino” nel novembre scorso, ha infatti rivelato un fatto del tutto nuovo. Dal 1994 al 2006 – da quando l’Italia è entrata nella cosiddetta “Seconda Repubblica” e le competizioni elettorali sono dominate da due grandi coalizioni (il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra ulivista) – le elezioni politiche erano state decise sostanzialmente dagli astensionisti. Di volta in volta, elettori di destra o di sinistra delusi dalle performance della propria coalizione decidevano di fatto, rimanendo a casa, la vittoria dell’altra.

Cos’é accaduto, invece, il 12 e il 13 aprile 2008? Mentre “nel 2006 le due aree politiche che si sono date battaglia con alterne vicende dal 1996 in poi erano alla pari quanto a voti validi, nel 2008 c’è stato un divario di oltre 4 milioni di voti”. Ma il fatto nuovo è che nel 2008, per la prima volta, un numero importante di voti si è spostato da sinistra verso destra (circa il 3 per cento rispetto alle precedenti politiche del 2006). Secondo Itanes, oltre ad un 4 per cento complessivo di elettori del vecchio centrosinistra rifugiatisi nell’astensione, “le formazioni di centrosinistra – scrivono gli autori – accusano un saldo negativo tra i flussi di mobilitazione e smobilitazione pari a circa il 4 per cento dell’elettorato… mentre il Pd perde a favore dei partiti di centrodestra circa il 10 per cento di coloro che avevano votato nel 2006 per l’Ulivo”.
Ciò significa che un 3 per cento abbondante dell’intero elettorato (circa un milione di voti) ha cambiato schieramento, passando dal Pd al PdL+Lega, determinando così la vittoria di questi ultimi.


Perchè a sinistra?

16 Marzo , 2009

 Appunti di Eugenio Pari per riunione di venerdì 13 marzo 2009

 Le ragioni e i motivi che ci hanno portati ad autoconvocare questa serata sono presto detti: l’importante partecipazione di mercoledì 4 marzo alla sala della provincia, ha, ad avviso di molti di noi, avviato finalmente un percorso. Il fatto più significativo di quella serata è la grande partecipazione che c’è stata, una partecipazione che dimostra chiaramente che vi sono le energie, la volontà per costruire un progetto politico di sinistra anche a Rimini. Storie diverse per provenienza, cultura e modalità di partecipazione alla vita pubblica si sono ritrovate su una questione essenziale: far vivere nel nostro paese una cultura politica che sappia proporre una alternativa alle logiche dominanti, che sappia proporre un modello di sviluppo compatibile con la vita delle persone in carne ed ossa, un modello sostenibile di sviluppo dal punto di vista sociale ed ambientale.

Sono state spese tante parole ed energie nel corso di questi mesi per dar vita ad un progetto di sinistra in Italia. Un progetto che sappia comprendere fino in fondo le enormi sfide che la contemporaneità presenta ad un soggetto che nasce per la trasformazione, un progetto che sappia farsi comprendere dalle centinaia e centinaia di persone che vengono maciullate dal modello basato sui consumi, un soggetto che sappia mettere in discussione sé stesso per mettere in discussione il sistema, un luogo dove la democrazia viene sostantivata dalla pratica della partecipazione di tutte e di tutti alle decisioni e non dove la democrazia serve da paravento per coprire gli accordicchi e la politica di piccolo cabotaggio dove l’obiettivo è quello della sistematica occupazione di poltrone volta a governare per governare. Un luogo della politica dove le persone e le biografie contano più delle tessere, un luogo della democrazia sostanziale, quella cioè dove non solo ognuno di noi può avere la possibilità di dire ciò che pensa, ma dove ognuno di noi sa con certezza che quello che dirà verrà tenuto in considerazione. Solo così – è mia ferma convinzione – la sinistra ha un senso, solo così la sinistra può pensare di costruire un percorso multiculturale per definire un progetto di trasformazione che sia qualcosa di concreto e non solo qualcosa di utile per presentarsi nelle campagne elettorali fregandosene di ciò che avviene. Per ripresentarsi a promettendo allo scadere dei 5 anni di legislatura.

Anche a Rimini da mesi molti di noi si sono impegnati in discussioni, hanno speso energie per tentare di costruire questo processo, una attività defatigante su cui troppe volte ha gravato la preoccupazione delle forze che si sarebbero rese disponibili a lavorare, in molti ha prevalso non il pessimismo della ragione, ma la paura, una paura spiazzante di perdere in partenza. Ebbene io sono convinto che le uniche battaglie che si perdono sono quelle che non si combattono, non mi riferisco solo all’impegno che certo sarà gravoso per presentare eventualmente una lista alle elezioni amministrative, ma a quella battaglia delle idee e dei principi che un individuo che si dichiara di sinistra deve sempre e in ogni condizione fare per l’avanzamento sociale e per la difesa degli individui più deboli. Una opera meritoria a difesa dei diritti: dal lavoro all’istruzione, dalla casa all’accesso ai servizi, dal diritto di vivere in un ambiente accogliente al diritto di non ammalarsi o peggio morire per le emissioni inquinanti di inceneritori, elettrodotti e traffico automobilistico. Una battaglia che vada a vantaggio di molti è meritoria, è una battaglia che per essere condotta fino in fondo non può che essere disinteressata. La sinistra deve consacrarsi alle esigenze materiali delle persone, a quelle spirituali, al raggiungimento della giustizia sociale, avendo in sé la consapevolezza di quanto sta facendo. Ebbene, questo compito deve essere portato avanti oltre tutti gli ostacoli. Il lavoro altruista, che persegue il bene comune, merita o prima o dopo il riconoscimento delle altre persone e questo implica la più profonda soddisfazione per chi agisce nella società e promuove il benessere nella società in cui vive.

È evidente quindi che i calcoli elettoralistici, le convenienze politiche volte ad ottenere prebende e posti di potere fittizio sono una cosa che deve, o almeno, dovrebbe essere contrastata da un partito di sinistra. Non posso negare che questi calcoli di opportunità siano uno dei fardelli a causa dei quali si attarda a costruire questo luogo della politica e della partecipazione. La politica è anche mediazione, al rialzo però, non sempre come siamo stati abituati a vedere al ribasso. Se ci sono le condizioni concrete per promuovere il benessere sociale allora ben vengano gli accordi, ma se queste condizioni non ci sono occorre dare rappresentanza ai principi di solidarietà e giustizia, trasformando la rabbia o la rassegnazione in una forza positiva per il cambiamento. È, però, possibile fare questo se tutti abbiamo la consapevolezza di possedere un vocabolario delle idee e dei principi comune, perché altrimenti prevale ancora una volta la convenienza di bottega e la strumentalizzazione di tutto ciò che si muove dal basso come contrappeso per le trattative politiche che non riguardano punti di programma, ma chi va a fare l’assessore piuttosto che il presidente della municipalizzata. È la morte dei sentimenti, è la morte della politica.

Chi ha partecipato alla riunione del 4 marzo penso abbia avuto una sensazione positiva nel vedere la partecipazione di così tante persone. Penso però se ne sia tornato a casa con il fardello di dubbi se non appesantito almeno invariato. A me è sembrato a tratti prevalere una logica di componenti: 4 partiti o movimenti che si riuniscono per dar vita alla sinistra, dove ogni componente reclama legittimamente il proprio spazio, le proprie quote. A me è sembrato che il processo sia un processo “in vitro”, dove le valutazioni delle persone in carne ed ossa rimangono sostanzialmente inespresse. Un giudizio severo ed ingiusto, forse, ma è l’idea che mi sono fatto. Al di la’ di richiami e di analisi sulla situazione e su quanto possa essere indispensabile la nascita di un partito della sinistra, ho davvero raccolto pochi stimoli. Una valutazione però l’ho fatta: siamo noi tutte e tutti che dobbiamo e possiamo sostanziare questo processo, le nostre biografie – dicevo prima – la nostra volontà di impegno disinteressata, la nostra voglia di trasformare l’ingiustizia quotidiana a cui spesso assistiamo in una battaglia politica per la trasformazione. È il terrorismo psicologico che si fa sui migranti, è la strada che viene costruita in un parco per servire l’ennesima speculazione edilizia, è l’incremento insostenibile delle bollette sui servizi che serve per costruire l’inceneritore, è la privatizzazione di tutti gli spazi e di tutti i beni pubblici, è la visione consumistica del vivere il tempo libero di quella cultura inculcata dalle sagre paesane con tanto di patrocinio di provincia e comuni, sono i megacentri commerciali, luoghi del vivere consumando la battaglia politica. Sono queste tante cose che separatamente ci fanno pensare ad un decadimento incontrollabile della società in cui viviamo, ad una impossibilità di porre un argine culturale. Tante cose che separatamente sembrano inaffrontabili che però si tengono l’una all’altra, cose concrete che richiedono un ruolo diverso delle istituzioni e della politica. Sono le cose che non funzionano nella vita quotidiana, è il mancato assolvimento di bisogni immediati che produce isolamento sociale, quell’isolamento da cui nasce l’intolleranza e la disperazione di tante, troppe persone. Sono problemi talmente tanto vicini di cui non possiamo permetterci di demandare la soluzione ad altri se non all’impegno che ognuno di noi può mettere in relazione al proprio tempo, alle proprie capacità e disponibilità.

Affrontare il globale partendo dal locale è una prassi che dobbiamo seguire, mi ci è voluto del tempo per comprendere questa che è l’unica via di uscita per questi tempi così neri, per farci sentire attivi e non spettatori oltre che un elemento di sano buonsenso. Lo possiamo fare, credo, partendo dalla via in cui abitiamo, parlando con i nostri vicini, fermandoci a parlare con quei migranti che magari vendono piccoli oggetti fuori dai supermercati, stando al fianco e sostenendo le battaglie dei 900 lavoratori della SCM che perderanno il posto piombando in una tragedia esistenziale. Lo possiamo fare immaginando su come potrebbe essere più bello il parco che frequentiamo, le strade che percorriamo, gli edifici che vediamo. Certo, questo esercizio può essere fatto prescindendo dalla partecipazione diretta all’agone politico, ma avere una idea di città, di come migliorare la vita dei nostri figli, costruita non sul compromesso programmatico raggiunto nell’ufficio di qualche partito, bensì ragionando con le persone e trasformando le centinaia di confronti in un progetto e un programma per rendere migliore il nostro territorio e costruire il senso di una nuova comunità è l’unico nostro patrimonio, è la garanzia del nostro impegno politico. Alla fine, al di la’ dell’esito elettorale penso che potrebbe essere per tutti noi una esperienza di arricchimento umano utile per farci capire dove viviamo e su cosa si potrebbe fare per vivere meglio. Un esercizio – insomma – per nulla ozioso.

Questa riunione non vuole imporre niente a nessuno, mi piacerebbe solo che fosse un momento non di risacca, ma di avvio vero e proprio di un percorso di resistenza civile da un lato, e di fucina di idee per il domani. È chiaro, le candidature presentate finora non mi rappresentano e per la prima volta nella mia vita se le cose rimarranno così non parteciperò al voto, sarei contento quindi di poter trovare sulla scheda elettorale un soggetto che abbia la fisionomia, gli obiettivi e le pretese che ho cercato di descrivere ma, come si dice, questo è un altro discorso.

Come organizzarsi? Io ho preparato per tutti un documento che penso possa darci un primo inquadramento su come poter organizzare i nostri lavori e su cosa proporre per organizzare i lavori e le discussioni. Ho copiato e incollato questo documento con l’auspicio di fornire un contributo, un punto di riferimento minimo che come tale deve essere considerato aperto ed emendabile in ogni sua parte. Come si vedrà il documento tratta solo della questione delle europee e non certo di liste territoriali, che, so per certo, in queste ore stanno legittimamente preoccupando altri compagni impegnati in una difficile discussione all’interno dei loro partiti e movimenti e, a sua volta, con altri partiti.

 


Ma quale Marx

9 Marzo , 2009

Rossana Rossanda, il manifesto 8 marzo 2009karl_marx

Breve il terrore seguito al crac della finanza: cielo, torna Marx! E perché? Perché i governi sono corsi in aiuto alle banche, rifinanziandole. L’intervento fatale dello stato, cioè il riaffacciarsi di Marx…
Che sciocchezza. Intanto lo spavento non è durato molto. Stati, o meglio governi, non sembrano chiedere nulla in cambio. Si limitano a dire che non si può lasciar fallire una banca perché questo trascinerebbe nel vortice risparmiatori e imprese. Lasciar fallire Lehman Brothers è stato un errore; salvare una banca è un atto di salute pubblica, come far fronte a una inondazione. Quindi altre imprese chiedono aiuto, per prime le grandi costruttrici di auto, perché quote ingenti dei loro clienti hanno smesso di cambiare la vettura, per cui rischiano il licenziamento centinaia di migliaia di lavoratori, che da disoccupati costano allo stato e producono tensione sociale. Solo in Europa si moltiplicano le cifre di disoccupati a breve, per non parlare dell’est che, gettato spensieratamente nel libero mercato, vi sprofonda più degli altri. Perfino gli oligarchi che avevano ammassato ricchezze nella svendita della proprietà pubblica ne stanno perdendo una parte.
Quindi gli stessi che per venti anni hanno strillato «meno stato più mercato» adesso chiedono l’intervento statale. C’entra Marx? Per niente. Prima di tutto non è mai stato un fautore dello stato, del quale anzi prevedeva a termine l’estinzione; se mai fu Lenin a pensare che la proprietà statale, ma d’uno stato proletario, fosse l’ultima fase prima della socializzazione della proprietà stessa. Nulla di simile passa per la testa dei governi, né delle opposizioni attuali.
I primi sono reticenti perfino a dichiarare la natura di queste erogazioni. Si tratta d’un prestito, oppure di un acquisto di parte delle banche e imprese, delle quali essi assumerebbero una congrua parte della proprietà? Sarkozy ha recentemente affermato per una operazione del genere che si tratta di un prestito a un buon tasso di interesse, l’8 per cento; insomma sarebbe un investimento un po’ azzardato. Se ho capito bene soltanto nel Regno Unito Gordon Brown ha dichiarato che si tratta di una partecipazione al capitale azionario delle banche salvate, e qualcuno ha aggiunto «pro tempore», ma lo stato non vi metterà becco, non voterà a seconda delle azioni che detiene, interviene come cassa d’emergenza e basta.
Gran silenzio sugli interrogativi che si fa il semplice cittadino: i soldi che lo stato eroga come «aiuti» da dove li prende? Dalla finanza pubblica, cioè da noi? Con le tasse? Quali e quando? Solo Obama dichiara che aumenterà le imposte per gli alti redditi, ma ai fini di pagare l’estensione della sanità pubblica a tutti i cittadini. Gli Usa possono stampare moneta, aumentando così un deficit pubblico già cinque volte più elevato del nostro; ma gli stati europei non lo possono fare, lo potrebbe soltanto la Banca Centrale, che non ne manifesta alcuna intenzione. E fino a ieri dichiaravano di essere così a secco da dover tagliare energicamente la spesa pubblica – scuole, ospedali, enti locali. In Francia anche i tribunali.
Per ultimo, come appariranno nei bilanci dello stato le somme erogate per gli aiuti, se appariranno?
Le sinistre, se così si può chiamarle, che rappresenterebbero i lavoratori e i lavoratori medesimi che scendono in piazza gridano: il giocattolo finanza l’hanno rotto i padroni delle banche, paghino loro. Anche l’Onda ha usato lo stesso slogan: non pagheremo noi la vostra crisi. Ma dubito che gli uni e gli altri ci credano. Le sinistre non stanno marciando all’assalto del credito, non reclamano neanche che, salvato, diventi quota di proprietà pubblica – che non sarebbe affatto socialismo ma sì e no una misura keynesiana – e l’utilizzo ne sia discusso pubblicamente nei parlamenti e fra le parti sociali. Fino a poco fa anche esse tuonavano per la privatizzazione di quanto era pubblico. Non abbiamo strillato anche noi, il manifesto, contro la proprietà statale e i boiardi di stato? Non abbiamo scritto che è l’occhio del padrone che ingrassa il cavallo mentre le burocrazie statali sono inerti e corrotte? D’altra parte non avevamo le forze per proporre che la proprietà pubblica passasse in autogestione, anche per il dubbio (inespresso) di come funzionerebbe una autogestione nuda e cruda in un mondo globalizzato. Mancò poco che non giovassimo alle privatizzazioni della sanità e della scuola, cui sono allegramente andati i governi di centrosinistra.
Quindi dalle nostre parti, per dir così, silenzio o richiesta agli stati di salvare le imprese per salvare i dipendenti, in primis dell’auto. Di «nazionalizzazione» si parla a vanvera, come proprietà statale forse transeunte, certo non ammessa al controllo pubblico, a sua volta incontrollato (salvo forse dalla corte dei Conti). Una riflessione autocritica sullo slogan «meno stato più mercato» non la fa nessuno. O mi è sfuggita?
Neppure si domandano condanne per i responsabili della rovina. Nessuno di coloro che hanno lasciato andare in pezzi il proprio istituto, è imputato di nulla. In genere sono confermati nei loro incarichi. Ho, per così dire, sott’occhio l’amministrato delegato della Fortis che è stato sollevato, sì, dalla direzione ma con un paracadute d’oro e con un incarico ben retribuito di consulente speciale della medesima banca. Per configurare una frode bisogna proprio che gente come Madoff o Stanford abbiano visibilmente ingannato il prossimo proponendo per depositi fatti presso banche di loro fiducia, perlopiù nei paradisi fiscali, interessi favolosi pagati con i soldi dei nuovi piccioni via via acchiappati. Ma è frode o no far nascere nuovi titoli l’uno dall’altro, «derivarli» nella speranza che il mercato speculativo li acquisti e rivenda prima che atterrino su un pezzo di quella che chiamano «economia reale»? Una tradizionale bolla in borsa scoppiava quando i titoli emessi da una impresa triplicavano di valore rispetto alla base produttiva su cui li emettevano. Stavolta no. I famosi derivati derivano da altri titoli, sul principio che messo sul mercato il denaro produce da se stesso altro denaro. È una frode oppure va chiamata affettuosamente «ingegneria fiscale», e funziona fin quando la inesigibilità del titolo si rivela clamorosamente?
Al semplice cittadino questo genere di operazioni ricorda la storiella del furbo romano che, vedendo un contadino mirare stupefatto il Colosseo, gliene propone l’acquisto, lo sprovveduto sgancia e il furbo sparisce con i quattrini. Le banche hanno potuto vendere e rivendere un virtuale, un derivato, un future – dice Tremonti che i derivati sono pari a dodici volte e mezza il prodotto industriale lordo di tutto il mondo! – senza che questo configuri un reato. Fu forse reato che gli olandesi, incantati dai tulipani, si contendessero come l’oro il bulbo di quel fiore fino ad allora sconosciuto? È stata la prima speculazione, la racconta Galbraith, e durò fin che di colpo si avvidero che ci si poteva procurare quel rizoma con due centesimi.
La scorsa estate un trader della Société Générale ha lasciato aperto il suo computer un venerdì, un collega ci ha messo l’occhio, ha scorto che stava inanellando spericolatamente acquisti e vendite, ne ha avvisato la direzione; la quale prima di tutto ha rifilato a ogni buon conto ad altre banche i titoli giocati e poi lo ha denunciato. Ma che si riesce a imputargli? Ha operato per amor dell’arte, non ne ha intascato un soldo, nessun superiore è in grado né è tenuto a controllarlo, se il suo percorso non fosse stato interrotto la banca ne avrebbe tratto ingenti guadagni. L’ingegneria finanziaria lavora sul virtuale. Calcola sul desiderio.
Il povero Marx non lo immaginava proprio. Al contrario aveva razionalmente previsto la fine del rentier. Anche le famose righe dei Grundrisse nelle quali afferma che in futuro il lavoro sarebbe diventato una ben misera base per l’aumento della ricchezza mettevano in conto l’enorme mutamento delle tecnologie, non la crescita parassitaria di una speculazione (sempre in qualche misura virtuale), che diventando smisurata sfocia nelle bolle ed esplode in distruzione di ricchezza, come sta avvenendo ora, dopo essersi deposta di passaggio su questo o quel speculatore. Va da sé che anche quel che si chiama ora capitale cognitivo non si identifica nella capacità di George Soros di prevedere i movimenti delle borse.
In realtà chi sproloquia su Marx si dimentica spesso e volentieri che tutta la sua analisi riposa sul fatto, intollerabile per un nipotino della rivoluzione francese, che il modo capitalistico di produzione elude l’uguaglianza in diritti che sarebbe propria di ogni essere umano, perché si fonda al contrario sull’inuguaglianza fra chi possiede i mezzi di produzione e chi non possiede altro che la propria forza di lavoro, materiale o immateriale. Nella produzione al primo rimangono capitale, macchine (tecnologia), prodotto, il secondo è un accessorio vivente (magari intelligentissimo), della macchina (tecnologia), anche lui merce, magari individualmente preziosa, acquistabile e vendibile sul mercato del lavoro. Nella speculazione questo ingombrante soggetto scompare come tende a sparire, fino alla resa dei conti, l’ingombrante prodotto che dà origine nella quotazione in borsa.
Ugualmente fin che il soggetto lavoratore introduce nel processo una sua relativa autonomia di contrattazione del salario e dei diritti, ne modifica gli equilibri. Di qui la furia distruttiva di ogni traccia della sua organizzazione, anche la più elementare come il sindacato. Sacconi e Marcegaglia sono figure ottocentesche classiche. Su questa introduzione nel processo da parte dei lavoratori si è basato, con non poche semplificazioni ma con la forza di un corposo materiale umano, tutto il movimento operaio. In quello socialista per breve tempo, in quello comunista per dir così sempre – almeno in linea di principio – restò la convinzione che anche il più forte dei sindacati migliorava ma non modificava il rapporto di produzione, la cui inesorabile illibertà sta nell’usare l’uomo come strumento. Di qui la necessità di un passaggio rivoluzionario. Non è andata così, e non è affatto misterioso capirne le ragioni.
Ora il capitale ha vinto non nei rapporti di forza, da sempre inuguali, ma anche nella testa, nella idea di sé di chi lavora, senza più speranza di una propria emancipazione ma solo di salvare il suo posto di lavoro, cioè il salario, identificato con il salvataggio dell’impresa che glielo dà.
Questo ereditiamo dal Novecento. E vale la pena di tenerlo fermo, piuttosto che divagare su straordinarie innovazioni che renderebbero impossibile, anzi inutile, qualsiasi lotta al capitale proprio mentre si dibatte in clamorose contraddizioni interne.