Categoria: Ambiente e territorio

Una cascata di cemento

Data di pubblicazione: 31.07.2009

http://www.eddyburg.it/article/articleview/13585/0/164/

Autore: Biondani, Paolo

 

Consumo di suolo e devastazione del territorio in un ampio servizio de

sommersi dal cemento

sommersi dal cemento

L’Espresso, anno LV n. 31, in edicola dal 31 luglio 2009. E un’intervista a E.Salzano

Il governo Berlusconi ha promesso di battere la crisi rilanciando il business del mattone. In realtà dietro ai piani dell’esecutivo, a cominciare da quello sulla casa, non c’è altro che un nuovo sacco edilizio. Regione per regione ecco la mappa della nuova speculazione

Più cemento per tutti. Con il cosiddetto piano casa, e con altri interventi ispirati alla stessa ideologia della deregulation edilizia, il governo Berlusconi promette di battere la crisi rilanciando il business del mattone. Ma la ripresa resta dubbia. La crisi e il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie compromettono le capacità di investimento dei privati. A guadagnarci sicuramente saranno pochi grandi speculatori. Mentre per la maggioranza dei cittadini il nuovo boom dei cantieri rischia di produrre danni a lungo termine molto più gravi dei benefici apparenti e immediati. Un colpo di grazia per il già moribondo territorio italiano. Un’ipoteca pesante sul futuro del turismo, dell’agricoltura di qualità e della nuova economia verde. A lanciare l’allarme,insieme a tutte le più importanti associazioni per la difesa dell’ambiente e del paesaggio, sono autorevoli studi tecnicoscientifici e perfino gli asettici rapporti dell’Istituto nazionale di statistica. A differenza dei politici, gli esperti concordano che gran parte delle regioni hanno già raggiunto un livello di «saturazione edilizia ». Una nuova ondata di cemento «in un Paese come l’Italia, in cui il territorio è da sempre molto sfruttato», avverte l’Istat, «non può essere considerata in nessun caso un fenomeno sostenibile». Ma il peggio è che il piano casa è come una scommessa al buio: l’Italia è l’unico Stato occidentale dove già ora l’edilizia è fuori controllo, perché mancano perfino le misurazioni di quanti boschi, prati e campi vengono ricoperti ogni giorno dalla crosta inquinante del cemento e dell’asfalto.

Assalto al territorio

Dagli anni Novanta i comuni italiani stanno autorizzando nuove costruzioni a ritmi vertiginosi: oltre 261 milioni di metri cubi ogni 12 mesi. Nel giro di tre lustri, dal 1991 al 2006, ai fabbricati già esistenti si sono aggiunti altri 3 miliardi e 139 milioni di metri cubi di capannoni industriali e lottizzazioni residenziali.

È come se ciascun italiano, neonati compresi, si fosse costruito 55 scatole di cemento di un metro per lato. Il record negativo è del Nordest, con oltre un miliardo di metri cubi, pari a una media di 98 scatoloni di cemento per ogni abitante. Il risultato, secondo l’Istat, è «impressionante ». Al Nord l’intera fascia pedemontana è diventata un’interminabile distesa di cemento e asfalto «quasi senza soluzioni di continuità»: città e paesi si sono fusi formando «una delle più vaste conurbazioni europee». Una megalopoli di fatto, cresciuta senza regole e senza alcuna pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al Centro «stanno ormai saldandosi Roma e Napoli». E nel Mezzogiorno «l’urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere». L’escalation edilizia, come certifica sempre l’Istat, non ha alcuna giustificazione demografica. Tra il 1991 e i 2001, date degli ultimi censimenti, la popolazione italiana è lievitata solo del 4 per mille, immigrati compresi, mentre «le località edificate sono cresciute del 15 per cento».

Nonostante questo, dal 2001 al 2008 il consumo di territorio è aumentato ancora: in media del 7,8 per cento, con punte tra il 12 e il 15 in Basilicata, Puglia e Marche e un record del 17,8 in Molise. Fino agli anni ’80 la Liguria era la regione più cementificata. Negli ultimi sette anni le capitali del mattone, come quantità assolute, sono diventate Lazio, Puglia e Veneto. Solo quest’ultima regione ha perso altri 100 chilometri quadrati di campagne. A colpi di condoni Le statistiche dell’Istat segnalano un rapporto diretto tra i nuovi fabbricati e le sanatorie dei vecchi abusi, varate sia dal primo che dal secondo governo Berlusconi. Nonostante i proclami di regolarizzazione che accompagnavano ogni condono, l’edilizia selvaggia ha continuato ad arricchire i furbi: nel 2008 l’Agenzia per il territorio ha scoperto, solo grazie alle foto aeree, oltre un milione e mezzo di immobili totalmente sconosciuti al catasto, cioè non registrati neppure come abusivi. Uno scandalo concentrato al Sud. Al Nord invece la legge Tremonti del ’94, che detassava gli utili per farli reinvestire in nuovi macchinari aziendali, in realtà ha fatto esplodere la costruzione e l’ampliamento dei capannoni industriali e commerciali: oltre 156 milioni di metri cubi all’anno.

Dietro la cementificazione del territorio c’è anche un’altra ingiustizia fiscale. Damiano Di Simine, responsabile di Legambiente in Lombardia, spiega che «l’assurdità del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio »: «Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformati in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni». Nei paesi europei più avanzati succede il contrario: apposite “tasse di scopo” puniscono chi consuma territorio. Mentre in Italia, come segnala l’Istat, la pressione edilizia è tanto forte da scaricare i cittadini perfino «in aree inidonee per il rischio sismico o idrogeologico ». E tra migliaia di enti inutili, non esiste neppure un ufficio pubblico che misuri l’avanzata del cemento. La distruzione del verde L’unico studio di livello scientifico è stato pubblicato all’inizio di luglio da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano, dell’Istituto nazionale di urbanistica e di Legambiente. L’Istat infatti può quantificare, scontando i ritardi delle burocrazie locali, solo i «permessi di costruire», cioè le licenze legali. Alle statistiche ufficiali, dunque, sfuggono tutti gli abusi edilizi, oltre alle chilometriche colate di asfalto, dalle strade ai parcheggi, che accompagnano e spesso precedono le nuove costruzioni.

Mettendo a confronto foto aree e mappe della stessa scala, disponibili solo in tre regioni e in poche altre province, i ricercatori di questo “Osservatorio nazionale sui consumi di suolo” hanno scoperto che in Lombardia, tra il 1999 e il 2005, sono spariti 26.728 ettari di terreni agricoli. È come se in sei anni fossero nate dal nulla cinque nuove città come Brescia. La media quotidiana è spaventosa: ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia e altri 8 in Emilia, dove tra il 1976 e il 2003 (ultimo aggiornamento geografico) è come se Bologna si fosse moltiplicata per 14. Lo studio smentisce anche il luogo comune che vede nel cemento l’effetto dello sviluppo produttivo. In Friuli, tra il 1980 e il 2000, è scomparso meno di un ettaro al giorno. Mentre il Piemonte ha perso più di 68 chilometri quadrati di campagne nel decennio 1991-2001, quando il suolo urbanizzato è aumentato dell’8,7 per cento, mentre la popolazione è scesa dell’1,4. Gli urbanisti del Politecnico ammoniscono che questo modello di sfruttamento (l’Istat lo chiama «consumismo del territorio») ha ricadute pesantissime sulla vita delle famiglie. «Il fenomeno delle seconde e terze case è legato anche alla fuga dalle città sempre più invivibili», riassume il professor Arturo Lanzani: «Ma la scarsissima qualità dei nuovi progetti finisce per spostare il traffico e lo smog verso nuovi spazi congestionati ». Paolo Pileri, il docente che dirige l’Osservatorio, fa notare che «in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera i governi cambiano le leggi urbanistiche per limitare fino ad azzerare i consumi di suolo. Mentre in Italia non abbiamo neppure dati attendibili». Anzi, il governo punta tutto su un nuovo boom edilizio.

Le pagelle al piano casa

Per il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio, la riforma berlusconiana «è peggio di un condono, perché abolisce le regole anche per il futuro: permessi e controlli diventano inutili, ora basta la parola del progettista». «Bocciatura piena » anche da Legambiente, che ha fatto l’esame delle singole leggi (o progetti) regionali di attuazione: «promosse» solo Toscana, Puglia e provincia di Bolzano, che oltre a salvare parchi e centri storici, impongono rigorose migliorie ecologiche e risparmi energetici. A meritare i voti peggiori sono i piani casa delle regioni più cementificate: in Veneto la legge Galan concede aumenti di volume perfino ai capannoni più orribili, in Sicilia la giunta progetta «bonus edilizi fino al 90 per cento acquistabili dai vicini». E in Lombardia spunta il “lodo Cielle”: un premio del 40 per cento per l’edilizia sociale, ma con «possibile vendita a operatori privati». «Rimandate con debiti» tutte le altre regioni, mentre in Val d’Aosta è pronto il «piano camere»: più cubatura anche per gli alberghi. Il bilancio nazionale è «un puzzle urbanistico con regole diverse in ogni regione». E se in generale le giunte di sinistra resistono al Far West edilizio, la Campania fa eccezione. Vezio De Lucia, urbanista di Italia Nostra, e Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania, sono i primi firmatari di un appello che descrive il piano casa varato dalla giunta Bassolino come «un nuovo sacco edilizio»: «Il solo annuncio della liberalizzazione delle nuove residenze nelle aree dismesse, senza neppure il limite che le fabbriche interessate siano davvero già chiuse, ha fatto triplicare in pochi giorni il valore dei capannoni». Il consigliere regionale della sinistra Gerardo Rosania, che da sindaco di Eboli fece demolire 437 villette abusive, lancia una mobilitazione antimafia: «Ci si dimentica che qui siamo in Campania. Chi può fare incetta di industrie abbandonate pagando subito è solo la camorra». (30 luglio 2009)

Una vergogna solo italiana

di Paolo Biondini

‘I paesi civili frenano il cemento, qui il governo lo incentiva’: colloquio con Edoardo Salzano

Edoardo Salzano è uno dei più autorevoli urbanisti italiani. Il suo sito Eddyburg.it sta diventando il primo forum di informazione e discussione democratica sullo sviluppo edilizio, l’ambiente e il paesaggio.

Che ne pensa del piano casa?

“È un’iniziativa vergognosa, che avrà effetti devastanti. È’ l’ennesima conferma che la cementificazione è una scelta politica: si favorisce uno sviluppo basato solo sull’appropriazione privata della rendita fondiaria. L’ideologia della bolla immobiliare ha fatto danni in tutto il mondo, ma l’Italia è l’unico Paese che continua a incentivarla. Ci stiamo allontanando sempre di più dall’Europa”.
Come si costruisce nei paesi più civili?

“Per capirlo basta sorvolare l’Europa in aereo. In paesi come Austria, Germania, Olanda e Francia c’è una pianificazione rigorosa che segna un taglio netto tra città e campagna. In Italia c’è una marmellata edilizia, chiamata ‘sprawl’, spalmata su quasi tutto il territorio. La grande differenza è che nei paesi avanzati si cerca da tempo di controllare e limitare la cementificazione”.

Qualche buon esempio?

“La Germania ha programmato dal ’98 una direttiva rigorosa per ridurre entro il 2020 il consumo di suolo, facendolo scendere da 120 a meno di 30 ettari al giorno. E ci sta riuscendo. Nel Regno Unito fin dal ’99 l’obiettivo è di realizzare almeno il 60 per cento della nuova edilizia abitativa in aree già urbanizzate. Perfino negli Usa, dove le estensioni sono gigantesche, alcuni Stati come l’Oregon hanno imposto confini invalicabili allo sviluppo delle città. In Italia il problema è totalmente ignorato. Cresce solo quella che Tonino Cederna chiamava la crosta di cemento e asfalto”.

Molti cittadini si mobilitano con associazioni, comitati e raccolte di firme. Il vero problema è che la lotta alla speculazione edilizia non trova un’adeguata rappresentanza politica?

“Purtroppo non è solo il centrodestra, ma anche una parte del centrosinistra a teorizzare la cosiddetta urbanistica contrattata, le grandi opere in deroga a tutto e magari gli accordi sottobanco con i furbetti del quartierino e gli immobiliaristi d’avventura. C’è un pensiero unico che va combattuto con una svolta culturale: il suolo libero è una risorsa scarsa che va conservata. E per farlo serve una pianificazione più seria e più vasta di quella comunale”. (30 luglio 2009)

La politica e i poteri forti a Rimini

Esiste un disagio profondo al quale la classe politica che da più di dieci anni

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

sta governando Rimini non è più in grado di dare risposta e soluzione. Esiste un profondo e giustificato senso di delusione nei confronti di una Amministrazione che non ha saputo fare altro che cedere alle pressioni dei poteri forti riminesi, quei poteri legati a quella rendita immobiliare che ha sottratto spazi sempre più grandi alla qualità della vita dei riminesi, quella rendita che ha determinato una impennata dei costi degli immobili, quella rendita che ha tolto occasioni di miglioramento della propria condizione di vita a molti, troppi, cittadini. La debolezza della politica nei confronti del blocco di potere riminese non è una caratteristica solo dell’amministrazione Melucci – Ravaioli, di cui Stefano Vitali rappresenta un asse portante, ma è la caratteristica di una opposizione, di cui Marco Lombardi è stato alfiere, che su queste questioni si è sempre accomodata al tavolo della trattativa riducendo il proprio ruolo all’ottenimento di posti, come per esempio la vice presidenza della Fiera. Per questo ritengo che l’elemento più caratteristico della politica locale sia un consociativismo che ha mortificato le aspettative di cambiamento dei cittadini, che ha soffocato ipotesi di progresso e sviluppo locale, facendo perdere sempre maggiori quote di benessere alla nostra città. La responsabilità, quindi, non può essere imputata solo al centrosinistra riminese ma anche a quella che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto essere l’opposizione. Se Vitali e Lombardi non sono le due facce della stessa medaglia, credo, ci manchi davvero poco. Pensiamo alle reazioni di entusiasmo bipartisan sui progetti di finanza del lungomare, manifestate peraltro per il Pdl proprio da Lombardi; o al minuetto che si è fatto per tanti mesi sulla vicenda stadio; pensiamo infine a quella che la scorsa estate ebbi modo di definire come “corrispondenza di amorosi sensi” fra Maurizio Melucci e Formigoni sulla contrattazione edilizia in favore dei grandi costruttori, già in uso da diversi anni a Milano e che si vorrebbe incentivare con ancora maggior decisione a Rimini, una pratica dove il soggetto pubblico perde qualsiasi funzione a garanzia della collettività e dove la città, intesa come merce di scambio e non come bene collettivo, diventa terreno di conquista volto a soddisfare gli appetiti edilizi. Questi fatti non sono del passato, ma una pratica del presente e, ahimé, rischiano di esserlo per il futuro. Sicché Rimini oggi si trova davanti ad un paradosso, cioè: un piccolo gruppo di consiglieri di centrosinistra eletti nelle fila della maggioranza, di cui mi onoro di fare parte, si trovano per coerenza rispetto al programma di mandato a fare quella opposizione vera, non solo sui temi legati all’urbanistica come troppo semplicemente si vorrebbe far passare, ma rispetto a quelle politiche su cui il centrosinistra si attarda in accordicchi con il centrodestra. Una battaglia ideale ma assai concreta vista la posta in gioco, che probabilmente vedrà sconfitto o strumentalizzato chi dicendo questo non ha fatto altro che dire la verità, interpretando quello che tanti cittadini riminesi, elettori, militanti del Pd e della sinistra pensano da tempo. Se il centrosinistra oggi si trova di fronte al rischio più che concreto di perdere diversi comuni oltre che la provincia non è certo per capacità della destra, ma per propria, unica e indiscutibile responsabilità di essersi comportato né più né meno come avrebbe potuto comportarsi una amministrazione di destra, partendo dal tema più importante: lo strapotere di pochi a danno degli interessi collettivi. Ora, di fronte a queste responsabilità storiche che hanno visto perdere funzioni di salvaguardia degli interessi collettivi proprie delle amministrazioni, non basta appellarsi all’amor di patria o al fatto che stanno arrivando i barbari quando bellamente il sindaco Ravaioli ha sostenuto per esempio le norme del pacchetto sicurezza ideato dalla parte più becera del centrodestra, non basta invocare la scelta di campo, occorrerebbe una profonda revisione delle pratiche e un reale cambiamento della compagine governativa cominciando dal mandare a casa coloro che principalmente hanno avuto responsabilità come il vicesindaco Maurizio Melucci. Sappiamo, però, che questa soluzione non può essere che il primo tentativo di dare risposte alla volontà che la società riminese da tempo manifesta di tornare a discutere, confrontarsi sul futuro, sulla qualità del vivere, sulla propria identità e cultura. Sono saliti in molti da destra e da sinistra sul carro vincente che Melucci si è trovato a trainare, visto che tutti si sono più o meno accomodati dalla parte dei vincenti qualcuno per coerenza e per passione, ha invece deciso di stare dalla parte del torto. Vitali vincerà, nonostante la feroce battaglia all’interno del Pd, ma a perdere sarà la nostra città che ancora una volta vedrà vincere il consociativismo che la sta spegnendo.

Piano casa, siglato l’accordo tra Regioni e Governo

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/12947/0/356/

 Invitiamo a leggere il testo dell’accordo e l’eddytoriale 121, qui a fianco. Resterete anche voi stupiti, o scandalizzati, dal commento di Errani. L’Unità online, 1 aprile 2009
Qui il testo dell’accordo, e qui il commento di eddyburg

Via libera questa mattina dal governo e dalla conferenza delle regioni al cosiddetto “piano casa”. Nel piano saranno sbloccate le procedure per ampliamenti degli immobili, che però saranno possibili «entro il limite del 20% della volumetria esistente», per immobili che non superino i 1.000 metri cubi e fino a un massimo di incremento di 200 metri cubi. Il tutto secondo le norme regionali, che potranno escludere aree «con particolare riferimento ai beni culturali» e aree «di pregio ambientale e paesaggistico». E’ quanto si legge nell’intesa raggiunta tra governo e regioni.
Il limite di ampliamento sale al 35% nel caso di demolizioni, «con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica e secondo criteri di sostenibilità ambientale». Le regioni, prevede l’intesa, «si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente» agli obiettivi dell’accordo stesso. La validità delle leggi regionali non sarà superiore a 18 mesi. Mentre «entro dieci giorni dalla sottoscrizione dell’accordo il governo emanerà un decreto-legge i cui contenuti saranno concordati con le regioni e il sistema delle autonomie».
L’obiettivo, si legge, è quello «di semplificare alcune norme di competenza esclusiva dello Stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia» e «introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi», sempre «in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale».
Il governo e le regioni, infine, «ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza dei cantieri».
«Si tratta di un risultato molto importante al quale abbiamo lavorato intensamente – ha commentato il ministro Raffaele Fitto – abbiamo raggiunto un’intesa condivisa dall’intero governo».
Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre alla soddisfazione, ha sottolineato che l’intesa «è un risultato importante per noi e per il Paese, confermiamo pienamente l’impostazione di quando avevamo detto che il decreto era inaccettabile». Con gli accordi raggiunti oggi «non ci sono scelte che possono compromettere il sistema di governo e la tenuta urbanistica del territorio. Ora però bisogna occuparsi della vera emergenza che è quella di trovare risorse per le famiglie in difficoltà che non riescono a pagare l’affitto, abbiamo 550 milioni di euro, bisogna trovare altre risorse pubbliche e private». Soddisfazione è stata espressa da Errani anche perché nella bozza dell’accordo «non c’è più la vendibilità del 20% e non c’è più il cambiamento della destinazione d’uso».
Errani ha poi sottolineato che i lavori del piano casa saranno svolti nel rispetto delle norme sulla sicurezza e con lavoro regolare e forme di rendicontazione che mettano in chiaro tutti i lavori che verranno fatti. Le Regioni avranno 90 giorni di tempo per emanare, ciascuna, le norme per consentire l’attuazione del piano casa. In extremis si è raggiunto l’accordo per il varo di un tavolo che metta a punto uno studio di fattibilità per verificare quali misure adottare per l’edilizia pubblica. Dall’accordo, infatti, sono sparite «le risorse aggiuntive» che lo Stato avrebbe dovuto apportare, seppure in quantità non determinata.
Al termine del consiglio dei ministri anche Berlusconi ha commentato l’intesa: «Sono soddisfatto per l’accordo raggiunto, un’altra intesa importante dopo quella sugli ammortizzatori sociali. Ringrazio le Regioni per la collaborazione istituzionale, ora ci avviamo a studiare l’altro grande piano per la casa. E’ intenzione dell’esecutivo – ha spiegato Berlusconi – dare il via alla costruzione di ‘new town’ in ogni capoluogo di provincia per mettere a disposizione nuove case, in particolare per i giovani».

Il testo del «piano casa»
(da l’Unità online, 1 aprile 2009)

Ecco il testo dell’accordo sul piano casa siglato la notte scorsa al tavolo tecnico dal governo e dalla conferenza delle regioni, recepito questa mattina dalla conferenza unificata a Palazzo Chigi.

«Rilevata l’esigenza, da parte del governo, delle regioni e degli enti locali di individuare misure che contrastino la crisi economica in materie di legislazione concorrente con le regioni, quale quella relativa al governo del territorio;

visto l’accordo delle regioni e degli enti locali in ordine alle esigenze di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell’attività edilizia favorendo altresì lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente nonché prevedendo forme di semplificazione dei relativi adempimenti secondo modalità utili ad esplicare effetti in tempi brevi nell’ambito della garanzia del governo del territorio;

rilevata l’esigenza di predisporre misure legislative coordinate tra stato e regioni nell’ambito delle rispettive competenze;

governo, regioni ed enti locali convengono la seguente intesa:

per favorire iniziative volte al rilancio dell’economia, rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie e per introdurre incisive misure di semplificazione procedurali dell’attività edilizia, lo stato, le regioni e le autonomie locali definiscono il seguente accordo.

Le regioni si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente ai seguenti obiettivi:

a) regolamentare interventi – che possono realizzarsi attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni – al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bifamiliari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica;

b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l’autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento;

c) introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi di cui alla leggera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale. Tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta.

 

Una mia lettera sul tema pubblicata dal Corriere di Rimini del 31 marzo 2009

 LETTERA APERTA SUL PIANO CASA

di Eugenio Pari, consigliere comunale Rimini

Con il Piano casa il Paese si sta preparando a diventare un cantiere al di fuori da qualsiasi idea di pianificazione, il che significa ancora una volta tutelare gli interessi della rendita a discapito dei cittadini.
Aumentare indiscriminatamente del 20% gli immobili esistenti e addirittura fino al 35% nel caso di demolizione e ricostruzione, significherebbe rendere ancora più invivibili le nostre città. Invece occorre sostenere una politica di accesso al diritto all’abitazione per quelle classi che vivono ancora più difficoltà a causa della pesantissima crisi che sta attraversando l’Italia.
Seicentomila famiglie sono escluse dal mercato della casa, sostenere che aumentando le costruzioni si aumenta anche la possibilità di reperire abitazioni per queste famiglie è una falsità del tutto priva di logica e di attinenza con i fatti. O sostenere come ha fatto il Presidente nazionale dei
costruttori che gli alloggi di edilizia popolare dovrebbero durare al massimo 20 anni esprime chiaramente che il problema per la destra non è che i comuni e i cittadini sono in ginocchio a causa dell’economia di rapina, il problema è che gli alloggi popolari sono costruiti con criteri troppo generosi. Dunque le persone sono merci e, come tali, vanno trattate. Di fatto il futuro delle città viene affidato agli speculatori e se si pensa che gli immobili industriali in disuso, posti generalmente nelle periferie delle città, potranno, grazie a queste disposizioni legislative, trasformarsi in condomini determinerà ancora di più la chiusura di impianti produttivi in
favore della rendita immobiliare. Guardiamo per esempio a cosa è successo a Rimini: la Ghigi poco tempo fa ha chiuso lo stabilimento in attivo e produttivo con l’obiettivo o prima o dopo di compiere una operazione edilizia su quell’area, quanti saranno gli imprenditori che faranno la stessa cosa visti i tempi di “vacche magre” nel comparto manifatturiero? Oggi alla Ghigi si potrà finalmente compiere l’operazione urbanistica che la proprietà aveva in mente quando decise di chiudere.
Ma c’è di peggio, la possibilità di cambio di destinazione d’uso varrà anche per il commercio. È stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione e la debolezza delle amministrazioni locali a disseminare il territorio di centri commerciali, oggi che sono in crisi per i protagonisti dell’economia della rendita sarà meglio riconvertirli in alloggi. Una città vivibile non nasce da
queste logiche, così si crea paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base delle volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.
Quello che molte amministrazioni, anche a guida Pd, hanno sempre praticato, cioè la mercificazione del territorio e la contrattazione degli interventi urbanistici, trova oggi, dopo anni di teorizzazione in strumenti come per esempio i project financing, una conferma dal punto di vista normativo.
Sostenere quello che sostiene il candidato presidente Vitali, cioè che il problema sia quello dello snellimento delle procedure, è lo stesso punto di partenza da cui è partito il governo nel partorire questo obbrobrio legislativo e conduce alle stesse conclusioni. Le procedure aggravate e complesse in urbanistica, che peraltro hanno già ricevuto negli anni notevoli snellimenti in favore dei costruttori, sono a garanzia del territorio. Il territorio dove, garantendo comunque i diritti del privato, deve comunque essere considerato un bene collettivo per tutelare le persone in carne ed ossa dai rischi idrogeologici per esempio e per fornire alle persone condizioni migliori del vivere, partendo da norme che arginino il fenomeno della rendita immobiliare. Solo chi non ha chiaro questo può pensare che i temi del governo del territorio e dell’urbanistica quest’ultima intesa come sua componente, possano essere risolti con snellimenti e magari maggior flessibilità delle norme e delle procedure, la qual cosa, peraltro, non è segnata in alcun articolo della L.r. 20/2000, almeno non in quella vigente.

No all’inceneritore di Raibano. Si alle tecnologie che separano i rifiuti

Pubblico volentieri l’ultimo comunicato del Comitato anti inceneritore di Raibano.

inceneritore-raibano

Inceneritore di Raibano

Caro amico antiinceneritorista stiamo cercando di sensibilizzare i politici in tutti i modi proponendo loro metodi di gestione dei rifiuti più efficienti. Leggi per favore il comunicato stampa che t’invio
Il nuovo piano d’Ambito approvato da ATO Rimini per ristrutturare il servizio di gestione dei rifiuti mediante l’impiego di cassonetti per la raccolta del rifiuto indifferenziato, dotati di una calotta con chiave elettronica per l’accesso, oltre ad essere costoso è inadeguato per garantire il raggiungimento degli obiettivi qualitativi di raccolta differenziata previsti per legge, con costi contenuti per la collettività.
Innanzitutto la spesa per l’installazione della calotta incluso il costo delle chiavi elettroniche (che sono 50 per un cassonetto da 1700 litri e costano 16€ l’una) è di circa 2000 € per cassonetto. Se moltiplichiamo questa cifra per i 3400 cassonetti presenti sul territorio della Provincia di Rimini otteniamo una spesa di 6.800.000 €.
Nel caso i 3400 cassonetti siano noleggiati, tra il costo del noleggio per cinque anni e le spese di gestione calcolate per i restanti tre anni del contratto stipulato tra i comuni ed Hera, la spesa è di 5.450.000 €.
Ma siccome il rifiuto differenziato raccolto mediante i cassonetti stradali presenta un alto grado di impurità, a questa spesa va aggiunto il costo della successiva selezione in Akron (l’impianto di selezione del secco esistente accanto all’inceneritore) pagato dai Comuni 115€/ton. E siccome Akron non è in grado di selezionare al meglio i rifiuti perché l’impianto è vecchio, a questo costo va aggiunto quello della discarica o dell’inceneritore. Per entrambe le soluzioni Hera fa pagare ai comuni 115E/ton.
In realtà la selezione con impianti dotati di moderni lettori ottici oggi costa 80€/ton e produrrebbe sicuramente molto meno scarto da avviare in discarica e quindi spese inferiori per i Comuni. Va sottolineato inoltre che i Consorzi che ritirano i materiali per avviarli al riciclo pagano ai Comuni dei corrispettivi differenti a seconda del grado di impurità presenti nei materiali consegnati. Quindi più alto è il grado di impurità minore è l’importo del corrispettivo pagato.
Se, con i tempi che corrono, i Sindaci della nostra Provincia avessero il coraggio di cambiare rotta scegliendo il metodo di raccolta “porta a porta” quella cifra spesa per noleggiare i cassonetti servirebbe per creare posti di lavoro e a non sperperare inutilmente danaro in una forma di organizzazione della raccolta differenziata altamente inefficiente che tra l’altro, per funzionare, ha bisogno di ripetuti passaggi per la pulizia delle piazzole dei cassonetti e di ronde dei vigili per multare i cittadini inadempienti. Come tutti già ora possono notare, i cassonetti stradali favoriscono l’abbandono dei rifiuti. L’introduzione della calotta con chiave elettronica aggrava il problema perché chi trova difficoltà ad aprire il cassonetto dell’indifferenziata o lascia il proprio sacchetto per terra contribuendo al degrado urbano o, peggio, lo butta nei cassonetti della carta, della plastica o dell’umido evitando in questo modo di pagare per il rifiuto conferito. Di conseguenza non sarà possibile contabilizzare il rifiuto secco prodotto e successivamente passare da tassa a tariffa. Al contrario con il metodo porta a porta unito al passaggio da tassa a tariffa si otterrebbe facilmente la collaborazione del cittadino, e si avrebbero delle rese qualitative dei materiali da avviare al riciclo decisamente superiori. Così si eviterebbero gli sprechi di danaro dovuti alla successiva selezione in Akron (che selezionerebbe solo il rifiuto indifferenziato) e dall’altro i corrispettivi pagati da Consorzi ai Comuni sarebbero più alti. In conclusione il processo di raccolta differenziata della nostra Provincia è costoso perché inefficiente e alla fine fa il gioco del Gestore che, non dimentichiamolo, ha interesse ad incenerire.
Margherita Bologna

Comunicato del 16 marzo 2009

Cari antiinceneritoristi le mail inviate non hanno ancora raggiunto il loro scopo anche perchè su 900 e passa iscritti solo 150 le hanno spedite. Scusandomi con chi le ha già inviate CHIEDO a tutti quelli che non l’hanno ancora fatto di accogliere il mio appello inviando la mail che allego qui sotto. E’ una partita dura perchè ci sono degli interessi economici di mezzo. L’unione fa la forza, dice il proverbio. E allora mettetecela tutta!

AL Presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani
All’assessore all’Ambiente della Regione Emilia-Romagna Lino Zanichelli
All’Assessore alle Politiche per la Salute della Regione Emilia-Romagna Giovanni Bissoni
Al Presidente della Provincia di Rimini Ferdinando Fabbri
AL candidato Presidente della Provincia Stefano Vitali
All’assessore all’Ambiente della Provincia di Rimini Cesarino Romani
Ai Sindaci dei comuni della Provincia di Rimini
Ai candidati Sindaci Massimo Pironi, Stefano Giannini, Marco Tamanti
Agli assessori all’ambiente dei Comuni della Provincia di Rimini

Oggetto: Costruzione nuova linea inceneritore di Raibano in Provincia di Rimini

Grazie al lavoro informativo svolto da ” Riccione per l’energia pulita” le tecnologie di separazione a freddo (trattamento meccanico–biologico) che selezionano ogni tipologia di rifiuto sia per recuperare materia che per produrre energia, senza ricorrere alla combustione, non sono più una conoscenza riservata ad una cerchia ristretta di addetti ai lavori ma la loro efficacia può essere testimoniata dagli amministratori della Provincia di Rimini, della Regione Emilia Romagna e dai cittadini più attenti al problema della gestione dei rifiuti. Poiché in occasione di due viaggi organizzati da Margherita Bologna, rappresentante il comitato, gli amministratori dei comuni di Rimini, Riccione, Coriano e Misano hanno potuto constatare il fatto che queste tecnologie sono già operative da tempo sul territorio nazionale, al fine di ottemperare alle disposizioni contenute nel Decreto Ambientale n. 152/2006 e in particolare agli art. 179 e 181, e alle prescrizioni del precedente Decreto Ronchi, (vigente al tempo della adozione del Piano dei Rifiuti della Provincia di Rimini), che stabiliscono una gerarchia nel trattamento dei rifiuti, anteponendo il recupero di materia all’incenerimento con produzione di energia

CHIEDO ALLE AUTORITA’ IN INDIRIZZO

1) di prendere atto che in una gestione integrata dei rifiuti, per legge, l’incenerimento è previsto come ultima soluzione dopo il recupero di materia.
2) che le moderne tecnologie permettono di ottenere energia dalla frazione organica dei rifiuti senza emissioni nocive nell’ambiente.

PERTANTO CHIEDO
alla Provincia di Rimini di ordinare la sospensione dei lavori di costruzione dell’inceneritore e di riconsiderare alcuni obiettivi non adeguatamente previsti dall’attuale Piano dei Rifiuti proponendo come azioni prioritarie alla costruzione della nuova linea dell’inceneritore:
a) la ristrutturazione tecnologica dell’esistente impianto di separazione del rifiuto secco (AKRON) al fine di migliorarne l’efficienza e di predisporlo per la separazione del rifiuto indifferenziato altrimenti destinato all’inceneritore o alla discarica.
b) il potenziamento della raccolta differenziata tramite l’estensione della raccolta di rifiuti “porta a porta”, con l’obiettivo di superare la quota del 65% nei prossimi 2 anni;
c) La costruzione di un impianto di separazione dei rifiuti provenienti dallo spazzamento delle strade attualmente destinati alla discarica o all’incenerimento, in luogo da destinarsi.
d) La costruzione di un impianto di produzione di energia mediante digestione anaerobica dei rifiuti organici, che insieme agli altri rende superflua la costruzione dell’inceneritore.
So che il costo dell’inceneritore ammonta a circa 75 milioni di € e che questa cifra è più che sufficiente sia per costruire due nuovi impianti con relative opere murarie sia per ristrutturare l’impianto di separazione del rifiuto secco denominato AKRON.
In qualità di elettore alle prossime elezioni amministrative avrò modo di fare la mia scelta sulla base della risposta data alla presente richiesta dalle Amministrazioni in indirizzo.

Nota sull’affidamento del Psc di Rimini a Campos Venuti

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Eugenio Pari e Giuseppe Campos Venuti

Le qualità professionali e la conoscenza del nostro territorio di Tecnicoop sono fuori discussione. Il nome di Campos Venuti potrebbe essere una garanzia per rifondare le politiche di governo del territorio a Rimini, infatti nonostante la non più giovane età le sue idee di sviluppo e le modalità di pianificazione sono assolutamente all’avanguardia non solo in Italia ma anche in Europa. D’altra parte il fatto che il Prof. Campos Venuti sia stato docente di pianificazione nell’università di Berkeley segna precisamente il profilo internazionale del noto urbanista. Le sue qualità e capacità sono indiscutibili.
Tutto questo però non basta perché occorrono chiari e precisi indirizzi
politici se è vero che, come recita l’adagio popolare, “si lega sempre il
cavallo dove decide il padrone”. Occorre un chiaro e decisivo indirizzo
politico per segnare una svolta alla politica delle varianti e alla
contrattazione privato – pubblica a tutto svantaggio del secondo sugli usi del territorio. Spero di sbagliare ma non vorrei che a causa di project financing e Piano strategico ci si ritrovasse con uno strumento di pianificazione, regolazione e sviluppo del territorio all’avanguardia ma solo sulla carta e quindi impossibilitato nello sprigionare le proprie traiettorie di sviluppo sostenibile arginando la rendita immobiliare che, non solo a Rimini, sta prendendo il sopravvento sui cittadini.
Rimane irrisolta la contraddizione tra funzioni di governo del territorio
previste dalla legge e in capo al PSC e una contrattazione spiccia che consuma irrimediabilmente il territorio senza produrre alcuna ricchezza in termini di occupazione e investimenti duraturi prevista invece dai project che trovano il loro caposaldo ideologico nel misterioso e fumoso Piano strategico.

Eugenio Pari. Lettera aperta sui centri commerciali

Rimini, 25 marzo 2008

Il dibattito sull’apertura dei centri commerciali nei giorni festivi consegna chiaramente la grande questione per la nostra città: Rimini paradigma di una economia basata sul consumo che sempre più spesso vede nelle risorse ambientali e territoriali elementi utili solo al profitto e gli individui come merce. A dire il vero credo che questo sia il problema della nostra società basata su un’idea dello sviluppo incentrato sull’esaurimento irresponsabile dei beni ambientali e sulla finalizzazione di qualsiasi scelta al lucro.

Sono apprezzabili e condivisibili le posizioni del Vescovo Lambiasi, come prima quelle di De Nicolò, così come è condivisibile la posizione delle Organizzazioni sindacali ed in particolare della CGIL. Io, però, terrei fuori questi soggetti da un dibattito che rischia di essere viziato dal clima di campagna elettorale e che pertanto corre il pericolo di rimanere oggetto di scontro politico, quindi del tutto ininfluente dal punto di vista della soluzione del problema, che come detto, verte sul modello economico e sociale della nostra realtà.

Credo che l’Amministrazione debba rivedere la propria decisione di concedere solo tre giorni di chiusura festiva per i centri commerciali, sapendo però che ciò potrà avere delle ricadute sul settore turistico, in questo senso la posizione del Segretario comunale Pd Gigi Bonadonna, improntata sul buonsenso e su posizioni di merito convincenti, mi sembra davvero un buon punto di partenza per giungere ad una sintesi.

Io penso che il problema risieda anche, anzi soprattutto, nelle condizioni lavorative delle persone assunte nei centri commerciali, nei loro contratti di lavoro improntati sulla precarietà sulla flessibilità più spinta. Alcune inchieste confermano ciò che purtroppo sapevamo: vi è un clima pesantissimo adoperato contro le lavoratrici e i lavoratori, essi sono sottoposti al ricatto di perdere il posto di lavoro e su questo è necessaria un’azione sindacale. Così come sono convinto che occorrerà valutare attentamente ogni provvedimento di allungamento dei giorni di chiusura in quanto: più giorni i centri commerciali stanno chiusi minore rischia di essere lo stipendio dei lavoratori.

Il motivo di questa proporzione a svantaggio dei lavoratori sta proprio nelle condizioni contrattuali e lavorative applicate, sulle quali è necessaria un’azione che va, purtroppo, al di la’ delle sole intenzioni e dei singoli provvedimenti dell’Amministrazione comunale. Concludendo e rimanendo in attesa di conoscere la posizione del Sindaco, faccio altre due considerazioni: perché non si cerca, già da oggi, con l’appoggio e la mediazione dell’Amministrazione riminese e delle altre istituzioni del territorio modalità di svolgimento delle mansioni lavorative che garantiscano più diritti per le donne e gli uomini impiegati nel commercio? Perché non subordinare il calendario di apertura di questi centri ad un programma di nuove assunzioni con cui coprire l’intero corso dell’anno? Di fatto, questo problema che si ripete ormai da diversi anni rende stringente il nodo sul modello economico ed è giunto il tempo di trovare risposte strategiche e innovative.

 

«Le città, luoghi dell’alternativa»

Dialoghi sulla politica/1 La sinistra e la «questione urbana». Parla l’urbanista Edoardo Salzano
Oggi anche le istituzioni, come la politica, sono appiattite sul breve periodo: quello spendibile alla scadenza del mandato amministrativo. Se non c’è più un progetto di società come può essercene uno di città?
Francesco Indovina
Edoardo Salzano, pianificatore, già preside della facoltà di Pianificazione, è autore di molti saggi. L’ultimo è Ma dove vivi? La città raccontata.
Continua l’indifferenza della «politica» per la città. Nessun programma si occupa della questione, neanche quello della Sinistra. Non ti pare che questa indifferenza sia molto grave, non solo per la città ma per la stessa qualità della politica, essendo la città il luogo della «condensazione», delle contraddizioni e ineguaglianze della nostra società?
È grave e incomprensibile. Non solo per le ragioni che dici tu, ma anche perché la città è il luogo della possibile speranza. Le contraddizioni e le ineguaglianze possono essere risolti in tanti modi: emarginandone i portatori, cioè espellendo e ghettizzando i soggetti più deboli oppure trasformando la protesta che nasce dal disagio e dalla sofferenza in una carica di rinnovamento. La prima strada è quella seguita dalle destre italiane (quella di Berlusconi e quella di Veltroni), che la persegue abbandonando la città al mercato, al potere degli immobiliaristi, alla deregolamentazione e alla rinuncia del potere pubblico. Non afferrare il nodo della questione urbana significa perciò per la sinistra abdicare a una delle poche possibilità di rappresentare un’alternativa.
D’accordo, anche perché nella città si costruisce il senso collettivo, senza il quale non c’è politica, non c’è rappresentanza, ma solo rappresentazione. Si dice che l’intervento pianificato nella città sia di ostacolo allo sviluppo, alla crescita, fa fuggire investitori, mentre noi insegniamo che un intervento ordinatore crea opportunità non di speculazione ma di crescita ordinata, quindi socialmente più produttiva. Come mai questo semplice concetto non riesce a fare breccia nell’opinione pubblica?
Se andiamo al fondo delle cose troviamo che esistono concetti e connessioni che non sono veri, ma sono diventati, nell’ideologia corrente, verità assolute. Tra queste due pesano particolarmente nell’annebbiare e distorcere la consapevolezza della condizione urbana. La prima è la convinzione (il dogma) che ci sia una connessione ineliminabile tra sviluppo economico dell’economia data (ritenuta l’unica ipotizzabile), crescita di determinate grandezze (quelle misurate con il termometro del Pil), e il mercato (cioè la libertà per qualsiasi proprietario di qualsiasi cosa di farne ciò che vuole). È solo il mercato che consente, attraverso la crescita, di conseguire uno sviluppo (quello sviluppo). Quindi, viva il mercato. Questo dogma è anche molto comodo perché rinunciare, nel campo dell’organizzazione urbana, alla pianificazione e abbandonarsi alla spontaneità del mercato riduce la responsabilità del politico, e gli consente di giocare a tutto campo sulla «scena urbana» per svolgere il suo ruolo di «rappresentazione». La seconda verità è l’annebbiamento di una delle due componenti ineliminabili della natura dell’uomo moderno, cioè della sua dimensione pubblica. La bilancia si è nettamente spostata sulla dimensione individuale (vedi Richard Sennett, Il declino dell’uomo pubblico). Questo è nefasto per la città, la quale può esistere, può essere trasformata secondo una logica olistica (quale è quella che la città necessariamente richiede) solo se l’uomo si sente ed è cittadino. Ove si riduca a cliente, tutto è perduto.
Ma c’è una realtà non eliminabile: nella città ci si rende conto che non tutto può essere risolto individualmente, la dimensione non solo della collettività ma anche della soluzione collettiva di molte nostre necessità si tocca con mano. Non ti pare che mettere in evidenza, politicamente, questa dimensione sia anche un modo per combattere il declino dell’«uomo pubblico»?
Non c’è dubbio. Ma quella che tu chiami «realtà non eliminabile» è stata eliminata dalla maggioranza delle coscienze. Perciò credo che ci sia da compiere in primo luogo un duro lavoro culturale, non più solo sulle élites universitarie; perciò ho scritto quel libro che hai citato all’inizio, che è rivolto a tutti. Perciò credo che uno dei pochi segni di speranza siano in quei comitati, gruppi, associazioni che nascono per affrontare insieme un, sia pur piccolo, problema comune nell’assetto della città. Si tratta di lavorare perché imparino a passare dal particolare al generale e poi dal sociale al politico, perché solo in una politica rinnovata c’è un futuro accettabile.
Com’è oggi la situazione delle diverse città? Un tempo alcune erano esaltate per il loro livello di pianificazione e di crescita ordinata. Oggi la situazione è ancora articolata e differenziata?
Molto, molto meno che nel passato. C’è una forte tendenza all’omogeneizzazione. La politica come spettacolo, l’amministrazione come rappresentazione, la ricerca di uno «sviluppo» a qualsiasi costo, perfino l’introduzione della concorrenza contro le altre città come impegno decisivo (ecco un’altra applicazione ideologica del mercato a realtà che col mercato non c’entrano), tutto questo mi sembra caratterizzare le città italiane in modo generalizzato. Ricordo sindaci che legavano il loro ruolo e il loro orgoglio al fatto di aver dato alla loro città un buon piano regolatore, pur sapendo che gli effetti di quel progetto di città si sarebbe visto a lunga scadenza. Oggi anche le istituzioni, come la politica, sono appiattite sul breve periodo: quello spendibile alla scadenza del mandato amministrativo. Del resto, se non c’è più un progetto di società come può esserci un progetto di città?
Oggi la città si estende nel territorio, dando luogo a nuove conformazioni urbane. La comprensione del fenomeno è ancora non piena, la discussione sugli strumenti vaga. Ci si riferisce con insistenza al «piano di area vasta», ma senza un’autorità in grado di governarlo rischia di essere solo una speranza. Lo sviluppo urbano nel territorio quali problemi pone al pianificatore?
Invece di città e territorio, da vedere come due entità separate, preferisco parlare dell’ambiente della nostra vita sociale come territorio urbanizzato. I principi da seguire, e anche le regole, secondo me sono le stesse nell’affrontare le trasformazioni della città e quelle del territorio. Non pone quindi problemi nuovi dal punto di vista metodologico, ma semplicemente problemi diversi dal punto di vista dei fenomeni. Direi che gli urbanisti avevano compreso che i fenomeni urbani richiedevano una capacità di controllo e di governo a livello di area vasta. La politica non li ha seguiti. Pensa allo stesso tentativo di riforma della legge 142 del 1990, che prevedeva un riordinamento dell’assetto territoriale in funzione del diverso assetto delle urbanizzazioni. Una riforma modesta, che comunque poteva permettere (attraverso le città metropolitane in alcune aree, un nuovo ruolo delle province altrove) di governare i fenomeni di diffusione. Ma si è ritenuto che fosse complicato modificare i cristallizzati equilibri politici tra comuni maggiori e minori, comuni grandi e province e così via. Si è preferito non applicare la legge. Si è lasciato che l’espansione delle città, abbandonata agli interessi fondiari e allo spontaneismo, provocasse quelle nuove estese periferie a bassissima densità (e altissima domanda di energia) che conosciamo.