SULL’APPARENTAMENTO TRA VITALI E UDC: “CIO’ CHE NON SIAMO, CIO’ CHE NON VOGLIAMO”.

15 Giugno , 2009
EUGENIO PARI

Eugenio Pari

Di Eugenio Pari

Vitali e il Pd hanno deciso l’apparentamento con l’Udc al ballottaggio del 21 giugno. Una scelta già sottoscritta da Verdi – Sd con la promessa di ottenere rispettivamente un assessorato in provincia e uno nel comune di Riccione. Pdci e Sinistra critica hanno con orgoglio dichiarato la propria contrarietà all’accordo, mentre Rifondazione ancora non si è espressa, ma spero possa fare anch’essa uno scatto d’orgoglio.
Quello che colgo è che il collante di questo guazzabuglio non è porre un argine al “berlusconismo” ma la promessa e per altro verso la bramosia di posti e prebende. L’accordo Pd – Udc a Rimini si appresta ad essere il prototipo dei futuri assetti in regione nel 2010 e in comune nel 2011, uno schema che prevede di scaricare la sinistra ormai del tutto inutile anche dal punto di vista elettorale.
Si badi: non voglio assolutamente sostenere l’astensione, voglio solo inviare un appello accorato ai dirigenti locali dei partiti della sinistra affinché facciano riconsiderare questo accordo, richiamando Vitali al coerenza con le dichiarazioni che egli stesso faceva all’indomani del voto, diceva infatti: “Sono carico. Non faremo accordi con nessuno”.
La sinistra in questa fase può rilanciare la propria funzione e un proprio ruolo attraverso il rifiuto dell’alleanza con l’Udc, indicare una propria autonomia, una battaglia di estrema difesa dei principi che hanno ispirato il centrosinistra, è l’ultima occasione per marcare la propria autonomia dal Pd e per non cedere ai diktat di un partito che muore dalla voglia di far fuori la sinistra. Vitali ha detto che questa scelta si colloca nella tradizione del centrosinistra riminese, che vide addirittura l’alleanza tra Pci e Dc: falso! Questa è solo una operazione di trasformismo che getta a mare i principi ispiratori del centrosinistra. Il Pd ha tenuto in ostaggio, disanguato e oggi venduto la sinistra non per battere le destre, ma solo per una visione patologica del potere. Un potere in nome del quale vale la pena sacrificare qualsiasi profilo programmatico, un potere che per alimentarsi si è basato su un consociativismo in cui Lombardi ed il Pdl stavano dall’altra parte del tavolo.
Ripeto: non sostengo l’astensione o fughe aventiniane. L’Udc, infatti, in termini numerici è ininfluente per le sorti del candidato di centrosinistra e qualora essa decidesse un accordo con Vitali, gli elettori dello scudo crociato mai e poi mai voterebbero per una coalizione dove ci sono i comunisti. Sicché il candidato del centrosinistra un minuto dopo aver varcato la sede di corso d’Augusto darebbe il benservito a quella sinistra che, a sua volta, avrebbe irrimediabilmente portato a termine un processo di mutazione genetica che la condurrebbe verso l’estinzione politica e culturale. L’accordo Casini – Errani che trova in Rimini un laboratorio e che si profila per essere il viatico di future alleanze in regione, prevede una conditio sine qua non: escludere la sinistra. Se la sinistra non saprà rifiutare questo patto scellerato, che in termini di politiche di governo si tradurrà in una sostanziale omologazione tra Pd e Pdl, segnerà la propria fine, scegliendo di allearsi con l’Udc la sinistra sceglie, di fatto, l’albero a cui impiccarsi.
Si deve chiaramente dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, infatti nonostante l’ottenimento o meno di posti il profilo di una alleanza, di fatto, sancisce anche la sostanza dell’azione di governo che quella compagine può sprigionare o meno.
Di fatto non si tratta di garantire un programma avanzato di sinistra, ma solo alimentare la speranza che qualcuno a sinistra pro domo propria possa vedere avverate le promesse di assessorati, prebende, ecc. che gli sono state presentate. Dopodichè: credere che l’Udc possa sedersi in una giunta dove ci sono assesssori che si dichiarano comunisti o, semplicemente di sinistra, significa credere alle favole e volere far credere alle favole. La sinistra deve e può contare solo sulle proprie forze sapendo che mai potrà arrivare il soccorso scudocrociato, risparmino ai propri elettori questo ennesimo supplizio. Chi siederà al tavolo della trattativa, cercando di rappresentare le istanze del popolo della sinistra, faccia una scelta di dignità, che è anche l’unica scelta possibile, dica chiaramente: o noi o l’Udc. Al popolo della sinistra che cosa vogliamo dire: che basta dichiararsi di sinistra per svolgere un’azione popolare di governo? Che tutto è finalizzato al governo, quando per governare bisogna sedere a fianco di coloro che abbiamo osteggiato fino a ieri, all’Udc che all’inclinazione confessionale più spinta riesce ad unire l’ultraliberismo in economia? A tutto c’è un limite e oggi, la sinistra, deve saper rispettare questo limite e anche imporlo se occorre, perché questa alleanza stravolge la natura stessa della sinistra al di là della necessaria politica delle alleanze.

eugenio_pari@yahoo.it

Eugenio.Pari@comune.rimini.it


La debolezza della falce e martello

19 Maggio , 2009

Giuliano Garavini,   18 maggio 2009, 13:20Falce_e_martello

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=12097

Dibattito Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L’obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo. Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico

Un intervento su questo tema deve partire da una premessa fondamentale in questa epoca di revisionismo storico. Io considero che l’Unione Sovietica non sia identificabile unicamente con il sistema della “purghe” staliniane, con un meccanismo economico asfittico che ha prodotto inquinamento e scarsità di beni alimentari e di consumo o con la sostanziale assenza di partecipazione democratica. Sono convinto che l’Unione Sovietica abbia parlato anche all’Europa Occidentale forzandola a muoversi verso un sistema di democrazia sociale dopo la seconda guerra mondiale, condivida il merito storico della vittoria militare sul Nazismo e sul Fascismo e abbia saputo parlare ben oltre i confini europei: aiutando lo sviluppo di movimenti di liberazione nel Terzo Mondo, così come la richiesta da parte di questi paesi di maggiori aiuti economici. Si tratta comunque di un dibattito, quello sul ruolo storico del comunismo sovietico, che sarebbe più saggio lasciare agli storici che utilizzare come moneta nella polemica spiccia del quotidiano.

Detto questo dirò anche che oggi, nel maggio 2009, in Italia, la “falce e martello”, per quanto riconosca la sua gloria passata in Italia e altrove, non ha una vera potenzialità rivoluzionaria e resterà il simbolo di un piccolo movimento politico. Chi continua ostinatamente a sventolarne la bandiera tradisce, e non tutti lo fanno in buona fede, l’obiettivo di fondo di una rivoluzione vincente dei più deboli contro i più forti, dei proletari contro i capitalisti.
Non è solo un fatto di percezione comune. Non sono solo le statistiche che sembrano indicare che, così come nel caso di altri gruppi sociali, anche gli operai guardano con simpatia alle destre. L’obsolescenza della falce e martello non deriva dal mercato mediatico che non le dà spazio, dal leaderismo che permea i nuovi schieramenti politici e non deriva nemmeno dalla strisciante rivalutazione in atto del Fascismo.
Il problema è ancora più strutturale e arriva fin dentro il mondo economico. Un mondo che per i comunisti ha avuto sempre la priorità sulla concezione dei diritti, sulla dinamica delle istituzioni politiche e delle idee. Il problema consiste nel fatto che i comunisti di oggi non si sono confrontati fino in fondo con la fine dell’Unione Sovietica, con i limiti delle loro parole d’ordine e alcune debolezze della loro analisi economica.

Si dice conflitto fra capitale e lavoro. Certo, giusto, questo conflitto non è sparito ed è oggi più vivo che mai, come dimostra il modo il cui si reagisce alla crisi economica in atto: cioè salvando il capitale e mandando a casa i lavoratori. Il capitale è sempre più forte, si mangia fette crescenti del Prodotto interno e la necessità di salvarlo prevale di gran lunga sugli interessi dei lavoratori, così come gli interessi dei paesi più dotati di capitale prevalgono sugli interessi dei paesi che ne sono privi. Il problema è che i comunisti non possono più indicare il Sole dell’Avvenire, perché non sanno più quale sia. A chi dicesse che il Sole dell’Avvenire è la proprietà dello Stato delle grandi banche, dei mezzi di produzione, nonché di tutti i servizi offerti al cittadino, come ho sentito ripetere ad “Annoa Zero” da Diliberto, io risponderei che, non poco, ho smesso di credere che questa alternativa sia, in definitiva, auspicabile. Lo Stato, e lo dimostrano le condizioni di precarietà che vivono i giovani italiani nelle strutture pubbliche, così come lo dimostra il fatto che il governo della Merkel ha dato vita al più grosso debito pubblico del dopoguerra, si comporta esattamente come gli altri padroni. E non è detto che fornisca una qualità migliore. Questo è stato purtroppo il punto debole del socialismo reale: alla fine dei giochi gli operai polacchi, avendo lo Stato come padrone, lavoravano negli anni Ottanta in condizioni più disperate dei loro omologhi nei paesi dell’Europa occidentale. Mentre il Primo Maggio in Europa occidentale era una ricorrenza viva, sentita, combattiva, in Europa dell’Est era una pratica triste e vuota perché i sindacati erano un braccio del pauroso potere dello Stato e dei suoi gestori.
Le soluzioni devono essere, credo, nuove e devono includere un definitivo superamento dell’idea di pervasiva proprietà statuale. Serve per esempio una proprietà pubblica delle reti, ma è giusto che chi utilizza questi reti possa essere un privato, una cooperativa, un ente locale o altro. Facciamo l’esempio dell’elettricità. Come prospettiva futura sarà essere mille volte meglio un sistema con migliaia di piccoli produttori di energia elettrica pulita, serre fotovoltaiche, pale eoliche così come grandi centrali, tutti connessi attraverso un sistema di reti pubblico, magari coordinato a livello europeo e fortemente slegato dal controllo dei partiti politici. Questa è stata una bella lezione di internet finché dura: i produttori di conoscenza sono tanti e la rete è sostanzialmente pubblica. Ma un nuova ENEL, che produce mastodontiche quantità di energia elettrica, gestisce le reti e poi sistema nei ruoli dirigenti gli amici dei partiti, mah! Servono battaglie radicali e senza esitazioni per conservare pubbliche tutte le reti, nonché quei beni come l’acqua che sono comuni, ma occorre liberarsi in modo definitivo dall’idea di centralizzazione statale della produzione di tutte le merci e i servizi.

Poi vi è il grande tema della lotta di classe. La falce e martello richiama la lotta degli operai e degli agricoltori contro i padroni e i proprietari terrieri. C’è una disperata necessità di estendere questa lotta di classe oltre i confini mai possibilmente immaginati dai comunisti. O meglio pensata da quella parte dei comunisti, come il gruppo dei “quaderni rossi” a Torino, che sono sempre stati minoranza e che erano abituati a ragionare seguendo da vicino le innovazioni nel mondo economico. Bisogna pensare come mettere insieme precari della ricerca, avvocati schiavizzati, immigrati, precari dell’industria, operai, piccoli imprenditori si sé stessi con partita IVA, lavoratori nei servizi, aziende in subappalto. La falce e martello con tutti questi può essere una garanzia di radicalismo, ma non può vincerne i cuori e le menti perché siamo di fronte ad una nuova classe lavoratrice molto più formata (anche se non sempre più educata) di quella degli anni ‘20, ma anche degli anni ‘50 del Novecento.

Se si riuscirà mai convincere tutti questi novelli sfruttati, la mia impressione è che questi vogliano, al di la di garanzie solide e redditi decorosi, anche usufruire di massima libertà di movimento e di partecipazione. Bisogna mettere in discussione l’assenza di democrazia nel mondo dell’impresa privata, non per delegare tutto allo Stato, ma per una partecipazione diretta di chi è dipendente nelle strutture in cui lavora. Partecipazione non vuol dire partecipazione azionaria, vuol dire che si prendono direttamente le decisioni e si gestiscono i meccanismi della produzione.
Non basta aprirsi ai movimenti per affiancarli al Partito. Bisogna mutare la propria strategia politica. E’ questo aveva solo in parte capito Bertinotti quando aveva creato Sinistra europea come strumento per aprirsi ai movimenti, per poi restare il solo a decidere dalla A alla Camera. Serve molto di più. Che so creare leghe settoriali per difendere tutti i beni comuni, organizzare la massiccia propaganda per referendum europei, sottoporre le decisioni importanti del Partito a referendum su internet, e serve che tutto questo sia fatto in nome di una vocazione al futuro e non al passato. Vocazione al futuro che è sempre stata la matrice storica dei movimenti socialisti e comunisti.

Un’ultima ragione della debolezze della falce e martello, in prospettiva futura, riguarda l’Europa e le prossime elezioni europee. Tutti i partiti della “nuova sinistra europea”, quelli che si sono battuti con successo contro la Costituzione di Giscard d’Estaing, hanno abbandonato i simboli comunisti. Questo vale per il Partito socialista in Olanda che ha preso come simbolo un pomodoro e ha il 20 per cento dei seggi in Parlamento. Vale per “die Linke” in Germania che mette in difficoltà la socialdemocrazia e vale per il Nuovo partito anticapitalista di Besancenot in Francia. E’ possibile che l’Italia sia sempre così diversa da tutti gli altri grandi paesi europei?


Papi Silvio e papa Joseph

10 Maggio , 2009

Di Michele Serra

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/papi-silvio-e-papa-joseph/2081696/1&ref=hpsp

 Nel gennaio 2012, Berlusconi chiederà al Pontefice l’annullamento del suo matrimonio: una palese dimostrazione del suo profondo attaccamento ai valori cattolici Joseph RatzingerSettembre 2011 La terza moglie di Berlusconi, la suonatrice di nacchere Vanita Lopez, con una clamorosa lettera a ‘Repubblica’ rivela tutta la sua amarezza. In due mesi di matrimonio ha visto il marito una sola volta, alle sei di mattina, in piedi accanto al letto, attorniato dalla scorta, che le spiegava di dovere uscire per andare al cinema insieme all’ex autista di Craxi. “Gli ho detto che non gli credevo”, scrive la signora, “perché a quell’ora i cinema sono chiusi. Mi ha risposto che si trattava di un cinema di Tokyo. Solo dai telegiornali della sera ho appreso la verità: si trovava sul lungomare di Rapallo con miss Universo, sua candidata per la presidenza della Regione Liguria. Gli ho telefonato per chiedergli come è possibile che miss Universo,che è bielorussa, governi la Liguria. Mi ha risposto che io sono boliviana eppure mi ha appena nominata rettore della Sapienza. Ha sempre la risposta pronta. Non so più che cosa fare”. Gennaio 2012 Berlusconi chiede al papa l’annullamento del suo matrimonio, per dimostrare il suo profondo attaccamento ai valori cattolici. Il papa glielo concede con la formula del ‘tre per due’: annullando i due primi matrimoni, decade anche il terzo. Per festeggiare, Berlusconi presenta al papa la sua quarta moglie, raccontando, tra le risate delle guardie svizzere, di averla sposata il giorno prima a Las Vegas. Si tratta di una cantante di bossa nova della quale non ricorda il nome. La settimana dopo la signora scrive a ‘Repubblica’ una lettera molto toccante, nella quale rivela di non sapere nulla del matrimonio e di essere felicemente sposata con un narcotrafficante. “Ero in udienza con mio marito in Vaticano”, spiega la donna, “e ho visto un uomo vestito di blu che mi indicava al papa facendo gesti ammiccanti con le mani. Non sapevo che fosse Berlusconi, e soprattutto non potevo immaginare che stesse dicendo al papa che io ero sua moglie”. I portavoce di Berlusconi la smentiscono, spiegando che è stato frainteso: credeva che la signora fosse l’ex autista di Craxi. Maggio 2014 Berlusconi sposa in quinte nozze un bagnino californiano con un matrimonio gay a Malibù. La festa, alla quale partecipa tutta la comunità gay mondiale, è una memorabile orgia con ballerini del Bolscioi, pitoni, oppio ed elefanti, dura tre giorni ed è ripresa dalle televisioni di tutto il mondo. La mattina del quarto giorno Berlusconi dice di essere stato frainteso e annuncia il sesto matrimonio con la classica ragazza della porta accanto. La fortunata è Bamby Cucchiarozzi, sedicenne di Nettuno, che un mese dopo scrive un sms al direttore di ‘Repubblica’ annunciando il divorzio per gravi incomprensioni: Silvio non le aveva detto di avere già una relazione con la madre e la nonna. Novembre 2020 Nella giornata mondiale della Famiglia, il papa riceve in Vaticano Berlusconi che gli rivela di essere ancora vergine e di essere sempre stato frainteso. Aggiunge di avere otto figli naturali, tre dei quali ex autisti di Craxi, di chiamarsi in realtà Gennaro e di essere un transessuale. Di essere un terziario francescano. Una donna bulgara. La reincarnazione di Tamerlano. L’autista di Craxi. Il papa dimostra comprensione e lo addita come esempio preclaro di marito e padre affettuoso, anche se non si capisce bene di chi. L’elettorato cattolico, entusiasta, lo acclama e lo vota in massa. Berlusconi si affaccia, a fianco del papa, in piazza San Pietro, con un frac di raso giallo, e agita il cilindro in segno di saluto. In tutta la piazza, decine di cartelli con la scritta ‘ciao papi’. Marzo 2037 Azionato da un sistema di stantuffi e microchip, Berlusconi si esibisce al G8 nel numero della ‘trivella umana’ appreso in gioventù nei quartieri porno di Amsterdam. In conferenza stampa, ancora nudo, spiega di essere stato frainteso e annuncia il suo ventiduesimo matrimonio con se stesso, appena clonato. I due sposi saranno in bianco. (07 maggio 2009)


Allarme Pd: Cipputi vota a destra

6 Maggio , 2009

C.R., 04 maggio 2009, 17:47cipputi1

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Flussi elettorali. Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto conferma le tendenze emerse dalle elezioni del 2008 e registrate dalle più autorevoli analisi dei flussi elettorali. Per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra, che ha riguardato anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: “Oltre il 43 per cento dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare Pdl e quasi il 15 per cento Lega. Solo il 22 per cento preferisce il Pd” (-5,9 per cento rispetto all’aprile 2008)

Gli operai votano a destra. Non è una novità assoluta: il “sorpasso” era già avvenuto alle elezioni dello scorso anno quando per il 31,6 per cento scelsero il Pdl e per il 28,3 il Pd. Ma adesso la situazione – stando almeno all’ultimo sondaggio Ipsos pubblicato dal Sole 24 ore – è diventata drammatica.
Il voto operaio di destra “doppia” infatti quello democratico: 43,4 per cento contro il 22,4.

Dai rilevamenti Ipsos c’è più di un motivo di allarme per il Pd e il centrosinistra. Pdl e Lega supererebbero assieme la soglia del 50 per cento: 40 per il partito del premier, 10,3 per quello di Bossi. Il Partito Democratico si attesterebbe al 26,2 per cento, Di Pietro al 9, l’Udc sale a 6 per cento, mentre il duello nella sinistra radicale vedrebbe avanti Rifondazione-Pdci col 3,5 rispetto al 2,5 di Sinistra e Libertà.

Tra le categorie sociali, il Pd “mantiene” solo gli studenti (33,3 per cento, contro il 31,3 del Pdl) e gli impiegati e insegnanti (29,2 contro il 28,8). Per quanto riguarda il sesso la maggioranza dei suoi elettori sono donne, così come accade – e ancora più marcatamente – per il Pdl. Il partito di Berlusconi è in maggioranza tra le professioni elevate, i lavoratori autonomi (addirittura il 57,2 contro il 15,1), le casalinghe (50 a 20,2) e addirittura tra pensionati (38,7 a 33,4) e disoccupati (39,8 a 19,3).

Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto conferma dunque le tendenze emerse dalle elezioni del 2008 e puntualmente registrate dalle più autorevoli analisi dei flussi elettorali. Per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra, che ha riguardato anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: “Oltre il 43 per cento dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare Pdl e quasi il 15 per cento Lega.
Solo il 22 per cento preferisce il Pd” (-5,9 per cento rispetto all’aprile 2008).

Sembrerebbe continuare dunque quello spostamento di consensi da sinistra a destra, che interessa anche i settori più deboli della popolazione italiana (operai e disoccupati), individuato da Itanes (Italian National Elections Studies, uno dei più autorevoli istituti di ricerca sui comportamenti elettorali e le opinioni politiche) tra le cause del “ritorno di Berlusconi” e della sconfitta del Pd alle politiche del 2008.

Il rapporto Itanes sui flussi elettorali, pubblicato da “Il Mulino” nel novembre scorso, ha infatti rivelato un fatto del tutto nuovo. Dal 1994 al 2006 – da quando l’Italia è entrata nella cosiddetta “Seconda Repubblica” e le competizioni elettorali sono dominate da due grandi coalizioni (il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra ulivista) – le elezioni politiche erano state decise sostanzialmente dagli astensionisti. Di volta in volta, elettori di destra o di sinistra delusi dalle performance della propria coalizione decidevano di fatto, rimanendo a casa, la vittoria dell’altra.

Cos’é accaduto, invece, il 12 e il 13 aprile 2008? Mentre “nel 2006 le due aree politiche che si sono date battaglia con alterne vicende dal 1996 in poi erano alla pari quanto a voti validi, nel 2008 c’è stato un divario di oltre 4 milioni di voti”. Ma il fatto nuovo è che nel 2008, per la prima volta, un numero importante di voti si è spostato da sinistra verso destra (circa il 3 per cento rispetto alle precedenti politiche del 2006). Secondo Itanes, oltre ad un 4 per cento complessivo di elettori del vecchio centrosinistra rifugiatisi nell’astensione, “le formazioni di centrosinistra – scrivono gli autori – accusano un saldo negativo tra i flussi di mobilitazione e smobilitazione pari a circa il 4 per cento dell’elettorato… mentre il Pd perde a favore dei partiti di centrodestra circa il 10 per cento di coloro che avevano votato nel 2006 per l’Ulivo”.
Ciò significa che un 3 per cento abbondante dell’intero elettorato (circa un milione di voti) ha cambiato schieramento, passando dal Pd al PdL+Lega, determinando così la vittoria di questi ultimi.


Rimini la città più cara in Italia

6 Maggio , 2009

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Rimini è la città dove la vita costa di più che in ogni altra città italiana. A diffondere i dati su una realtà che tutti i cittadini, specie quelli coi redditi più bassi, conoscono da tempo è l’autorevole Sole 24 Ore.
La scelta di realizzare grandi centri commerciali che nelle intenzioni dell’Amministrazione a partire dal 2003 avrebbe dovuto avere un effetto calmierativo dei prezzi si è dimostrata, alla luce di questi dati, del tutto fallimentare. Come se non bastasse questa amministrazione ha deciso di costruire altri centri commerciali che producono attraverso l’istituzione di cartelli sui prezzi un regime a tutto discapito delle famiglie e una occupazione sempre più precaria e dequalificata.
Il modello di sviluppo di questa città va profondamente rinnovato, occorre una rifondazione delle politiche di crescita, cosa che è molto difficile da fare per chi da tanti, troppi, anni detiene un potere che basa il proprio consenso sul consociativismo e sull’arrendevolezza del soggetto pubblico rispetto alle pressioni dei poteri forti economici.
Questo tema, piuttosto che le polemiche interne ai partiti, dovrebbe essere al centro della campagna elettorale, invece si registra la totale assenza dei candidati nell’esprimere una pur deoble proposta o idea.
Occorre che anche a livello locale si creino direttori sui prezzi a cui far partecipare associazioni dei consumatori, dei sindacati e dell’associazionismo sociale in cui i comuni si facciano parte diligente per sostenere patti con i produttori e i commercianti al fine di mantenere stabilità dei prezzi almeno per le categorie a basso reddito.


Diritto di critica

6 Maggio , 2009
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Escher hands

Vogliamo innanzi tutto esprimere piena condivisione e sostegno alle valutazioni dell’Ordine degli ingegneri in merito ai progetti per il lungomare.
Le loro valutazioni critiche sono le stesse che da tempo cerchiamo di portare avanti  nei confronti delle scelte dell’Amministrazione Comunale.
Le pesanti critiche rivolte all’Ordine degli ingegneri da parte dell’ing.Massimo Totti responsabile del Settore Infrastrutture, Mobilità e Ambiente del Comune di Rimini, ci sembrano inopportune in quanto è bene ricordare come nella deontologia di un pubblico dipendente il compito principale è quello di realizzare gli indirizzi politici dell’ente.
Vogliamo peraltro rimarcare un fatto e cioè che se fino ad oggi ritenevamo che il rifiuto delle critiche riguardasse alcuni amministratori, oggi dobbiamo constatare che questo atteggiamento pervade anche apparati burocratici dell’amministrazione. Un comportamento che va stigmatizzato. A tal proposito ci sentiamo in dovere di esprimere sostegno e apprezzamento nei confronti di tutti coloro – singoli cittadini, enti, ordini, associazioni ecc. – che, nonostante il rifiuto di un confronto aperto e democratico da parte dell’amministrazione, auspichiamo che possano e vogliano continuare  a manifestare la propria opinione pubblicamente, noi, fin da ora, ci impegniamo a tenere aperto un dialogo franco e sereno con tutte le componenti della società riminese.
I progetti di finanza registrano sempre maggiori critiche, principalmente perché sono stati calati dall’alto trascurando qualsiasi processo partecipativo e di coinvolgimento della città e delle sue componenti sociali ed economiche.
Riscontriamo che di fronte alle critiche crescenti per proposte che prevederanno ulteriori colate di di cemento e, fatto ancor più grave, che privatizzeranno una delle parti più pregiate di territorio pubblico registriamo da parte degli amministratori atteggiamenti di crescente chiusura.
A nostro avviso Rimini non necessita di interventi al di fuori di proposte slegate da pianificazione, ma necessita di progetti e programmi che sappiano far riconquistare il ruolo di leadership della nostra città nel turismo e fare di Rimini un esempio di città ecologica.
A Rimini la rendita da tempo ha preso il sopravvento nell’economia cittadina condizionando pesantemente la maggior parte delle imprese caratterizzate da una conduzione familiare e che, pertanto, vivono del proprio lavoro. Di fronte a decisioni imposte dall’alto queste imprese così come l’economia cittadina rischiano di essere colpite duramente ed espulse dal tessuto economico e sociale di cui per decenni hanno costituito uno degli assi portanti, senza che vi sia alcun tipo di vera innovazione.
È nostra ferma intenzione impegnarci per riempire quegli spazi di partecipazione reale trascurati dall’Amministrazione comunale, sostenendo incontri e confronti in un clima di serena riflessione e valutazione su questi progetti con la città e con gli operatori, per questo intendiamo promuovere
iniziative pubbliche su questi temi alle quali cui, fin da ora, riteniamo opportuno e utile invitare sia gli amministratori del Comune di Rimini (assessori e consiglieri) e i tecnici dell’Amministrazione.

I consiglieri comunali: Eugenio Pari, Fabio Pazzaglia, Leandro Coccia, Giorgio Giovagnoli


Esternalizzazione mensa. Intervento di Pari, Pazzaglia, Coccia, Giovagnoli

6 Maggio , 2009

‘Il servizio mensa per nidi e materne ha un ruolo educativo non solo mensapratico’. L’intervento dei consiglieri Pari Eugenio, Leandro Coccia, Giovagnoli Giorgio  e Pazzaglia Fabio.

 RIMINI | 02 maggio 2009 | L’intervento dei consiglieri

L’Amministrazione Comunale di Rimini prima di decidere di privatizzare le mense per i bambini dei nidi e delle scuole di infanzia doveva ritenere opportuno ed utile aprire una riflessione anche su eventuali altri i servizi che potevano essere oggetto di una esternalizzazione per avere un quadro complessivo della situazione.
Il servizio mensa per gli asili nidi e le scuole materne non può essere preso in considerazione solo dal punto di vista dell’alimentazione e cioè dei cibi forniti e della loro qualità.
Il servizio mensa svolge anche una funzione educativa, sociale e persino culturale perché è in grado di coinvolgere tutti i soggetti operanti in quelle strutture attraverso un rapporto in cui le diverse funzioni diventano stimoli di conoscenza e di coinvolgimento reciproco. Nessuno è “ideologicamente” contro le privatizzazioni in quanto conveniamo che in alcuni settori esse, non solo sono inevitabili, ma sono anche necessarie perché razionalizzano e rendono più efficienti i servizi ed anche perché dal punto di vista economico producono minor costi e quindi diminuiscono la spesa corrente.
Tanto per intenderci un conto è appaltare all’esterno, per esempio, le busta paga dei dipendenti comunali, oppure la gestione dei servizi cimiteriali, mentre altra cosa è sottrarre alla gestione dell’A.C. un servizio così delicato che ha effetti diretti sulla salute e sulla formazione dei bambini per gli aspetti di cui si diceva precedentemente.
Si può discutere anche attorno alla possibilità di ridimensionare il ruolo diretto del Comune nella gestione di determinati servizi ed anche della sua funzione di organo di controllo ma prima dobbiamo, sempre e comunque, essere in grado di esercitare una vera e propria capacità di controllo.
Mantenere la qualità del servizio senza avere adeguate e sicure forme di controllo è cosa ben difficile. Esistono queste figure attualmente all’interno dell’Amministrazione Comunale ? Esistono all’interno dell’Amministrazione Comunale strutture formate per controllare il rispetto delle norme e la preparazione dei pasti esternalizzati? La delibera che il Consiglio Comunale ha approvato giovedì, con il voto contrario dei firmatari di questo comunicato, è un appalto che supera i 4 milioni di euro, un impegno economico e finanziario quindi consistente. Affidare la gestione di servizi pubblici a privati comporta, a volte, rischi non indifferenti, proprio perché è già accaduto che ad aggiudicarsi i bandi siano state ditte private che sulla carta garantiscono il massimo degli standard qualitativi e al tempo stesso l’offerta economica più vantaggiosa, ma che una volta vinto il bando non sono in grado di mantenere, in buona o cattiva fede, i livelli di qualità promessi.
Prima di decidere di privatizzare le mense l’amministrazione Comunale poteva prendere in considerazione l’eventuale investimento di risorse adeguate in tutte le cucine.
Sembra invece che nel bando saranno incluse le cucine migliori, quelle più dotate di strumentazioni e all’ Amministrazione Comunale rimarranno le più obsolete.
Che il privato debba seguire la logica del profitto o quanto meno di non rimetterci è pacifico, ma il Comune no!
Siamo noi l’Ente deputato alla tutela degli interessi della collettività e non altri. Ci chiediamo come verrà garantita la qualità del servizio se i soggetti privati saranno obbligati in prima istanza a ricavarne profitti a scapito dell’erogazione di un miglior servizio per la collettività.
Alcuni genitori hanno manifestato i loro timori riguardanti la proposta di esternalizzare le cucine in quanto temono che sia l’inizio di un percorso destinato a peggiorare la qualità dell’alimentazione.
Le preoccupazioni riguardano molti aspetti tra i quali la probabile modifica della norma che riguarda la cottura delle pietanze nel senso che i cibi potranno essere cotti con molti giorni di anticipo come è stato proposto in altre città.
Oppure se sarà contemplata la possibilità di scongelare le pietanze col microonde oppure quali saranno le garanzie sull’utilizzo o meno di cibi transgenici.I bambini di fronte a questi scenari futuri riceveranno una sana alimentazione o scivoleranno verso il modello americano del “fast food”? Attorno a queste problematiche i consiglieri di maggioranza dovevano avere la possibilità di discuterne prima che il Consiglio Comunale approvasse la privatizzazione delle mense per i nidi e per gli asili.
Ciò non è avvenuto poiché nell’arco di una decina di giorni la delibera è passata in Commissione e poi in Consiglio Comunale.
Un’ urgenza che non si giustifica in nessun modo perché non ci sono scadenze di legge vincolanti.
Nella seduta di giovedì del Consiglio Comunale abbiamo chiesto il rinvio della delibera per un confronto e una riflessione all’interno della maggioranza.
Nonostante la richiesta fosse stata avanzata da consiglieri di maggioranza ed altri consiglieri di maggioranza avevano manifestato forti perplessità e malcontento perché non avevano avuto la possibilità di discutere l’oggetto, la giunta non ha accettato nessuna mediazione non tenendo conto delle proteste dei sindacati, dei lavoratori e dei genitori.
E questo per una maggioranza di centro sinistra non è certamente un comportamento che va a suo merito.Per tutte queste ragioni abbiamo votato contro la privatizzazione delle mense nei nidi e negli asili del Comune di Rimini.


La politica e i poteri forti a Rimini

28 Aprile , 2009

Esiste un disagio profondo al quale la classe politica che da più di dieci anni

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

Le mani sulla città, 1963 di F. Rosi

sta governando Rimini non è più in grado di dare risposta e soluzione. Esiste un profondo e giustificato senso di delusione nei confronti di una Amministrazione che non ha saputo fare altro che cedere alle pressioni dei poteri forti riminesi, quei poteri legati a quella rendita immobiliare che ha sottratto spazi sempre più grandi alla qualità della vita dei riminesi, quella rendita che ha determinato una impennata dei costi degli immobili, quella rendita che ha tolto occasioni di miglioramento della propria condizione di vita a molti, troppi, cittadini. La debolezza della politica nei confronti del blocco di potere riminese non è una caratteristica solo dell’amministrazione Melucci – Ravaioli, di cui Stefano Vitali rappresenta un asse portante, ma è la caratteristica di una opposizione, di cui Marco Lombardi è stato alfiere, che su queste questioni si è sempre accomodata al tavolo della trattativa riducendo il proprio ruolo all’ottenimento di posti, come per esempio la vice presidenza della Fiera. Per questo ritengo che l’elemento più caratteristico della politica locale sia un consociativismo che ha mortificato le aspettative di cambiamento dei cittadini, che ha soffocato ipotesi di progresso e sviluppo locale, facendo perdere sempre maggiori quote di benessere alla nostra città. La responsabilità, quindi, non può essere imputata solo al centrosinistra riminese ma anche a quella che, almeno teoricamente, avrebbe dovuto essere l’opposizione. Se Vitali e Lombardi non sono le due facce della stessa medaglia, credo, ci manchi davvero poco. Pensiamo alle reazioni di entusiasmo bipartisan sui progetti di finanza del lungomare, manifestate peraltro per il Pdl proprio da Lombardi; o al minuetto che si è fatto per tanti mesi sulla vicenda stadio; pensiamo infine a quella che la scorsa estate ebbi modo di definire come “corrispondenza di amorosi sensi” fra Maurizio Melucci e Formigoni sulla contrattazione edilizia in favore dei grandi costruttori, già in uso da diversi anni a Milano e che si vorrebbe incentivare con ancora maggior decisione a Rimini, una pratica dove il soggetto pubblico perde qualsiasi funzione a garanzia della collettività e dove la città, intesa come merce di scambio e non come bene collettivo, diventa terreno di conquista volto a soddisfare gli appetiti edilizi. Questi fatti non sono del passato, ma una pratica del presente e, ahimé, rischiano di esserlo per il futuro. Sicché Rimini oggi si trova davanti ad un paradosso, cioè: un piccolo gruppo di consiglieri di centrosinistra eletti nelle fila della maggioranza, di cui mi onoro di fare parte, si trovano per coerenza rispetto al programma di mandato a fare quella opposizione vera, non solo sui temi legati all’urbanistica come troppo semplicemente si vorrebbe far passare, ma rispetto a quelle politiche su cui il centrosinistra si attarda in accordicchi con il centrodestra. Una battaglia ideale ma assai concreta vista la posta in gioco, che probabilmente vedrà sconfitto o strumentalizzato chi dicendo questo non ha fatto altro che dire la verità, interpretando quello che tanti cittadini riminesi, elettori, militanti del Pd e della sinistra pensano da tempo. Se il centrosinistra oggi si trova di fronte al rischio più che concreto di perdere diversi comuni oltre che la provincia non è certo per capacità della destra, ma per propria, unica e indiscutibile responsabilità di essersi comportato né più né meno come avrebbe potuto comportarsi una amministrazione di destra, partendo dal tema più importante: lo strapotere di pochi a danno degli interessi collettivi. Ora, di fronte a queste responsabilità storiche che hanno visto perdere funzioni di salvaguardia degli interessi collettivi proprie delle amministrazioni, non basta appellarsi all’amor di patria o al fatto che stanno arrivando i barbari quando bellamente il sindaco Ravaioli ha sostenuto per esempio le norme del pacchetto sicurezza ideato dalla parte più becera del centrodestra, non basta invocare la scelta di campo, occorrerebbe una profonda revisione delle pratiche e un reale cambiamento della compagine governativa cominciando dal mandare a casa coloro che principalmente hanno avuto responsabilità come il vicesindaco Maurizio Melucci. Sappiamo, però, che questa soluzione non può essere che il primo tentativo di dare risposte alla volontà che la società riminese da tempo manifesta di tornare a discutere, confrontarsi sul futuro, sulla qualità del vivere, sulla propria identità e cultura. Sono saliti in molti da destra e da sinistra sul carro vincente che Melucci si è trovato a trainare, visto che tutti si sono più o meno accomodati dalla parte dei vincenti qualcuno per coerenza e per passione, ha invece deciso di stare dalla parte del torto. Vitali vincerà, nonostante la feroce battaglia all’interno del Pd, ma a perdere sarà la nostra città che ancora una volta vedrà vincere il consociativismo che la sta spegnendo.


Mafia a Rimini, parliamone

3 Aprile , 2009

Il Ponte, 3 aprile 2009

francesco_forgione

Francesco Forgione

E’ cronaca di questi giorni: la Romagna e il Riminese non sono esenti dal fenomeno mafioso. Ma come agisce la criminalità organizzata in contesti in cui essa non è “autoctona”? A tali interrogativi cerca di dare alcune risposte il Centro culturale “Paolo VI” organizzando – mercoledì 8 aprile alle 21 presso i Musei della Città - un incontro con Francesco Forgione (già Presidente della Commissione parlamentare antimafia e autore del libro ‘Ndrangheta) e il procuratore di Rimini Paolo Giovagnoli.  A Rimini tra l’altro è sorto da un anno un osservatorio sulla legalità, che proprio in questi giorni si è costituito in associazione: ha svolto un lavoro di raccolta dati sulla criminalità organizzata in provincia negli ultimi 10 anni. Il Centro “Paolo VI” intende dunque fare il punto sullo “stato della mafia”, oggi che se ne parla poco, per cui sembra che il fenomeno sia scomparso o, in parte, risolto. In realtà, la mafia ha una capacità di inquinare l’ordinamento democratico, condizionando la società e l’economia, generando così una vera cultura mafiosa, anche laddove essa non è “indigena”. Per questo è importante non abbasare la guardia a livello di coscienza civica.

Piano casa, siglato l’accordo tra Regioni e Governo

1 Aprile , 2009

Trovato su: http://eddyburg.it/article/articleview/12947/0/356/

 Invitiamo a leggere il testo dell’accordo e l’eddytoriale 121, qui a fianco. Resterete anche voi stupiti, o scandalizzati, dal commento di Errani. L’Unità online, 1 aprile 2009
Qui il testo dell’accordo, e qui il commento di eddyburg

Via libera questa mattina dal governo e dalla conferenza delle regioni al cosiddetto “piano casa”. Nel piano saranno sbloccate le procedure per ampliamenti degli immobili, che però saranno possibili «entro il limite del 20% della volumetria esistente», per immobili che non superino i 1.000 metri cubi e fino a un massimo di incremento di 200 metri cubi. Il tutto secondo le norme regionali, che potranno escludere aree «con particolare riferimento ai beni culturali» e aree «di pregio ambientale e paesaggistico». E’ quanto si legge nell’intesa raggiunta tra governo e regioni.
Il limite di ampliamento sale al 35% nel caso di demolizioni, «con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica e secondo criteri di sostenibilità ambientale». Le regioni, prevede l’intesa, «si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente» agli obiettivi dell’accordo stesso. La validità delle leggi regionali non sarà superiore a 18 mesi. Mentre «entro dieci giorni dalla sottoscrizione dell’accordo il governo emanerà un decreto-legge i cui contenuti saranno concordati con le regioni e il sistema delle autonomie».
L’obiettivo, si legge, è quello «di semplificare alcune norme di competenza esclusiva dello Stato, al fine di rendere più rapida ed efficace l’azione amministrativa di disciplina dell’attività edilizia» e «introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi», sempre «in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale».
Il governo e le regioni, infine, «ribadiscono la necessità assoluta del pieno rispetto della vigente disciplina in materia di rapporto di lavoro, anche per gli aspetti previdenziali e assistenziali e di sicurezza dei cantieri».
«Si tratta di un risultato molto importante al quale abbiamo lavorato intensamente – ha commentato il ministro Raffaele Fitto – abbiamo raggiunto un’intesa condivisa dall’intero governo».
Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre alla soddisfazione, ha sottolineato che l’intesa «è un risultato importante per noi e per il Paese, confermiamo pienamente l’impostazione di quando avevamo detto che il decreto era inaccettabile». Con gli accordi raggiunti oggi «non ci sono scelte che possono compromettere il sistema di governo e la tenuta urbanistica del territorio. Ora però bisogna occuparsi della vera emergenza che è quella di trovare risorse per le famiglie in difficoltà che non riescono a pagare l’affitto, abbiamo 550 milioni di euro, bisogna trovare altre risorse pubbliche e private». Soddisfazione è stata espressa da Errani anche perché nella bozza dell’accordo «non c’è più la vendibilità del 20% e non c’è più il cambiamento della destinazione d’uso».
Errani ha poi sottolineato che i lavori del piano casa saranno svolti nel rispetto delle norme sulla sicurezza e con lavoro regolare e forme di rendicontazione che mettano in chiaro tutti i lavori che verranno fatti. Le Regioni avranno 90 giorni di tempo per emanare, ciascuna, le norme per consentire l’attuazione del piano casa. In extremis si è raggiunto l’accordo per il varo di un tavolo che metta a punto uno studio di fattibilità per verificare quali misure adottare per l’edilizia pubblica. Dall’accordo, infatti, sono sparite «le risorse aggiuntive» che lo Stato avrebbe dovuto apportare, seppure in quantità non determinata.
Al termine del consiglio dei ministri anche Berlusconi ha commentato l’intesa: «Sono soddisfatto per l’accordo raggiunto, un’altra intesa importante dopo quella sugli ammortizzatori sociali. Ringrazio le Regioni per la collaborazione istituzionale, ora ci avviamo a studiare l’altro grande piano per la casa. E’ intenzione dell’esecutivo – ha spiegato Berlusconi – dare il via alla costruzione di ‘new town’ in ogni capoluogo di provincia per mettere a disposizione nuove case, in particolare per i giovani».

Il testo del «piano casa»
(da l’Unità online, 1 aprile 2009)

Ecco il testo dell’accordo sul piano casa siglato la notte scorsa al tavolo tecnico dal governo e dalla conferenza delle regioni, recepito questa mattina dalla conferenza unificata a Palazzo Chigi.

«Rilevata l’esigenza, da parte del governo, delle regioni e degli enti locali di individuare misure che contrastino la crisi economica in materie di legislazione concorrente con le regioni, quale quella relativa al governo del territorio;

visto l’accordo delle regioni e degli enti locali in ordine alle esigenze di fronteggiare la crisi mediante un riavvio dell’attività edilizia favorendo altresì lavori di modifica del patrimonio edilizio esistente nonché prevedendo forme di semplificazione dei relativi adempimenti secondo modalità utili ad esplicare effetti in tempi brevi nell’ambito della garanzia del governo del territorio;

rilevata l’esigenza di predisporre misure legislative coordinate tra stato e regioni nell’ambito delle rispettive competenze;

governo, regioni ed enti locali convengono la seguente intesa:

per favorire iniziative volte al rilancio dell’economia, rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie e per introdurre incisive misure di semplificazione procedurali dell’attività edilizia, lo stato, le regioni e le autonomie locali definiscono il seguente accordo.

Le regioni si impegnano ad approvare entro e non oltre 90 giorni proprie leggi ispirate preferibilmente ai seguenti obiettivi:

a) regolamentare interventi – che possono realizzarsi attraverso piani/programmi definiti tra regioni e comuni – al fine di migliorare anche la qualità architettonica e/o energetica degli edifici entro il limite del 20% della volumetria esistente di edifici residenziali uni-bifamiliari o comunque di volumetria non superiore ai 1000 metri cubi, per un incremento complessivo massimo di 200 metri cubi, fatte salve diverse determinazioni regionali che possono promuovere ulteriori forme di incentivazione volumetrica;

b) disciplinare interventi straordinari di demolizione e ricostruzione con ampliamento per edifici a destinazione residenziale entro il limite del 35% della volumetria esistente, con finalità di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica ed utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e secondo criteri di sostenibilità ambientale, ferma restando l’autonomia legislativa regionale in riferimento ad altre tipologie di intervento;

c) introdurre forme semplificate e celeri per l’attuazione degli interventi edilizi di cui alla leggera a) e b) in coerenza con i principi della legislazione urbanistica ed edilizia e della pianificazione comunale. Tali interventi edilizi non possono riferirsi ad edifici abusivi o nei centri storici o in aree di inedificabilità assoluta.

 

Una mia lettera sul tema pubblicata dal Corriere di Rimini del 31 marzo 2009

 LETTERA APERTA SUL PIANO CASA

di Eugenio Pari, consigliere comunale Rimini

Con il Piano casa il Paese si sta preparando a diventare un cantiere al di fuori da qualsiasi idea di pianificazione, il che significa ancora una volta tutelare gli interessi della rendita a discapito dei cittadini.
Aumentare indiscriminatamente del 20% gli immobili esistenti e addirittura fino al 35% nel caso di demolizione e ricostruzione, significherebbe rendere ancora più invivibili le nostre città. Invece occorre sostenere una politica di accesso al diritto all’abitazione per quelle classi che vivono ancora più difficoltà a causa della pesantissima crisi che sta attraversando l’Italia.
Seicentomila famiglie sono escluse dal mercato della casa, sostenere che aumentando le costruzioni si aumenta anche la possibilità di reperire abitazioni per queste famiglie è una falsità del tutto priva di logica e di attinenza con i fatti. O sostenere come ha fatto il Presidente nazionale dei
costruttori che gli alloggi di edilizia popolare dovrebbero durare al massimo 20 anni esprime chiaramente che il problema per la destra non è che i comuni e i cittadini sono in ginocchio a causa dell’economia di rapina, il problema è che gli alloggi popolari sono costruiti con criteri troppo generosi. Dunque le persone sono merci e, come tali, vanno trattate. Di fatto il futuro delle città viene affidato agli speculatori e se si pensa che gli immobili industriali in disuso, posti generalmente nelle periferie delle città, potranno, grazie a queste disposizioni legislative, trasformarsi in condomini determinerà ancora di più la chiusura di impianti produttivi in
favore della rendita immobiliare. Guardiamo per esempio a cosa è successo a Rimini: la Ghigi poco tempo fa ha chiuso lo stabilimento in attivo e produttivo con l’obiettivo o prima o dopo di compiere una operazione edilizia su quell’area, quanti saranno gli imprenditori che faranno la stessa cosa visti i tempi di “vacche magre” nel comparto manifatturiero? Oggi alla Ghigi si potrà finalmente compiere l’operazione urbanistica che la proprietà aveva in mente quando decise di chiudere.
Ma c’è di peggio, la possibilità di cambio di destinazione d’uso varrà anche per il commercio. È stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione e la debolezza delle amministrazioni locali a disseminare il territorio di centri commerciali, oggi che sono in crisi per i protagonisti dell’economia della rendita sarà meglio riconvertirli in alloggi. Una città vivibile non nasce da
queste logiche, così si crea paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base delle volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.
Quello che molte amministrazioni, anche a guida Pd, hanno sempre praticato, cioè la mercificazione del territorio e la contrattazione degli interventi urbanistici, trova oggi, dopo anni di teorizzazione in strumenti come per esempio i project financing, una conferma dal punto di vista normativo.
Sostenere quello che sostiene il candidato presidente Vitali, cioè che il problema sia quello dello snellimento delle procedure, è lo stesso punto di partenza da cui è partito il governo nel partorire questo obbrobrio legislativo e conduce alle stesse conclusioni. Le procedure aggravate e complesse in urbanistica, che peraltro hanno già ricevuto negli anni notevoli snellimenti in favore dei costruttori, sono a garanzia del territorio. Il territorio dove, garantendo comunque i diritti del privato, deve comunque essere considerato un bene collettivo per tutelare le persone in carne ed ossa dai rischi idrogeologici per esempio e per fornire alle persone condizioni migliori del vivere, partendo da norme che arginino il fenomeno della rendita immobiliare. Solo chi non ha chiaro questo può pensare che i temi del governo del territorio e dell’urbanistica quest’ultima intesa come sua componente, possano essere risolti con snellimenti e magari maggior flessibilità delle norme e delle procedure, la qual cosa, peraltro, non è segnata in alcun articolo della L.r. 20/2000, almeno non in quella vigente.